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lunedì 8 febbraio 2021

Bloodshot (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/02/2021 Qui - Action movie fantascientifico tratto dall'omonimo fumetto con trama ridotta all'osso con protagonista l'invulnerabile nel fisico ma non nell'animo Vin Diesel. Una tecnologia futuristica con utilizzo di naniti permette di ridar vita ad un soldato che si rigenera dalle ferite ed entra nei server fagocitando milioni di informazioni. Oltre alla presenza delle belle Eiza Gonzàlez e Talulah Riley non vi è altro di interessante da aggiungere, forse che, bisogna ammetterlo, è meglio di quanto mi aspettassi. Perché sì, è un prodotto fast food, da consumare in fretta e poi dimenticare, però pessimo non è, anzi, sta di fatto che qualcosa di carino lo fa vedere. Intanto è privo di violenza gratuita (spesso il colpo finale è fuori campo) ed inutili sparatorie, e poi ci sono due scene meritevoli di attenzione: lo scontro in galleria e quella finale dell'ascensore, esagerata (com'è consuetudine in produzioni di serie B come questa, sebbene qui ci siano due star affermate, una delle quali anche produttore, e il cast comprendente nomi sufficientemente validi, come Guy Pearce) ma ben architettata. Purtroppo il film (diretto dall'esordiente David S.F. Wilson) presenta caratteri tagliati con l'accetta, e nonostante l'intrattenimento, non va oltre la mediocrità. Voto: 5+

venerdì 31 gennaio 2020

Sette minuti dopo la mezzanotte (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2020 Qui
Tema e genere: Un fantasy, una favola, un dramma, un groppo in gola che non scende per un'ora e 40 minuti. L'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo del 2011 è infatti una parabola sulla morte, sul dolore, sulla perdita e sulla forza necessaria per affrontarli.
Trama: Un ragazzino, sofferente per la malattia della madre, vive un'esperienza fantastica.
Recensione: Trasfigurando metaforicamente la realtà nel fantasy, alla stregua del "recente" Babadook o The Monster o de Il Labirinto del Fauno, diretto da quel Del Toro che ha tenuto a battesimo Juan Antonio Bayona il quale già affrontò le conseguenze di traumi infantili in The OrphanageA Monster Calls, più ancora degli esempi qui citati (in cui l'elemento fantastico funziona come una sorta di seduta di psicoanalisi permanente per il piccolo protagonista, che si ritrova ad affrontare l'evento più traumatico possibile nella vita di un bambino: la morte di un genitore), lascia esterrefatti per la maturità e la sincerità con cui riesce ad affrontare i grandi temi quali la morte, il lutto, il senso di perdita, di ingiustizia e di colpa, la solitudine, il rimorso e il desiderio di rinascita senza il benché minimo accenno di retorica, senza una nota stonata, senza una parola che possa suonare artificialmente affettata, anche quando si tratta dell'ultima parola detta sul letto di morte (il confronto tra madre e figlio è da pelle d'oca). A maggior ragione se si considera il target a cui il film si rivolge per cui l'esigenza di servirsi di un linguaggio semplice che però non semplifica, non banalizza ma al contrario risulta esemplare per metterne in luce la complessità e le infinite sfaccettature. Conor si sveglia in preda al panico nel cuore della notte mentre nella camera a fianco la madre sta morendo di tumore finché una di quelle notti, 7 minuti dopo la mezzanotte, gli fa visita un mostro a forma di albero (c'è Liam Neeson dietro il motion capture), un tasso, che in altrettanti momenti gli racconterà tre storie.

lunedì 15 luglio 2019

Hurricane: Allerta uragano (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/05/2019 Qui
Tema e genere: Strano ibrido tra l'heist movie e disaster movie, che ha l'unico obbiettivo, fortunatamente, di intrattenere soltanto.
Trama: Mentre si avvicina un uragano di proporzioni gigantesche, un team di ladri si infiltra in una struttura segreta sulla costa statunitense per tentare un colpo ai danni del Tesoro statunitense. Un cacciatore di uragani e un'agente del Tesoro cercheranno di fermarli.
Recensione: Tanti i generi, anche troppi, ma due su tutti, cosicché sintetizzando si potrebbe dire: due film al prezzo di uno. Hurricane: Allerta uragano è infatti il classico disaster movie di cui la storia del cinema è ricca ma è anche un heist movie nella parte che riguarda il furto alla Zecca (non per niente il titolo originale è The Hurricane Heist). I due piani sono intrecciati fin dall'inizio ma l'insieme non è convincente. Sceneggiatura molto debole per un b movie che alla fine si lascia vedere ma che non aggiunge nulla alla storia del cinema e si scorda velocemente. Si salvano alcune scene spettacolari (anche se si è visto di meglio come effetti speciali), in particolare alcune fasi del tentativo di rapina sotto il diluvio, con alcuni momenti, davvero riusciti e capaci di trasmettere vera adrenalina o sano divertimento. Non si fanno ricordare le interpretazioni, in particolare quelle dei "cattivi". Peccato perché il regista, Rob Cohen, non è certo alle prime armi, ma qui le responsabilità sono degli sceneggiatori. Perché anche se, sforzandosi di creare qualcosa di inedito, riesce a regalare almeno un paio di buoni momenti, questa è insufficiente per salvare tutto il progetto nel suo complesso.
RegiaRob Cohen è il regista del primo leggendario capitolo di Fast and Furious (del 2001), questo basterebbe a rendere l'idea di quanto possa essere pratico di pellicole adrenaliniche e anche questa sua ultima fatica non fa eccezione, egli infatti è nel suo habitat e ci sguazza con professionalità navigata, ma anche se le colpe non sono tutte sue, e seppur qualche guizzo interessante c'è, ripercorrendo e fondendo la sua filmografia, fa il classico minestrone leggermente insipido.

domenica 9 giugno 2019

Gold: La grande truffa (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/10/2018 Qui - Tratto da una storia fottutamente vera (come dice il banner) questo Gold: La grande truffa, film del 2016 diretto da Stephen Gaghan, è un film vivo e talvolta sconvolgente, un'avventura piena di torsioni e capovolgimenti che però, talvolta, si impantana nei dettagli. I personaggi sono fantastici, e al centro di questi c'è Matthew McConaughey che brilla in un ruolo che gli richiede di cambiare completamente il suo modo di vedere le cose. Non a caso il protagonista della vicenda è impulsivo e talvolta ingenuo, è innanzitutto un impavido visionario il cui oro simboleggia la possibilità stessa di sognare, di autodeterminarsi, oltre che di imprimere orgogliosamente il proprio nome su un successo, qualsiasi esso sia, ciò si contrappone all'usurata e avida versione utilitaristica del capitalista promossa ultimamente. Il punto nodale del film riguarda quindi non tanto l'inseguimento della ricchezza e l'inevitabile "roller coaster" finanziario connaturato al mondo borsistico (elementi comunque presenti), ma piuttosto l'innata propensione dell'uomo verso la scalata sociale, in barba alla matematica razionalità che il contesto affaristico richiederebbe. E in questo senso, l'istrionica performance di Matthew McConaughey risulta l'arma vincente di Gold: sopra le righe, l'interprete catalizza l'attenzione del pubblico oscurando di fatto i comprimari e spingendo le corde dell'umanità, con quel pizzico di retorica che però non disturba (secondo cui, per un vecchio detto popolare, chi trova un amico trova un tesoro). Si prova empatia per la passione messa in campo dall'eroe, a maggior ragione intuendo il pericolo in agguato (purtroppo incautamente anticipato dal sottotitolo italiano) ma il danno ormai è fatto. E' davvero troppo rivelatore infatti quel titolo italiano che aggiunge all'originale Gold un'informazione fondamentale, cioè che quella che stiamo vedendo è la storia di una truffa, un heist per dirlo all'hollywoodiana. È vero che, trattandosi di una storia vera, è possibile che qualcuno sappia già tutto, ma non si dovrebbe dare tanto per scontato. La scelta di inserire, in modo anche ridondante, un sottotitolo italiano può esser stato riconducibile a motivi di marketing: risulta inevitabile adesso pensare a film usciti prima di questo come La grande scommessa (2015), che raccontava il crollo delle borse del 2008. Filo rosso dell'intera campagna di promozione, poi, è un altro paragone, quello a The Wolf of Wall Street (Martin Scorsese, 2013), sebbene le due pellicole abbiano davvero poco a che fare l'una con l'altra.

martedì 16 aprile 2019

Warcraft: L'inizio (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/12/2017 Qui - Premetto che non ho mai giocato a Warcraft, ma essendo un videogiocatore lo conosco e conosco la Blizzard, probabilmente una delle più grandi e talentuose software house esistenti, tanto da creare un universo talmente enorme, diversificato, pieno di personaggi, mondi, storie e quant'altro, vantando milioni di fan e giocatori in tutto il globo. E' quindi evidente che produrne un film, questo, Warcraft: L'inizio (Warcraft), avventura fantasy del 2016 co-scritta e diretta da Duncan Jones, sarebbe stata un'impresa molto difficile e complessa, anche per il regista, figlio del compianto David Bowie e già autore di grandi successi, anche di critica come Moon e Source Code, ma l'impresa sembra decisamente riuscita. Questa volta infatti, nonostante la paura di trovarsi di fronte all'ennesimo mediocre prodotto rivolto ai solo fan, giacché quando si parla di opere cinematografiche derivate dal mondo videoludico c'è sempre la paura di ciò, bisognerà ricredersi, perché in Warcraft la regia è stata prudente e gli errori visti in film analoghi sono stati evitati. Pur non conoscendo quasi affatto la vicenda di cui si narra, come il sottoscritto, è facile esserne infatti completamente coinvolti (anche perché non è difficile capire tutto quello che gira attorno al film, dopotutto le vicende che vengono narrate nel film a mio parere sono comprensibilissime per chiunque sia capace d'intendere e di volere), con il risultato che le due ore di proiezione scorrono gradevolissime ed a fine proiezione la voglia di saperne ancora su questo nuovo mondo fantasy (sull'orlo di una guerra civile quando i suoi abitanti sono costretti a fare fronte all'attacco invasore di terribili guerrieri orchi in cerca di nuove terre da colonizzare) è tanta. Il regista infatti è riuscito nell'ardua impresa di proporre un film adatto a tutti, anche a chi non si è mai avvicinato prima a questa saga.

martedì 26 marzo 2019

Ben-Hur (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/09/2017 Qui - È consuetudine (ormai acquisita, sarebbe una novità il contrario) di Hollywood sfornare remake o sequel di film che hanno avuto successo, e in certi casi che hanno fatto la storia del cinema. Ma alcuni rifacimenti cinematografici però non li avremmo proprio voluti vedere. L'ultimo caso e ultimo della serie (perché negli anni molti altri sono stati i casi simili e quasi tutti in negativo) è Ben-Hur, film del 2016 diretto da Timur Bekmambetov, che quasi svilisce il capolavoro kolossal del 1959 di William Wyler, con protagonista un immenso Charlton Heston e vincitore di ben 11 Oscar (solo Titanic di James Cameron è riuscito a eguagliarlo). Tra i due film infatti non c'è proprio partita, tra l'epica della Hollywood di fine anni Cinquanta e quella fredda dei giorni nostri c'è un muro invalicabile che sinceramente non andava minimamente infranto. E invece eccoci qui ancora una volta a recensire l'ennesimo remake che sarebbe subitamente da cancellare, se solo potessimo. Giacché questo remake non fa altro che deludere lo spettatore che invece, ingannato dal trailer, si aspetta un film vulcanico, dinamico, avvincente, ben ritmato, con una sceneggiatura che certamente non avrebbe fatto rimpiangere l'originale scritto da Lew Wallace nel 1959. Difatti, senza voler usare ipocriti e ingenui eufemismi, questo film, diretto da un regista personalmente sconosciuto, ri-scritto e ri-sceneggiato dagli statunitensi John Ridley (seppur vincitore del Premio Oscar 2013 per la migliore sceneggiatura non originale del Film 12 Years a Slave) e Keitt R. Clarke (quasi sconosciuto al grande pubblico cinematografico americano avendo realizzato poche sceneggiature importanti, The Way Back (2010)In Search of Dr. Seuss (1994), ma forse più conosciuto come produttore e scrittore statunitense), è quasi dilettantesco e certamente inutile da farsi.

venerdì 22 marzo 2019

Kong: Skull Island (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/08/2017 Qui - Era da tanto che non subivo una scossa di adrenalina nel vedere un film, quest'anno mi è capitato due volte, per quel capolavoro di Mad Max: Fury Road e quell'altrettanto straordinario Deadpool, ma soprattutto l'anno scorso ne ebbi una forte con Godzilla, di cui Kong: Skull Island, film del 2017 diretto da Jordan Vogt-Roberts, reboot del franchise di King Kong, è una specie di sequel. Entrambi infatti fanno parte del MonsterVerse, universo filmico realizzato dalla Legendary Pictures, che ha già previsto altri due capitoli negli anni a venire. Ed erano invece anni che non si vedeva sul grande schermo e non solo (giacché l'ho visto su Infinity première del 25-31 Agosto) un film d'avventura così efficace e coinvolgente, fedele ai canoni del genere che qui vengono presentati ed esaltati con grande maestria. Un genere che andrebbe affidato alle persone giuste e che, se mal gestito, non porterà di certo novità. Dopotutto di film con mostri che uccidono persone e mostri che si uccidono tra di loro è pieno il mondo. Kong: Skull Island ha però qualcosa di diverso, un tocco in più, una cura nei dettagli e nelle inquadrature che lo rende molto più piacevole e affascinante da guardare. Grazie anche al regista, un director (il quasi esordiente Jordan Vogt-Roberts, autore dell'inedito in Italia The Kings of Summer) che fa il suo lavoro senza particolari trovate, ma comunque in grado di gestire un Monster Movie con lo scopo di incantare lo spettatore e che, prendendo le distanze dai precedenti episodi dedicati all'enorme gorilla e soprattutto pensando all'ultimo episodio diretto da Peter Jackson si allontana dalla classica formula del remake, per tentare di proporci qualcosa di nuovo senza tuttavia snaturare la figura del mostro incompreso.

mercoledì 16 gennaio 2019

Fantastic 4: I Fantastici Quattro (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/08/2016 Qui - Ultimamente a Hollywood è diventata consuetudine rifare o far ripartire un film e/o saga, cosa che a primo impatto può sembrare una cosa positiva ma ciò raramente succede perché purtroppo nonostante le buone intenzioni il risultato è sempre al di sotto delle più rosee (o almeno minime) aspettative. Come nel caso infatti del reboot (del 2015) della saga fumettistica dei Fantastici 4, perché il film non è brutto, anzi, per me che l'ho visto in Super Hd è stato visivamente spettacolare ma il problema principale è che prima di tutto non se ne sentiva il bisogno di ricominciare una saga che comunque non è una delle più amate della Marvel (e dei Marvel Comics) ma soprattutto nonostante il cambiamento di stile, di regia, di cast e sceneggiatura non riesce a centrare l'obiettivo prefissato, ovvero dare lustro (rilanciare la saga sperando di migliorare, almeno spero che sia stato così l'intento, quello che non è mal-funzionato nei primi due film del 2005 e del 2007) a un fumetto comunque famoso come lo sono i Fantastici 4, perché purtroppo sbaglia tanto, addirittura fa rimpiangere tutto quello che si è visto nei precedenti che per quanto brutti e stupidi nonostante qualche difetto, riuscivano comunque ad intrattenere il pubblico per via di buoni elementi (tra cui un grandissimo cast), e che dopo aver visto questo film sembrano di tutt'altro livello, sicuramente migliore. Fantastic 4: I Fantastici Quattro (Fantastic Four, reso graficamente FANT4STIC) infatti nonostante sia stato girato da un regista esperto di film di fantascienza (Josh Trank, Chronicle) e abbia un cast di attori giovani e apprezzati, fra cui Kate Mara di House of Cards e Miles Teller di Whiplash, è probabilmente a detta di molti (in parte anche da me), uno dei peggiori film sui supereroi mai girati (e più inutili, dannosi e inconcludenti) nella storia, trama poco consistente, i personaggi deboli e gli effetti speciali scarsi, praticamente quello che non si dovrebbe mai fare in un remake/reboot. Un'altro problema è dato dai problemi che la produzione ha dovuto affrontare prima dell'uscita del film (anche se dopo è stato peggio, la critica l'ha massacrato, il pubblico ci è andato pesante, gli incassi sono stati un fiasco, un disastro su tutta la linea, insomma), liti tra regista e produttori, una barca di milioni buttati, la scelta di avere la Torcia Umana con un ragazzo nero, la storia che non è quella dei fumetti, e quindi già cominciando in malo modo un progetto così grande era piuttosto evidente che si sarebbe ripercorso negativamente sulla pellicola. Una pellicola che comunque come detto non è proprio brutta, ma senza un minimo di originalità e innovazione, rimane molto molto sbilanciata, troppe decisioni senza senso. E cercando di essere il più obiettivo possibile, non riesco a trovare nemmeno un qualcosa di buono o un'attenuante che possa salvare questo nuovo Fantastici 4. Certo il film si lascia vedere e questo non lo si può negare, ma proprio non convince, non coinvolge più di tanto ma soprattutto non da niente, lascia il tempo che trova. Comunque la storia (come se non la conosciamo già) racconta di quattro giovani outsider che si ritrovano teletrasportati in un universo alternativo e pericoloso, che ne altera la forma fisica in modo scioccante. Con le vite di ognuno irrimediabilmente rovesciate, la squadra deve imparare a sfruttare le nuove abilità acquisite e a lavorare insieme per salvare la Terra da un ex amico trasformatosi in acerrimo nemico.

martedì 4 dicembre 2018

Apes Revolution: Il pianeta delle scimmie (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 24/02/2016 Qui - Apes Revolution: Il pianeta delle scimmie (Dawn of the Planet of the Apes) è un film del 2014 diretto da Matt Reeves. E' il sequel de L'alba del pianeta delle scimmie uscito nel 2011. E' però, questo secondo capitolo della nuova trilogia, il sesto film (più 2 serie tv) dal 1968. In principio era Charlton Heston, l'astronauta ammarato sul Pianeta delle Scimmie (senza dubbio un grandissimo e bellissimo, stupendo classico del cinema e della fantascienza), ora tutto gira intorno al cyber-protagonista: l'attore-scimmia digitale Andy Serkis. Il film si colloca temporalmente dieci anni dopo l’evasione delle scimmie dal laboratorio e l'inizio della diffusione del virus tra gli umani. Il virus che loro stessi hanno involontariamente creato, ha ridotto la popolazione umana al 5%, se non estinta, invisibile. I pochi sopravvissuti immuni al contagio si organizzano in una comunità insediata nelle rovine di San Francisco, capeggiata da Dreyfus (Gary Oldman). Le scimmie invece, rifugiatosi nella foresta, vivono tranquille nella cresciuta società costruita di villaggi di legno, credendo di essere ormai soli. Questa fantascientifica preistoria scimmiesca società dei primati è guidata da Cesare, che ha messo su famiglia e impostato le basi di una civiltà, in cui vengono trasmessi i principi base della convivenza pacifica (scimmia non uccide altra scimmia), dove graffiti in inglese, linguaggio dei segni e principi pacifisti la fanno da padrone, e in cui la diffusione della conoscenza ha un posto di rilievo. Ma il mondo è piccolo e gli umani si imbattono nella tribù di primati, che non sono proprio bendisposti con la nostra razza. E neanche noi nei loro confronti; loro più forti e tendenzialmente pacifici, noi più intelligenti ma tradizionalmente più guerrafondai. Gli umani infatti hanno un bisogno urgente di elettricità, e l'unica soluzione sembra essere proprio una diga situata nella foresta dove vivono le scimmie. Le due razze proveranno ad instaurare una collaborazione, tuttavia sia tra le scimmie che tra gli umani c’è chi pensa che una via pacifica sia impossibile e questo porterà ad una spaccatura tra chi vuole la guerra e chi invece pensa si possa vivere in pace.