Classifiche pubblicate su Pietro Saba World il 31/12/2020 Qui - Un momento molto atteso, è il momento infatti della mia ode alla bellezza ed alla sensualità. Il Saba Beauty Awards è un premio difatti, per il terzo anno in un'unica versione (sia cinematografica che serialtelevisiva), che appunto premia le più belle donne apparse in tutte le pellicole e serie tv viste durante l'anno. In tal senso, poiché è ovvio che la scelta può essere stata "condizionata" dalle scene particolarmente hot di alcune di queste protagoniste, raccomando ai lettori che se le foto di seni nudi o altro vi infastidiscono e le trovate disdicevoli, di ignorare questo post. Agli altri invece, che apprezzeranno il suddetto post, di non essere volgari e di non esagerare nei commenti. A tutti comunque calma e sangue freddo. Ma prima di cominciare vediamo chi è la madrina di quest'anno, l'anno scorso fu Doris Day (la fidanzata d'America, qui) oggi ed ora, se non l'avete ancora riconosciuta, è Olivia de Havilland, scomparsa a luglio scorso all'età di 104 anni. Se non sapete chi è (cosa comunque plausibile visto che attiva come attrice dagli anni trenta ai sessanta) vi invito a rivolgervi a Google (ha recitato in Via col vento per dire). Detto ciò, torniamo a noi, e vediamo chi quest'anno non ci sarà, anche se ne avrebbe avuto tutto il diritto. Sì perché per evitare di vedere sempre le stesse protagoniste, devo rinunciare a qualcuna. E quest'anno in ambito cinematografico devo rinunciare alla bellissima Lily James di Yesterday, alla deliziosa Dove Cameron di Descendants 3, alla graziosa Lola Le Lann di Bluebird in my heart, alla sensualissima Emily Ratajkowski di Welcome Home, alla dolce Rosa Salazar di Alita, alla bella Kaya Scodelario di Un cavallo per la strega e poi a Shailene Woodley di Resta con me, Stacy Martin di Taj Mahal, Kelly Rohrbach di Un giorno di pioggia a New York, a Zoey Deutch di Zombieland: Doppio colpo, a Haley Bennett di Swallow (peraltro già vincitrice) ed a Kristen Stewart di Seberg e Underwater, mentre in ambito televisivo nuovamente al fantastico trio di giovani donzelle (ma non solo queste tre) Lili Reinhart, Camila Mendes e Madelaine Petsch della terza stagione di Riverdale, e poi alla Miriam Leone di 1994, a Emily Meade della terza stagione di The Deuce, a Evan Rachel Wood della terza stagione di Westworld, a Enrica Guidi della settima stagione de I delitti del BarLume, ad Annabel Scholey della seconda stagione di Britannia ed alla Liv Lisa Fries della terza stagione di Babylon Berlin. Ma non è finita qui, perché se anche non c'è stata l'occasione di citarle o più semplicemente lo spazio a disposizione, vorrei comunque mandare un bacio alla Amber Heard di Aquaman, ad Anne Hathaway di Attenti a quelle due e Serenity, a Felicity Jones di Una giusta causa, a Lily Collins di Ted Bundy e Tolkien ed alla Milla Jovovich di Hellboy, grazie di essere sempre così belle.
giovedì 31 dicembre 2020
sabato 26 dicembre 2020
Le migliori attrici e i migliori attori, più altri premi e le migliori colonne sonore, dei film visti nel 2020
Classifiche pubblicate su Pietro Saba World il 26/12/2020 Qui - Quest'anno ho ridimensionato un poco le classifiche, e se con i peggiori ed i migliori qualcosa già si è visto (qui la classifica finale dei migliori film visti quest'anno, qui i peggiori), è con questo post che il tutto è spiegato. Ho raggruppato infatti in unico post (fino all'anno scorso erano scissi, qui e qui) tutti gli altri "premi" ancora non assegnati, ovvero quelli ai migliori attori ed attrici, quelli tecnici più importanti e quelli alle musiche e colonne sonore. Così tanta roba che giustamente ho dovuto restringere leggermente il podio, allargato a più posizioni prima e invece ridotto adesso, ma comunque sempre il meglio del meglio (personalmente parlando) c'è qui oggi. E quindi senza ulteriori indugi vediamo le ultime robe da assegnare (Nota: i link alle recensioni ci saranno in ordine di apparizione).
I MIGLIORI ATTORI
4. Ex aequo per la coppia Steve Coogan/John C. Reilly, che fa letteralmente rivivere Stanlio & Ollio nel film omonimo,
per il redivivo Robert Redford, che per la sua ultima interpretazione (in Old Man & the Gun) tira fuori gli artigli,
per il lanciatissimo Sam Rockwell, che sforna un'altra prova di gran talento (anche nei panni di un nazista come quello in Jojo Rabbit è sempre perfetto),
ed infine per la new entry Marcello Fonte, che ha convinto tutti grazie al ruolo mica facile interpretato in Dogman.
venerdì 25 dicembre 2020
I migliori film visti nel 2020
Classifica pubblicata su Pietro Saba World il 25/12/2020 Qui - Vi starete sicuramente chiedendo, oppure no, non importa, di come sia stato possibile che quest'anno 42 film siano entrati nella classifica finale, no, il mio giudizio non si è elevato, non ci sono stati film più belli di quanti ci siano stati negli anni precedenti (l'anno scorso per esempio, qui), semplicemente quest'anno i due classici post che mettevano in mostra le migliori visioni dell'anno si sono fusi. Come anche per i peggiori film infatti, quelli che avevano una valutazione "limite" (nel caso dei migliori la soglia del 7) li dividevo in base ai generi (eccovi un esempio qui), ma siccome sempre più spesso ultimamente collocare un film in un suddetto genere è diventato complicato, vuoi appunto un voluto mix di generi o una certa stratificazione narrativa, l'unica soluzione era quella di "generare" una classifica allargata, e così ho fatto. In ogni caso non cambia il fatto che consiglio di vederli tutti questi film, in particolare quelli più in alto di questa classifica.
42. Il furore estetico e visionario di Sion Sono (che qui non va molto per il sottile) si manifesta in tutto il suo potere comunicativo in questo interessante film, un film decisamente estremo e davvero non per tutti. (7)
41. Nel complesso un film forse parzialmente risolto ma che merita sicuramente una visione. (7)
giovedì 24 dicembre 2020
I peggiori film visti dell'anno (2020)
Classifiche pubblicate su Pietro Saba World il 24/12/2020 Qui - Dei 300 film "moderni" visti quest'anno 1/6 tra i migliori in assoluto (vedrete domani), e sapete quanti tra quelli che non hanno raggiunto la sufficienza? 2/6, il che sembrerebbe un male, ma rispetto allo scorso anno per esempio (qui), la situazione è paradossalmente migliorata. Perché a parte che sto evitando certi (probabili) brutti film, la soglia di valutazione finale quest'anno si è alzata di mezzo voto, cosicché sotto il 5, solo 11 le pellicole. Pellicole che di fatto formano questa classifica delle peggiori visioni, che tuttavia come abitudine viene aperta dalle pellicole che personalmente hanno più deluso. Ricordo che le mie sono valutazioni personali, che sì sconsiglierei questi film (soprattutto i primi 11) ma senza vietandone la possibilità di vederli, perché ognuno è libero di fare (a suo rischio e pericolo s'intende) ciò che vuole. Infine ricordo che potete trovare le recensioni cliccando sull'immagine del film che vi interessa. Che i Razzie Awards cinematografici 2020 inizino.
DELUSIONI
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Dei 45 film che in totale hanno ricevuto un voto pari a 5, alcuni film poco riusciti, altri semplicemente mediocri, altri che il loro potenziale hanno sprecato e poi ecco quelli che per un motivo o l'altro hanno deluso le mie aspettative, esattamente 9 come l'immagine qui sopra fa vedere. Per essere precisi, non bastano per fare dei buoni film alcuni elementi, come l'effetto nostalgia in Il mio nome è Thomas, come il reinventarsi dei Banana Splits, come l'incredulità narrativa in Georgetown, come il rifacimento di un grande successo quale Hellboy, come l'elevata cifra registica di Pablo Trapero per Il segreto di una famiglia, come l'aurea positiva del cinema coreano per In Another Country, come gli effetti speciali di Men in Black: International, come l'aurea positiva del cinema francese in campo commedia per Il gioco delle coppie e come il reinventarsi dei cliché in The Prodigy - Il figlio del male. |
lunedì 21 dicembre 2020
Movies Vintage Awards 2020
Classifica pubblicata su Pietro Saba World il 21/12/2020 Qui - Negli ultimi anni ho cominciato sempre più a rivedere o vedere per la prima volta (per recensirle) pellicole vintage, ovvero antecedenti agli anni 2000, cosicché vuoi la Promessa cinematografica, vuoi gli speciali cinema e vuoi tanto altro, quest'anno ho toccato quota 48 film (30 in più rispetto allo scorso anno e nei tre anni precedenti a quelli del 2019) che rientrassero (anche questa volta tuttavia alcune eccezioni, ben 4) nei limiti imposti. Così tanti film che ero dubbioso se farla o meno nuovamente una classifica con tutti questi titoli, ma alla fine mi son deciso e per la terza volta ecco i Movies Vintage Awards, che premia la migliore pellicola vintage vista quest'anno, con annessi premi (praticamente tutti) tecnici e non tecnici ad attori, registi e tutto il resto (ricordo che se volete leggere la recensione vi basta cliccare sull'immagine del film che vi interessa).
48. E' invecchiato male, tuttavia resta ed è intrattenimento genuino, grazie soprattutto a John Belushi, nel complesso comunque fallimentare rimane ed è l'esperimento comico di Steven Spielberg. (5)
47. Denis Villeneuve prende un po' di qua e di la, ci mette del suo, mescola il tutto e ci restituisce una commedia ricercata (e non affatto da sottovalutare) che però non piglia. Un azzardo definirlo il suo lungometraggio meno riuscito, ma personalmente è così. (5,5)
Steven Spielberg (Happy Birth) Day
Post pubblicato su Pietro Saba World il 18/12/2020 Qui - Non c'è nessuno al mondo che può dire di non aver mai visto almeno un suo film nella sua vita, anche perché Steven Spielberg è ineluttabile. E' lo zio cinematografico di tutti noi, quello che da più di quarant'anni ci fa divertire, ci fa emozionare e ci fa spaventare, il padre spirituale dell'intrattenimento moderno, artefice di pellicole entrate nell'immaginario collettivo, colui che, vincitore di Premi Oscar, uno dei cineasti più importanti e influenti, al 26º posto nella lista dei 100 geni viventi stilata dal The Daily Telegraph, il cinema l'ha rivoluzionato. Non c'è da stupirsi quindi che per alcuni egli sia il regista preferito, lo è il mio, come dovreste sapere (non è infatti la prima volta che dico questo), e così oggi, nel giorno del suo 74° compleanno, il giusto e definitivo (fino a questo momento) omaggio. Sì perché oggi che posso finalmente dire di aver visto tutti i suoi (32) film, a parte Ai confini della realtà (1983) che era però diretto a quattro mani e che in questa speciale classifica non poteva in ogni caso esserci, eccomi qui a stilare la mia (personale) graduatoria di gradimento. Happy Birthday Zio Steven!
32. Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull) (2008) (4)
Imbarazzante, qualsiasi altro commento sarebbe superfluo. Praticamente è una parodia della saga. Senz'ombra di dubbio il suo peggior film.
31. 1941 - Allarme a Hollywood (1941) (1979) (5) Recensione
E' invecchiato male, tuttavia resta ed è intrattenimento genuino, grazie soprattutto a John Belushi, nel complesso comunque fallimentare rimane ed è l'esperimento comico.
lunedì 14 dicembre 2020
Brivido (1986)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - Unica regia di Stephen King e forse una delle trasposizioni più pazzoidi e rocambolesche di uno dei suoi racconti (al passaggio di una cometa, veicoli a motore ed elettrici prendono coscienza iniziando ad uccidere gli uomini, alcune persone si ritrovano assediate all'interno di una stazione di servizio, presa coscienza dell'evento, resistono e progettano la fuga). Non sembra che il Re volesse prendersi sul serio, pare infatti divertirsi a dirigere prove attoriali sopra le righe (di attori come Emilio Estevez, non esattamente un grande attore), scene catastrofiche accompagnate dalle chitarre degli Ac/Dc, esplosioni a iosa, effetti visivi ottantiniani, uccisioni violentissime e assurde. Il ritmo da film d'assedio rischia di cadere nel catatonico, ma la massiccia dose di scene goffe e spettacolari tiene lontana il più possibile la noia (bellissima la scena del ponte e il divertente inizio, dove appare il cameo proprio di Stephen King). Un film brutto che funziona. Il susseguirsi degli eventi è così sconclusionato e stravagante da risultare infatti quasi irresistibile. Il tema delle macchine ribelli ha sempre il suo fascino e l'enorme bestione nero con la maschera da folletto è una figura che, nonostante tutto, è riuscita ad imprimersi nell'immaginario (ancora, non per caso, mi inquieta). Difatti sufficiente, e va bene che dal maestro del brivido King ci si aspetterebbe molto di più, Brivido, tuttavia, rimane un film che, anche se alla distanza non regge, ha i suoi momenti suggestivi e, per una visione distratta, funziona ancora. Voto: 6
Gli anni più belli (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - Gabriele Muccino sembra essersi ormai impelagato col cinema nostrano, perché dopo il mediocre A casa tutti bene, ne sforna un altro, di film mediocre ovviamente. Amori e idiosincrasie, sogni e sconfitte, speranze, conquiste, disperazioni: tutto quanto ci sia di umano, troppo umano entra nel copione di questo film, che molto banalmente accosta sfera personale, intima di quattro personaggi e contesto sociale nazionale. Attraverso espedienti sentimentali/sociologici si ripercorrono infatti alcuni anni della nostra storia d'Italia, ma lo fa in maniera piuttosto raffazzonata, mettendo in scena vicende poco incisive. Gli anni più belli difatti segue pedissequamente un canovaccio piuttosto standardizzato che si basa su meccanismi facilotti e prevedibili, che riesce a prima vista ad ammaliare ma che poi ti stanca subito. Al netto della prova professionale del cast (Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Micaela Ramazzotti, ma anche, in parti laterali, Nicoletta Romanoff e la cantante Emma Marrone, al suo esordio, tutt'altro che disprezzabile, su un set cinematografico), il film fallisce nel rappresentare i personaggi con troppi cliché e una storia che non offre spunti assai coinvolgenti e simile nell'impostazione al suo modello di rifermento, che è C'eravamo tanto amati di Ettore Scola, tuttavia assolutamente irraggiungibile. Il regista buttandola sull'amarcord, (malamente) ringiovanisce e invecchia gli attori, ma non tutto funziona al meglio, film retorico, opera sentimentale ma senza sentimento. Vengono privilegiati i soliti sentimenti verso un amore finito o il tentativo di riavvicinarsi al figlio non visto da anni. Un film alla fine anche godibile (momenti belli ci sono, decenti le musiche, anche se il pezzo più importante arriva troppo tardi, nei titoli di coda) ma che si dimentica in fretta. Voto: 5
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Ad Astra (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - Al regista James Gray va dato atto di aver creato una distopia raffinata, dove la condanna della natura umana giudicata debole, autodistruttiva, ottusa, è suggerita, in sottofondo, nascosta tra i dettagli di un mondo futuristico (un passo avanti dopo Civiltà perduta). I tempi del racconto sono molto dilatati, con poche scene d'azione, ma con una fotografia estremamente affascinante, ricco di "passaggi" surreali, l'incontro con il padre (un perfetto Tommy Lee Jones) o con la compagna (una funzionale, bellissima, Liv Tyler), è ridotto a una situazione di routine priva di pathos, tuttavia il film anche se "derivativo" di tanti déjà-vu, richiami e citazioni evidenti, non si può evitare di pensare a 2001: Odissea nello spazio o ad Apocalypse Now e per finire la citazione di Gravity nel finale, comunque è ricco di suggestioni e regala diversi spunti di riflessione. Roy alias Brad Pitt (che conferma le sue ultime buone performance, C'era una volta a... Hollywood) è il protagonista di questa epopea spaziale, in cui un uomo fugge a milioni di miglia dalla Terra per trovare le sue radici e la sua identità. Ancora una volta, la fantascienza, vola alto, diventando humus fertile, per riflessioni esistenziali e filosofiche. Il film di James Gray parla innanzitutto del rapporto padre-figlio e poi racconta l'eterna sfida dell'uomo verso se stesso, nella ricerca di un suo simile. Il film è ambizioso, quando non pretenzioso, non perfettamente riuscito nel ritmo e nello sviluppo drammaturgico, ma molto suggestivo dal punto di vista visivo. Voto: 6+
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Brimstone (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - Liz è una ragazza muta sposata ad un bravo colono. Perché quindi il Reverendo, quando parla del Male da cui guardarsi, sembra alludere proprio a lei? Perché la ragazza ha paura di lui? Forse lo conosce già? A queste domande, poste tutte dal primo capitolo del film (intitolato "Rivelazione"), daranno adeguata e sconcertante risposta i successivi tre capitoli di questo western cupo e violento: "Esodo", "Genesi", "Castigo". La violenza viene esibita con un gusto quasi sadico, mentre i fatti narrati sono concentrati con una densità talvolta forzata che non può non far ricordare il romanzo d'appendice del secolo 19. Lo spirito che anima lo spietato e indistruttibile villain (un luciferino Guy Pearce) è quello del più bieco integralismo religioso, lo spirito di un Cotton Mather, per intenderci. Lui è l'infernale sacerdote del Male, lei (la brava Emilia Jones da adolescente, l'altrettanto brava Dakota Fanning da adulta) l'eroina sulla quale si addensano, quasi convogliate da un'implacabile predestinazione, tutte le tragedie possibili. La suddivisione del racconto filmico in quattro capitoli gli conferisce una patina letteraria che ha il sapore dell'antico. Film (dell'olandese Martin Koolhoven) che si segue appassionatamente, anche se bisogna ammettere che qualche caduta di tono, qualche scelta narrativa scriteriata (dove in alcuni momenti si sfiora il ridicolo) e alcune forzature soprattutto nel finale gli impediscono di raggiungere livelli più alti. Ma il piacere del racconto attenua questi difetti e li fa quasi dimenticare. Voto: 6
Glass (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - M. Night Shyamalan chiude il cerchio con (Mr.) Glass, trilogia che non era stata pensata ad origine ma che si è sviluppata in corso di opera. Unbreakable, sottovalutato quando uscì, era un buon film che trattava il tema supereroi in maniera molto diversa rispetto alla moderna canonicità, Split un buon thriller che solo nel finale si ricollegava al primo e Glass che però è quello che mi è piaciuto di meno. Bravo James McAvoy (fa quasi tutto lui), Samuel L. Jackson per buona parte del film è catatonico (quando s'accende il film finalmente comincia ad ingranare) e Bruce Willis così così (tutti e tre vengono rinchiusi un ospedale psichiatrico con tanto di dottoressa che prova a dissuaderli dall'idea di essere speciali, ma poi si liberano e tutto si svela, ne succedono molte, forse troppe). Anya Taylor-Joy si vede e si sente poco, Sarah Paulson non convince del tutto. Un sei stiracchiato per un film (bizzarro miscuglio fra Superman e Qualcuno volò sul nido del cuculo) che sicuramente poteva chiudere la "Trilogia" in maniera molto migliore (prima parte stenta a decollare, seconda parte più viva). Deludono le forzature o le ingenuità della trama, tipo la scarsa sicurezza dell'istituto o gli espedienti per far cambiare personalità a Kevin. Il finale soddisfa in parte. Bene invece registicamente (il regista ci dona comunque sprazzi della sua arte di costruzione di atmosfere dense, tensive, così come di modificare i comuni punti di vista) e resta in ogni caso interessante tutto il percorso e la tesi non convenzionale supereroistica fatta. Voto: 6
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Lontano da qui (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - Madre insoddisfatta, moglie infedele, insegnante capace ma dai modi inquietanti, donna delusa. Questo il ritratto del personaggio della brava Maggie Gyllenhaal, una donna alla ricerca di poesia che vede in un suo piccolo alunno una speranza per liberarsi dall'ombra che si porta addosso. Un'efficace rappresentazione di una parte dell'universo infantile ma anche della personalità borderline di adulti che cercano, anche inconsciamente, di manipolarli e utilizzarli come panacea dei propri fallimenti. La protagonista infatti riversa tutte le sue ambizioni sul bimbo, incurante delle conseguenze: una manipolatrice inconsapevole, animata certo da buone intenzioni ma anche da una vena di insensatezza che si tradurrà in un epilogo amaro (difatti una prima parte più descrittiva lascia il posto ad un seguito inquietante, quasi da thriller da camera). Un film (un remake) a modo suo toccante (eppure straniante, a tratti paradossale), reso tale da una performance attoriale intensa, sorretta da una sceneggiatura interessante, anche se forse un po' enfatizzata (i ritmi non propriamente alti sono il difetto più evidente). Da apprezzare anche la regia di Sara Colangelo oltreché la colonna sonora. Voto: 6
La famiglia Addams (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - In questo (primo) film animato della famiglia Addams, che affonda le sue radici più nel fumetto da cui tutto partì che dal telefilm, i cartoon o i film anni '90, gli indiscussi eroi della pellicola sono Mercoledì e Pugsley, in particolar modo la prima, alle prese con l'accettazione del diverso, i primi amici "normali" e i problemi della crescita. Esilarante l'antagonista, una presentatrice di reality show che aizza la gente comune contro i nostri, affascinante la Morticia animata/doppiata (in originale) da Charlize Theron (da Virginia Raffaele in quella italiana), buono l'omaggio finale alla sigla del serial. Nel complesso buon film d'animazione, ma per niente eccezionale, anzi, le gag carine sono poche e quasi tutte ricalcano cose già viste, mentre il lodevole messaggio di tolleranza è veicolato con minor brillantezza rispetto a quanto avviene in Hotel Transylvania, con cui il film ha molto in comune (inoltre il doppiaggio di alcuni nomi famosi, Bova e Bertè, non convincono del tutto). Nonostante ciò, pellicola godibile e piacevole. Voto: 6
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I miserabili (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - Gli ingredienti del genere ci sono (quasi) tutti e sono mescolati con efficacia, nonché nutriti dalle giuste dosi di tensione (siamo dalle parti del cinema di genere che dà voce agli ultimi, a quelli messi in disparte dalla società perché figli di una colonizzazione selvaggia che porta il suo conto da pagare). Poliziotti stressati ma con differenti vissuti e coscienze, periferie ghettizzate, inseguimenti e scontri fino alle sconvolgenti scene conclusive (l'escalation di incomprensioni porta infatti a un finale molto interessante che lascia con il fiato sospeso). Appare contratta, però, la sensibilità sociologica, manca il guizzo riflessivo che, con uno sguardo più penetrante sul clima e sull'anima della banlieue, avrebbe potuto far diventare pregevole un prodotto che rimane comunque buono. Parigi finisce con l'assomigliare a Chicago: almeno in parte, un'occasione perduta. Nel complesso da vedere (buone le performance attoriali, di Damien Bonnard e tutti gli altri, giovani e adulti) ma lascia amarezza. I miserabili, del regista Ladj Ly, basato sull'omonimo cortometraggio dello stesso del 2017, a sua volta ispirato al romanzo omonimo di Victor Hugo, è un film intenso, ma è più potente il messaggio che il film in sé. Voto: 6,5
Tolo Tolo (2020)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - Per la prima volta Checco Zalone dirige se stesso e purtroppo i risultati sono inferiori ai lavori precedenti. Molte delle battute sono un ricalco di Quo Vado (molto più riuscito), parlando spesso di contributi e di Iva. Malgrado una certa ripetitività il livello è comunque superiore alle decine di commedie italiane (più o meno simili) uscite quest'anno e non solo (certamente migliore del pessimo Scappo a casa, stranamente affine). Non mancano momenti riusciti, come i sogni del Checco protagonista, o qualche buon momento musicale, ma speravo di più e di meglio. Tolo tolo è meno divertente (spara frecciate a destra e manca, la sua trasversalità si mantiene sostanzialmente intatta e qualche volta, non sempre colpisce anche il bersaglio), ma sicuramente più ambizioso, forse troppo. Si ride meno e si riflette maggiormente in questa pellicola indubbiamente scorretta ma finalizzata a smascherare determinate situazioni e comportamenti italici e non solo. In questo senso, il messaggio di accoglienza funziona? In modo alterno, meglio la parte delle citazioni più attuali mentre risultano retoriche le parti fasciste. Finale, nonostante l'esilarante "cicogna strabica", lievemente deludente e seconda parte migliore della prima. Nel complesso valido, nonostante il cast di contorno sia leggero (piacevoli comunque i camei di Nicola Di Bari e Barbara Bouchet). Voto: 6
Terminator - Destino oscuro (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - Cancellando in un colpo solo gli ultimi tre capitoli della saga, anche Terminator Genisys (il quasi inutile reboot di pochi anni fa che comunque non mi era dispiaciuto), Destino Oscuro riutilizza i classici scenari per aprire la strada a quella che, doveva essere una nuova trilogia del marchio Terminator (viste le perdite monetarie non credo sarà), miscelando vecchi e nuovi personaggi in un ideale passaggio di consegne (la presenza di Linda Hamilton e Arnold Schwarzenegger sembra, infatti, un passaggio di consegne fra la vecchia serie e quella nuova, ma solo Mackenzie Davis, che fa strano vedere in vesti action, parrebbe avere le giuste doti in un ipotetico futuro). Il risultato, sotto l'aspetto visivo, è discreto: la spettacolarità è garantita da scene e situazioni costate un botto di milioni in dollari sonanti (il budget stanziato ha permesso un grande impiego di mezzi) che hanno sortito il giusto effetto (dopotutto Tim Miller, regista del primo Deadpool, sa come si fa), sfornando un blockbuster di tutto rispetto che intrattiene senza dubbio. Quello che non ho ben capito è la scelta narrativa di una sceneggiatura che mostra alcuni punti oscuri e che fa storcere un po' il naso (lo sviluppo e la conclusione sono in qualche modo prevedibili, però il film riesce ad avere un certo mordente, grazie appunto ad un ritmo frenetico e ad un'alta spettacolarità delle scene). In ogni caso questo sesto (primo) nuovo capitolo (?) non è malaccio e il suo dovere di prodotto ludico lo assolve pienamente, più giusto sufficientemente. Voto: 6
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It - Capitolo due (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - Il capitolo finale di IT, tratto dall'omonimo e famosissimo libro di Stephen King (che qui compare anche in un divertente cameo) si è fatto attendere (ben due anni), non senza creare intorno a se un'aura di curiosità mista a diffidenza, per la possibile piega che potevano prendere gli eventi, soprattutto dopo una più che discreta prima parte, ma possiamo dire che non è andata poi così male, anche se il primo è decisamente migliore. Il primo It infatti, non mi era dispiaciuto, anzi, gli avevo dato un 7,5, ma il film in fondo era più che altro un thriller. La seconda parte, cioè questo, spinge più sull'horror, non è malvagio (soprattutto nella prima ora e mezza), poi però ha vari cedimenti e alla fine io sarei per la sufficienza. Si racconta di come siano passati 27 anni e i ragazzini del primo film (presenti anche qua, nei flashback) siano ora adulti, il pagliaccio assassino è tornato e ci sono molti conti da chiudere una volta per sempre. Il film è di notevole lunghezza (2 ore e tre quarti) ma di rapida scorrevolezza. Il problema è il finale, il modo cioè di come viene affrontato infine It, beh, è debole assai e deludente. Non mi è piaciuta molto la caratterizzazione dei personaggi adulti, rispetto alla controparte bambina del precedente film c'è un bello stacco (in negativo, però). Se Jessica Chastain e Bill Hader non fanno rimpiangere i piccoli colleghi, Jay Ryan e James McAvoy non sembrano sempre essere in simbiosi con la sceneggiatura o comunque risulta difficile, in certi momenti, collocarli nel contesto. Sempre più nella parte invece Bill Skarsgård che riesce ad essere sempre più spaventoso. Il suo Pennywise ricalca la crudeltà del personaggio creato da King. E' la personificazione del male e se ti terrorizza quando è in scena, quando non c'è brami la sua presenza, come se non potessi fare a meno di vederlo, un personaggio calamitante. In questo secondo capitolo c'è molta più CGI (non eccezionale a volte, bisogna dirlo), e c'è qualche scena tipicamente horror decisamente ben fatta (in questo senso si vede la buona mano di Andrés Muschietti). Tutto sommato non è male, e nel complesso pellicola da vedere se rimasti favorevolmente colpiti da quella del 2017. Voto: 6
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Thriller drammatico
Le Mans '66 - La grande sfida (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - Cinema e motori, gioie (poche) e dolori (molti). A invertire questa tendenza ci prova questa volta il poliedrico regista James Mangold, l'uomo che ha risollevato le sorti del supereroe Wolverine qualche anno fa (2013 e soprattutto 2017) e raccontato ancor prima le gesta di Johnny Cash (2005), adattando per lo schermo (è sua anche la sceneggiatura) la vera storia di Carroll Shelby e Ken Miles e del loro sogno di riuscire a realizzare una macchina in grado di mettere termine al dominio Ferrari nella corsa probabilmente più famosa del mondo negli anni '60, le 24 Ore di Le Mans. Ed ebbene ci riesce, pur non essendo un regista adrenalinico come lo era il compianto Tony Scott, il regista sa il fatto suo, si affida a Christian Bale e Matt Damon, condensa il tutto con un tono agrodolce che non guasta, e fa discretamente centro. Ecco infatti un film che celebra come meglio non si potrebbe l'epica delle corse automobilistiche in un epoca in cui il pilota contava più della tecnologia. Due coraggiosi sognatori la cui vicenda è raccontata da un film appassionante, segnato da appassionanti riprese delle performance sportive ma ricco di dettagli sui personaggi principali dei quali si evidenzia la profonda umanità e il notevole legame reciproco. Un film dallo stile splendidamente classico nel suo modo di concepire valori che esulano da pubblicità e marketing, che aiutano economicamente lo sport nello stesso modo in cui sono in grado di rovinarlo. Non raggiunge la spettacolarità del recente Rush, ma è un film di tutto rispetto che offre un genuino piacere nel vederlo. Certo, ingannevole è il titolo, anche in lingua originale (non è la battaglia fra due colossi), ed è fin troppo evidente la sua natura tronfiamente americana (sugli italiani si è un po' ecceduto in caricature ma, perlomeno, è stata mantenuta una certa integrità di Enzo Ferrari, è Remo Girone ad impersonarlo degnamente, che spicca in due scene) però, al di la di questo, il film riesce a colpire comunque il bersaglio grazie a un ritmo e a un montaggio serratissimo che riesce, nonostante la notevole lunghezza, a mantenere costantemente alta la tensione, anche grazie all'ottimo lavoro sia per scenografia (buone le ricostruzioni d'epoca) e, soprattutto, sonoro che per la fotografia oltre che per il lavoro sui personaggi, splendidamente caratterizzati (tra l'altro due Oscar vinti per il miglior montaggio e il miglior montaggio sonoro). I principali almeno, perché i secondari così così, in ogni caso due ore e mezza niente male. Voto: 7
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venerdì 11 dicembre 2020
Commemoration Day: Atmosfera zero (1981)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/12/2020 Qui - In un anno già particolarmente difficile di per sé, potevano forse mancare illustri dipartite? Purtroppo no, molte sono state infatti le notizie tristi per il mondo del cinema, tanti i grandi attori così come le attrici che ci han in questo 2020 lasciati, penso sia inutile in questo senso nominarli tutti. Tuttavia, io con altri colleghi blogger cinefili, abbiamo pensato bene di commemorare oggi alcuni di questi, e il nome e cognome scelto da me è stato quello dello James Bond per eccellenza, di quel Sean Connery agente 007 al servizio di sua Maestà, che il palcoscenico moltissime volte ha calcato. Ricordo con grande piacere alcuni film in cui egli è stato protagonista (o anche spalla), Assassinio sull'Orient Express, Highlander, Il nome della rosa, Gli intoccabili, Indiana Jones e l'ultima crociata, Caccia a Ottobre Rosso, Robin Hood, The Rock, Entrapment (ed altri), ma pure La leggenda degli uomini straordinari, il suo ultimo (non particolarmente memorabile) lungometraggio. Però quanti non avrò visto? Non avevo mai visto per esempio Atmosfera zero (Outland), cosicché ne ho (nonostante l'amarezza della sua dipartita avvenuta a fine Ottobre all'età di anni 90) approfittato. Ho perciò visto un thriller psicotico e claustrofobico di ambientazione fantascientifica decisamente interessante, troppo facilmente liquidato all'epoca della sua uscita come un "Mezzogiorno di Fuoco nello spazio". Descritto come un "western spaziale" con numerose (appunto) similitudini con quel capolavoro di Fred Zinnemann del 1952 (Nota: "western spaziale" descrizione tornata prepotentemente in auge grazie al fenomeno The Mandalorian), ne subì (purtroppo) le conseguenze, e in negativo, incassò infatti poco più di quanto era costato. E va bene che Atmosfera Zero è uno di quei film di fantascienza dalle meravigliose intuizioni ma tarpati da un budget non eccezionale e da qualche realizzazione poco felice (dal punto di vista tecnico ci sono difatti alcune cose che non tornano), però Atmosfera Zero è davvero un discreto film di fantascienza, che accusa un po' il passare degli anni, ma è una visione più che accettabile ancora oggi. Già, un bel thriller fantascientifico con un grande Sean Connery nella parte del "giustiziere".
lunedì 30 novembre 2020
Cassandra Crossing (1976)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Ottimo antesignano di quello che saranno vari generi in futuro. Dal catastrofismo puro all'attacco terroristico su larga scala (almeno nelle intenzioni). Terroristi inconsapevolmente contagiosi spargono un terribile virus su un treno, che le autorità decidono di sigillare e dirottare verso un ponte instabile. All'epoca della sua uscita fece molto parlare, per questo e per tanto altro (rivisto oggi balzano agli occhi molte ingenuità, ma all'epoca l'impatto fu notevole, e tuttora contiene spunti interessanti). George Pan Cosmatos, padre di Panos, dirige bene un cast a dir poco eterogeneo e non solo per le nazionalità ma per le tante sfaccettature (alcune riuscite altre no) dei personaggi (fra il cast figura, oltre a Burt Lancaster, Ava Gardner e pure Alida Valli, persino Sophia Loren, che seppur sembrerebbe caduta lì per caso riesce a far filtrare il giusto tocco di umanità, ed attenzione, oltre a Martin Sheen, Richard Harris e Lionel Stander, addirittura ecco comparire un prete interpretato da O. J. Simpson, sì proprio lui). Nonostante l'eccessiva lunghezza il film ha comunque buoni momenti di pathos e tensione. Il parametro per giudicare la sua bontà? A vederlo oggi risulta ancora molto attuale, a vederlo di questi tempi difficili, anche di più. Decisamente non il miglior film del regista greco, ma uno dei più iconici ed importanti certamente. Voto: 6,5
Heaven Knows What (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Dall'esordio cinematografico di due fratelli molto apprezzati tra gli indipendenti americani, fattasi ultimamente notare con Diamanti grezzi in particolar modo (sono ovviamente Josh e Benny Safdie), mi aspettavo di meglio. Inizia il film e penso subito: ok un film sull'eroina e sui drogati di strada forse un filo troppo anni '80 ma potrebbe essere un gioiellino, sono passati 30 ci sarà qualcosa da dire di nuovo, e invece no. Il film è identico a tantissimi anni usciti nel periodo in cui l'eroina ammazzava tanti giovani ogni giorno senza spunti né idee. Forse è giusto premiarne la capacità di raccontare la vita dei protagonisti (Arielle Holmes e Caleb Landry Jones soprattutto) senza troppi dialoghi o parole, forse è giusto anche sottolineare la capacità di rendere la sporcizia del mondo dei tossici nella metropoli più famosa e dove girano più soldi di tutto il mondo, forse il film è anche ruvido come deve essere (gli attori sono bravi e credibili), ma oltre alla buona prova stilistica non ho trovato l'idea per fare un buon film. Voto: 5
Krisha (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Madre sessantenne dal passato turbolento torna in famiglia per il Ringraziamento e per cercare di farsi riaccettare (soprattutto dal figlio, interpretato da Trey Edward Shults, anche regista del film in questione). Per buona parte non si capisce quale stile si persegua: se dramma familiare, orrorifico o commedia nera. Alla fine è la già vista narrazione del declino dei rapporti umani in chiave americana, stavolta con un filo di coraggio in più. Qualche buon dialogo e un po' di sentimento sono le parti migliori (anche perché Krisha, impersonata da Krisha Fairchild, nella realtà zia del regista, riesce con la sua espressività ad esprimerlo con convinzione quel sentimento) ma le recidive o i buoni propositi post-terapia ormai sembrano scontati. Per Trey Edward Shults altra prova incolore dopo il sopravvalutato It comes at night, spero di meglio la prossima volta. Voto: 5+
High Life (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Condannati a morte (una scienziata, un padre ed una figlia) sono stati cooptati per un viaggio verso un buco nero alla ricerca di una fonte di energia inesauribile. Un'altra prigione nello spazio, ma diversa da quelle viste in precedenza: nessuna possibilità di fuga, nessuna prospettiva di ritorno, ritmo semi-letargico, interazioni minimali. La confezione accurata con sequenze di commovente tenerezza cattura l'attenzione ma la narrazione confusa, a tratti criptica, risulta irritante per le sue palesi pretese autoriali, compromettendo l'impatto di un film interessante (diretto da Claire Denis) che aveva le potenzialità per essere ottimo. Se la storia all'inizio può anche affascinare ed intrigare con il carico di mistero che si porta con sé, a lungo andare l'interesse si perde a causa di ritmi molto dilatati e della già detta enigmatica trama, con annessi strani inserti sci-fi porno (Juliette Binoche una strega?). Ha comunque un suo fascino, specialmente visivo: le immagini sono belle e curate (buone le interpretazioni, di Robert Pattinson e Mia Goth specialmente). Peccato per la sceneggiatura: fosse stata più curata ed avvincente sarebbe stato un gran film. Così è un'occasione mancata. Voto: 5,5
Swallow (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Il primo (vero) lungometraggio del regista Carlo Mirabella-Davis è un thriller psicologico che non può che ricercare una nicchia di pubblico per la tematica particolarmente singolare. Questo dramma a sfondo psicologico infatti, usa il tema del picacismo (disturbo dell'alimentazione che spinge a mangiare oggetti non commestibili) in una donna incinta come mezzo per affrontare temi d'attualità come il patriarcato, le differenze di classe e l'aborto. Un film al femminile ma non necessariamente femminista, in quanto affronta più un disagio sociale invece che fare una propaganda sterile e fine a sé stessa. Brava e molto espressiva la bellissima Haley Bennett di film quali I magnifici 7, La ragazza del treno e Hardcore Henry, che mostra tutte le sfumature possibili di un personaggio cui è facile empatizzare, ben tratteggiati i personaggi di contorno (ben caratterizzati da attori conosciuti, Austin Stowell, Elizabeth Marvel, Denis O'Hare), luminosa e patinata la fotografia. Discutibile il finale, ma il film resta un lavoro anomalo, dal potenziale interessante, per l'originalità del soggetto ed il coraggio della produzione, anche se manca di quel passo in più necessario a renderlo più che sufficiente. Voto: 6+
Burning - L'amore brucia (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Come dice il titolo, questo è un film (sesta opera del sudcoreano Lee Chang-dong) a combustione molto lenta, che agisce attraverso immagini messe a contrasto: la realtà rurale e la realtà cittadina e la strana amicizia fra questi tre giovani, diversi per estrazione sociale, che può ricordare Jules e Jim, ma le cui dinamiche non sono mai spiegate e che possono essere solo immaginate. E' un film che ha molte letture (è tratto dal racconto breve Granai incendiati di Haruki Murakami) e di non facile esso stesso lettura perché è popolato di sottintesi e di situazioni che si possono, appunto, solo immaginare. La scena del mimare l'arancia sbucciata e mangiata è esemplificativa sotto questo punto di vista e fornisce in qualche modo la chiave o una delle chiavi del film. E' un film dalle tonalità che diventano sempre più cupe, con una leggera atmosfera di mistero nel momento in cui la ragazza (la bella e brava Jeon Jong-seo) di questo triangolo scompare altrettanto misteriosamente, ponendo il protagonista (il bravo ed espressivo Yoo Ah-in) di fronte ad un senso di colpa per non aver dichiarato apertamente il suo amore per lei, che si trasforma nel rancore sempre più crescente per l'altro ragazzo (l'efficace Steven Yeun, il fu Glenn di TWD). Un film dai tempi troppo dilatati a mio parere, ma molto affascinante nel suo complesso. Voto: 6,5
Long Day's Journey into Night (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Un film che indubbiamente ha una potenza visiva non indifferente, rimanendo impresso non solo per il lunghissimo piano sequenza, ma anche per padronanza di mezzi ed il rigore manifestato. Rimane sempre il dubbio se tali soluzioni sono figlie di un certo narcisismo di fondo. Certamente è un film che può dividere fin quasi a rigettarlo perché la storia è talmente destrutturata che si fatica a coglierne il senso, a differenza di un Wong Kar-wai (quello di In the Mood for Love per intenderci) al quale Gan Bi, sembra riallacciarsi in virtù di questo sguardo verso il passato. Non facile da giudicare, ma senza dubbio la personalità a questo regista non manca. Long day's journey into night infatti, riesce ad affascinare con le sue musiche accattivanti e la grande cura con cui il regista (appunto) si giostra attraverso scenografie affascinanti e percorsi avvolgenti che pare di poter calpestare fisicamente assieme agli attori coinvolti (gli esperti Huang Jue e Tang Wei) in questo percorso senza fine. Voto: 6+
Under the Silver Lake (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Un oggetto stranissimo questo Under the Silver Lake, quasi indecifrabile come genere anche se abbastanza vicino al noir, che funge un po' da collante ad un storia piena di rimandi e suggestioni, di eventi grotteschi e onirici. Troppa grazia? Probabilmente si, ma certamente troppa carne sul quell'attraente fuoco che il giovane e talentuoso regista di It Follows, ovvero David Robert Mitchell, dimostra di saper rincalzare bene, tra citazioni spudorate (La finestra sul cortile di Hitchcock), ed emulazioni da sballo e una storia galvanizzante quanto fumosa (una Los Angeles che sotto la patina nasconde un sotto-mondo di personaggi stravaganti e bizzarri, di complotti e serial killer, di rimandi al cinema ed al passato in particolare), ma pure un protagonista (Andrew Garfield) assai in parte e motivato (anche se personaggio senza un contesto preciso è, che segue indizi e intuizioni, ma di cui non sappiamo quasi nulla, quasi come il personaggio di un videogioco). Certo, chiudere il cerchio a quel punto, quando si sono fatti smuovere pure i massimi sistemi, è una grande incognita, ed il thriller bislacco e confusionario rimane in sospeso o indecifrato, ma a tutti gli effetti lo spettacolo risulta godibile, incomprensibile, assai attraente e glamour, forte di una splendida colonna sonora elettrizzante da serata ad effetto in terrazza snob. Non proprio all'altezza di It Follows, insomma, sia come realizzazione che soprattutto come idea iniziale, però non male. E comunque se si è alla ricerca di un film coerente e ben strutturato, in cui ogni scena ha un senso preciso, allora è questo un film da evitare, se invece si è alla ricerca di un film (dalla durata di 2 ore) che sta tra l'angoscia e l'ironia, con una carrellata incredibile di ragazze bellissime (Riley Keough, Callie Hernandez, Riki Lindhome, Sydney Sweeney, Grace Van Patten), alcune scene decisamente horror e altre da commedia postmoderna, dialoghi e idee originali e spesso assurdi, allora è questo un film assolutamente da vedere. Voto: 6+
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Knives and Skin (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Andy e Carolyn alla loro prima volta, sulle rive di un lago. Lui preme per andare fino in fondo, lei però cambia idea, lui si arrabbia, risale in macchina e la lascia lì. Successivamente la ragazza scompare e la comunità è scossa. È l'incipit di Knives and Skin, della regista Jennifer Reeder, la quale esplora la (non) reazione di alcuni ragazzi e dei relativi genitori alla scomparsa della giovane. Sebbene il suo sguardo sia più incentrato sul racconto di formazione, l'iconografia creata da ella deve molto all'immaginario Lynchiano di Twin Peaks. Un filo di inquietudine attraversa tutti i personaggi i quali, eccetto la madre della ragazza, non sembrano davvero sconvolti per il fatto e vivono passivamente le giornate tra scuola e amicizie o amori fragili. Il tono da thriller psicologico è atto a descrivere l'imprevedibile personalità di studenti e adulti: se i primi mentono per sentirsi grandi, i secondi lo fanno nel disperato tentativo di salvaguardare se stessi. In una piccola comunità la scomparsa di una ragazza apre una voragine negli animi dei suoi abitanti, abbattendo i sorrisi di facciata ed esponendoli a quella che è la loro vera natura. È solo quando viene ritrovato il corpo che una sorta di armonia si reinserisce nella comunità: nuove storie sincere nascono, menzogne vengono rimosse, personalità riemergono. L'atmosfera tra il teso e il metafisico è l'aspetto più interessante del film (nonostante siano evidenti gli echi del cult Donnie Darko e certi frammenti di estetica al neon di Nicolas Winding Refn), tuttavia la sensazione di vuoto evocata dalla (non) storia non rimane impressa, portando la pellicola ad apparire come un buon esercizio di stile. Eppure mi sento di dargli la sufficienza. Voto: 6
Suntan (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Un inizio spettrale l'arrivo di questo dottore dall'aspetto bonario ma non certo attraente, in pieno inverno su un'isola greca. L'estate trasformerà tutto in una bolgia di divertimenti e per un personaggio del genere, dalla vita avara di soddisfazioni e messo di fronte ad un bilancio della propria vita, si lascia trasportare da emozioni giovanili di una giovinezza non goduta. Di conseguenza mostra tutta la sua vulnerabilità e la discesa verso l'inferno personale sarà inevitabile. Argyris Papadimitropoulos ci presenta infatti un film di ossessioni amorose, di vite non realizzate, di corpi nudi e giovanili contrapposti a personalità mai realizzate che si nascondono dietro maschere insospettabili. Suntan è un film che parte lentamente, ponendo la sua attenzione a due contesti contrapposti (inverno/estate) e su come tali contesti influenzeranno il personaggio, il quali rimarrà vittima di una spirale ossessiva che porterà ad un'ultima mezz'ora realmente angosciante. Il film evita, ed è un altro merito al suo attivo, pesanti e penosi moralismi, preferendo dedicarsi alla descrizione di due derive, che creano comportamenti animaleschi ed istintività in cui pare a volte difficile discernere la vittima dal carnefice. Forse meno freddo e glaciale rispetto ad altri film greci, decisamente non originale in quello che vuole dirci, comunque disturbante nel suo evolversi. Bravo l'attore protagonista e bella, brava, sensuale, l'attrice anch'essa protagonista, sono Makis Papadimitriou ed Elli Tringou. Voto: 6+
Borgman (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - E' un originale thriller (ma con molte contaminazioni horror) di produzione olandese, dal soggetto e dalla sceneggiatura non pienamente comprensibili in alcuni passaggi, ma che emana una sua maligna forza di suggestione. Un gruppo di misteriosi individui, apparentemente clochard di professione, si trovano ad invadere e manipolare la vita di una "tranquilla" e benestante famiglia borghese, con risultati inimmaginabili. L'impianto è certamente metaforico assai, ma la realizzazione è terribilmente concreta, cinica e inquietante. Tanto dramma in quello che è di fatto un atto d'accusa verso la società moderna in toto, più che allo specifico ceto borghese, qui preso ad esempio perché simbolo di una certa opulenza e di una serenità famigliare in realtà ingannevoli. Affascina lo sviluppo imprevedibile condito da piccoli tocchi sadici, seduce Jan Bijvoet, attore minuto dal volto fra il mistico e lo stralunato. Alla fine non si capisce quasi un'acca, è vero, ma del film si rimane comunque soddisfatti. Perché per qualcuno potrebbe non mantenere tutto quello che promette all'inizio e qualcuno potrebbe non apprezzare una certa cripticità, ma è di sicuro un buon film. Voto: 6,5
Madeline's Madeline (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Questo è un film (ad opera della filmmaker and performance artist americana Josephine Decker, personalmente incontrata nella puntata 7 della seconda stagione di Room 104, dove era l'ideatrice, regista e protagonista della stessa) che è un insieme di tante tematiche, raccontate anche con una certa originalità, ma certamente non per tutti. E' un film che partendo da una protagonista psicologicamente fragile, finisce per intrecciare l'esperienza teatrale, luogo dove la sfera privata incontra il processo creativo dell'opera teatrale. Abbastanza complesso, ambizioso anche nella forma, non proprio nelle mie corde, ma il concetto di pura esperienza emotiva che in fondo è alla base di questo lavoro e che deve essere vissuto a livello emotivo, non è niente male. Dramma sì, ma c'è di che gioire. Fari puntati su Helena Howard: la sua prova attoriale è convincente. Mentre tra il resto del cast merita una menzione la "direttrice" Molly Parker e la madre iperprotettiva Miranda July, già protagonista/regista di The Future. Voto: 6
The Lighthouse (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Faro, maledetto faro, impazzire gli uomini fai, per nessuno c'è scampo, custodi e chicchessia guardiano. Già autore del riuscito The Witch, il regista Robert Eggers dà luogo a un film ambizioso che si avvale dell'ottima recitazione dei due attori principali, Willem Dafoe, ben coadiuvato dall'altro (unico) protagonista Robert Pattinson, e di una bellissima fotografia in bianco e nero. Detto questo, la vicenda parte con delle valide premesse che tuttavia vengono mantenute solo in parte, mentre realtà e sogno continuano ad alternarsi: numerosi gli excursus nel "fantastico" che non si capisce bene però se bisogna intendere come allucinazioni del giovane nuovo guardiano ormai completamente sfasato (colmo di metafore alla fine è quasi impossibile capirne il significato a meno che non si mastichi bene di mitologia, storia di Proteo e Prometeo ho letto in giro), o come accadimenti soprannaturali effettivamente tangibili. Stringi stringi, il tutto si riduce alle diatribe tra i due protagonisti, alle litigate tra due ubriachi costretti all'isolamento con tutte le frustrazioni del caso (sessuali in primis, come ci viene palesato) ma sembra mancare quella sorpresa, quel guizzo in più, dentro una trama tutto sommato ordinaria. Resta comunque una pellicola intensa, come il bianco e nero usato per la desolata fotografia. Una pellicola (comunque non propriamente horror) difficile da consigliare o dire che mi sia piaciuta, tuttavia la gran confezione, la recitazione di altissima qualità ed il mistero in questa location catturano. Voto: 6+
Beyond The Black Rainbow (2010)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Un'ipnosi. Pura, visiva, visuale, di quelle che esaltano le potenzialità e il potere del cinema. Beyond the black rainbow di Panos Cosmatos (quello del non per caso lisergico Mandy) è un esordio da paura, impressionante, un vortice psichedelico in un film che ha molto di sperimentale ma anche già molto di autoriale. Beyond the black rainbow pone spettatori e protagonista del film (una bravissima ed espressiva Eva Allan) nello stesso stato di confusione, incoscienza, alienazione. Entrambi non sanno dove stanno andando, seguendo una luce, una promessa, quella dichiarata nel "video promo" che apre il film, ma continuano questa terapia che va oltre ogni trattamento conosciuto, oltre la psicanalisi, oltre Freud. E in questo senso, lasciate perdere la storia che qui è flebile e dagli oscuri andamenti e significati, meglio concentrarsi sulla forma, che invece (ed appunto) raggiunge massimi livelli e splendori: un trip visivo di grande ed abbacinante bellezza che difficilmente può lasciare indifferenti anche gli spettatori più scafati. Notevoli il tappeto musicale e la fotografia che sublima un impianto visivo impeccabile. Molte le suggestioni, gli echi e le rimembranze filmiche senza però che siano mai invasive, stucchevoli e fastidiose. Ritmi lenti, molto lenti: ma merita una chance, e certamente una giusta riscoperta. Voto: 7
martedì 24 novembre 2020
Joker (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 24/11/2020 Qui - Prediligere un certo cinema non vuol dire non apprezzare il resto, come nel caso dei cinecomic, preferisco la spettacolarità, l'azione e tutto, però impossibile non restare ammaliato da questa sorprendente opera di brutale cinismo e violenza del buon Todd Philips, che ci aveva abituati solo a commedie o innocui film d'azione. Per far ciò affida la parte del protagonista, un reietto della società con disturbi mentali, a uno splendido Joaquin Phoenix (che raramente sbaglia un colpo), non solo a suo agio, ma "immerso" totalmente nel ruolo, sia a livello fisico, che comportamentale, con quella risata isterica che riecheggia nelle nostre orecchie sin dalla prima volta che la possiamo ascoltare. È una prova monumentale, giustamente e meritatamente premiata con l'Oscar. Joker infatti, pellicola basata sull'omonimo personaggio dei fumetti DC Comics ma scollegata dal DC Extended Universe (e per fortuna direi), dipinge un ritratto disperato e irrecuperabile dell'eroe, anzi, in questo caso del cattivo per eccellenza, e in un modo mai sperimentato prima. Un modo che colpisce, convince, destinato a fare storia. Non si tratta, per fortuna, soltanto della discussa legittimazione artistica di un personaggio "da fumetto" che sganciandosi dai cinecomic (anche se le allusioni alla saga di Batman ci sono, qua e là) entra prepotentemente nel cinema d'autore, quanto piuttosto della potenza metaforica di cui la vicenda del clown triste riesce a farsi portatrice: attraverso la sua versione della storia, Todd Philips tira fuori il Joker dal ruolo limitante di antagonista, e scortandoci oltre la sottile linea che divide il bene dal male, ci rende partecipi di una tragedia umana di fronte alla quale è difficile restare indifferenti. Accompagnata da una risata strozzata e da una costruzione drammatica potentissima, la parabola di Arthur Fleck sa infatti essere in contemporanea una storia intensamente personale e tragicamente politica.
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sabato 21 novembre 2020
Unbreakable - Il predestinato (2000)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/11/2020 Qui - La notizia di un film che doveva unire i personaggi di David Dunn e Kevin Crumb, rispettivamente i protagonisti del film in questione e di Split, sempre e solo per mano di M. Night Shyamalan, l'impellenza quindi di rivedere questo primo film della trilogia era abbastanza alta, e così ho provveduto. Unbreakable ci pone difronte ad un nuovo modo di raccontare la storia della nascita di un novello supereroe, discostandosi completamente dai molti suoi simili, anche moderni. Il regista inizia a creare il suo universo di supereroi in un periodo in cui non erano in voga e realizza un'opera non male, ma che presenta diversi punti deboli e non molto convincenti. A livello tecnico di regia e montaggio è sempre un bel vedere, così com'è efficace la fotografia, peccato che risulti essere a tratti spenta e ricca di monotonia stancante, colpa di una sceneggiatura non propriamente solida. C'è infatti qualche momento di perplessità, però per essere un film su super uomini tutto sommato è accettabile. Non ci sono molte scene d'azione (qualcuna in più per migliorare il ritmo non guastava) ma le prove di Bruce Willis lontano dai soliti cliché e di Samuel L. Jackson nel ruolo del mentore misterioso riescono a portare questa ombrosa pellicola nella giusta direzione. Ancora bello è il finale a "sorpresa", un colpo di scena che tuttavia competere con quello de Il sesto senso dell'anno prima mai potrebbe. Certamente da riscoprire, aspettando l'ultimo capitolo, se ancora non lo si è visto. Voto: 6,5
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