Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/06/2024 Qui - Il reboot del classico cinematografico del 1954 si svolge in un Giappone in fase di ricostruzione post-bellica, rievocando lo spirito dell'originale. La trama ruota attorno a un antieroe che lotta con il rimorso per non aver avuto il coraggio di essere un kamikaze nel momento decisivo, mettendo in risalto lo spirito collaborativo del popolo. L'alternanza tra le sequenze quasi neorealiste e quelle d'azione spettacolari, supportate da effetti speciali di alta qualità che hanno meritato un Oscar, è ben equilibrata. Nonostante nella seconda parte il film tenda a perdere un po' di forza con situazioni troppo enfatizzate, nel complesso è degno di nota. Il regista giapponese Takashi Yamazaki ha saputo dare il giusto tono alla narrazione, un risultato che, a mio parere, era stato raggiunto solo da Gareth Edwards nei remake hollywoodiani del famoso mostro. La scrittura dei personaggi e i dialoghi sono di alto livello e prevalgono sull'elemento catastrofico, che rimane comunque notevole. Con Shin Godzilla, la migliore riproposizione del personaggio. Voto: 7 [Netflix]
- Home page
- Classifiche
- CINEMA
- Film Anno per Anno dal 2015 ad Oggi
- Tutti i Film
- Film e visioni speciali
- Giornata della Memoria
- Academy Awards
- Filmografie registiche
- Approfondimenti cinematografici
- Day cinematografici
- Saghe cinematografiche
- Cortometraggi
- Promesse cinematografiche [Dal 2018 al 2021]
- NOTTE HORROR
- HALLOWEEN
- CHRISTMAS
- MCU
- DC
- STAR WARS
- Agatha Christie
- ALIEN
- John Wick
- Fast & Furious
- IL GIRO DEL MONDO CINEMATOGRAFICO
- Sharknado
- La notte del Giudizio
- I Spit On Your Grave
- GEEK LEAGUE
- LISTE & CLASSIFICHE ANIME
- ANIME-TION MOVIES & SERIES
- AGGIORNAMENTI LIVE VISIONI & GAMES
Visualizzazione post con etichetta Fantasy action. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fantasy action. Mostra tutti i post
venerdì 28 giugno 2024
venerdì 31 maggio 2024
Rebel Moon - Parte 1: Figlia del fuoco (2023)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2024 Qui - La saga fantasy di Zack Snyder, divisa in due parti, si ispira ampiamente, sia visivamente che narrativamente, alle Guerre stellari di George Lucas, includendo alcuni elementi che superano la mera ispirazione. Nonostante questa marcata derivazione, il film risulta piacevole, con un ritmo sostenuto, ambientazioni affascinanti e personaggi memorabili, anche se alcuni risultano poco definiti e inseriti casualmente. Il make-up è efficace, mentre gli effetti speciali sono meno convincenti (a volte poco credibili), la fotografia è notevole, le scene d'azione sono ben orchestrate e il casting è molto azzeccato, con una brillante Sofia Boutella (però l'uso del rallenty è discutibile). Nel complesso non è male, grazie anche a un'epicità ben calibrata, con la speranza che la seconda parte sia ancora più coinvolgente. Voto: 6 [Netflix]
Labels:
Avventura epica,
Charlie Hunnam,
Djimon Hounsou,
Doona Bae,
Ed Skrein,
Fantasy action,
Fra Fee,
Jena Malone,
Michiel Huisman,
Netflix,
Ray Fisher,
Sci-fi,
Sofia Boutella,
Zack Snyder
venerdì 16 dicembre 2022
The Northman (2022)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/12/2022 Qui - Robert Eggers al suo terzo lungometraggio si conferma regista di ottima caratura. Egli che abbandona in parte l'oltranzismo di The Lighthouse per raccontare una
magica epopea nordica, tra riferimenti shakespeariani, rituali tribali e
vendette che pulsano truculenza: ne esce un film scorrevole e
visionario, in continua oscillazione tra realtà e immaginazione e
dall'intreccio non del tutto scontato. Il regista sfrutta a dovere
l'ottimo cast a disposizione (come rende Anya Taylor-Joy una dea,
nessun altro), non rinuncia alla cura formale che gli è
tipica (un connubio fotografia/confezione/ambientazioni di eccellente
caratura) e riesce a ottenere un ottimo equilibrio tra puro
intrattenimento
e autorialità (coinvolgente, con il dramma che si mescola al visionario
in modo impeccabile, stile narrativo eccezionale, a tratti poetico).
Peccato solo che la CGI non sia sempre efficace. In conclusione The Northman è un film potente a cui non interessa
piacere, ma solo imprigionare lo spettatore nel suo mondo violento e
sanguinario. Una missione che riesce a compiere pienamente e che è la
migliore cosa che possa capitare a chi vedere potrà, davvero un film sorprendente e una festa per gli occhi. Voto: 7,5
Labels:
Alexander Skarsgård,
Anya Taylor-Joy,
Avventura epica,
Claes Bang,
Dramma sportivo,
Ethan Hawke,
Fantasy action,
Nicole Kidman,
Ralph Ineson,
Robert Eggers,
Willem Dafoe
The Adam Project (2022)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/12/2022 Qui - Un film che è la naturale continuazione del sodalizio che
si è
formato da Shawn Leavy come regista e Ryan Reynolds come attore, già in
coppia nel precedente Free guy. Questo film non è sicuramente
all'altezza del precedente, più riuscito, ma assicura comunque un
discreto
intrattenimento. L'influenza del filone supereroistico si fa sentire anche
per il design e la presenza di comprimari di lusso come la Zoe Saldana e
Mark Ruffalo più la Jennifer Garner, ma sono appunto
comprimari dello
stesso Reynolds
con un'opera cucita su misura e dove tutto sommato fa sempre il solito
personaggio a cui siamo abituati ultimamente. Trama fluida non
originalissima (le citazioni si sprecano) ma senza dubbio sa toccare le
corde giuste: il tono è quello scanzonato ed ironico ma non manca il
lato tenero che sa emozionare e far scendere una lacrimuccia. Una
visione godibile che si porta a termine senza nessuna fatica. Voto: 6,5
Labels:
Catherine Keener,
Fantasy action,
Jennifer Garner,
Mark Ruffalo,
Netflix,
Ryan Reynolds,
Sci-fi,
Shawn Levy,
Viaggi nel tempo,
Walker Scobell,
Zoe Saldana
lunedì 11 gennaio 2021
Star Wars: L'ascesa di Skywalker (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/01/2021 Qui - L'epopea di Guerre Stellari si conclude (forse) con questo nono capitolo che per la verità non mette in campo molte idee originali, rimasticando situazioni già viste, riesumando personaggi come Palpatine che avevano ormai già dato tutto alla causa e guarnendo il tutto con camei fuori contesto degli eroi della prima saga. Ce n'è abbastanza per far spazientire anche il fan meno oltranzista (incongruenze e sbalzi improvvisi) eppure in un modo o nell'altro (che per la Disney significa inseguimenti, battaglie ed effetti speciali a profusione) un minimo di spettacolo è garantito. Proprio un minimo perché il film non è destinato a passare alla storia come capolavoro del genere, neanche lontanamente. Do la sufficienza solo perché sono affezionato alla saga e comunque a livello tecnico e visivo appunto funziona tutto. J. J. Abrams comunque delude, forse aveva poco tempo a disposizione, ma la sensazione è che abbia cercato di rimediare alle soluzioni introdotte da Rian Johnson e non concordate (dell'Episodio VIII), peccato che lo faccia male. Voto: 6
Labels:
Adam Driver,
Avventura epica,
Carrie Fisher,
Daisy Ridley,
Fantasy action,
J.J. Abrams,
John Boyega,
Keri Russell,
Lupita Nyong'o,
Mark Hamill,
Naomi Ackie,
Oscar Isaac,
Richard E. Grant,
Star Wars
mercoledì 23 ottobre 2019
The Boy and the Beast (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/10/2019 Qui
Tema e genere: Film d'animazione giapponese vincitore di un Oscar nazionale, un action fantasy ma non solo.
Tema e genere: Film d'animazione giapponese vincitore di un Oscar nazionale, un action fantasy ma non solo.
Trama: Un bambino rimasto solo nel mondo degli umani trova in quello dei mostri una casa, affetto e un (bizzarro) secondo padre che gli insegnerà a combattere il male, anche quello dentro di lui.
Recensione: Immaginatevi due mondi, paralleli ma connessi: uno è quello che conosciamo, nel quale viviamo, l'altro è un mondo dominato da bestie, esseri ferini dall'aspetto antropomorfo. Parte da questo concetto l'ambientazione di The Boy and the Beast, film giapponese di Mamoru Hosoda, regista che ho conosciuto grazie a questo film, un film che non sarà sicuramente l'unico che di lui vedrò. In tal senso se avessi saputo che il film riprendeva alcuni dei temi già da lui proposti in precedenti suoi lavori, l'avrei visto dopo aver visto La ragazza che saltava nel tempo, Summer Wars e Wolf Children (2 di questi incredibilmente erano già in lista), ma è andata così e non ho rimpianti (e comunque li vedrò prossimamente insieme ad il suo ultimo lavoro, Mirai, nella lista dei film Premi Oscar 2019 da vedere). Nessun rimpianto dicevo, perché sì, anche senza conoscere la sua filmografia e concetti, ho apprezzato tanto questo bel film. Un film che con una scena di apertura pregevole, ci presenta un ragazzino di nome Ren (Kyuta), orfano due volte: per la madre deceduta e per un padre scomparso al quale non viene dato in affidamento. Ed è in questo preciso momento in cui il protagonista decide di scappare e vivere nel pieno vagabondaggio, fino a quanto non incontrerà una creatura parlante, Kumatetsu, appartenente ad un'altra dimensione, quella delle bestie (che non vede di buon occhio gli umani, portatori naturali delle tenebre). Riunitosi nel mondo parallelo, Ren sarà sotto la sua (scorbutica) ala come apprendista fino al momento in cui, inaspettatamente, scoprirà la via di ritorno al mondo reale. E da allora, Ren sarà in grado di destreggiarsi, cavarsela da solo, per continuare a vivere tra le due dimensioni. Ma quando entrambi i mondi saranno in pericolo, toccherà a lui sistemare tutto. The Boy and the Beast è insomma un film a metà tra il fantasy e il classico racconto di formazione, una pellicola che nella sua tematica rende omaggio anche ad imponenti opere del calibro di Moby Dick, o quelle culturali e storiche ritraenti la mitologia giapponese. Un film quindi che ha una sceneggiatura ed un soggetto che vanno al di là del classico film per bambini, trattando appunto temi decisamente adulti, ma mascherandoli con un velo di comicità. Impossibile infatti trattenere il sorriso dinanzi i siparietti comici creati dalla strampalata coppia ogni qual volta litiga, così come è difficile trattenere qualche lacrima sul finale quando i toni si fanno decisamente più cupi.
martedì 27 agosto 2019
Yakuza Apocalypse (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/08/2019 Qui
Tema e genere: Film d'azione horror grottesco giapponese che parla di yakuza e vampiri, e no, non è uno scherzo.
Trama: Akira ammira Genyo Kamiura, il più potente uomo della yakuza sopravvissuto numerose volte a vari attentati. A causa di tale ammirazione, decide di entrare nel mondo della mafia giapponese ma ben presto rimane deluso da una realtà diversa da quella vista nei film e dalla mancanza di valori come fedeltà e carità. La situazione però si complica quando Genyo entra nel mirino di un gruppo di assassini, che conoscono la sua vera natura di vampiro.
Recensione: Parlare della Yakuza giapponese è sempre argomento valido, quindi perché non allargare il campo facendoli diventare dei vampiri? E' infatti è quello che succede in Yakuza Apocalypse, un film che presenta appunto un'impressionante mescolanza di generi e di situazioni, per cui definirlo "thriller/action" oppure "vampire movie" sarebbe riduttivo. A dirigerlo è ovviamente Takashi Miike (uno specialista del tema della yakuza, avendo girato molti film con questo argomento), che regala al pubblico un film camaleontico che attraversa e mischia più generi fino a toccare vette di esilarante surrealismo e di originalità. Pregno di sequenze splatter, di violenza e di momenti bizzarri, Yakuza Apocalypse riflette perfettamente il particolare stile del cineasta giapponese. In questo yakuza movie condito da arti marziali e intaccato dal tema del vampirismo, Miike inserisce anche i personaggi più disparati attingendo anche dall'immaginario folkloristico giapponese. Rimane impresso anche il killer con lo zaino a forma di bara che ricorda Django ma anche tanti altri (stavolta però l'omaggio al contrario che in Sukiyaki Western Django si ferma qui). Non è tutto perché il protagonista dovrà affrontare anche un uomo che indossa un costume da rana (il personaggio più fantastico di tutti) e infine un mostro enorme che ricorda i kaijū (i mostri tipici della fantascienza giapponese). Miike apporta delle novità anche nel tema del vampirismo distinguendosi dai soliti vampire movie: la persona che viene morsa da un vampiro infatti si comporta come un membro della yakuza generando duelli di arti marziali e quindi violenza e caos. E così, tra colpi di scena, personaggi al limite del surreale (tipicamente giapponesi) e tanto sangue si ha modo di apprezzare questo prodotto della durata di quasi due ore. Un prodotto che intrattiene e riesce anche a far ridere, grazie appunto ad un impianto puramente grottesco e pieno di strane e curiose trovate. Un film in cui spettacolari sono le scene di lotta, grazie soprattutto agli interpreti chiamati in causa come Yayan Ruhian nel ruolo del villain (impossibile dimenticare le sue performance anche in The Raid e The Raid 2) ed il protagonista Hayato Ichihara, non un professionista nelle arti marziali ma che ben figura nelle coreografie di lotta. Un film, anzi, una bomba ad orologeria che esplode sin dai primi minuti travolgendo lo spettatore che non può far altro che ammirare gli eventi carichi di azione, passione e umorismo, abbellito dal finale enigmatico. Insomma un film folle e straordinario che nella sua durata di quasi 2 ore ingloba, oltre all'inconfondibile stile registico, anche gran parte della cultura, delle tradizioni e del folklore giapponese. Il risultato non solo è notevole ma anche sorprendente.
Trama: Akira ammira Genyo Kamiura, il più potente uomo della yakuza sopravvissuto numerose volte a vari attentati. A causa di tale ammirazione, decide di entrare nel mondo della mafia giapponese ma ben presto rimane deluso da una realtà diversa da quella vista nei film e dalla mancanza di valori come fedeltà e carità. La situazione però si complica quando Genyo entra nel mirino di un gruppo di assassini, che conoscono la sua vera natura di vampiro.
Recensione: Parlare della Yakuza giapponese è sempre argomento valido, quindi perché non allargare il campo facendoli diventare dei vampiri? E' infatti è quello che succede in Yakuza Apocalypse, un film che presenta appunto un'impressionante mescolanza di generi e di situazioni, per cui definirlo "thriller/action" oppure "vampire movie" sarebbe riduttivo. A dirigerlo è ovviamente Takashi Miike (uno specialista del tema della yakuza, avendo girato molti film con questo argomento), che regala al pubblico un film camaleontico che attraversa e mischia più generi fino a toccare vette di esilarante surrealismo e di originalità. Pregno di sequenze splatter, di violenza e di momenti bizzarri, Yakuza Apocalypse riflette perfettamente il particolare stile del cineasta giapponese. In questo yakuza movie condito da arti marziali e intaccato dal tema del vampirismo, Miike inserisce anche i personaggi più disparati attingendo anche dall'immaginario folkloristico giapponese. Rimane impresso anche il killer con lo zaino a forma di bara che ricorda Django ma anche tanti altri (stavolta però l'omaggio al contrario che in Sukiyaki Western Django si ferma qui). Non è tutto perché il protagonista dovrà affrontare anche un uomo che indossa un costume da rana (il personaggio più fantastico di tutti) e infine un mostro enorme che ricorda i kaijū (i mostri tipici della fantascienza giapponese). Miike apporta delle novità anche nel tema del vampirismo distinguendosi dai soliti vampire movie: la persona che viene morsa da un vampiro infatti si comporta come un membro della yakuza generando duelli di arti marziali e quindi violenza e caos. E così, tra colpi di scena, personaggi al limite del surreale (tipicamente giapponesi) e tanto sangue si ha modo di apprezzare questo prodotto della durata di quasi due ore. Un prodotto che intrattiene e riesce anche a far ridere, grazie appunto ad un impianto puramente grottesco e pieno di strane e curiose trovate. Un film in cui spettacolari sono le scene di lotta, grazie soprattutto agli interpreti chiamati in causa come Yayan Ruhian nel ruolo del villain (impossibile dimenticare le sue performance anche in The Raid e The Raid 2) ed il protagonista Hayato Ichihara, non un professionista nelle arti marziali ma che ben figura nelle coreografie di lotta. Un film, anzi, una bomba ad orologeria che esplode sin dai primi minuti travolgendo lo spettatore che non può far altro che ammirare gli eventi carichi di azione, passione e umorismo, abbellito dal finale enigmatico. Insomma un film folle e straordinario che nella sua durata di quasi 2 ore ingloba, oltre all'inconfondibile stile registico, anche gran parte della cultura, delle tradizioni e del folklore giapponese. Il risultato non solo è notevole ma anche sorprendente.
mercoledì 26 giugno 2019
Nemesi (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2019 Qui - Nemesi (Thriller, Usa 2016): Cosa succede quando uccidi il fratello di una delle più abili chirurghe del pianeta? Che lei ti fa rapire e ti cambia sesso. Questo è quello che accade nei primi venti minuti dell'ultima fatica del regista Walter Hill, vecchia conoscenza del cinema anni '80. Infatti, quando il killer per contratto Frank Kitchen uccide il dissoluto Sebastian Jane, che deve dei soldi alla mala, la sorella della vittima, la Dott.ssa Rachel Jane, chirurgo plastico geniale e body artist, radiata dall'ordine dei medici, medita una vendetta veramente atroce e pedagogica, nelle sue intenzioni, ma Frank non ci pensa proprio a ripartire, non cerca redenzione ma solo vendetta. Dicevo le intenzioni, se quelle di Michelle Rodriguez (con tanto di ridicoli protesi al naso e barbetta finta) tutto sommato riescono, quelle del regista si infrangono immediatamente, anche perché ci vuole una bella dose di sospensione dell'incredulità per star dietro al racconto, che sembra carente proprio in quelli che dovrebbero essere i suoi punti di forza. Difatti, nonostante uno spunto interessante, che viene oltretutto e sostanzialmente ignorato, il film non funziona. Giacché un paio di nudi integrali della protagonista non possono aprire riflessione alcuna sull'impatto emotivo dovuto al cambiamento di sesso, al massimo accennano ad un idea di carnalità che però rimane in superficie, fine a se stessa, un film sulla vendetta, ci tiene il regista a sottolineare questo aspetto, guardandosi bene dal fornire spiegazioni sul cambio di sesso imposto come una punizione. Ed allora, così epurato, il film diventa un banale film sulla vendetta, abbastanza volgare ed inutilmente violento, girato senza un filo di ironia (bel difetto per un "B movie"), una brutta copia di "Jimmy Bobo", tanto per citare un recente lavoro del regista. C'è ben poca azione in Nemesi, i personaggi parlano troppo e spesso a sproposito, il racconto avanza in modo farraginoso e artefatto. Non fosse per Michelle Rodriguez (che concede più corpo, sempre se era il suo davvero, che anima al personaggio, ma con risultati alterni) e per Sigourney Weaver (lei sempre ottima, che vince a mani basse il duello fra star, dimostrando che la classe non è acqua), si sarebbe tentati di mollare il film al suo destino dopo soli 5 minuti. Non lo si fa, ma alla fine i 95 minuti o giù di lì di visione finiscono nel vuoto cosmico. Voto: 4
martedì 18 giugno 2019
Akira (1988)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/11/2018 Qui - Film di animazione di culto della fine degli anni '80, uscito quest'anno nuovamente al cinema esattamente a trent'anni di distanza (restaurato e con un nuovo doppiaggio, io però ho visto la versione "originale"), Akira (recuperato proprio in occasione di questo compleanno), film d'animazione della durata di circa 120 minuti, prodotto nel 1988 dalla collaborazione tra le maggiori compagnie di produzione cinematografica giapponesi dell'epoca, fu portato su grande schermo da Katsuhiro Ôtomo (il quale diviene protagonista anche nella pellicola, nel ruolo di regista e, ovviamente, sceneggiatore), l'autore del manga omonimo le cui pubblicazioni iniziarono qualche anno prima. L'opera ha avuto un grosso impatto a livello mediatico, attirando in seguito anche l'attenzione dei mercati occidentali. Attualmente è considerato uno dei capisaldi dell'animazione Giapponese ed internazionale, ma Akira merita veramente questo titolo? Probabilmente si, eppure la sua valutazione, per quanto mi riguarda, non supera la sufficienza. Il motivo di tale voto, apparentemente severo se si considera il successo riscontrato praticamente ovunque nel mondo, è dovuto principalmente alla sceneggiatura, che definirei estremamente confusa e caotica. Gli eventi si susseguono rapidamente ed apparentemente senza una vera logica, o comunque risultano estremamente difficili da seguire. Non ho letto il manga originale (in tal senso fare paragoni mi stato è impossibile produrre, cosicché il voto è meramente collegato alla "mia" visione del film), ma documentandomi brevemente, ho capito che molte scene sono state tagliate, alcuni personaggi completamente eliminati, e, di conseguenza, molte spiegazioni sono venute meno. Sicuramente, per chi ha letto in precedenza la controparte cartacea, sarà stato ed è stato più semplice seguire questo lungometraggio, ma per un neofita del prodotto le difficoltà non sono state e non saranno poche, anzi, andando verso la conclusione della pellicola lo spettatore vedrà i suoi dubbi aumentare. Ora, è vero, inutile negarlo: non tutte le domande che ci si può ragionevolmente porre durante la visione troveranno una risposta (per cui, se vi piacciono le storie dotate di un finale netto, chiaro e risolutore, guardare altrove) tuttavia questo non è in realtà strano se consideriamo questo aspetto nel contesto della cultura orientale, che vede di buon occhio il finale aperto, che lascia volutamente lo spettatore con qualcosa su cui arrovellarsi e ragionare, personalmente però dopo la visione la mia espressione era quella del "Ehm...quindi?" (poiché più aperto di così il finale non potrebbe essere).
venerdì 14 giugno 2019
The Great Wall (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/10/2018 Qui - The Great Wall (Azione, USA, Cina, 2016): No, da Zhang Yimou proprio non me l'aspettavo un film del genere, un film certamente godibile (anche perché come mero prodotto di intrattenimento, il suddetto funzionerebbe pure, ha una sua logica nella sua illogicità, e mi ha strappato pure qualche sorriso) ma non certo indimenticabile, anzi. Il film infatti, che sembri pescare dalla sua stessa filmografia e che sembri palesemente citare Il Signore degli Anelli e i Power Rangers, che perciò nella sostanza viaggi con il pilota automatico, al di là di alcuni dettagli (scenografie e costumi) importanti, si rivela essere un blockbuster, furbescamente passato per film d'avventura storico ambientato durante il medioevo (ovviamente la grande muraglia di cui si parla è quella cinese, che secondo la pellicola, come vedranno alcuni guerrieri occidentali finiti lì per caso, fu realizzata per tenere lontani non solo i mongoli ma anche qualcosa di più disumano e pericoloso), abbastanza mediocre. Difatti si tratta tristemente del primo "marchettone" (dopotutto si tratta del suo primo film in lingua inglese) del grande regista cinese (sono suoi i bellissimi film Lanterne Rosse, La Foresta dei Pugnali Volanti e Hero tra gli altri) che piega il suo talento alle esigenze commerciali hollywoodiane per il solito polpettone tutto effetti visivi e poca sostanza della Legendary che mescola qui wuxia e fantascienza con risultati indigesti. E al netto di una computer grafica che si rivela non propriamente all'altezza, e di creature dal design non proprio originale, ci si ritrova soprattutto a chiedere quale sia la funzione di Willem Dafoe nel film, un film dove tutti i personaggi (da Matt Damon a Pedro Pascal fino alla bella Tian Jiang) sono tagliati con l'accetta e monodimensionali, figli di una sceneggiatura svogliata (e ampiamente prevedibile). Perché certo, le battaglie sono spettacolari e il divertimento non manca, ma tutto è al limite del trash. In conclusione perciò, The Great Wall, è un difettosissimo blockbuster che (se preso per quel che è) riesce a intrattenere il tempo giusto per farsi odiare o per riempire una serata vuota o noiosa. Tuttavia cinematograficamente parlando è poca cosa. Voto: 5+
mercoledì 29 maggio 2019
Power Rangers (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/07/2018 Qui - Ci tengo fin da subito a precisare che faccio parte di quella categoria di persone che da bambino era leggermente fissato con i Power Rangers essendo io un 1985, la primissima serie dedicata a loro, quella che è durata dal 1993 al 1995, quelle nuove uscite successivamente non le ho mai viste se non a sprazzi, ormai ero un po' troppo grandicello. Dunque è questa un'altra semplice e misera operazione nostalgia? Sì, ma non del tutto, non solo perché chi non ha mai sentito parlare di questi supereroi grazie a questo film li amerà, soprattutto grazie ai ragazzi protagonisti, simpatici e stravaganti, interpretati da attori poco conosciuti ma decisamente funzionali, ma perché chi appunto li ha visti, sarà forse rimasto come me piacevolmente sorpreso da un riadattamento "reboot" davvero piacevole nel contenuto e nella forma. Perché certo, ci si aspettava in tal senso una pellicola trash (non dimentichiamoci com'era la serie tv), e invece no, non del tutto almeno. Perché questo Power Rangers, film del 2017 diretto da Dean Israelite, si rivela essere un film fedele al materiale originale (mantenendone tuttavia lo spirito trash e volutamente sopra le righe) ma riuscendo comunque nell'impresa di essere più profondo del previsto, prendendosi il più possibile sul serio, pur lasciando spazio ad una velata ironia che è tipica di certe produzioni. Il film del regista sudafricano infatti, restando fedele al suo target di riferimento e a quello contemporaneo, offre una rilettura onesta e godibile della celebre serie tv, con l'occhio rivolto all'adolescenza. Egli difatti confeziona un film perfetto per i teenager ricco di effetti speciali, riflessioni sull'adolescenza e qualche momento horror. Via quindi quelle atmosfere fantastiche e cartoonesche che caratterizzavano il serial (la vena scanzonata a cui eravamo abituati non c'è più), per far posto ad un approccio più concreto e realistico che il cinema di oggi, e di un certo tipo, predilige. Un approccio, nonostante la trama ricalchi grossomodo le orme della serie tv, completamente nuovo.
venerdì 24 maggio 2019
One Piece Gold: Il film (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/05/2018 Qui - Con una trama che all'inizio può ricordare quella di Ocean's Eleven, One Piece Gold: Il film è un lungometraggio avvincente e dinamico, con continui colpi di scena. Il film infatti, tredicesimo film dedicato alla ciurma di Cappello di Paglia e facente parte quindi della famosissima serie anime e manga (creata nel 1997 ed edita in Italia nel 2001), sceneggiato da Tsutomi Kuroiwa, con la supervisione di Eiichiro Oda, storico creatore di One Piece (il manga più venduto al mondo), e diretto da Hiroaki Miyamoto, è un'opera, in cui l'animazione è ottima e il divertimento è garantito, in grado di sorprendere, soprattutto i fan della serie, giacché nuovi personaggi vanno ad arricchire il già vasto universo dell'anime (che può vantare undici speciali, tredici film e due corti in 3D) che viene messo in onda in Giappone nel 1999 e in Italia per la prima volta su Italia 1 nel 2001. Proprio da quell'anno che il suddetto è diventato un appuntamento fisso per milioni di appassionati compreso me, tanto che a distanza di anni è ancora (negli ultimi dieci/quindici anni) uno dei miei cartoon preferiti. Tuttavia negli ultimi quattro anni a causa dell'interruzione da parte di Mediaset, anche se quest'anno sembrerebbe finalmente tornato con nuove puntate, sono rimasto parecchio indietro (ancora fermo verso la fine della saga degli uomini-pesce). Non a caso mi sono approcciato a questo tredicesimo film (il primo però che vedo interamente, perché non sono sicuro di quanti durante la messa in onda delle puntate ne avranno mandati a tronconi) con una certa titubanza. Proprio perché solo cercando informazioni ho saputo che la pellicola temporalmente si colloca a cavallo di due cicli narrativi che ancora non ho visto, ovvero dopo il ciclo narrativo di Dressrosa in cui cappello di paglia ha sconfitto Doflamingo e conosciuto Sabo, terzo fratello in possesso delle abilità date dal frutto Foco Foco. Per fortuna ciò non è stato un grande problema (o almeno solo in parte) poiché esso non si discosta tanto dagli standard, dai temi e narrazione, della serie anime originale.
Labels:
Animazione,
Avventura,
Cartoons,
Fantasy action,
Manga
giovedì 23 maggio 2019
Yattaman: Il film (2009)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/05/2018 Qui - Partiamo da un presupposto importante per questa recensione e per questa pellicola facente parte delle mie promesse cinematografiche 2018, ovvero che questa roba assurda non va giudicata come un normale film. Se no, si dice subito che è totalmente improponibile, spesso imbarazzante per le scemenze proposte, malgrado qualche bella situazione umoristica, tanto che a volte viene da dire che il traduttore si è preso delle belle licenze (anche se in verità è uno primi che vedo di questo genere in ambito non occidentale). Giudicandolo invece per la totale pazzia che è, non è poi malvagio, anzi. Bisogna avere in mente i cartoni animati da cui prende ispirazione, che a loro volta erano strampalati assai. Questa pellicola del 2009 infatti, è il live action di uno cartoni (degli anni '80) più folli e bizzarri forse di sempre, cioè Yattaman, uno dei miei cartoni preferiti da bambino, come avrete potuto constatare nella mia Compilation Geek di settimane fa. Non a caso il prologo di questa pazza pellicola è ricco d'azione e d'ironia, risultando, soprattutto grazie alla capacità di rimanere altamente fedele al bizzarro spirito del cartoon, dal quale riprende addirittura i temi musicali, immediatamente accattivante ed infine risultando un prodotto godibile e riuscito. Proprio perché Yattaman (Yatterman nella versione internazionale) è un prodotto di semplice intrattenimento senza doppi fini, senza profondi messaggi, senza eroi oscuri e tetre controparti: puro divertissement d'autore senza pretenziosità e quasi senza passi falsi. In tal senso, dato che si tratta di una produzione che doveva miscelare adeguatamente attori reali e CGI, si è scelto di puntare interamente sull'affetto dei fan verso l'opera, sia in patria (dove ha ottenuto un successo clamoroso) che fuori, e si è deciso di affidare il progetto al regista Takashi Miike (The Call: Non rispondere, la trilogia di Dead or Alive, 13 Assassini e tanto altro) che nella carriera ha alternato produzioni abbastanza discutibili a film inaspettati e più che piacevoli. Non a caso è uno dei registi più incredibili e visionari (per molti un genio perverso) della scena cinematografica asiatica, più semplicemente la visione spesso estrema del "Tarantino d'Oriente", un regista forse e soprattutto amato per i film ambientati nel mondo della Yakuza che tuttavia si è negli anni dimostrato un regista poliedrico che prendendo spesso spunto per le sue sceneggiature dalla produzione manga e tanto altro, ha saputo abbracciare generi e tematiche disparate riuscendo sempre a prevalere.
sabato 4 maggio 2019
Monster Trucks (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2018 Qui - Non sapevo cosa fosse un guilty pleasure finché non ho visto Monster Trucks, film del 2016 diretto da Chris Wedge che, rifacendosi molto ai modelli Old-Style '80s, regala allo spettatore 90 minuti di divertimento senza grosse pretese. Perché anche se il divertimento è leggero, insomma, un po' affrettato, però c'è, e ci sono le giuste facce (Lucas Till degli ultimi X-Men di Bryan Singer compreso Apocalisse e la bella Jane Levy di Man in the Dark). Non la si può dire una favola ecologista, perché su quel versante c'è una certa confusione di fondo, ma va riconosciuto al film di Chris Wedge, che torna alla regia dopo lunga assenza, da Epic: Il Mondo Segreto del 2013, il merito non da poco di stare brillantemente, quasi elegantemente, in equilibrio sopra un'idea a dir poco balzana. Quella di approcciarsi allo schema classico nel cinema per ragazzi, ma in modo decisamente accattivante, nulla di particolarmente originale o di sfizioso (innovativo o coraggioso), ma tanto da essere adatto a tutti, lasciandosi così guardare senza danni, assicurando quindi un passatempo sufficientemente godibile. Dopotutto quello che dal trailer sembrava il più furbesco e meschino dei disastri, in realtà è stato l'opposto. Certo, la storia è sempre quella del teenager che fa amicizia con una strana creatura che è braccata dai cattivi di turno che vogliono disfarsene per il proprio tornaconto e che man mano che si affeziona finirà perfino per aiutarlo, e poi seguono riunioni di famiglie, con tanto di lieto fine, ma è semplicemente affascinante, proprio nel senso letterale del termine.
martedì 16 aprile 2019
Warcraft: L'inizio (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/12/2017 Qui - Premetto che non ho mai giocato a Warcraft, ma essendo un videogiocatore lo conosco e conosco la Blizzard, probabilmente una delle più grandi e talentuose software house esistenti, tanto da creare un universo talmente enorme, diversificato, pieno di personaggi, mondi, storie e quant'altro, vantando milioni di fan e giocatori in tutto il globo. E' quindi evidente che produrne un film, questo, Warcraft: L'inizio (Warcraft), avventura fantasy del 2016 co-scritta e diretta da Duncan Jones, sarebbe stata un'impresa molto difficile e complessa, anche per il regista, figlio del compianto David Bowie e già autore di grandi successi, anche di critica come Moon e Source Code, ma l'impresa sembra decisamente riuscita. Questa volta infatti, nonostante la paura di trovarsi di fronte all'ennesimo mediocre prodotto rivolto ai solo fan, giacché quando si parla di opere cinematografiche derivate dal mondo videoludico c'è sempre la paura di ciò, bisognerà ricredersi, perché in Warcraft la regia è stata prudente e gli errori visti in film analoghi sono stati evitati. Pur non conoscendo quasi affatto la vicenda di cui si narra, come il sottoscritto, è facile esserne infatti completamente coinvolti (anche perché non è difficile capire tutto quello che gira attorno al film, dopotutto le vicende che vengono narrate nel film a mio parere sono comprensibilissime per chiunque sia capace d'intendere e di volere), con il risultato che le due ore di proiezione scorrono gradevolissime ed a fine proiezione la voglia di saperne ancora su questo nuovo mondo fantasy (sull'orlo di una guerra civile quando i suoi abitanti sono costretti a fare fronte all'attacco invasore di terribili guerrieri orchi in cerca di nuove terre da colonizzare) è tanta. Il regista infatti è riuscito nell'ardua impresa di proporre un film adatto a tutti, anche a chi non si è mai avvicinato prima a questa saga.
Labels:
Avventura epica,
Ben Foster,
Ben Schnetzer,
Callum Keith Rennie,
Clancy Brown,
Dominic Cooper,
Duncan Jones,
Fantasy action,
Glenn Close,
Ruth Negga,
Toby Kebbell,
Travis Fimmel
giovedì 4 aprile 2019
Rogue One: A Star Wars Story (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2017 Qui - Il primo dei cosiddetti "film antologici", che usciranno in alternanza con i film della saga principale (l'ottavo è già pronto e il secondo spin-off ha già il titolo), in modo da non lasciare mai a bocca asciutta i fan, Rogue One: A Star Wars Story, noto semplicemente come Rogue One, film del 2016 diretto da Gareth Edwards, si rivela, inaspettatamente, un film più riuscito de Il risveglio della Forza, e questo è dovuto ad una serie di fattori. Innanzitutto, non s'impone con il ricatto emotivo derivante dall'inevitabile effetto nostalgia scatenato da quel film per poi proporre un remake sotto mentite spoglie dell'originale del '77 (come sottolineato nella mia recensione di un anno fa, anche se era comunque uno dei pregi), ed anzi si concentra su una storia collaterale e su personaggi quasi del tutto sconosciuti al grande pubblico (in quanto, per la gran parte, inventati appositamente per il film). Anche perché Rogue One si propone di dare una spiegazione accettabile (cercando di rendere giustizia ad un "personaggio" che fino ad ora era rimasto sullo sfondo, nonostante 7 film), al come l'Alleanza Ribelle sia entrata in possesso dei piani della Morte Nera, che sarà poi il punto di partenza della trilogia originale. Dopotutto l'alleanza ribelle era il presupposto che permetteva l'azione dei personaggi principali, ma la storia è sempre stata guidata da pochi. Qui invece puntando sui ribelli il film riesce e permette di confrontare le diverse origini e motivazioni dei personaggi che compongono questa ribellione. Non un gruppo monolitico ma un insieme di storie personali diverse e opinioni anche distanti su come agire che trovano il loro senso e il loro scopo comune nella rivolta contro la dittatura dell'impero.
Labels:
Alan Tudyk,
Avventura epica,
Ben Mendelsohn,
Diego Luna,
Donnie Yen,
Fantasy action,
Felicity Jones,
Forest Whitaker,
Gareth Edwards,
Mads Mikkelsen,
Riz Ahmed,
Star Wars
mercoledì 20 marzo 2019
LEGO Batman: Il film (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/08/2017 Qui - Gli amatissimi mattoncini danesi LEGO, complice uno dei supereroi più amati di sempre (anche personalmente nonostante sia l'amico Kryptoniano il mio preferito), travolgono e conquistano un'altra volta. Perché LEGO Batman: Il film (The Lego Batman Movie), film d'animazione del 2017 diretto da Chris McKay, non solo centra l'obbiettivo di aggiungere qualcosa in un campo difficile come quello dei cinecomic, soprattutto se parliamo di una leggenda come Batman e soprattutto nel caso in cui fare di più dopo Tim Burton e Christopher Nolan (molto meno Zack Snyder) era praticamente impossibile, ma fa addirittura un miracolo, superando lo status di pellicola per piccoli e diventando un cult immediato, una geniale girandola pop in cui vengono e si mescolano gli Wham e Lanterna Verde, Man in the Mirror di Michael Jackson e Superman, e poi, in mezzo a un secolo di fumetti DC, ecco riferimenti a non finire, bat-tute formidabili e un Bruce Wayne (doppiato magnificamente da Claudio Santamaria, nell'originale è Will Arnett) che finisce per diventare il perno di un cinecomic molto meglio dei veri cinecomic perché, oltre ad un'anima ben precisa, ha una sceneggiatura che gira come un orologio svizzero, con una sequenza di gag e situazioni da far impallidire i veri colossi DC (ma anche Marvel). Solitario, oscuro, maledetto, qui Batman gioca con il suo mito, ironizza sullo status di cavaliere oscuro, ritorna alla bat-caverna dopo aver salvato il mondo per ritrovarsi solo a fissare le foto dei genitori.
sabato 9 marzo 2019
Tartarughe Ninja: Fuori dall'ombra (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/05/2017 Qui - Dopo il più che sufficiente primo capitolo (di cui ho già parlato, insieme a tante cose, tempo fa qui), che ha di fatto segnato il riavvio della serie cinematografica basata sui celebri fumetti delle Tartarughe Ninja di Kevin Eastman e Peter Laird, i quattro amici verdi sono tornati, con un seguito che si prometteva di essere ancora più fedele al glorioso passato, ed è stato così, almeno in parte. Il pregio più grande di questa nuova saga è, difatti, senza dubbio la volontà di proporre la mitologia originale del franchise in maniera scanzonata, similmente a quanto fatto con quella di Transformers (paragone giustificato dal fatto che il film è nuovamente prodotto da Michael Bay), senza ricercare o inseguire necessariamente lo stile serioso di altri prodotti simili e ben più 'dark'. Per questo Tartarughe Ninja: Fuori dall'ombra (Teenage Mutant Ninja Turtles: Out of the Shadows), film del 2016 diretto da Dave Green, è un film (in live action) sorprendente e di gran lunga superiore al primo. Certo, dopo le critiche discordanti ricevute dal primo capitolo nel 2014, era difficile ipotizzare qualcosa di peggio (sta di fatto che anche quest'ultimo non ha riscosso molto successo), ma sarà stato il cambio di regista (al posto di Jonathan Liebesman, troviamo il regista statunitense Dave Green che, prima di questo aveva diretto un solo film "Earth to echo", però pur non avendo una lunga carriera alle spalle se l'è cavata più che discretamente creando scene notevoli), sarà un po' più di impegno nello stendere la sceneggiatura, il film decolla molto meglio del suo predecessore, da tutti i punti di vista. L'azione è più ricercata, le battute più divertenti e il ritmo è serrato al punto giusto, nonostante la trama sia come sempre un po' scontata.
mercoledì 6 marzo 2019
Gods of Egypt (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/04/2017 Qui - Il regista di film cult degli anni '90 come Il Corvo e Dark City, ma anche i discreti recenti Io, Robot e Segnali dal futuro, un cast stellare che sfoggia i nomi di attori di enorme talento (dimostrato più volte) quali Nikolaj Coster-Waldau, Geoffrey Rush, Gerard Butler e Brenton Thwaites, una storia fantasy-epica che avrebbe dovuto echeggiare la maestosità e la grandeur della mitologia egizia. Tutte le premesse lasciavano presagire per il meglio e tutto prometteva che avremmo avuto a che fare con un prodotto di buon livello. Ovviamente tutte le nostre, mie aspettative sono completamente disattese e il prodotto finale che ci ritroviamo è una spanna più in giù della minima sufficienza. Poiché se un titolo troppo generico Gods of Egypt (film del 2016 diretto da Alex Proyas) da un lato potrebbe attrarre spettatori, facendo leva su uno spettacolare effetto sorpresa, dall'altro rischia seriamente di nascondere un film inconcludente, che alla fin fine non dice assolutamente nulla. Purtroppo il film appartiene a quest'ultima tipologia. Una trama confusa, intrecciata male e a volte a caso, sembra infatti sposarsi con la voglia morbosa di spettacolarità, in cui gli effetti speciali sembrano predominare sia sulla recitazione (decisamente mediocre) sia sulla sceneggiatura (molto, ma molto elementare). Una sceneggiatura che, sebbene esposta in modo lineare, racconta in modo abbastanza caotico la storia di quando Osiride, dio che vigila sul popolo del Nilo, decise di lasciare il regno nelle mani del figlio Horus, ma il fratello Set, accecato dalla rabbia, usurpa il trono con la forza, uccidendo il padre e accecando il legittimo erede. Sfuggendo al crudele dominio di Set però, un mortale, il ladro Bek, cerca la prigione di Horus per liberare il dio e liberare così la sua amata e il popolo d'Egitto.
Labels:
Abbey Lee,
Avventura epica,
Brenton Thwaites,
Chadwick Boseman,
Courtney Eaton,
Élodie Yung,
Fantasy action,
Geoffrey Rush,
Gerard Butler,
Nikolaj Coster-Waldau,
Rufus Sewell
martedì 5 marzo 2019
Lost River (2014)
Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/03/2017 Qui - LOST RIVER (Thriller Usa 2014): Ho visto questo film per i nomi, ma il film che vorrebbe omaggiare altri registi, finisce per essere una drammatica vicenda senza nessun coinvolgimento, nessun pathos ma soprattutto senza senso e il regista Ryan Gosling al suo esordio fa un buco nell'acqua. Ambiguo e strano come la trama, quella confusa di una madre (una generosa Christina Hendricks) che per provvedere al mantenimento dei figli accetta di lavorare in un locale di una città fatiscente dove Eva Mendes intrattiene col sangue il pubblico. Nel frattempo il figlio grande Iain De Caestecker (il Fritz di Agents of SHIELD), finito nelle mire di un pseudo-bullo, che non fa per niente paura, scopre insieme alla vicina (che abita con la nonna pazza), con cui ha una specie di relazione, interpretata da Saoirse Ronan (ultimante tanto apprezzata), una città sottomarina dove sembrerebbe esserci un mistero, ma invece è solo il pretesto per una storia senza capo né coda, con un finale bislacco, eccentrico ma soprattutto sciocco seppur scontato. E non basta della buona musica o discreti attori a dare ritmo ad un film lento, insopportabile e per niente estremo, fantasioso o consigliabile. Tutto fumo niente arrosto. Voto: 4
Iscriviti a:
Post (Atom)



















