Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2023 Qui - Nel complesso un degno successore del precedente ma che non posso dire aver avuto lo stesso impatto, era impresa ardua. James Cameron infatti ci rifà e ci riporta su Pandora: di nuovo si viene sommersi da effetti speciali di tutti i colori e di tutte le forme (Oscar 2023 indubbiamente meritato), mentre la storia è sempre quella un po' (tanto) già vista del noi contro loro in un mondo di frontiera. Piace sempre parecchio il riferimento all'universo e alla spiritualità dei nativi americani. Detto che in 2D il film perde probabilmente molto, la prima parte sembra un documentario sulle bellezze d'un mondo inesistente: bello ma non il massimo del brio. Poi si sale di quota con almeno un'ora d'azione da leccarsi i baffi. Tecnicamente è difatti incredibile, peccato per la scrittura semplicistica e le caratterizzazioni non definite al meglio dei personaggi, uniche vere pecche del film. Durata monstre comunque ben gestita (anche se l'ho visto in due parti). Non male, ma il primo film era complessivamente più riuscito. Voto: 6+
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lunedì 31 luglio 2023
venerdì 14 aprile 2023
Galaxy Quest (1999)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/04/2023 Qui - Piacevole commedia omaggio, e non parodia, di tutto il mondo dello spettacolo drammatico: la finzione, pur tale, non è un inganno ma un'ispirazione, non è menzogna ma utopia. Lo spirito di un'opera di fantasia può influire sulla realtà fino al punto di confondersi con essa. Da questa premessa ne risulta un'opera dolce, divertente, malinconica persino, la riscossa di tutti quei "nerd" che, stanchi di fuggire la realtà, la cavalcano nel suo significato più ampio. Una commedia fantascientifica che fa il verso a Star Trek, indubbiamente la sceneggiatura è il punto di forza del film che altrimenti poteva appunto risolversi come una semplice parodia. Geniale l'idea e spassosissima la realizzazione, catapultare gli attori di una serie tv di fantascienza nello spazio profondo per salvare dei veri extraterrestri e diventare così degli eroi. Originale e ben recitato soprattutto da parte del capitano Tim Allen (si presta al "gioco" pure la qui solo bella Sigourney Weaver). Buono il ritmo che bilancia la prevedibilità della storia. Effetti speciali ottimi per l'epoca, budget contenuto ma gestibile (gli alieni verdi non male come design), musiche in parte, insomma un onesto film di genere che strappa più di una risata, anche se non è solo quello lo scopo, dato che c'è qualcosa in più, non manca infatti di una certa umanità che rende giustizia alla regia (di Dean Parisot). Si riflette anche sul mondo delle convention e relativa alienazione dei personaggi. Certo, rimangono gli evidenti dubbi nelle incongruenze dello script, ma nonostante tutto il film è godibile e regge fino alla fine divertendo tutti. Voto: 7
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martedì 31 maggio 2022
Ghostbusters: Legacy (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2022 Qui - Un vero e proprio sequel, chiamato a cancellare il film di Paul Feig (le
donne acchiappafantasmi del 2016) e che da subito si dimostra
realizzato con cura ed affetto, non per altro dedicato al compianto
Harold Ramis. Il fan service fatto bene. Film per ragazzi è vero,
ma anche per chi è stato ragazzo in quegli anni, nostalgia carogna.
Questo Legacy, o Afterlife come dir si voglia, omaggia,
corrobora e
ringiovanisce una delle serie più iconiche del cinema con riverenza e
delicatezza. Easter egg, citazioni più o meno dirette: funziona più o
meno tutto senza essere stucchevole (e il rischio, tutto sommato poteva
esserci). Reitman (Jason, figlio) ringrazia Reitman (Ivan, padre) con
una commedia action per niente melensa ma carica di simboli e di tributi
ai ruggenti anni '80. Si lascia guardare, un po' con emozione, un po'
con nostalgia, un po' con ruffianeria. È come guardare l'album di
famiglia ma su Google Photo. E' probabile che ai più grandi sarà scesa
(ad un certo punto) la lacrimuccia (come me). Tra tutti gli attori
spicca Mckenna Grace, non la prima volta che la
vedo prendere possesso della scena in maniera così autoritaria.
Nonostante tutto (nonostante alcuni piccoli difetti), e nel complesso,
un discreto prodotto ludico ben confezionato. Gradevole e dinamico,
intrattiene discretamente senza particolari (e rilevanti) mancanze.
Voto: 6,5
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venerdì 31 gennaio 2020
Sette minuti dopo la mezzanotte (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2020 Qui
Tema e genere: Un fantasy, una favola, un dramma, un groppo in gola che non scende per un'ora e 40 minuti. L'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo del 2011 è infatti una parabola sulla morte, sul dolore, sulla perdita e sulla forza necessaria per affrontarli.
Trama: Un ragazzino, sofferente per la malattia della madre, vive un'esperienza fantastica.
Recensione: Trasfigurando metaforicamente la realtà nel fantasy, alla stregua del "recente" Babadook o The Monster o de Il Labirinto del Fauno, diretto da quel Del Toro che ha tenuto a battesimo Juan Antonio Bayona il quale già affrontò le conseguenze di traumi infantili in The Orphanage, A Monster Calls, più ancora degli esempi qui citati (in cui l'elemento fantastico funziona come una sorta di seduta di psicoanalisi permanente per il piccolo protagonista, che si ritrova ad affrontare l'evento più traumatico possibile nella vita di un bambino: la morte di un genitore), lascia esterrefatti per la maturità e la sincerità con cui riesce ad affrontare i grandi temi quali la morte, il lutto, il senso di perdita, di ingiustizia e di colpa, la solitudine, il rimorso e il desiderio di rinascita senza il benché minimo accenno di retorica, senza una nota stonata, senza una parola che possa suonare artificialmente affettata, anche quando si tratta dell'ultima parola detta sul letto di morte (il confronto tra madre e figlio è da pelle d'oca). A maggior ragione se si considera il target a cui il film si rivolge per cui l'esigenza di servirsi di un linguaggio semplice che però non semplifica, non banalizza ma al contrario risulta esemplare per metterne in luce la complessità e le infinite sfaccettature. Conor si sveglia in preda al panico nel cuore della notte mentre nella camera a fianco la madre sta morendo di tumore finché una di quelle notti, 7 minuti dopo la mezzanotte, gli fa visita un mostro a forma di albero (c'è Liam Neeson dietro il motion capture), un tasso, che in altrettanti momenti gli racconterà tre storie.
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Romanzo,
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mercoledì 26 giugno 2019
Nemesi (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2019 Qui - Nemesi (Thriller, Usa 2016): Cosa succede quando uccidi il fratello di una delle più abili chirurghe del pianeta? Che lei ti fa rapire e ti cambia sesso. Questo è quello che accade nei primi venti minuti dell'ultima fatica del regista Walter Hill, vecchia conoscenza del cinema anni '80. Infatti, quando il killer per contratto Frank Kitchen uccide il dissoluto Sebastian Jane, che deve dei soldi alla mala, la sorella della vittima, la Dott.ssa Rachel Jane, chirurgo plastico geniale e body artist, radiata dall'ordine dei medici, medita una vendetta veramente atroce e pedagogica, nelle sue intenzioni, ma Frank non ci pensa proprio a ripartire, non cerca redenzione ma solo vendetta. Dicevo le intenzioni, se quelle di Michelle Rodriguez (con tanto di ridicoli protesi al naso e barbetta finta) tutto sommato riescono, quelle del regista si infrangono immediatamente, anche perché ci vuole una bella dose di sospensione dell'incredulità per star dietro al racconto, che sembra carente proprio in quelli che dovrebbero essere i suoi punti di forza. Difatti, nonostante uno spunto interessante, che viene oltretutto e sostanzialmente ignorato, il film non funziona. Giacché un paio di nudi integrali della protagonista non possono aprire riflessione alcuna sull'impatto emotivo dovuto al cambiamento di sesso, al massimo accennano ad un idea di carnalità che però rimane in superficie, fine a se stessa, un film sulla vendetta, ci tiene il regista a sottolineare questo aspetto, guardandosi bene dal fornire spiegazioni sul cambio di sesso imposto come una punizione. Ed allora, così epurato, il film diventa un banale film sulla vendetta, abbastanza volgare ed inutilmente violento, girato senza un filo di ironia (bel difetto per un "B movie"), una brutta copia di "Jimmy Bobo", tanto per citare un recente lavoro del regista. C'è ben poca azione in Nemesi, i personaggi parlano troppo e spesso a sproposito, il racconto avanza in modo farraginoso e artefatto. Non fosse per Michelle Rodriguez (che concede più corpo, sempre se era il suo davvero, che anima al personaggio, ma con risultati alterni) e per Sigourney Weaver (lei sempre ottima, che vince a mani basse il duello fra star, dimostrando che la classe non è acqua), si sarebbe tentati di mollare il film al suo destino dopo soli 5 minuti. Non lo si fa, ma alla fine i 95 minuti o giù di lì di visione finiscono nel vuoto cosmico. Voto: 4
sabato 25 maggio 2019
Alien: La clonazione (1997)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/06/2018 Qui - Quello della scienza sfruttata per bieco tornaconto economico è un argomento che i primi tre capitoli del ciclo Alien avevano toccato (anche se marginalmente e nel sottotesto), ma è col quarto, Alien: La clonazione (Alien Resurrection), film del 1997 diretto da Jean-Pierre Jeunet, e attraverso ufficiali militari statunitensi, che guadagna il centro della scena mediante l'espediente della clonazione umana. Argomento approfondito sin dai primi minuti, col clone di Ripley (una sempre più agguerrita Sigourney Weaver, ora madre del mostro nel vero senso della parola e da esso morbosamente attratta) sventrato per estrarvi la creatura, ma giunge al momento topico quando i superstiti (assortiti similarmente alla compagine del terzo film) scoprono una stanza della nave stellare in cui sono stipati altri corpi clonati: è lì che appare lampante che giocare con la vita (e coi limiti della natura) è sempre letale. L'autore del copione Joss Whedon, che in futuro avrebbe scritto e diretto The Avengers, opera una sintesi di tutte le componenti delle pellicole antecedenti (femminismo, militarismo e, in primis, bioetica) e il regista francese Jean-Pierre Jeunet (che in futuro avrebbe scritto e diretto il bellissimo Il favoloso mondo di Amélie) fa lo stesso in termini stilistici, mescendo con dedizione la martellante ansia del capofila col forsennato dinamismo di Scontro finale. Alcuni personaggi sono lievemente caricaturali (non a caso è certamente il capitolo più bizzarro della saga, volutamente e spesso sopra le righe però senza mai debordare nel ridicolo involontario), ma gli effetti speciali sconcertano (curati gli effetti pratici con cui sono realizzati i mostroni, invecchiati molto male, invece, gli effetti in computer grafica), i colpi di scena si sprecano (Winona Ryder, una delle più belle novità, non è chi finge di essere) e il mutato ruolo di Ripley è una grande pensata, dato che dopo la morte della protagonista c'erano un po' di pensieri sul come infilare di nuovo nella storia Sigourney Weaver (che continua a dominare la scena anche e soprattutto in questa nuova veste "alienizzata"), ma fortunatamente è stato trovato un modo tutto sommato dignitoso, evitando di cadere nel ridicolo, anzi, il rapporto tra l'alien e Ripley è progredito e maturato coerentemente (non dimenticando il rapporto morboso con il mostro più disgustoso di tutti).
Alien 3 (1992)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/06/2018 Qui - Il terzo capitolo della saga di Alien, datato 1992, è quello che mi è sempre piaciuto di meno, eppure si prende e si è sempre preso lo stesso un buonissimo voto, perché giunti al terzo, il regista David Fincher riesce a lasciare il suo timbro su questa saga, perché non è una ripetizione del primo Alien o del secondo, il terzo Alien in qualche modo si distingue dai primi due, e questo è molto apprezzabile. Se il primo capitolo è il più horror, e il secondo è il più action (e per certi versi il più adrenalinico), il terzo (che ha un tipo di approccio diverso dai precedenti) è decisamente il più macabro (il meno tecnologico e più cupo). Infatti anche questa volta il film riesce a non scadere nella banalità e nella ripetizione riuscendo, ancora una volta, a far "lottare per la sopravvivenza" lo spettatore contro creature sempre in evoluzione. Perché è vero che in Alien 3 la maggior parte dei personaggi sembra essere utilizzata solo come carne da macello, è vero che il fatto di eliminare personaggi sopravvissuti nel secondo capitolo, forse da una parte fa perdere una componente vincente (anche se dall'altra taglia giustamente i ponti col passato per tracciare una strada nuova), ma ritmo e tensione ci sono tutti. Inoltre la sceneggiatura (come la buona trama) si contraddistingue (oltre per la particolare scelta di rapare a zero gli attori) per l'idea di proporre una Ripley contaminata, che porta nel grembo un alieno, non dimenticando una delle cose che mi hanno sempre piacevolmente sorpreso, ovvero che Ripley e gli uomini della prigione (giacché il film è ambientato su Fiorino 161, pianeta lontanissimo della Terra dove ci sono numerosi prigionieri che devono scontare una pena e dove il sottufficiale Ripley, sempre impersonato ottimamente da Sigourney Weaver, lì giunge per "incredibilmente" sconfiggere un alieno), non avendo armi, si devono arrangiare alla buona per sopravvivere ed abbattere l'Alien.
Aliens: Scontro finale (1986)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/06/2018 Qui - Se c'è un film, un sequel quasi migliore del precedente o all'altezza dell'originale, quello è Aliens: Scontro finale. Il film infatti per forza di cose non è innovativo come il primo film, forse non ai livelli di tensione di quello di Ridley Scott, però il regista James Cameron in alcune cose, riesce a farlo diventare questo film del 1986, uscito 7 anni dopo il capolavoro originale, addirittura superiore, tipo in spettacolarità e divertimento, anche se in questo caso (nonostante il risultato comunque soddisfacente) la velata ironia di un Bill Paxton troppo esuberante e i classici stereotipi di alcuni personaggi non aiutano. Anche perché seppur l'approccio di Cameron porta in scena una dinamica dell'azione ancora più esasperata, aggressiva e quindi godibile, riuscendo comunque a conservare perfettamente "l'effetto thriller horror da astronave" che aveva reso famoso il precedente (nonostante lo stravolgimento di ottica e stile), essa si fossilizza su canoni leggermente standard. Tuttavia in questo modo da però al film un ritmo serratissimo, senza un attimo di pausa o noia, cosa che rende, nonostante tutto, questo film appunto, un ottimo action. Un action che con un uso artigianale degli effetti speciali (simili ma, forse, ulteriormente perfezionati dal precedente, un ulteriore premio Oscar a questi ne è la conferma) e tanta fantasia nel scrivere la sceneggiatura, regala sequenze particolarmente spettacolari ed emozionanti. Un sequel per questo che ha vita propria, completo e potente, giacché l'androgina Ripley (sempre eccellentemente interpretata da Sigourney Weaver) ritorna in maniera più "ampliata" e l'inserimento della bambina Newt allarga lo spettro psicologico del personaggio. Scaturisce così l'affascinante dualismo dell'eroina, fatta di acciaio e carne viva.
Alien (1979)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/06/2018 Qui - Finalmente rivisto perbene, dopo che per questo film avevo (quasi) sempre basato il mio giudizio su reminiscenze di una visione d'infanzia, non ne esce minimamente ridimensionato. Alien infatti, nonostante siano passati quasi 40 anni conserva ancora oggi tutto il suo fascino. Proprio perché Alien è un capolavoro sia come horror (poiché come per i veri horror non c'è traccia di ironia inutile e soprattutto l'angoscia è fissa) che come film di fantascienza (gli ambienti e la verosimiglianza delle scene e dei macchinari parlano da soli). Un film per questo teso, angoscioso, cupo e claustrofobico che è in grado di catture appieno l'attenzione dello spettatore, nonostante (perché esso è completamente ambientato all'interno di una nave da cargo in cui un'orrenda creatura darà inizio ad un tragico sterminio) l'ambientazione relativamente limitata. E il merito è di una scenografia perfetta e suggestiva (che rendono angosciante gli interni del Nostromo), e di una figura (spaventosamente bella), quella del mostro (disegnata dal pittore H.R. Giger, che per questo vincerà l'Oscar per i migliori effetti speciali) che riesce a toccare magistralmente molte paure tipiche dell'essere umano: la claustrofobia, la paura dell'ignoto, la paura del buio, la paura dell'altro. Tutte cose che il regista Ridley Scott con la sua consueta eleganza e talento visivo (come si vedrà soprattutto dopo) dirige, anche grazie ad un cast senza grandi nomi (all'epoca, non solo una straordinaria Sigourney Weaver, che con questo film divenne una star, ma anche e soprattutto John Hurt) ma perfetto per lo scopo (perché ben caratterizzato ed efficacissimo, non la solita carne da macello), con maestria.
The Alien saga
Retrospettiva pubblicata su Pietro Saba World il 01/06/2018 Qui - In tempi non sospetti mi era balenata in testa un'idea, il desiderio (già espresso ai tempi delle mie promesse cinematografiche 2018 di pochi mesi fa) di rivedere, e prima di vedere l'ultimo capitolo uscito lo scorso anno, tutti i film della fortunata e straordinaria saga fantascientifica di Alien. E neanche a farlo apposta ecco che grazie a Sky e ai suoi speciali di Sky Cinema ho avuto la possibilità di farlo. Infatti anche se son passate settimane dalla sua programmazione (e mi scuso per il ritardo) ho finalmente avuto il privilegio di vedere tutti i 7 film (in verità 8), ovvero i 5 della saga classica e i due spin-off, più ovviamente l'ultimo, facente parte di quella classica, che tuttavia avrà una recensione singola tra pochi giorni. Nel frattempo però in questo corposo post dirò la mia, anche se ormai è già stato detto tutto e ci sono tanti appassionati e professionisti più competenti di me che su questo argomento (questa saga) hanno scritto e continueranno a scrivere a profusione (e in meglio e più dettagliatamente), su una delle saghe più longeve della cinematografia mondiale e sui film (soprattutto i primi quattro) che hanno fatto storia. La saga di Alien infatti (e non solo per quel capolavoro del primo episodio, addirittura scelto nel 2002 per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti) è qualcosa di eccezionale. Essa non è come le altre, è unica, è speciale, è incredibile e straordinaria. Non solo perché come detto è forse la più longeva di tutte (ben 39 anni dal primo film) e la più registicamente libera (ben 6 registi, e che registi si son cimentati nell'impresa, nell'arco di un tempo non sempre vicino), ma perché per l'immaginario collettivo ha segnato un'epoca, ha ridefinito ancora una volta dopo quel capolavoro assoluto ed ineguagliabile di 2001: Odissea nello spazio (che ha compiuto quest'anno 50 anni) un genere, anzi due. Soprattutto il primo film difatti, si può considerare un capolavoro sia horror che di fantascienza, poiché le vicende, e di tutti gli effettivi episodi, ruotano attorno a una specie aliena (a tal proposito davvero orrenda in tutti gli aspetti) che nella storia (lunga e "strettamente" continuativa storia, una particolarità molto intrigante) viene identificata con la generica definizione xenomorfa, costituita da feroci predatori dotati di intelligenza ma incapaci di provare emozioni, che si riproducono come parassiti annidandosi nei corpi di altri esseri viventi provocandone la morte. Per questo nessun umano, nessun pianeta inesplorato, sarà al sicuro durante l'intero ciclo di questa inquietante e terrorizzante saga. Saga (che può vantare 3 Oscar in totale) che probabilmente non sarebbe oggi un must senza la sua protagonista principale. Provate ad immaginare Alien senza Sigourney Weaver (lei che con il suo ruolo è stata la prima attrice nella storia degli Oscar a ricevere una nomination per un film fantascienza), bene, sarebbe stato probabilmente un flop (non a caso dopo il quarto episodio la mediocrità ha preso il sopravvento). Ma fortunatamente lei c'è stata ed il risultato si è visto, tanto che ancor oggi è difficile dimenticarsi di lei e della saga, ma se l'avete fatto (e spero di proprio di no), eccomi qui oggi a rinfrescarvi la memoria.
Alien (1979)
Aliens: Scontro finale (1986)
Alien 3 (1992)
Alien: La clonazione (1997)
Alien vs. Predator (2004)
Alien vs. Predator 2 (2007)
Prometheus (2012)
Alien (1979)
Aliens: Scontro finale (1986)
Alien 3 (1992)
Alien: La clonazione (1997)
Alien vs. Predator (2004)
Alien vs. Predator 2 (2007)
Prometheus (2012)
venerdì 29 marzo 2019
Alla ricerca di Dory (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/09/2017 Qui - È a metà tra il remake e il sequel questo ennesimo grande film targato Pixar che negli anni ci ha regalato tante perle preziose, dalla trilogia di Toy Story a Ribelle, da Wall-E a Up, fino al recente Inside Out e Il viaggio di Arlo. Tutti film accomunati da un livello tecnico altissimo raggiunto e da riflessioni non banali su famiglia, affetti, identità. E Alla ricerca di Dory (Finding Dory), film d'animazione del 2016, sequel e spin-off di Alla ricerca di Nemo del 2003, diretto da Andrew Stanton, prodotto appunto dalla Pixar e distribuito dalla Walt Disney Pictures, non è da meno. Il film infatti, grazie anche al suo carattere pedagogico e all'aspetto educativo, non solo fa riflettere, ma commuove, emoziona e diverte, grazie anche all'animazione stupenda qui elargita. Alla ricerca di Dory difatti è una grande ed emozionante avventura, ricchissima di incontri e svolte (affettive e non), un vero e proprio road movie in acqua dove il "Destino" buono non solo passa attraverso un personaggio che porta il Destino nel nome, ma soprattutto attraverso tanti piccoli incontri di amici che ti aiutano a trovare la strada per casa, la compagnia fedele di Marlin e Nemo, foche, polpi, una moltitudine di pesci, tutti a loro modo solleciti nell'aiutare Dory (che quando si ricorda improvvisamente di avere una famiglia che forse la sta cercando parte subito, senza pensarci un attimo e nonostante i suoi "problemi", alla ricerca) che in mezzo a tante mancanze conosce ciò che è essenziale e vi rimane attaccata. Attaccata a un'origine buona, fatta di genitori amorevoli che non perdono mai la speranza e che vedono sempre il positivo in lei, sarà più semplice per la pesciolina blu riscoprire con occhi nuovi la bellezza del mondo, come sottolinea lo splendido finale in mare aperto. Perché tutti i protagonisti scopriranno il valore dell'amicizia, il senso della famiglia e la magia che si cela dietro i loro difetti.
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domenica 3 marzo 2019
Ghostbusters (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 18/03/2017 Qui - Se n'è parlato e discusso per mesi, addirittura per descrivere questo film sono stati usati termini come, "Stupro", "Sacrilegio", "Profanazione" ed altri termini, addirittura da chi non l'aveva nemmeno visto. Anch'io avevo molti dubbi, ma di certo non sulla condotta apparentemente "anti-maschile" della pellicola ma perché non si può negare che le major abbiano contratto il vizio di ripescare marchi e nomi noti e aggiornarli ai tempi moderni, con risultati non sempre convincenti. Ebbene, non si può certo dire che questo Ghostbusters (2016), remake del celebre film Ghostbusters del 1984, sia l'eccezione che conferma la regola, ma neanche il più brutto film mai visto, perché di film peggiori di quest'ultimo ce ne sono davvero tanti (di uno di questi infatti ne parlerò presto). Ma ora, in quanto maschio e fan dell'originale Ghostbusters, non mi sono affatto sentito né offeso né umiliato né tradito, dato che questa pellicola, diretta da Paul Feig, che sembra avere una passione per le donne e per Melissa McCarthy, al suo terzo film dopo Spy e Corpi da reato, che segna il riavvio dell'omonima serie ma con il nuovo team di acchiappa-fantasmi interpretati appunto da attrici donne, Kristen Wiig, Kate McKinnon e Leslie Jones, non è così brutto o inutile come pensavo. Certo, poco nel film si salva, ma non la componente femminile che, nonostante tutto, fa bene il suo lavoro. Di solito infatti, quando si ironizza sulle donne, fare un fiato in senso contrario significa essere ipocriti e politicamente corretti (e di questi tempi non è un bene), mentre quando sono gli uomini il bersaglio, la loro ira (stando ai segnali che invia l'opinione pubblica) è giusta e sacrosanta. Perché, mi domando? Forse perché non sono abituati a essere ridicolizzati? Mi fermo qui, ulteriori disamine spettano ai sociologi e io solo sono un amante del cinema e nulla più, che ha visto questo film senza pressioni o remore.
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sabato 22 dicembre 2018
Humandroid (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/04/2016 Qui - Humandroid (Chappie in originale) non è il classico film di fantascienza, non siamo in un futuro distopico, non ci sono evidenti dubbi morali ed etici (alcuni però ci sono) tra umani e robot come nella precedente pellicola, anzi, qui siamo di fronte a qualcosa di unico ma non così eccezionale (anche se accattivante) come mi aspettavo. Questa pellicola del 2015, è stata scritta e diretta da Neill Blomkamp, che aveva esordito bene, benissimo con District 9, poi aveva messo le carte in tavola col minore Elysium, qua è al suo minimo. Il film è un minestrone che funziona poco e vale al massimo una visione alla tv. Humandroid infatti è un’opera centrifuga dove si getta tutto e tutti nel calderone: il tema della coscienza come materia tangibile, la socializzazione alla violenza, l'umanesimo della macchina, l'immortalità. I riferimenti, tematici ed estetici, sono ovviamente molteplici, alti e bassi: dai più ovvi RoboCop a Corto circuito. Mancano pensiero, direzione, un'idea di cinema, sì robusto e energetico che sa coattamente intrattenere, ma anche irritare in certi frangenti. Humandroid è ambientato in un futuro (molto) prossimo (2016..) e precipitato nei bassi fondi di Johannesburg, assediata da bande criminali. Per fare fronte al numero di aggressioni, omicidi, regolamenti di conti e rapine a mano armata che sconvolgono la città, le autorità di polizia 'ingaggiano' una brigata di robot umanoidi costruiti dalla società Tetravaal e ideati da Deon, giovane ingegnere indiano che da tempo lavora sull'intelligenza artificiale. Ma il sogno di Deon di dotare le sue creature di una coscienza è osteggiato da Michelle Bradley (Sigourney Weaver), presidente dell'impresa interessata soltanto al profitto e da Vincent Moore (il bad guy Hugh Jackman, leggermente fuori forma e non tanto brillante), ex militare esaltato e ostile che vorrebbe boicottare i robot a favore di una macchina da guerra manovrabile dall'uomo (come quasi Real Steel). A complicare il progetto di Deon interviene poi un gruppo di gangster naïf, interpretati dai membri di un gruppo rap locale (i Die Antwoord), che dopo averlo rubato e programmato, anche da lui, decidono di adottare e ad addestrare Chappie, l'umanoide intelligente (primo robot in grado di pensare e decidere autonomamente) e perfezionato che deve imparare a vivere come un bambino, che viene al mondo pieno di promesse, e che come ogni altro bambino Chappie dovrà farsi strada nel mondo con il cuore e con l'anima, tra influenze buone e cattive, per trovare la sua strada e diventare un uomo. Ma ambizioni, mire ed egoismi personali annulleranno la pace armata faticosamente conquistata sulle strade. Chappie è un robot, il primo robot capace di pensare e provare emozioni, ed è proprio per questo che in molti vorrebbero fosse l'ultimo della sua specie, in lui, alcune forze distruttive vedono un pericolo per l'intera umanità e per l'ordine sociale da distruggere prima che sia troppo tardi.
domenica 9 dicembre 2018
Exodus: Dei e Re (2014)
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