Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/08/2023 Qui - Forse leggere il romanzo originale può aiutare a capire qualcosa in più della trama, visionato come un'opera a sé stante, il film è un pasticcio surreale che unisce diversi generi, con un occhio verso il fantastico e il cinema dell'assurdo, ma che soccombe alle ambizioni esagerate di uno script che accumula dialoghi fittissimi e confusionari, una durata ingiustificata di oltre due ore e una trama che salta di palo in frasca senza troppi complimenti. Buone le caratterizzazioni del cast, di livello la confezione, ma è davvero dura evitare il colpo di sonno in più frangenti. Noah Baumbach furbo perché vorrebbe far diventare questo film un cult invece a mio parere è una brutta brutta esperienza visiva, evidente soprattutto sui (pessimi) titoli di coda. Voto: 4,5
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giovedì 31 agosto 2023
Rumore bianco (2022)
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sabato 20 novembre 2021
Mank (2020)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/11/2021 Qui - Più che un biopic sul talento bruciato dall'alcol dello sceneggiatore
anni '20 e '30, Herman Mankiewicz, o sulle origini del film considerato
il capolavoro di sempre del Cinema mondiale (personalmente lo ritengo
tale solo nella sua eccezione filmica), ossia Quarto potere (che per
l'occasione non potevo non rivedere), questo film raffigura, nel bianco e
nero tipico dell'epoca (una scelta stilistica obbligata e vincente), la Hollywood che fu. Quella pre-età dell'oro
post-guerra mondiale, dei primi film con l'audio, delle prime stelle,
quasi tutte provenienti dal teatro, ma anche del Cinema che viveva le
difficoltà economica della Grande depressione, e che si faceva con pochi
soldi ma tanto talento. In tal senso costumi, musiche ma soprattutto
scenografia e fotografia (non stupisce che due degli Oscar vinti a
fronte di 10 candidature vengono da lì) curate in modo maniacale,
aiutano nell'immersione. Bello davvero, un buonissimo film quindi,
tuttavia Mank è anche una pellicola autoreferenziale e ultra dialogica,
parlata fino all'inverosimile, non esattamente il massimo. David Fincher
va sempre apprezzato però, per il suo
modo di mettersi in gioco con film ambiziosi, sebbene poi spesso non
riesca a saltare l'asta che lui stesso ha piazzato molto in alto. Mank
risulta alla fine molto, fin troppo dinamico per ciò che intende
rappresentare. Forse anche un po' lungo, con frequenti divagazioni. Più
che discreta l'interpretazione di Gary Oldman (che un'Oscar
fortunatamente aveva in precedenza vinto prima della sua terza
candidatura con questo film), forse l'aspetto più positivo
insieme alla ricostruzione di un'epoca molto interessante dalla quale si
può attingere spesso, per tutti gli spunti che offre in termini di
personaggi sui generis, proprio come Mankiewicz, la cui vita è ben
sintetizzata nella citazione finale. Nel complesso mi è piaciuto sì, ho
apprezzato in particolar modo l'omaggio in termini cinematografici al film con e di Orson Welles, sia nel diegetico che nella forma, nel montaggio. Un lavoro certamente encomiabile, riuscito, come questo film. Voto: 7
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venerdì 17 settembre 2021
Wolf Children - Ame e Yuki i bambini lupo (2012)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/09/2021 Qui - Del regista giapponese Mamoru Hosoda ho già visto La ragazza che saltava nel tempo e mi era piaciuto molto, ho visto anche Summer Wars e non mi era troppo dispiaciuto, anzi, ma questo Wolf children non mi ha entusiasmato. Tecnicamente è fatto molto bene, sia per i disegni sia per i colori, ma la storia (una metafora sulla vita) poteva essere migliore. La storia di questa famiglia "strana", non è male, l'ho trovata interessante e carina, ma a tratti noiosetta, ci sono troppi tempi lenti, e la durata non aiuta di certo. Ammetto che ho fatto fatica a finirlo. Mi dispiace dire così perché io amo gli anime giapponesi, sia tecnicamente, sia per le storie molto particolari, o anche semplici, che in mano loro diventano quasi dei capolavori, ma in questo Wolf children si poteva fare di meglio (comunque non è un brutto cartone, mi è piaciuto abbastanza ma non mi ha soddisfatto al 100%). Mi è piaciuta di più la prima parte del cartone, poi la seconda l'ho trovata senza mordente e un po' tirata per le lunghe, cioè mi aspettavo un qualcosa che poi non è mai arrivato. Mi è piaciuto abbastanza ma non tanto da dargli un voto più alto. Wolf children è un film semplice e dalla trama lineare, che parla dell'amore universale, della crescita e dell'accettazione di sè, che tratta il tema della "diversità" in maniera delicata e non stereotipata, bello ma non un capolavoro. Voto: 6,5
lunedì 8 febbraio 2021
The 9th Life of Louis Drax (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/02/2021 Qui - Un thriller che vorrebbe fondere troppi livelli, dal gotico allo psicanalitico fino al mistery in stile Guillermo Del Toro. Vuole sorprendere per originalità ma in definitiva è solamente una scemenza un po' confusa che prende mille direzioni senza arrivare a nessun traguardo. Si seguono con punto interrogativo le disavventure apparentemente tragicomiche del piccolo Louis fino al suo nono compleanno, in attesa che i nodi sparsi qua e là vengano sciolti, cosa che accadrà maldestramente nel finale (tutto è un po' troppo facilmente intuibile, nessuna grossa sorpresa e quel colpo di scena alla fine è poca roba, di fatto esso non è un vero e proprio colpo di scena, è la prevedibilità di una sindrome che affligge i genitori fatta a persona). Piuttosto lento e noioso (vedi le sedute dallo psicanalista e i soliloqui del bimbo in coma), si salvano invece le sequenze fantasy-marine e poco più. Il cast fa del suo meglio, ma non rimedia al garbuglio della trama, anche perché a parte Sarah Gadon (qui comunque più bella che brava) ed Oliver Platt, il resto è risibile, lo è sia Aaron Paul che Jamie Dornan (qui dopotutto era ancora ancorato alle "sfumature"). Ben realizzato certo, non annoiante ma nemmeno pienamente convincente ed intrigante come avrebbe potuto essere. Brutto il doppiaggio italiano (in particolar modo quello del bambino). Il buon Alexandre Aja ne ha girati di meglio. Voto: 4
venerdì 31 gennaio 2020
Sette minuti dopo la mezzanotte (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2020 Qui
Tema e genere: Un fantasy, una favola, un dramma, un groppo in gola che non scende per un'ora e 40 minuti. L'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo del 2011 è infatti una parabola sulla morte, sul dolore, sulla perdita e sulla forza necessaria per affrontarli.
Trama: Un ragazzino, sofferente per la malattia della madre, vive un'esperienza fantastica.
Recensione: Trasfigurando metaforicamente la realtà nel fantasy, alla stregua del "recente" Babadook o The Monster o de Il Labirinto del Fauno, diretto da quel Del Toro che ha tenuto a battesimo Juan Antonio Bayona il quale già affrontò le conseguenze di traumi infantili in The Orphanage, A Monster Calls, più ancora degli esempi qui citati (in cui l'elemento fantastico funziona come una sorta di seduta di psicoanalisi permanente per il piccolo protagonista, che si ritrova ad affrontare l'evento più traumatico possibile nella vita di un bambino: la morte di un genitore), lascia esterrefatti per la maturità e la sincerità con cui riesce ad affrontare i grandi temi quali la morte, il lutto, il senso di perdita, di ingiustizia e di colpa, la solitudine, il rimorso e il desiderio di rinascita senza il benché minimo accenno di retorica, senza una nota stonata, senza una parola che possa suonare artificialmente affettata, anche quando si tratta dell'ultima parola detta sul letto di morte (il confronto tra madre e figlio è da pelle d'oca). A maggior ragione se si considera il target a cui il film si rivolge per cui l'esigenza di servirsi di un linguaggio semplice che però non semplifica, non banalizza ma al contrario risulta esemplare per metterne in luce la complessità e le infinite sfaccettature. Conor si sveglia in preda al panico nel cuore della notte mentre nella camera a fianco la madre sta morendo di tumore finché una di quelle notti, 7 minuti dopo la mezzanotte, gli fa visita un mostro a forma di albero (c'è Liam Neeson dietro il motion capture), un tasso, che in altrettanti momenti gli racconterà tre storie.
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lunedì 2 dicembre 2019
Ogni giorno (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/12/2019 Qui
Tema e genere: Adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo teen di David Levithan.
Trama: Rhiannon è una timida sedicenne che si innamora di uno spirito misterioso che, chiamato A, cambia corpo ogni giorno. Più il sentimento che provano si fa grande, più Rhiannon e A dovranno fare i conti con cosa significhi amare qualcuno che ogni 24 ora cambia faccia e aspetto, prendendo una decisione che trasformerà le loro esistenze per sempre.
Recensione: Il sottogenere young adult educativo si arricchisce di un nuovo titolo con Ogni giorno, dopo (solo per fare qualche recente esempio) di Prima di domani. E, in comune con Prima di domani, Ogni giorno ha un elemento fantasy (allora la morte della protagonista a ogni fine giornata, stavolta il trasferimento ogni maledetto giorno da un corpo all'altro di un'anima in pena) elemento che non viene spiegato e resta come dato di fatto insito al comportamento dei personaggi e non legato a una maledizione che può essere emendata cercando di capire chi ne sia l'artefice. Così, quel che accade in Ogni giorno è che i protagonisti innamorati l'uno dell'altro, nel momento in cui hanno capito e accettato il fatto che il lato maschile è soggetto a tale mutazione quotidiana (visto che si impossessa per 24 ore del corpo di un altro ragazzo o di un'altra ragazza), non cercano di porvi rimedio, di risolvere tale situazione, ma la assecondano, almeno fin quando non si rendono conto che non possono andare avanti a quel modo. Così, al contrario del bel film di Ry Russo-Young, questo film lascia un po' a desiderare. Perché la morale del film è talmente palese e grossolana che va ad inficiare molto il risultato finale, il messaggio è infatti quello "semplice" che ci si dovrebbe innamorare della persona per quello che rappresenta e che ci può dare, non per il suo aspetto fisico (eppure la nostra protagonista non neghi che "aiuti" in certe "faccende"). Certo, non si può non rimanere almeno in parte colpito dall'originalità dello script (anche se è un tema molto caro alla fantascienza e al fantasy quello di incarnarsi in un altro corpo, 10 volte meglio è Your Name.), certo, è un film comunque gradevole e che si lascia vedere, ma entusiasma poco questo Ogni giorno, piuttosto ripetitivo e per nulla originale quando si tratta di esplorare l'universo giovanile post adolescenza. La protagonista non mi convince, i dialoghi si alternano tra il serioso e l'incomprensibile, le vicende che si intrecciano non hanno grande appeal e tutto scivola via senza grande vivacità e, cosa più importante, privo della giusta carica emozionale. E insomma, nonostante un plot potenzialmente interessante, giudico questo film abbastanza ordinario nella sua caratterizzazione. Un film non assolutamente da buttare, ma si poteva fare di più, quantomeno spiegare cosa effettivamente "volasse" tra un corpo ed un altro. A descriverlo sarebbe la versione edulcorata di qualche "exorcism movie", ma non è nulla di orrorifico, anzi, regnano i buoni sentimenti pre-disillusori degli adolescenti. In tal senso, tutto già visto.
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sabato 23 novembre 2019
Your Name. (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/11/2019 Qui
Tema e genere: Pensate che la vostra vita sia troppo monotona e vorreste trovarvi al posto di qualcun altro che pensate si trovi in una situazione migliore della vostra? Un modo esiste ed è Your Name., film d'animazione giapponese del 2016 scritto e diretto da Makoto Shinkai, tratto dal medesimo romanzo scritto dallo stesso regista del film.
Tema e genere: Pensate che la vostra vita sia troppo monotona e vorreste trovarvi al posto di qualcun altro che pensate si trovi in una situazione migliore della vostra? Un modo esiste ed è Your Name., film d'animazione giapponese del 2016 scritto e diretto da Makoto Shinkai, tratto dal medesimo romanzo scritto dallo stesso regista del film.
Trama: Taki, liceale di Tokyo, e Mitsuha, la figlia di un sindaco di un paesino di montagna, un giorno scoprono che nel sonno sono finiti misteriosamente e miracolosamente l'uno nel corpo dell'altra e iniziano a comunicare tramite dei promemoria. Mentre goffamente superano le sfide che derivano da questa nuova e inedita situazione, tra i due nasce un legame d'amicizia che ben presto si trasforma in qualcosa di più romantico.
Recensione: Ecco un altro film di un regista giapponese ancora personalmente sconosciuto, come successo con The Boy and the Beast, e come in quel caso (di cui alla regia c'era Mamoru Hosoda) è sicuro che prossimamente recuperi i suoi precedenti lungometraggi d'animazione, ovvero 5 cm al secondo, Il giardino delle parole (quest'ultimo già in lista) e Viaggio verso Agartha (anche se su questo ho un dubbio se l'ho visto o meno), diretti tutti da Makoto Shinkai, ultimamente già nuovamente al cinema con Weathering with You (che ovviamente non mi perderò). E come in quell'occasione mi sono ritrovato a vedere un bel film d'animazione, anzi, di più, perché è una meraviglia per gli occhi e per il cuore l'opera di Shinkai. Un viaggio bellissimo, una ricerca continua dell'altro e contemporaneamente di sé, illuminata da immagini e disegni stupendi, scenografie mozzafiato degne dei migliori direttori della fotografia dei film su pellicola. E dire che, volendo essere gentili, il punto di partenza di Your Name. è quanto di più banale si possa trovare rovistando negli archetipi di anime e manga: il filo rosso del destino e lo scambio di corpi sono temi usati e abusati, per quanto questo film sia la dimostrazione che non ci stanchiamo mai delle vecchie storie, soprattutto se raccontate con garbo ed emozione. Ed è così anche qui, qui dove c'è più della storia d'amore tra adolescenti, c'è la ricerca della consapevolezza di sé stessi specchiandosi negli occhi e nella vita dell'altro e la rappresentazione di una forza unica che trascende ogni difficoltà e ogni dimensione spazio-temporale. L'aggiunta di una vena fantascientifica dona al film un'ulteriore dose di magia ma, e questo è l'unico difetto, lo rende a volte difficile da seguire e un po' troppo ingarbugliato. In ogni caso la scena finale è memorabile ed iconica e potrebbe rimanere impressa in mente per un bel po' di tempo (anche se una simile è rimasta già impressa da tempo, il primo emozionante incontro tra Johnny e Sabrina, se non sapete chi sono, vi tolgo il saluto). Ma andiamo con ordine.
martedì 3 settembre 2019
Sicilian Ghost Story (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/09/2019 Qui
Tema e genere: Liberamente tratto dal racconto Un cavaliere bianco scritto da Marco Mancassola, Sicilian Ghost Story è basato sulle vicende legate alla sparizione e all'omicidio di Giuseppe Di Matteo. Ed è un dramma thriller a tinte fiabesche che romanza in chiave "originale" la suddetta vicenda.
Tema e genere: Liberamente tratto dal racconto Un cavaliere bianco scritto da Marco Mancassola, Sicilian Ghost Story è basato sulle vicende legate alla sparizione e all'omicidio di Giuseppe Di Matteo. Ed è un dramma thriller a tinte fiabesche che romanza in chiave "originale" la suddetta vicenda.
Trama: Quando il ragazzo di cui è innamorata sparisce, la tredicenne Luna fa di tutto per ritrovarlo e per scuotere dall'apatia chi le sta intorno. Ma non basterà purtroppo, lei sì prenderà coscienza, ma lui sarà barbaramente ucciso.
Recensione: E' un titolo indovinato e promettente Sicilian Ghost Story, che bendispone e incuriosisce lasciando immaginare una rielaborazione libera e propositiva di temi ultranoti legati alla realtà isolana. Uno dei punti di pregio del film sta effettivamente nell'idea di allargare le maglie del racconto di una vicenda reale e drammatica per seminarvi aperture oniriche, suggestioni indotte dalla presenza forte dell'elemento naturale, segni e presagi che sembrano provenire dal profondo della terra. L'altra nota di merito sta nel riportare alla memoria, perseverando con la questione "criminalità organizzata", per mantenere consapevolezza e attenzione su una delle peggiori piaghe del nostro paese. L'impressione post-visione però è che intenzioni e risultato effettivo non collimino perfettamente e che, al netto degli onori per aver parlato di mafia e aver centrato tecnicamente alcune belle (ma in fondo inerti) scene d'ambiente naturale, si tratti di un esito in verità piuttosto semplice, moderatamente originale e che fatica a sostenere il peso di una sceneggiatura decisamente prolissa, soprattutto in dirittura d'arrivo quando sembra non trovare mai la scena conclusiva. Il film infatti, presentato in anteprima al 70° Festival del Cinema di Cannes, secondo film diretto dai registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza dopo Salvo, è un'opera ambiziosa, forse troppo, dato che questo dramma thriller a tinte fiabesche, dove realtà e fantasia si muovono nel mezzo del racconto, lascia abbastanza perplessi. Perché se all'inizio questo contrasto sorprendentemente funziona, contrasto tra magia e realtà e, soprattutto, tra sogni e verità, con l'andare avanti nella vicenda, il suddetto perde progressivamente il fascino che si era costruito all'inizio: l'immaginario, in equilibrio tra il fantastico e il reale, guarda al cinema di Matteo Garrone ma Sicilian Ghost Story si addentra anche in simbolismi e metafore troppo forzate. Questo lirismo viene poco supportato dalla scrittura, a tratti un po' didascalica, compromettendo anche la fascinosa messa in scena. Così, il film si trasforma da una suggestiva narrazione sui sogni e sull'amore come armi per sfuggire alla realtà, a un più prevedibile racconto di formazione. Un racconto neanche così tanto emozionante. Il punto di vista è quello di Luna, una ragazzina di 13 anni che non accetta la scomparsa del suo primo amore, sequestrato per ritorsione poiché figlio di un collaboratore di giustizia. Tenendo conto di questa premessa si può ritenere accettabile, fino ad un certo punto, che il film stesso rinunci ad alcuni gradi di complessità per procedere in modo limitatamente codificato e poco stratificato. Accogliendo questa logica risultano però incongruenti la sicurezza e la saccenza dimostrate dalla protagonista, i dialoghi taglienti e sentenziosi tra ragazzi, così come è accettabile che una (poco più che) bambina impartisca lezioni di responsabilità civile all'insegnante e al (povero) carabiniere solo a patto di concepire il tutto come uno strumento con finalità principalmente educative. Anche la difficile scelta di riferire per immagini il sequestro dal suo interno rivela indecisione su quale livello di realtà trasmettere allo spettatore e finisce per rimanere sospesa tra trucco invadente, dettagli lugubri e inserimenti ridondanti (il carceriere psicolabile, nota grottesca) senza in realtà riuscire a incidere sulla tensione drammatica. E insomma non sapendo su che puntare, tra realtà ed immaginazione, il film punta su di un cavallo sbagliato, centrando pochissimo il bersaglio. Difatti tutto resta nel limbo, e quello che si trova è l'ombra di un film riuscito, di un film spesso noioso e soffocante.
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mercoledì 21 agosto 2019
Notte Horror 2019: Cimitero vivente (1989)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/08/2019 Qui
Tema e genere: Horror tratto dal romanzo Pet Sematary, di Stephen King, che racconta una storia d'amore ma soprattutto morte.
Tema e genere: Horror tratto dal romanzo Pet Sematary, di Stephen King, che racconta una storia d'amore ma soprattutto morte.
Trama: La famiglia Creed si trasferisce in una piccola cittadina del Maine che sorge vicino ad un antico cimitero indiano in grado di far tornare in vita i morti. Un tragico incidente costringerà il Dott. Louis a seppellire un membro della famiglia e sarà l'inizio della sua discesa negli inferi.
Recensione: Esistono film di genere non perfetti, con difetti evidenti, ma che riescono comunque a ritagliarsi un posto nell'alveo dei cult non troppo trascurabili. In questo gruppo rientra Cimitero vivente, film del 1989, diretto da Mary Lambert e celebre adattamento del romanzo di Stephen King Pet Sematary pubblicato nel 1983. Gli adolescenti degli anni '90, amanti del brivido, con probabilità avranno visto per la prima volta questo titolo nella celebre rubrica Notti Horror di Italia 1 (e questo è uno dei motivi del perché ho scelto questo film per partecipare alla sesta edizione della Notte Horror, la quarta mia personale), i neofiti magari l'hanno recuperato in seguito, ma tutti avranno notato come, nonostante una sceneggiatura a volte lacunare e un ventaglio di interpretazioni caricate, Cimitero vivente sia un piccolo gioiellino che racconta al meglio quel che il cinema horror realizzava a fine anni '80. Tanto che in pieno revival '80 era più o meno scontato che ciò avrebbe suscitato anche 30 anni dopo, l'interesse di Hollywood nel rifarlo. Infatti, mesi fa è uscito il remake, perciò valeva forse la pena (ri)dare uno sguardo al film "originale", e così ho fatto (questo l'altro motivo del perché ho scelto questo film per la rassegna cinematografica tra blogger). Uscito nel 1989, il film appare come una produzione minore se paragonato ad altre incarnazioni (successive o precedenti) su celluloide dei lavori di King. Opere imprescindibili come Carrie - Lo sguardo di Satana di Brian De Palma, It (la miniserie) diretta da Tommy Lee Wallace e ovviamente Shining di Stanley Kubrick. A Cimitero vivente non è legato alcun grosso nome hollywoodiano: la regista Mary Lambert aveva alle spalle solo una lunga gavetta di video musicali (perlopiù di Madonna) e il nome più altisonante che appariva nel cast era quello di Fred Gwynne, che negli anni '60 era parecchio attivo soprattutto in tv. Ma contro ogni previsione Cimitero vivente è un film che riesce a terrorizzare oggi come allora, soprattutto per l'argomento che tratta, ovvero la difficoltà dell'essere umano di accettare la morte di un suo caro. I Creed sono la tipica famiglia medio borghese americana degli anni '80. Si trasferiscono in uno sperduto paesino di provincia (ovviamente nel Maine, dove sennò) dove le loro vite subiscono improvvisi traumi. Quando il gatto Churchill muore, il capo famiglia e il vicino di casa lo seppelliscono in un vecchio cimitero indiano in grado di riportare i defunti di nuovo in vita. In effetti la bestiola tornerà ancora a vivere, ma pervasa da un'anima corrotta e malvagia. Eppure ciò non frenerà il protagonista nell'affrontare lo stesso percorso quando a morire sarà qualcun altro. È tutta questione di essenza: gli stacchi di montaggio irruenti, la presentazione didascalica della famiglia medio-borghese americana, i momenti stereotipati non influiscono sull'atmosfera malsana e angosciante che si respira in Cimitero vivente. Complice di questa atmosfera l'argomento universale dell'accettazione del lutto, inserito in contesto sovrannaturale che si mischia lievemente anche con la storia dei nativi americani.
Recensione: Esistono film di genere non perfetti, con difetti evidenti, ma che riescono comunque a ritagliarsi un posto nell'alveo dei cult non troppo trascurabili. In questo gruppo rientra Cimitero vivente, film del 1989, diretto da Mary Lambert e celebre adattamento del romanzo di Stephen King Pet Sematary pubblicato nel 1983. Gli adolescenti degli anni '90, amanti del brivido, con probabilità avranno visto per la prima volta questo titolo nella celebre rubrica Notti Horror di Italia 1 (e questo è uno dei motivi del perché ho scelto questo film per partecipare alla sesta edizione della Notte Horror, la quarta mia personale), i neofiti magari l'hanno recuperato in seguito, ma tutti avranno notato come, nonostante una sceneggiatura a volte lacunare e un ventaglio di interpretazioni caricate, Cimitero vivente sia un piccolo gioiellino che racconta al meglio quel che il cinema horror realizzava a fine anni '80. Tanto che in pieno revival '80 era più o meno scontato che ciò avrebbe suscitato anche 30 anni dopo, l'interesse di Hollywood nel rifarlo. Infatti, mesi fa è uscito il remake, perciò valeva forse la pena (ri)dare uno sguardo al film "originale", e così ho fatto (questo l'altro motivo del perché ho scelto questo film per la rassegna cinematografica tra blogger). Uscito nel 1989, il film appare come una produzione minore se paragonato ad altre incarnazioni (successive o precedenti) su celluloide dei lavori di King. Opere imprescindibili come Carrie - Lo sguardo di Satana di Brian De Palma, It (la miniserie) diretta da Tommy Lee Wallace e ovviamente Shining di Stanley Kubrick. A Cimitero vivente non è legato alcun grosso nome hollywoodiano: la regista Mary Lambert aveva alle spalle solo una lunga gavetta di video musicali (perlopiù di Madonna) e il nome più altisonante che appariva nel cast era quello di Fred Gwynne, che negli anni '60 era parecchio attivo soprattutto in tv. Ma contro ogni previsione Cimitero vivente è un film che riesce a terrorizzare oggi come allora, soprattutto per l'argomento che tratta, ovvero la difficoltà dell'essere umano di accettare la morte di un suo caro. I Creed sono la tipica famiglia medio borghese americana degli anni '80. Si trasferiscono in uno sperduto paesino di provincia (ovviamente nel Maine, dove sennò) dove le loro vite subiscono improvvisi traumi. Quando il gatto Churchill muore, il capo famiglia e il vicino di casa lo seppelliscono in un vecchio cimitero indiano in grado di riportare i defunti di nuovo in vita. In effetti la bestiola tornerà ancora a vivere, ma pervasa da un'anima corrotta e malvagia. Eppure ciò non frenerà il protagonista nell'affrontare lo stesso percorso quando a morire sarà qualcun altro. È tutta questione di essenza: gli stacchi di montaggio irruenti, la presentazione didascalica della famiglia medio-borghese americana, i momenti stereotipati non influiscono sull'atmosfera malsana e angosciante che si respira in Cimitero vivente. Complice di questa atmosfera l'argomento universale dell'accettazione del lutto, inserito in contesto sovrannaturale che si mischia lievemente anche con la storia dei nativi americani.
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lunedì 8 luglio 2019
Viral (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/03/2019 Qui - Viral (Horror, Usa 2016): A mio avviso questo film, l'ennesimo lungometraggio riguardante i virus e gli infetti, questa volta diretto dal duo Henry Joost/Ariel Schulman (Paranormal Activity 3, Paranormal Activity 4, Catfish), non convince pienamente sotto il profilo fanta-horror, lasciando poco spazio alla sostanza (gli attacchi degli infetti, uno strano e non identificato parassita si insinua all'interno delle persone controllandone la mente e successivamente il corpo, sono piuttosto ridotti) e senza approfondire alcune cose che vengono presentate in maniera superficiale. La caratterizzazione di alcuni personaggi poi non sembra delle più credibili, anzi irritano un poco certi atteggiamenti e alcune banalità evidenti. Tuttavia il film, un film che nella tradizione Blumhouse offre un prodotto abbastanza solido a livello qualitativo (anche se il soggetto è quasi mai originale), ha degli aspetti positivi, specialmente nelle due attrici protagoniste (il resto è puro ornamento), brave a sviluppare il rapporto fra sorelle di fronte ad una nascente pandemia (Sofia Black-D'Elia e Analeigh Tipton). Di solito in film di questo genere le fasi iniziali sono saltate praticamente a pie pari, ma qui ci si concentra specialmente nei primi momenti del contagio, quando c'è più incertezza sul da farsi che la necessità di sopravvivere. Meglio la prima parte della seconda, che sconta soprattutto la prevedibilità della narrazione (giacché un momento prima che la scena procede si capisce già tutto) e qualche soluzione non priva di forzature. Nel complesso però, pur non riuscendo a infondere una certa atmosfera ansiogena (nonostante l'ambientazione quasi Lynchiana), il film ha comunque il merito di non rendersi noioso, ma non fa abbastanza per meritare la sufficienza piena. Infatti senza infamia e senza lode, ma senza riuscire nemmeno a farsi ricordare più di tanto. Voto: 5+
lunedì 24 giugno 2019
Dickens: L'uomo che inventò il Natale (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/01/2019 Qui - Il canto di Natale di Charles Dickens è uno dei testi più adattati al cinema, anche troppo. Ne esistono tantissime versioni, tra quelle fedeli (A Christmas Carol) e quelle ironiche (S.O.S. Fantasmi). Sembra non passare Natale senza che qualcuno si inventi di trasporre il celebre romanzo breve al cinema o alla tv. Stavolta, però, se non altro il regista Bharat Nalluri realizza qualcosa di metatestuale. Dickens: L'uomo che inventò il Natale (The Man Who Invented Christmas), film del 2017 diretto dal regista indiano infatti, non è propriamente un adattamento de Il canto di Natale quanto un film biografico molto romanzato (dopotutto è questo l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo del 2008 di Les Standiford, a sua volta ispirato al celebre romanzo dello scrittore inglese) che ne narra la genesi. Il regista entra difatti nella testa del grande romanziere visualizzando gli spiriti che la popolano nel momento della creazione di un testo leggendario e cercando di rendere per immagini il processo creativo. Un compito che il regista svolge con un linguaggio che rasenta il teatrale in più di un'occasione (anche troppo), essendo quasi sempre ambientato in interni, tra la casa di Charles Dickens, l'ufficio dei suoi editori e i locali frequentati dall'alta borghesia londinese di metà Ottocento. Bharat Nalluri infonde al tutto tuttavia una dose di movimento e azione: Dickens si muove in lungo e in largo per gli spazi che occupa, non sta mai fermo, è energico e cinetico (a volte è anche troppo gigioneggiante). Si parla tanto quanto ci si muove in questo film. Non a caso sceglie un attore come Dan Stevens, diventato famoso grazie a un ruolo in costume in Downton Abbey e poi passato a interpretare film popolari come La Bella e la Bestia (è l'irriconoscibile mostro del film) e The Guest, nonché la straordinaria serie tv Legion.
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Simon Callow
mercoledì 12 giugno 2019
La principessa Mononoke (1997)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/10/2018 Qui - Se devo essere sincero, dopo aver letto diverse recensioni e diversi giudizi stra positivi, mi aspettavo qualcosa di eccezionale. Non dico certo che il film mi abbia deluso, ma mi aspettavo di più da La principessa Mononoke, uno dei film (del 1997) più famosi dello Studio Ghibli e diretto dal grande Hayao Miyazaki. Tralasciando di riassumere la trama, credo nota a buona parte degli appassionati di animazione (una trama che comunque non sembra nulla di così innovativo o originale), in esso si riscontrano alcuni temi cari alla casa di produzione, ossia il rispetto per la natura, l'amicizia e l'ammirazione per la saggezza dei più anziani, e quelli ancora più cari all'autore, così tanto cari che il film nella sua interezza pare quasi una "bella copia" di Nausicaa della valle del vento. Tuttavia il modo in cui vengono affrontati i temi della natura e della vita umana e animale è abbastanza apprezzabile. Infatti i disegni e le animazioni sono davvero superlativi, perché gli ambienti, i fondali e le bestie sono colorati e animati in un mix splendido, così come splendida è la colonna sonora, e anche la sceneggiatura non è da meno (non male inoltre è anche il doppiaggio italiano). La storia parte velocemente, però dopo diventa, magari a tratti, un po' lenta, anche se ciò non dispiace troppo (anche perché non mancano momenti densi di atmosfera e poesia). In ogni caso, il principe protagonista della vicenda, Ashitaka, è il classico eroe che cerca di mettere d'accordo tutti e che, lasciato il suo villaggio, cresce lontano da esso e trova l'amore. Il titolo del film però è rivolto alla protagonista, ossia San la principessa Mononoke, che a mio avviso risalta poco a dispetto di ciò che si possa pensare prima della visione. Allevata nel mondo animale, rifiuta ogni contatto umano fino a quando incontra Ashitaka. Se devo decretare il vero protagonista del film lo è il Dio Cervo che può dare e togliere la vita. Entrambe le sue sembianze, quella diurna e quella notturna, richiamano alla mitologia cino-giapponese. Assume un volto umano durante le ore diurne, ossia quando splende il sole che simboleggia la vita, durante le ore notturne è un gigantesco youkai, ossia un fantasma, che cammina nella notte. Questo duplice aspetto, quello diurno e quello notturno, stanno a richiamare la sua duplice capacità di dare la vita e di toglierla. In definitiva è la rappresentazione della natura stessa.
Nausicaä della Valle del vento (1984)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/10/2018 Qui - La principessa Nausicaä della valle del vento è sicuramente un personaggio di grande fascino, in grado di accorpare la maggior parte della poetica Miyazakiana all'interno della propria figura. La pellicola infatti, quasi come un manifesto programmatico di poetica, racchiude in sé tutti i temi e i leitmotiv che ricorreranno nelle future opere del maestro giapponese, il rapporto dell'uomo con la natura, la critica al progresso scriteriato della scienza, il pacifismo, il convinto rifiuto del militarismo, la passione per il volo, la speranza nelle nuove generazioni e il ruolo centrale dei personaggi femminili. Non è un caso difatti che Nausicaä della Valle del vento, il primo film interamente scritto, sceneggiato e diretto da Hayao Miyazaki, e prodotto dal suo collega Isao Takahata (nel 1984), racconti di un mondo distrutto dall'apocalisse in cui il tentativo di sopravvivenza da parte della razza umana è fortemente legato all'avanzata della cosiddetta giungla tossica. Un ecosistema velenoso, abitato da una flora e da una fauna molto temibili e mirabilmente concepite dalla fantasia di Miyazaki. A questo problema si aggiunge la deleteria aspirazione della civiltà Tolmeikiana, bramosa di sopraffare i popoli più deboli, dimostrazione che l'uomo rinato dalle ceneri della catastrofe ha ancora molto da imparare. E così Nausicaa mostra come non per forza di cose si debba ambire alla dominazione o alla distruzione di ciò che non si conosce, ma che l'apprendimento e l'interazione possono generare amore e indulgenza, essenziali per la costruzione di un mondo più vivibile. E quindi Miyazaki attraverso gli effetti devastanti dell'inquinamento sottolinea il conflittuale rapporto dell'uomo nei confronti della natura. In tal senso è incredibile l'attualità del tema (tanto che ciò è uno dei motivi per cui varrebbe la pena di ri-vederlo), anche perché l'ecologia è probabilmente più di moda ora di quanto non lo fosse nel 1984, anno di uscita del film, il film che ha ispirato la nascita dello Studio Ghibli.
lunedì 3 giugno 2019
Prima di Domani (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/08/2018 Qui - Cosa può succedere quando si ha la possibilità di rivivere la stessa giornata più e più volte? Forse, di riuscire a cambiare qualcosa o, per lo meno, di modificarlo affinché il "non risolto" od il "risolto male" venga cancellato definitivamente, ed è ciò che succede alla protagonista adolescente del film Prima di Domani (Before I Fall), film statunitense del 2017 diretto da Ry Russo-Young e adattamento del romanzo E finalmente ti dirò addio (Before I Fall) di Lauren Oliver. Apparentemente è quindi il classico teen drama (sebbene sia stato definito una commedia dark teen), d'altronde il film segue le vicende di quattro ragazze del liceo (Zoey Deutch, Halston Sage, Medalion Rahimi e Cynthy Wu), le vicende delle classiche belle ragazze (popolari tra i coetanei al pari di quanto sono invidiate) con i loro (in parte) futili problemi, fatto che fa perciò pensare a un film superficiale, e invece Prima di Domani, è un film tutt'altro che banale, tutt'altro che già visto. Perché anche se il film affronta la tematica già più volte espressa in precedenti ed innumerevoli pellicole (Ricomincio da Capo per citarne una), quella, appunto, di rivivere molteplici volte lo stesso identico giorno, esso risulta però ben fatto e con un argomento "didascalico" interessante. Giacché a differenza di altri, il film, che ha un intento spiccatamente moraleggiante e educativo, volto prevalentemente ad un pubblico di ragazzi, che fa proprio il motto "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo", ha il merito d'essere un film meno banale dell'apparenza, perché in grado di trasportarci da osservatori a partecipanti di una realtà che è costantemente sotto i nostri occhi, facendoci capire come spesso le più piccole gocce creino le più grandi onde, dopotutto questo racconto formativo prova a teorizzare gli esiti di quel potere che tutti abbiamo sognato, vale a dire tornare indietro e correggere gli sbilenchi errori adolescenziali, i torti dati e ricevuti, i gesti evaporati e le parole non dette, solo che per la protagonista Sam (la promettentissima classe '94 Zoey Deutch, che tuttavia ben utilizzata fu in Tutti vogliono qualcosa, ma male in Proprio lui? e ancora prima nel pessimo Nonno Scatenato) l'opportunità è collateralmente una trappola senza fine che non fa altro che ribadire l'ineluttabilità di male e morte.
venerdì 31 maggio 2019
Perfect Sense (2011)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2018 Qui - Non è certamente il film che ti aspetti, Perfect Sense, film del 2011 diretto da David Mackenzie. Perché di solito quando si pensa ad un film apocalittico, viene da pensare a tutt'altro, ma la pellicola (presentata in anteprima al Sundance Film Festival nel 2011), che è comunque un film apocalittico, fantascientifico, è però ben altro, molto di più. Si tratta infatti di una raffinatissima riflessione sull'amore e la condizione umana, fatta con un budget ridotto, regia minimalista, dialoghi essenziali, poche parole ma incisive. Difatti come in Melancholia di Lars Von Trier, l'elemento fantascientifico è soltanto un pretesto, sfruttato dal regista con uno scopo ben preciso: parlare di amore, in un modo (approccio) insolito (inusuale e spiazzante), mai tentato prima. Un'approccio molto minimalista che si differenzia da altre pellicole di genere e che in un certo senso gli dona una certa originalità. E' innanzitutto, infatti, un film romantico, ricco di intimismo, che si da l'obiettivo di scrutare l'animo umano, analizzarlo nelle sue più recondite particolarità, sezionarlo in modo quasi scientifico, metterne a luce le contraddizioni (ma anche le infinite possibilità di quella che è una macchina sensazionale, il nostro corpo, la nostra mente). Non a caso il film (semisconosciuto in Italia, dove non è nemmeno arrivato nelle sale, ed arrivato qui da noi solo 7 anni dopo grazie a Sky), è un inno alle cose essenziale della vita, in una nera metafora sul consumismo, i rapporti di coppia, la crisi economica e il materialismo dilagante nella società odierna. In tal senso non bisogna perciò cercare la razionalità della trama, assurda ed irrealistica, quella di un mondo invaso da una strana epidemia (priva di fondamenti scientifici), che non si riesce bene ad identificare, che fa perdere alle persone l'uso dei sensi, a partire dall'olfatto, ma vivere il film a mente libera come un esperienza sensoriale. Ben presto ci si rende conto che tutti i sensi, prima o poi se ne andranno. L'esito finale dell'epidemia appare ineluttabile, intuiamo la paura, riflettiamo su ciò che abbiamo e che diamo per scontato, ne avvertiamo la grandezza. Lo avvertono soprattutto i due protagonisti (mentre attorno a loro esplode la follia), interpretati da un bravissimo Ewan McGregor e da una straordinaria e sontuosa (di meno non si può dire perché è praticamente una Dea) Eva Green (con un feeling eccezionale tra i due), rispettivamente un affermato chef di Glasgow ed una epidemiologa che sta studiando la malattia, che s'incontrano, si compensano, si amano.
giovedì 23 maggio 2019
La cura dal benessere (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/05/2018 Qui - Difficile esprimere un giudizio sull'ultima opera di Gore Verbinski, il quale gira un film decisamente visionario e criptico, molto ambizioso, con diversi livelli di interpretazione. Fonti d'ispirazione e d'imitazione tantissime, ci sono tracce di Argento, echi di Kubrick e Lynch, qualche richiamo a "Shutter Island" di Scorsese, con momenti di smarrimento paranoico alla Polanski e perfino un finale che fa venire in mente "La maschera di cera". Classificabile come thriller-horror, tra paranormale e psicologico, non a caso quest'impasto di generi diversi inizia come un thriller aziendale, prosegue come un giallo psicologico, per poi diventare sempre più un horror e chiudere come un melodramma gotico, è una storia che si mantiene ad un ritmo sostenuto malgrado la sua lunghezza. Immerso in un clima onirico, il protagonista sembra seguire un percorso altalenante, tra delirio e realtà, tra pazzia e lucidità, tra farneticazione e pericoli reali. Dopotutto ci sono delle invenzioni visive molto suggestive e le atmosfere sono perfettamente allucinanti ed estranianti, insomma sembra di essere in un forte "trip "da acidi. Tuttavia la storia appare disordinata e affollata da troppi elementi eterogenei, che ne rendono poi difficile l'assimilazione e la relativa interpretazione. Tanto che personalmente, non mi ha entusiasmato più di tanto. Questo perché La cura dal benessere (A Cure for Wellness), film del 2016 diretto dal regista statunitense, seppur è un lavoro decisamente interessante, per buona parte avvincente e ricco di interessanti suggestioni ottimamente sfruttate nell'eccellente prima parte, presenta però un certo (netto) calo nella meno efficace seconda quando (e soprattutto nell'ultima mezz'ora di film, in cui tutte le aspettative s'infrangono) i nodi vengono al pettine. La presunta rivelazione finale è infatti ampiamente intuibile dagli elementi sparpagliati nel corso della narrazione che non possono sfuggire all'attenzione dello spettatore più accorto. A tal proposito sembra che il regista abbia provato (non riuscendoci ahimè) a far qualcosa in cui altri ci sono riusciti. Sono difatti moltissimi gli esempi di film costruiti come giochi di prestigio, il cui motore trainante altro non è che il colpo di scena finale, macchine illusorie perfette che depistano e seminano falsi indizi per tutto l'arco della propria narrazione, con l'unico scopo di lasciare di stucco lo spettatore, regalandogli poi la soddisfazione di tornare a casa con in tasca la soluzione del trucco. A questa categoria vorrebbe appartenere anche questo film se non fosse appunto che già nei primissimi minuti viene offerta allo spettatore, in maniera chiara ed evidente, la soluzione all'inganno attorno a cui ruotano le due ore e mezza del film.
La canzone del mare (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/05/2018 Qui - A metà tra favola e poesia, La canzone del mare (Song of the Sea), film d'animazione del 2014 diretto da Tomm Moore, che già si era cimentato in qualcosa di simile nel suo precedente The Secret of Kells, anch'esso candidato agli Oscar come quest'ultimo come miglior film d'animazione (nel 2010 e nel 2015), ma che tuttavia è ancora inedito in Italia, è un affascinante favola a cartoni animati dalle suggestive atmosfere nordiche, dal disegno stilizzato e un po' rigido che per questo appassiona e cattura grandi e piccini attorno ad una natura selvaggia ed incontaminata di un paradiso naturale da sogno. La canzone del mare infatti, che comunque non è un film come gli altri, non solo per lo stile visivo, ben lontano dall'omogenea grafica 3D a cui ci ha abituato l'animazione degli ultimi anni, coerentemente con la passione del regista per la tradizione, ed intingendo i pennelli nella tradizione folkloristica irlandese, riesce ad animare ambientazioni e creature del folklore celtico come le selkies e i folletti per tratteggiare con ombre di poesia una storia che parla a tutta la famiglia. Questo film poetico e fiabesco difatti, usa la leggenda delle selkie, metà foche e metà donne, per parlare di famiglia, di morte, di lutto e di sentimenti da affrontare con la semplicità tipica dei bambini, ma anche per raccontare il viaggio, anche e soprattutto interiore, che porta i due bambini protagonisti alla ricerca di se stessi e all'ela-borazione catartica appunto del loro terribile lutto. Proprio perché seppur i protagonisti sono bambini, a confronto con l'aridità e l'incapacità degli adulti di comprendere il meraviglioso, i temi del film sono tutt'altro che infantili. Temi importanti, come il valore del sacrificio, veicolati appunto con parole e immagini adatte alla comprensione dei bambini, ma con una chiave di lettura anche per gli adulti. Non per niente Il mito delle selkie è sempre stato usato da generazioni come allegoria del dolore della perdita in mare di una persona cara.
giovedì 9 maggio 2019
Fallen (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/02/2018 Qui - Fallen (Fantasy, Usa 2016): Non mentirò, ho visto questo film solo perché c'era la bella, giovane e sexy Addison Timlin, molto ammirata ne Il luogo delle ombre. Purtroppo però era meglio se non l'avessi fatto, perché questo film tratto dall'omonima saga letteraria (best seller di successo che non ho letto e che il film non incoraggia minimamente a fare), diretto da Scott Hicks (regista appena sufficiente leggendo la sua filmografia) e chiaramente avvicinabile a Twilight per il target a cui è destinato e per le vicissitudini sentimentali e action che propone (solo che invece dei vampiri ci sono gli angeli e i diavoli), è un'avventura fantasy-romatica-drammatica banale e risibile. Un film in cui la trama (piena di cliché e povera di contenuto, dove il problema principale è il plot, quello di una ragazza che è stata obbligata a frequentare il riformatorio Sword And Cross dopo essere stata accusata di un omicidio e che scoprirà man mano con il passare delle vicende la realtà dei fatti, ma che nel frattempo è corteggiata da due misteriosi corteggiatori) non sta in piedi ed è improbabile anche per un fantasy teen movie. Così tanto che, a causa soprattutto dei dialoghi fessi e delle caratterizzazioni sciocche di personaggi insipidi e ordinari, a farla da padrone è la noia. Per un'ora e un quarto infatti non succede assolutamente nulla e anche quel poco che succede nell'ultimo quarto d'ora non è nulla di entusiasmante. Senza contare che il finale, che in verità non c'è, anche perché esso dovrebbe precedere un sequel (che spero mai sarà prodotto) è poco convincente. Fallen insomma, dove non ci sono neanche un granché di effetti speciali, è poco coinvolgente e troppo patinato da meritarsi una visione, figuriamoci la sufficienza. Voto: 4,5
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giovedì 4 aprile 2019
Commemoration Days - Martin Landau: 9 (2009)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/10/2017 Qui - Era da tanto che volevo vedere 9, film di animazione del 2009 diretto da Shane Acker, basato sull'omonimo cortometraggio del 2005 che nel 2006 venne candidato all'Oscar. Del film infatti ne avevo sentito parlare tempo fa, ma a causa di molte dimenticanze ho sempre rimandato, ora per una strana coincidenza e dopo sfortunatamente avuto la notizia della dipartita di Martin Landau, una delle voci del cast originale del film in questione, ne ho approfittato e l'ho finalmente visto. Anche perché del grande attore americano solo ultimamente, grazie al bellissimo thriller Remember (in cui insieme a Christopher Plummer, che ritroviamo anche qui nel notevole cast di voci, ha dato prova della sua bravura), ho avuto modo di conoscerlo fino in fondo, giacché proprio non saprei (seppur certamente qualcuno sicuramente) se qualche altro film con lui protagonista ho mai visto. Probabilmente Ember: Il mistero della città di luce, Frankenweenie (in cui ha prestato la voce) e qualche altro vecchio film, anche se sono ricordi un po' sfocati. Ma tralasciando ciò, quando se ne va un grande attore (e ultimamente purtroppo sta accadendo troppo spesso) è sempre un dispiacere, soprattutto nel caso in cui come questo scopro, anche grazie al suo prezioso supporto (perché importante è in questo film l'interpretazione degli attori per far rendere al meglio i loro personaggi, tra cui ovviamente un perfetto e convincente Martin Landau, capace nel suo poco tempo a disposizione di fare la differenza), un piccolo e autentico gioiellino, soprattutto per un particolare, ovvero lo zampino del grandissimo Tim Burton. Ma prima di addentrarci nel film in questione un piccolo ringraziamento a chi ha collaborato ed ai partecipanti della rassegna (Commemoration Days) che io oggi comincio, fatta per commemorare grandi artisti e attori che quest'anno ci hanno lasciati e che durerà per un po' di giorni. Tim Burton dicevo, lui che insieme a Timur Bekmambetov (regista dell'inutile remake di Ben-Hur), entrambi in veste di produttori, hanno avuto la brillante idea di riscoprire il corto originale del regista Shane Acker, che si è fatto conoscere proprio per quel bellissimo cortometraggio (che ho recuperato dopo la visione del film), e di sviluppare pertanto questo lungometraggio d'animazione di sbalorditivo livello tecnico.
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sabato 30 marzo 2019
Night of the Wolf - Late Phases (2014)
Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/09/2017 Qui - Night of the Wolf - Late Phases (Horror, Usa 2014): Mi è cascato tra le mani questo horrorino di ambientazione licantropesca, credo primo lungometraggio inglese dello spagnolo Adrián García Bogliano, che già aveva partecipato al collettivo The ABCs of Death oltre ad aver diretto Here Comes the Devil. Il film, nella resa dei licantropi, negli effetti speciali, nella elementarità della trama, nelle ambientazioni e nell'incedere, è caratterizzato da una piacevole reminiscenza anni '80, un po' (tanto) da B-movie. I primi venti minuti infatti sono molto divertenti, Ambrose McKinley (interpretato da Nick Damici) è un veterano di guerra non vedente (molto simile a Stephen Lang di Man of the Dark, ma con risvolti meno interessanti) che si trasferisce nella piccola comunità di Crescent Bay, un luogo in apparenza tranquillo abitato da invadenti vecchiette e da altri pensionati in cerca di relax. Ma con l'arrivo della luna piena, qualcosa di sinistro si materializza attorno a quelle case, creando il panico tra i residenti. Peccato che con il passare dei minuti, il film che in partenza ha appunto un tono frizzante da horror comedy anni ottanta, si sieda letteralmente (girando attorno alle vicende personali di un comunque stereotipato protagonista) con un plot comunque insipido e poco coinvolgente, una storia che per fortuna si risolleva nel finale splatteroso dove assistiamo anche a una fatidica trasformazione da uomo in lupo (tutto sommato riuscita, ma niente a che vedere con i livelli toccati da altre grandi opere). Inoltre Bogliano non sembra affatto a suo agio dietro la telecamera, troppi movimenti lenti e poco spazio alla fantasia, un'involuzione dettata dal fatto che Late Phases è praticamente un lavoro su commissione. Un lavoro in cui si doveva e poteva sfruttare meglio il tema dell'assedio e di molte altre idee abbozzate ma rimaste purtroppo indefinite, la tensione infatti si sfalda in un baleno. Giacché per chi ama il cinema dei licantropi, Late Phases rappresenta un prodotto che non aggiunge nulla a quanto già visto in passato. Perché anche se resta sul piatto un po' di sano intrattenimento, ma anche tante immagini che girano a vuoto, fatico ad arrivare alla sufficienza piena. Voto: 5,5
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