sabato 13 aprile 2019

Logan: The Wolverine (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/02/2018 Qui - Cala, dopo 18 anni, il sipario su uno dei personaggi più interessanti ed amati della Marvel ma soprattutto degli X-Men, Wolverine alias James "Logan" Howlett, che per l'ultima volta viene interpretato da Hugh Jackman. Un sipario che viene però calato in modo davvero anticonvenzionale in Logan: The Wolverine (Logan), film del 2017 co-scritto e diretto da James Mangold. Il capitolo conclusivo della trilogia con l'attore australiano è infatti un film commovente, violento e adulto che rimette in discussione il linguaggio dei cinecomic. La pellicola difatti, che inizia inserendo fin da subito toni cupi, drammatici, maturi e brutali come mai siamo stati abituati da un film della saga, e continua introducendoci in un mondo che non siamo abituati a vedere in un cinecomic, dove fin dal primo piano sequenza si percepisce l'esplicita violenza che ci accompagnerà per tutto il film, ci trascina in un viaggio tra il western e l'orrore più viscerale. Giacché con Logan, non siamo di fronte al classico film Marvel, ma a un'opera matura (tragica, amara, disperata persino, ma soprattutto estremamente violenta), che parla di crisi e decadenza, di nichilismo e speranza. Spingendosi ben oltre Deadpool, soprattutto nei toni, il film, sicuramente una sorpresa nel panorama dei cinecomic degli ultimi anni, si getta a capofitto in una nuova dimensione, più adulta, decidendo di proporre qualcosa di nuovo non tanto dal punto di vista delle tematiche ma del modo in cui vengono trattate. Qualcosa che non si è mai visto prima nel filone dei supereroi cinematografici, a meno di non ricercarlo in prodotti di nicchia come Kick-Ass. Mai in un film della "Casa delle Idee" infatti era stata proposta una versione così abbattuta e rassegnata di un supereroe. Mai era stata offerta una visione così tetra e oscura del mondo, mai era stata così pregnante ma soprattutto tangibile, nell'aria, l'idea di una morte imminente. Certo, tanto di questo è già stato detto nel Cavaliere oscuro di Nolan, giusto per fare un esempio, e certo, lo spettatore più smaliziato potrebbe di conseguenza sostenere che non si tratta dunque di niente di poi così innovativo, ma per un "film di supereroi" e, in particolare, per un film della Marvel, è qualcosa di mai troppo scontato.
Poiché anche solo tentare di creare qualcosa di più maturo e sfaccettato delle solite (comunque sempre bellissime ed eccezionali) scazzottate iper-tecnologiche stile Avengers è un discreto passo avanti. Dopotutto con Logan, essi, compresi James Mangold e Hugh Jackman (vero motore del progetto), sono riusciti a sintetizzare il perfetto mix di intrattenimento da fumetto e cupezza della messa in scena e delle implicazioni, esattamente ciò che la DC con Batman v Superman non è riuscita a fare. C'è un equilibrio impalpabile, perfetto, tra quest avventurosa e nichilismo. Per questo la candidatura (e non per questo sicuramente vincerà) per la migliore sceneggiatura non originale a James Mangold, Scott Frank e Michael Green, mi sembra una scelta inusuale ma giusta, perché il film, che rovescia radicalmente gli elementi stilistici e narrativi di tutto quanto visto sinora nella saga, dove la tragicità dell'eroe Wolverine era emersa solo a tratti nel corso del lungo franchise sugli X-Men (dato che anche la sua saga spin-off, pur esplorando maggiormente i suoi tormenti interiori, ha dovuto tenere conto sia delle regole del blockbuster per il grande pubblico sia di quanto raccontato nei capitoli precedenti), e liberamente ispirato alla serie a fumetti Marvel Comics Vecchio Logan di Mark Millar e Steve McNiven, anche se non del tutto originale è davvero eccezionale. Tuttavia, questo non è sicuramente un nuovo capolavoro di genere, ma certamente un film, una storia, con un inizio e una fine, senza troppi richiami agli altri film, e che quindi chiunque, anche chi non ha visto gli altri capitoli può guardare e capirci, convincente, emozionante, di grande impatto e non facile da dimenticare.
Anche se comunque i difetti ci sono e si vedono, come una violenza quasi parossistica ed esibita alla lunga forse fine a se stessa e ripetitiva, e alla lunga andare una certa prevedibilità di fondo, anche nei combattimenti, non solo per il finale "telefonato" eppure straordinario. Come detto infatti, il film di James Mangold è una storia crepuscolare, che esibisce una violenza (anche verbale) mai così esplicita e racconta di un mondo distante anni luce dagli scenari descritti nel franchise. L'anno è il 2029: Logan (mai visto così disilluso, con l'animo inaridito quanto il deserto messicano in cui si è isolato) non veste più i panni dell'eroe da molto tempo. Il mutante ora fa l'autista di limousine e accudisce il novantenne Xavier in una cittadina messicana. Il suo vecchio mentore soffre di una non precisata malattia degenerativa del cervello e, con i suoi poteri, sarebbe rischioso tenerlo all'aria aperta, così Logan lo ha confinato in una cisterna. Ma un giorno il passato bussa alla porta dei due X-Men (che non esistono, quasi, più e sono ridotti a miti, leggende le cui avventure vengono raccontate nei fumetti) in pensione, una ragazzina mutante (interpretata da Dafne Keen, una rivelazione, che, oltre a essere una vera forza della natura, con Logan ha un legame di sangue che fa da ponte tra ciò che è stato e ciò che probabilmente sarà), con poteri molto simili a quelli di Wolverine, deve essere trasportata attraverso mezza America in un rifugio sicuro per i suoi simili. A inseguire questa improvvisata banda di perdenti ci sono i Reavers, scagnozzi potenziati della bieca multinazionale Transigen, intenzionata a controllare la mutazione per usarla come arma.
Il tutto è quindi confezionato come il più classico western, in cui un uomo solitario e cinico si trasforma per l'occasione in eroe e salva "la vallata" dai cattivi. Non è un caso che i protagonisti vedano Il cavaliere della valle solitaria in TV e che la frase finale di quel film venga citata apertamente nel finale di questo. Non per caso inoltre le dinamiche del trio sono sviluppate con una sensibilità adulta, che fa leva sull'importanza di sentirsi parte di una famiglia. Commuove il modo in cui Logan si prende cura del professor X, così come intenerisce vedere Laura recuperare, attraverso la scoperta di piccole cose, l'innocenza che le è stata negata. Mangold gestisce però questa profondità narrativa e psicologica senza appesantirla con caratteristiche da dramma esistenziale, anzi riesce ad alleggerirla nei momenti giusti con battute misurate e funzionali. C'è poi un realismo di fondo sorprendente, tanto che l'uso degli effetti speciali è ridotto all'osso, giusto per le scene in cui Xavier blocca il tempo (sorta di specchio rovesciato della spettacolare supervelocità al rallentatore di Quicksilver). L'intrattenimento sta invece nelle scene di lotta, sanguinose come se fossero in un western-pulp di Tarantino, l'effetto splatter c'è, ma non disturba, più che altro stupisce perché inedito (e forse anche inaspettato). Fortunatamente Mangold alterna sequenze degli scontri brutali e sporchi ad altre di dialoghi tra i due protagonisti in modo equilibrato. Facendo risultare perciò Logan: The Wolverine il meno "marvelliano" dei film della serie, ma proprio questo suo allontanarsi dalla fonte visiva e innestandone altre, lo rendono un'opera tragica dove il "the end" non è solo (meta)cinematografico ma soprattutto morale (ed epocale).
Anche perché il tutto viene girato da una regia al cardiopalma, dall'inizio alla fine della pellicola infatti è difficile annoiarsi, Mangold non ci lascia un minuto di respiro, poiché vi sono continui plot twist, ribaltamenti di trama e scene d'azione spettacolari (in particolare quelle che coinvolgono il duo artigliato, con litri di sangue, tant'è che la pellicola è vietata ai minori), talvolta anche troppo confusionarie ma sempre efficaci e davvero sbalorditive. I tempi sono gestiti benissimo e sono studiati per dare la giusta importanza e rilevanza ai personaggi, senza tralasciarne alcuno. Il (geniale) Fan Service è distribuito benissimo, mettendo alla luce molti fumetti degli x-men senza andare però fuori contesto e richiamando scene dei film precedenti incastrate da dialoghi solidi (profondi e ben scritti, specialmente quelli tra i vari comprimari) e molto ben riusciti. La colonna sonora potente è un altro dei punti forti del film. A cui si aggiungono ovviamente le interpretazioni, non solo di Hugh Jackman, ma anche di Patrick Stewart (quest'ultimi bravi a desacralizzare i loro rispettivi eroi ormai al capolinea), Stephen Merchant nella parte di Calibano e, soprattutto, della piccola e straordinaria Dafne Keen, tanto deliziosa in quanto bambina che letalmente spaventosa in quanto mutante. Non dimenticando però anche la sapiente fotografia, montaggio e le perfette coreografie delle scene d'azione. Inoltre davvero discreta è la regia di James Mangold (già autore di un film della saga ovvero Wolverine: L'immortale ma anche di buon film come Quel treno per YumaRagazze interrotteCop Land) che ci fa entrare nella vera indole del protagonista.
Fra noi e Logan infatti si crea empatia, i sentimenti vengono riportati su schermo fedelmente e realisticamente riscaldandoci il cuore dalle emozioni che vengono trasmesse mantenendo comunque lo spirito dei cinecomic con battaglie esaltanti, iperboliche e, in questo particolare caso, estremamente violente. Certo, anche in questo film sembra che, i villains non abbiano un ruolo particolarmente incisivo, ma qui è un fattore trascurabile, nel senso che si tratta di un film essenzialmente incentrato su Wolverine e il concetto del tempo, la vecchiaia, la morte, e in tal senso la decisione di scegliere come ambientazione principale il deserto è saggiamente giusta. Sembra quindi che l'intero staff ce l'abbia messa tutta per sfornare un film che dà un degno addio ad uno dei più famosi supereroi di tutti i tempi, in un capitolo che non può che strappare qualche lacrima, specie verso il terzo atto. Hugh Jackman, che non poteva chiudere in modo più intenso, doloroso e commovente, si consacra definitivamente difatti come (il miglior) Wolverine (di sempre), pur non avendo indossato il caratteristico costume dei fumetti originali in nessun film, anche se ha dedicato tutto sé stesso per rendere al meglio il proprio personaggio nell'arco di quasi vent'anni. In conclusione, un più che discreto film d'azione vicino al dramma e al western, non eccessivamente innovativo, ma comunque un primo tentativo di andare un po' oltre gli standard ormai logori del cinema di genere. Un film che, perfettamente in linea con le atmosfere del film la malinconia e sconsolata Hurt di Johnny Cash, non solo è apprezzabile ma anche pochino eccezionale. Voto: 8-