Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2022 Qui - Mentre guidano verso la California, due fratelli, Becky e Carl, si addentrano in un campo del Kansas, attirati da una richiesta di aiuto. Tratto da Stephen King, il film di Vincenzo Natali (il famoso regista de Il cubo) è un horror che funziona nel ricreare atmosfere cupe ed angosciose legate ad un luogo apparentemente idillico e in realtà minaccioso e terrorizzante, ma è più riuscito nella prima parte rispetto alla seconda, in cui appare più convenzionale con la storia maggiormente "tirata per le lunghe". Inoltre i personaggi sono poco convincenti e pure la stessa star del film, ovvero Patrick Wilson, appare poco convinta. Nulla di memorabile (alla fine si ha l'impressione che l'idea si potesse sfruttare meglio) ma comunque non male, l'intrattenimento c'è. Voto: 6
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giovedì 27 ottobre 2022
Nell'erba alta (2019)
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lunedì 30 settembre 2019
Upgrade (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/09/2019 Qui
Tema e genere: Thriller fantascientifico prevalentemente d'azione il cui motore iniziale è la vendetta del protagonista, per poi prendere inoltre, anche altre strade.
Trama: In un mondo ipertecnologico, un uomo rimasto paralizzato dopo un agguato criminale cerca vendetta per la moglie uccisa. E quando un tecnologo miliardario gli offre la possibilità di sottoporsi a una cura sperimentale in grado di curarlo, incurante però dei rischi, non ci penserà due volte.
Recensione: Nel filone fantascientifico che indaga robotica e I.A. in cui tutto sembra essere stato detto, questo film di Leigh Whannell (prodotto dalla Blumhouse di Jason Blum) si batte per stare a galla e ci riesce, riequilibrando strutture già sperimentate e rinfrescandole, senza strafare, nei limiti delle proprie possibilità, grazie ad una serie di elementi notevoli nel reparto tecnico registico e in quello narrativo. Il topos uomo versus macchina e la relativa, sterminata filmografia anni '80 e '90 stanno alla base dell'architettura del film, che ne rimastica abilmente gli ingredienti potenziando il fronte psicologico ed esistenziale. Al classico schema della macchina che si fa uomo migliorandone le capacità si aggiunge infatti la forte pervasività psicologica dell'apparecchio, che si sente dialogare con il protagonista: egli è pienamente al comando delle sue facoltà, ma inevitabilmente diviso in una sorta di doppio io, con il quale pare collaborare e che non va per il sottile quando si tratta di affrontare i cattivoni. Componente predominante della seconda parte è infatti la lotta corpo a corpo (una lotta di cui stile di combattimento riporta alla mente quello di Matrix), tradotta con una regia innovativa che blocca la macchina da presa sul protagonista e ne ripete in modo robotico e volutamente straniante gli esatti movimenti, questi espedienti di forma vivacizzano scontri e dialoghi piuttosto convenzionali, che si fanno invece interessanti soprattutto quando l'io si pone degli scrupoli tutti umani sulle proprie azioni, domandandosi infine chi sia davvero al comando della propria realtà. Un'ironia piuttosto equilibrata svolge il duplice compito di alleggerire i toni e sviare lo spettatore, nell'intenzione più generale di allontanare la trama da implicazioni filosofiche che restano in agguato, ma che il film non è in grado di sostenere. Al conflitto interiore e mai banale sulle responsabilità delle proprie scelte si affianca invece una violenza splatter con la quale il regista sembra divertirsi molto, e che talvolta ricorda le sue passate incursioni nel cinema horror (suo il dimenticabile Insidious 3 - L'inizio). Anche il finale è all'insegna di un già visto perfettamente rimodulato, addirittura capace di assestare un riuscito colpo di scena dai risvolti fatalisti e inquietanti per un futuro (il nostro) nel quale presto dovremo domandarci in quale realtà preferiamo davvero vivere. Upgrade è dunque un film che merita senza dubbio la visione, tra il distopico, l'horror e lo sci-fi, con una storia non particolarmente originale, ma uno svolgimento degli eventi avvincente ed intrigante e un finale da lasciare a bocca aperta.
Trama: In un mondo ipertecnologico, un uomo rimasto paralizzato dopo un agguato criminale cerca vendetta per la moglie uccisa. E quando un tecnologo miliardario gli offre la possibilità di sottoporsi a una cura sperimentale in grado di curarlo, incurante però dei rischi, non ci penserà due volte.
Recensione: Nel filone fantascientifico che indaga robotica e I.A. in cui tutto sembra essere stato detto, questo film di Leigh Whannell (prodotto dalla Blumhouse di Jason Blum) si batte per stare a galla e ci riesce, riequilibrando strutture già sperimentate e rinfrescandole, senza strafare, nei limiti delle proprie possibilità, grazie ad una serie di elementi notevoli nel reparto tecnico registico e in quello narrativo. Il topos uomo versus macchina e la relativa, sterminata filmografia anni '80 e '90 stanno alla base dell'architettura del film, che ne rimastica abilmente gli ingredienti potenziando il fronte psicologico ed esistenziale. Al classico schema della macchina che si fa uomo migliorandone le capacità si aggiunge infatti la forte pervasività psicologica dell'apparecchio, che si sente dialogare con il protagonista: egli è pienamente al comando delle sue facoltà, ma inevitabilmente diviso in una sorta di doppio io, con il quale pare collaborare e che non va per il sottile quando si tratta di affrontare i cattivoni. Componente predominante della seconda parte è infatti la lotta corpo a corpo (una lotta di cui stile di combattimento riporta alla mente quello di Matrix), tradotta con una regia innovativa che blocca la macchina da presa sul protagonista e ne ripete in modo robotico e volutamente straniante gli esatti movimenti, questi espedienti di forma vivacizzano scontri e dialoghi piuttosto convenzionali, che si fanno invece interessanti soprattutto quando l'io si pone degli scrupoli tutti umani sulle proprie azioni, domandandosi infine chi sia davvero al comando della propria realtà. Un'ironia piuttosto equilibrata svolge il duplice compito di alleggerire i toni e sviare lo spettatore, nell'intenzione più generale di allontanare la trama da implicazioni filosofiche che restano in agguato, ma che il film non è in grado di sostenere. Al conflitto interiore e mai banale sulle responsabilità delle proprie scelte si affianca invece una violenza splatter con la quale il regista sembra divertirsi molto, e che talvolta ricorda le sue passate incursioni nel cinema horror (suo il dimenticabile Insidious 3 - L'inizio). Anche il finale è all'insegna di un già visto perfettamente rimodulato, addirittura capace di assestare un riuscito colpo di scena dai risvolti fatalisti e inquietanti per un futuro (il nostro) nel quale presto dovremo domandarci in quale realtà preferiamo davvero vivere. Upgrade è dunque un film che merita senza dubbio la visione, tra il distopico, l'horror e lo sci-fi, con una storia non particolarmente originale, ma uno svolgimento degli eventi avvincente ed intrigante e un finale da lasciare a bocca aperta.
giovedì 9 maggio 2019
Fallen (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/02/2018 Qui - Fallen (Fantasy, Usa 2016): Non mentirò, ho visto questo film solo perché c'era la bella, giovane e sexy Addison Timlin, molto ammirata ne Il luogo delle ombre. Purtroppo però era meglio se non l'avessi fatto, perché questo film tratto dall'omonima saga letteraria (best seller di successo che non ho letto e che il film non incoraggia minimamente a fare), diretto da Scott Hicks (regista appena sufficiente leggendo la sua filmografia) e chiaramente avvicinabile a Twilight per il target a cui è destinato e per le vicissitudini sentimentali e action che propone (solo che invece dei vampiri ci sono gli angeli e i diavoli), è un'avventura fantasy-romatica-drammatica banale e risibile. Un film in cui la trama (piena di cliché e povera di contenuto, dove il problema principale è il plot, quello di una ragazza che è stata obbligata a frequentare il riformatorio Sword And Cross dopo essere stata accusata di un omicidio e che scoprirà man mano con il passare delle vicende la realtà dei fatti, ma che nel frattempo è corteggiata da due misteriosi corteggiatori) non sta in piedi ed è improbabile anche per un fantasy teen movie. Così tanto che, a causa soprattutto dei dialoghi fessi e delle caratterizzazioni sciocche di personaggi insipidi e ordinari, a farla da padrone è la noia. Per un'ora e un quarto infatti non succede assolutamente nulla e anche quel poco che succede nell'ultimo quarto d'ora non è nulla di entusiasmante. Senza contare che il finale, che in verità non c'è, anche perché esso dovrebbe precedere un sequel (che spero mai sarà prodotto) è poco convincente. Fallen insomma, dove non ci sono neanche un granché di effetti speciali, è poco coinvolgente e troppo patinato da meritarsi una visione, figuriamoci la sufficienza. Voto: 4,5
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venerdì 3 maggio 2019
Le colline della morte (2010)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2018 Qui - Le colline della morte (Dramma, Australia 2010): Mi sono sempre piaciuti i film storici e di guerra, ma questo, in origine dal titolo Beneath Hill 60, proprio non m'ha soddisfatto. Perché seppur ci si trova di fronte ad una (relativamente) piccola produzione australiana che parla di un eroe nazionale che porta il nome di Oliver Woodward (qui interpretato da Brendan Cowell), che nel 1916 prese parte alle azioni della Prima compagnia australiana, impegnata a scavare gallerie sul fronte occidentale per minare le fortificazioni tedesche e che riuscì con la più grande esplosione a memoria d'uomo (udibile fino a un migliaio di chilometri di distanza) a prendere il controllo di una strategica collina, niente brilli davvero a parte la giovane e bella Isabella Heathcote. Certo, la sceneggiatura è quella che è, il livello è quello che è, ma al contrario di tanti quello che qui manca è l'elemento cardine, l'intensità e profondità. Lontano infatti dallo stile inconfondibile di certi grandi autori, Jeffrey Sims si dimostra artigiano troppo ligio alle esigenze della produzione, tanto che seppur il suo film, in realtà, non arrischia affatto d'esser sgradevole, esso, svicolato dal suo contesto nazionale, finisce per arrivarci attraverso sentieri più e più volte percorsi, finendo per smarrirsi nell'anonimato dei film di mestiere. Voto: 5,5
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