Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/03/2024 Qui - E' il classico film di formazione con uno spunto interessante ma dalla narrazione alquanto discontinua a livello qualitativo. Di positivo c'è sicuramente la prova del giovane protagonista, a cui è morto il padre e senza più riferimenti paterni si guarda intorno e, come in un bivio, è portato a fare delle scelte, anche drastiche. Il "valore aggiunto", abbastanza originale c'è da dire, è rappresentato da un temibile squalo che nuota nella piscina di una villa semiabbandonata, ma per il resto, è un'opera tediosa che non aggiunge nulla a quanto già visto, e meglio. L'opera prima di Davide Gentile merita sì considerazione ed affetto per la schiettezza di alcune situazioni, ma molte cose non vengono adeguatamente sviluppate dalla sceneggiatura che alla fine chiude con un finale troppo consolatorio, se vogliamo prevedibile e davvero improbabile. Difetti che per un esordio ci può stare, però meglio si poteva e doveva fare. Voto: 5,5 [Prime Video]
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venerdì 29 marzo 2024
sabato 30 aprile 2022
Freaks Out (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2022 Qui - Personalmente a me è piaciuto molto come il film precedente di Gabriele
Mainetti (quella perla che era Lo chiamavano Jeeg Robot), da premiare
soprattutto il tentativo di ridare linfa alla cinematografia italiana
con opere ad alto effetto scenico da non invidiare nulla ai Kolossal
d'oltreoceano. La magia del circo contrapposta all'orrore della guerra,
quattro fenomeni da baraccone che loro malgrado diventano degli eroi
durante la seconda guerra mondiale nel periodo più buio, in una Roma
invasa dai nazisti. Il film di Mainetti ha una narrazione coinvolgente,
non ha cedimenti di
sorta ed offre una galleria di personaggi variegata ma che non rimane
ancorata alla didascalia, anche se a volte eccessiva. Personaggi che ti
entrano subito in simpatia, azzeccatissimi tutti gli attori compreso un
Claudio Santamaria irriconoscibile e menzione speciale alla giovane e
bellissima Aurora Giovinazzo ed il gobbo partigiano Max Mazzotta (anche se sono proprio coloro a non essere narrativamente ben esposti). Il
villain interpretato benissimo da Franz Rogowski, il talentuoso pianista
a sei dita che vede il futuro ed è ossessionato a far vincere la guerra
alla sua Germania. Ci sono sequenze comiche, drammatiche, fantastiche,
c'è un po' tutto. Freaks Out (pur con i suoi piccoli grandi
difetti) è un
film incredibilmente vivo, pulsante, divertente, crudo, che riesce a
mischiare assieme Tarantino, western, Ferreri, Browning, Mad Max,
Chaplin ed un sacco di altre cose creando una miscela nuovissima e unica
nel panorama italiano. E il regista torna così a deliziare nuovamente
lo spettatore, sperando che continui a stupire in futuro con film come
questo che sanno appassionare, stupire ed emozionare. Voto: 8
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Aurora Giovinazzo,
Claudio Santamaria,
David di Donatello,
Franz Rogowski,
Gabriele Mainetti,
Giorgio Tirabassi,
Max Mazzotta,
Nicola Guaglianone,
Pietro Castellitto
lunedì 14 dicembre 2020
Gli anni più belli (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - Gabriele Muccino sembra essersi ormai impelagato col cinema nostrano, perché dopo il mediocre A casa tutti bene, ne sforna un altro, di film mediocre ovviamente. Amori e idiosincrasie, sogni e sconfitte, speranze, conquiste, disperazioni: tutto quanto ci sia di umano, troppo umano entra nel copione di questo film, che molto banalmente accosta sfera personale, intima di quattro personaggi e contesto sociale nazionale. Attraverso espedienti sentimentali/sociologici si ripercorrono infatti alcuni anni della nostra storia d'Italia, ma lo fa in maniera piuttosto raffazzonata, mettendo in scena vicende poco incisive. Gli anni più belli difatti segue pedissequamente un canovaccio piuttosto standardizzato che si basa su meccanismi facilotti e prevedibili, che riesce a prima vista ad ammaliare ma che poi ti stanca subito. Al netto della prova professionale del cast (Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Micaela Ramazzotti, ma anche, in parti laterali, Nicoletta Romanoff e la cantante Emma Marrone, al suo esordio, tutt'altro che disprezzabile, su un set cinematografico), il film fallisce nel rappresentare i personaggi con troppi cliché e una storia che non offre spunti assai coinvolgenti e simile nell'impostazione al suo modello di rifermento, che è C'eravamo tanto amati di Ettore Scola, tuttavia assolutamente irraggiungibile. Il regista buttandola sull'amarcord, (malamente) ringiovanisce e invecchia gli attori, ma non tutto funziona al meglio, film retorico, opera sentimentale ma senza sentimento. Vengono privilegiati i soliti sentimenti verso un amore finito o il tentativo di riavvicinarsi al figlio non visto da anni. Un film alla fine anche godibile (momenti belli ci sono, decenti le musiche, anche se il pezzo più importante arriva troppo tardi, nei titoli di coda) ma che si dimentica in fretta. Voto: 5
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Commedia agrodolce,
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Gabriele Muccino,
Kim Rossi Stuart,
Micaela Ramazzotti,
Nicoletta Romanoff,
Pierfrancesco Favino
sabato 21 novembre 2020
Tutto il mio folle amore (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/11/2020 Qui - Gabriele Salvatores (che finalmente torna a essere interessante dopo le incerte derive supereroistiche) tratta un argomento non facile, lo fa toccando le corde dei sentimenti, del rapporto tra un padre, che è fuggito quando suo figlio è nato, e un figlio che non ha mai visto suo padre e che a causa dell'autismo è sempre stato costretto a una vita troppo "ingabbiata". La storia è davvero bella (anche perché vera), Giulio Pranno esalta il suo personaggio con un'interpretazione meritevole. Ma il film sembra non riuscire a "sbocciare", fermandosi agli strati superficiali sia delle vicende dei personaggi che ai rapporti interpersonali tra i protagonisti. Gioca tutto sull'emozione (siamo sulla scia del recente, sempre italiano, Mio fratello rincorre i dinosauri solo che in questo caso la parte drammatica è predominante su tutto) ma non riesce a far "immergere" completamente nella storia. Il finale poi è forzato e senza senso. Tuttavia, molto bravo Claudio Santamaria, come tutto il resto del cast (comprendente anche Diego Abatantuono), buona la realizzazione, e la struttura on the road premia, dando comunque un ritmo vivace all'intera pellicola, una pellicola semplice che si fa guardare. Voto: 6
sabato 7 settembre 2019
The LEGO Movie 2 - Una nuova avventura (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/09/2019 Qui
Tema e genere: Pellicola d'animazione sequel del film del 2014 The LEGO Movie.
Tema e genere: Pellicola d'animazione sequel del film del 2014 The LEGO Movie.
Trama: L'invasione aliena dei Duplo minaccia il mondo dei Lego. Che scatena viaggi interstellari, battaglie, incontri.
Recensione: Era il 2014 quando sugli schermi di tutto il mondo arrivò The LEGO Movie (personalmente arrivò un po' più tardi), strabiliante lavoro d'animazione che, partendo dal mondo dei celeberrimi mattoncini danesi inventati da Ole Kirk Kristiansen nel 1916, aveva creato un film spassosissimo, ironico, colorato e pop come pochi altri. Fu un successo incredibile, doppiato di lì a poco dagli spin-off LEGO Batman - Il Film e LEGO Ninjago - Il film, che portarono al successo (l'ultimo un po' meno) un'animazione in grado di unire CGI, Stop Motion e Live Action in modo assolutamente geniale ed efficace. Ora, ad anni di distanza, ecco il sequel ufficiale: The LEGO Movie 2 - Una nuova avventura, per la regia di Mike Mitchell (un fuoriclasse dell'animazione da fine anni '90, regista anche del recente coloratissimo e divertente Trolls) e basato su uno script di Raphael Bob-Waksberg, Matt Fogel, Michelle Morgan, e soprattutto Phil Lord e Christopher Miller, i registi del primo film. Questo secondo capitolo di animazione, come dice il motivetto dei personaggi, continua a essere "meraviglioso" e a riservare sorprese: ancora più musica, ancora più personaggi e mondi (o "Sistemi Sorellari") da esplorare, in un mix appunto (riuscito) di tecniche di animazione e live action. Non ha dalla sua l'elemento novità, ciò nonostante riesce a tenere incollato allo schermo lo spettatore (presumibilmente di tutte le età) grazie ad una storia semplice ma al contempo articolata. Giocando anche con tutti i punti i forti del primo, a partire da quel mondo reale in cui tutto viene costruito e poi prende vita grazie alla fantasia di due ragazzini. Questa volta però ci spostiamo dalla tematica padre/figlio per passare alla relazione tra fratello e sorella, per poter poi trattare il tema della collaborazione e sul come lavorare in squadra sia più creativo. Un'interessante metafora per poter allargare la storia ed includere i nuovi personaggi del sistema Sorellare (di cui sopra) nel film, un film in cui diventa sempre più assidua l'interazione tra il mondo reale e quello Lego giocabile. Un film che viaggia quindi nel solco del predecessore e, nonostante non abbia lo stesso impatto del primo, riesce comunque a divertire genuinamente e soddisfare le aspettative. Lo fa spingendo sui personaggi, sia con i protagonisti, svelando altri particolari su Lucy e Emmet, sia con quelli famosi come Batman (doppiato nuovamente e bene da Claudio Santamaria), e infine con i nuovi, convincenti e sfaccettati nonostante le dimensioni ridotte dei mattoncini LEGO (a partire dalla Regina Wello Ke Wuoglio, trasformista e non-malvagia, fino al Generale Dolce Sconquasso e la sua tecnologia esplosiva). Una delle caratteristiche della pellicola (del franchise) sono le citazioni ed i riferimenti, ed anche qui ne troviamo di più o meno evidenti. Infatti gli sceneggiatori hanno scritto un secondo capitolo davvero ricco di citazioni cinematografiche e rimandi alla cultura pop. Ad esempio Apolypseburg cita classici come "Made Max" e "Fuga da New York". Troviamo un personaggio del sistema Sorellare che ricorda Edward Cullen di Twilight, ritroviamo tre Wonder Woman, una per ogni generazione. Il personaggio di Rex Rischianto è fortemente caratterizzato dalle ultime produzioni di Chris Pratt che lo doppia nella versione originale insieme ad Emmett.
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Mike Mitchell,
Tiffany Haddish,
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Will Arnett
mercoledì 20 marzo 2019
LEGO Batman: Il film (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/08/2017 Qui - Gli amatissimi mattoncini danesi LEGO, complice uno dei supereroi più amati di sempre (anche personalmente nonostante sia l'amico Kryptoniano il mio preferito), travolgono e conquistano un'altra volta. Perché LEGO Batman: Il film (The Lego Batman Movie), film d'animazione del 2017 diretto da Chris McKay, non solo centra l'obbiettivo di aggiungere qualcosa in un campo difficile come quello dei cinecomic, soprattutto se parliamo di una leggenda come Batman e soprattutto nel caso in cui fare di più dopo Tim Burton e Christopher Nolan (molto meno Zack Snyder) era praticamente impossibile, ma fa addirittura un miracolo, superando lo status di pellicola per piccoli e diventando un cult immediato, una geniale girandola pop in cui vengono e si mescolano gli Wham e Lanterna Verde, Man in the Mirror di Michael Jackson e Superman, e poi, in mezzo a un secolo di fumetti DC, ecco riferimenti a non finire, bat-tute formidabili e un Bruce Wayne (doppiato magnificamente da Claudio Santamaria, nell'originale è Will Arnett) che finisce per diventare il perno di un cinecomic molto meglio dei veri cinecomic perché, oltre ad un'anima ben precisa, ha una sceneggiatura che gira come un orologio svizzero, con una sequenza di gag e situazioni da far impallidire i veri colossi DC (ma anche Marvel). Solitario, oscuro, maledetto, qui Batman gioca con il suo mito, ironizza sullo status di cavaliere oscuro, ritorna alla bat-caverna dopo aver salvato il mondo per ritrovarsi solo a fissare le foto dei genitori.
domenica 3 marzo 2019
Lo chiamavano Jeeg Robot (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/03/2017 Qui - In una Roma quanto mai cupa e inquieta, minacciata da una serie di attentati dinamitardi, varie combriccole di malviventi si muovono nei bassifondi, contendendosi la gestione di traffici illeciti e arrabattandosi tra piccoli crimini e regolamenti di conti. Tra questi piccoli criminali c'è anche Enzo Ceccotti, ladruncolo schivo e solitario che un giorno, per sfuggire a due poliziotti che gli stanno alle calcagna si tuffa nel Tevere e entrando in contatto con alcune sostanze tossiche fuoriuscite da dei barili gettati sul fondo del fiume, si scopre in possesso di una forza e resistenza sovraumane. L'uomo, che vive da solo e non ha grandi aspirazioni per il futuro, finirebbe sicuramente col diventare un super-delinquente se il destino non gli facesse incontrare Alessia, una giovane ragazza sensibile e schietta, ma mentalmente instabile, ossessionata dal personaggio di Jeeg Robot d'acciaio (in omaggio alla serie manga e anime Jeeg robot d'acciaio di Gō Nagai, della quale il film riprende alcune tematiche), che Enzo salverà da una brutta situazione, con cui inizierà a stringere con lei un legame sempre più forte, portandolo pian piano dalla parte del bene. Enzo-Hiroshi però dovrà lottare contro la banda dello Zingaro, un cattivissimo Joker 'de noartri' disposto a tutto per raggiungere il potere e la fama. Una serie incredibile di colpi di scena e di trovate esilaranti condurrà i due rivali allo scontro finale, alla battaglia epica tra il bene e il male, dove naturalmente non potrà che trionfare il bene. Detta così, la storia raccontata dallo strepitoso esordio di Gabriele Mainetti sembrerebbe assurda e strampalata, cinematograficamente una follia, un azzardo destinato a un b-movie da dimenticare in fretta. Invece no, Lo chiamavano Jeeg Robot (film del 2015 diretto e prodotto da Gabriele Mainetti e scritto da Nicola Guaglianone e Menotti) è un film tanto coraggioso quanto riuscitissimo, un'opera geniale destinata a rappresentare un passaggio importante nella storia del cinema italiano. Apparentemente la struttura narrativa del film segue difatti l'archetipo classico del mito del supereroe, anche qui, infatti, un uomo qualunque riceve inaspettatamente dei super-poteri, ovviamente non senza difficoltà, attraverso una maturazione interiore in cui diventa consapevole della responsabilità che la nuova condizione esistenziale gli impone, ma non deve trarre in inganno perché l'opera prima del regista è un film duro, violento, malinconico, realistico, stratificato, che concede ben poca ironia e leggerezza rispetto ai blockbuster d'oltreoceano, piuttosto omaggia con nostalgia lo spirito più adulto e agrodolce dei manga nipponici, in cui l'eroe spesso e volentieri cammina su quella linea sottile che separa la giustizia dalla criminalità, il bene dal male, e spesso agisce volutamente nell'ombra, senza cercare né fama né gloria.
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Antonia Truppo,
Avventura action,
Claudio Santamaria,
David di Donatello,
Fantasy drammatico,
Gabriele Mainetti,
Ilenia Pastorelli,
Luca Marinelli,
Salvatore Esposito
domenica 27 gennaio 2019
Il venditore di medicine (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/09/2016 Qui - Il venditore di medicine, film del 2013 di Antonio Morabito è un pugno allo stomaco, forte quanto necessario. La pellicola infatti indaga senza retorica su tutto l'universo corrotto di uomini, medici, manager che ruota intorno al colosso delle case farmaceutiche. Un film perciò duro, che ci mostra una realtà poco conosciuta, quella del comparaggio farmaceutico, con personaggi che senza vergogna fanno di questa pratica parte integrante del proprio lavoro. In questo microcosmo di persone che hanno perso di vista valori e umanità si muove benissimo il venditore di medicine protagonista del film, Bruno, informatore scientifico, magistralmente interpretato da un Claudio Santamaria in stato di grazia (recentemente vincitore di un David di Donatello), che è risucchiato in breve tempo in una parabola discendente senza ritorno. Bruno corrompe tutto e tutti, medici compiacenti, amici, conoscenti fino portare a corruzione anche il rapporto con sua moglie, a cui presta il volto un'elegante Evita Ciri, moglie devota e vittima dell'uomo. Le medicine, che fanno la sua fortuna scambiate e vendute senza alcuno scrupolo, gli serviranno per mettere a tacere la donna ignara del vero volto del marito. Il film di Morabito ben si colloca sulla scia del cinema di impegno civile, anche se non graffia più di tanto e non denuncia ma delinea solamente (si fa per dire) un mondo immorale, il nostro. Questo ritratto impietoso di uno spaccato d'Italia infatti non lascia spazio alla speranza, tutto e tutti si possono comprare e vendere in nome della logica del mero profitto, e le medicine sono considerate al pari di qualsiasi altro bene di consumo. A capo di questa macchina per fare soldi c'è una credibilissima Isabella Ferrari, il cui volto aggraziato fa da contraltare alla spietatezza della donna manager. Anche il primario integerrimo, interpretato in maniera egregia da Marco Travaglio, che all'apparenza sembra incorruttibile, alla fine disvela il suo vero volto cinico e corrotto. Nessuno si salva, e chi tenta di farlo viene immediatamente risucchiato dal sistema. Un sistema corrotto che fa rabbia, consentito e appoggiato dai politici, il cui unico scopo è il profitto e che non tiene minimamente in considerazione il bene dei cittadini, in questo caso i malati, o meglio i pazienti.
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