Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/03/2021 Qui - Il lungometraggio di esordio della regista australiana Natalie Erika James, prodotto da nomi noti come Jake Gyllenhall e i fratelli Russo,
si presenta come un horror d'atmosfera piuttosto interessante (che non
abusa di Jumpscare un tanto al chilo, ed è un merito), in grado innanzi
tutto di soffermarsi in modo serio e per nulla facilone od ingenuo su
una problematica scottante e comune a tutti, inerente l'inevitabile
processo di invecchiamento che colpisce tutti noi, ed i nostri cari,
fino a renderci incapaci di gestirci, influenzati, se non proprio
succubi, degli scherzi che una mente resa instabile dall'invecchiamento
di cellule e neuroni, ci presenta come una sorta di beffarda resa dei
conti, con la complicità (perché no) di un intervento maligno e
controverso proveniente dagli spiriti di chi ci ha preceduto nel
raggiungere il traguardo oltre la vita. Ed è proprio da questo spunto
realistico purtroppo molto comune che il film trae la sua capacità di
coinvolgere e suggestionare anche al di là dei suoi effettivi meriti.
Ambizioso ed imperfetto, questo è indubbio, però ha un suo perché,
meritevole di una visione. In ogni caso la storia funziona abbastanza
bene, la scenografia regala momenti di inquietudine piuttosto
convincenti, e la prova delle tre interpreti protagoniste, Emily Mortimer, Bella Heathcote, e la bravissima Robyn Niven
nei panni stralunati e inquietanti di nonna Edna, contribuisce a
rendere il prodotto finito dignitoso. Un prodotto, che si inserisce
nella scia di opere come Babadook ed Hereditary, pur senza possederne la stessa forza. Voto: 6+
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lunedì 22 marzo 2021
lunedì 3 giugno 2019
Professor Marston and the Wonder Women (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/08/2018 Qui - Il 2017 è stato l'anno in cui Patty Jenkins e Gal Gadot hanno riportato alla ribalta il personaggio di Wonder Woman nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, dando vita al film più apprezzato e chiacchierato del DC Extended Universe della Warner Bros. (Justice League anche se mi manca non credo sarà migliore), Professor Marston and the Wonder Women, film del 2017 scritto e diretto da Angela Robinson, ci riporta negli anni Quaranta e ci racconta la mente e le vicende di chi ha creato la prima eroina femminile della DC Comics. E non ci credereste mai, non conoscendo la vera storia, chi la creò e il perché (e come per giunta). Se non sapete già del dietro le quinte dell'amazzone più famosa di tutti i tempi, per noi comuni mortali Diana Prince, la superdonna per eccellenza, il simbolo dell'emancipazione femminile formato fumetto infatti, potreste rimaner delusi e leggermente spiazzati nello scoprire che in realtà dietro all'eroina si nasconde un mondo vizioso, un urlo di trasgressione che l'America degli anni Quaranta non poteva accettare. Se in apparenza Wonder Woman sembra rivolgersi a un pubblico molto giovane, la storia del suo autore è da tenere lontana dalla portata dei bambini. Nei panni del Professor Marston, psicologo (affascinante, un rubacuori in grado di far sognare le sue allieve tra un tomo da studiare e una lezione) che prima di creare Wonder Woman inventò la macchina della verità, un convincente Luke Evans. Ma è Rebecca Hall a rubargli la scena, almeno nella prima parte del film, nel ruolo della moglie in carriera, intelligente e arguta, che contribuisce a strapparci più di un sorriso (che ha uno spirito libertino). L'equilibrio della coppia viene un giorno spezzato dall'ingresso nelle loro vite di Olive, interpretata da Bella Heathcote, bella di nome e di fatto ma forse non troppo a proprio agio nei panni di questo personaggio, che diventa l'assistente di Marston. Ed è a questo punto che fra i tre nasce uno strano rapporto, che metterà a rischio le loro idee e il loro rapporto "allargato". Sulla carta quindi una storia intrigante, disseminata di "ménage à trois", dinamiche sadomasochistiche intrecciate a quelle del linguaggio e relazionali, l'invenzione della macchina della verità declinata (solo) come strumento per scandagliare i desideri del subconscio, gli anni '30 statunitensi e Wonder Woman. Il fatto che il tutto si ispiri a fatti realmente accaduti fornisce una verosimiglianza di partenza che dovrebbe ulteriormente aiutare la causa.
venerdì 3 maggio 2019
Le colline della morte (2010)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2018 Qui - Le colline della morte (Dramma, Australia 2010): Mi sono sempre piaciuti i film storici e di guerra, ma questo, in origine dal titolo Beneath Hill 60, proprio non m'ha soddisfatto. Perché seppur ci si trova di fronte ad una (relativamente) piccola produzione australiana che parla di un eroe nazionale che porta il nome di Oliver Woodward (qui interpretato da Brendan Cowell), che nel 1916 prese parte alle azioni della Prima compagnia australiana, impegnata a scavare gallerie sul fronte occidentale per minare le fortificazioni tedesche e che riuscì con la più grande esplosione a memoria d'uomo (udibile fino a un migliaio di chilometri di distanza) a prendere il controllo di una strategica collina, niente brilli davvero a parte la giovane e bella Isabella Heathcote. Certo, la sceneggiatura è quella che è, il livello è quello che è, ma al contrario di tanti quello che qui manca è l'elemento cardine, l'intensità e profondità. Lontano infatti dallo stile inconfondibile di certi grandi autori, Jeffrey Sims si dimostra artigiano troppo ligio alle esigenze della produzione, tanto che seppur il suo film, in realtà, non arrischia affatto d'esser sgradevole, esso, svicolato dal suo contesto nazionale, finisce per arrivarci attraverso sentieri più e più volte percorsi, finendo per smarrirsi nell'anonimato dei film di mestiere. Voto: 5,5
martedì 9 aprile 2019
50 sfumature di nero (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2017 Qui - Cinquanta sfumature di nero (Drammatico, USA, 2017): Ho essenzialmente visto questo film per rivedere "all'opera" Dakota Johnson, che non sarà forse un gran bellezza, ma è dotata di un bel fisico e di una intrigante sensualità, non certo per la ridicola continuazione di un'assurda storia d'amore, che tutti ormai conoscono (anche se spero di no). Perché anche se questa volta la regia viene affidata ad un "regista" vero che ha perfino un curriculum (James Foley) e nonostante un leggerissimo passo in avanti rispetto al primo solo perché quantomeno si approfondisce di più sul passato di Grey e c'è qualche avvenimento in più (e alcune scene erotiche sono leggermente migliori), il risultato non si discosta molto dalla prima bruttura di due anni prima. Anche perché il resto del film (comprendente incredibilmente nella colonna sonora di due tracce di Danny Elfman), incentrato sul rapporto morboso di Grey verso Ana e sui dubbi di quest'ultima nei confronti di Grey (un deludente Jamie Dornan), scorre troppo lentamente. Un po' poco anche per la sufficienza, senza dimenticare che davvero ridicola è la scena dell'incidente aereo e tante altre. Voto: 5
sabato 6 aprile 2019
The Neon Demon (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/11/2017 Qui - Fiaba cupa e violenta diretta con un grande stile che spesso sconfina nel manierismo dal Nicolas Winding Refn di Drive è The Neon Demon. Difficile guardare a questo film (del 2016) stratificato, citazionista, suggestivo e originale dal punto di vista visivo e disturbante in un paio di scene evitabili e di cattivo gusto, senza riandare infatti con la mente al grande film interpretato da Ryan Gosling. Tanti sono difatti i punti di contatto tra Drive e The Neon Demon, a partire dallo stile, riconoscibilissimo ormai, fatto di atmosfere sospese, un'illuminazione suggestiva, un'attenzione maniacale alla messa in scena. Peccato che dal film del 2011, quest'ultimo lavoro si discosta per una minor coerenza narrativa e una minor efficacia dei personaggi. Perché anche se visivamente è molto ben fatto, psichedelico, artistico in alcuni momenti, con una fotografia alquanto pregevole, ha una trama un po' piatta, con dialoghi abbastanza (troppo) banali, tanto da annoiare presto. Sì c'è questo finale abbastanza inaspettato, disturbante, anomalo che è quello che giustifica l'etichetta di film horror (anche se di horror in generale c'è ben poco, l'avrei più definito un thriller cupo), ma prima del finale la storia non è nient'altro che quella della classica giovane campagnola dalla bellezza diafana che entra nel mondo della moda, fatto di apparenze, finzioni, invidie e manie, e incredibilmente si scopre essere in possesso della bellezza più fulgida in circolazione facendo rapidamente breccia nel jet-set. Il film racconta tutti i cliché del caso, trasmette questo senso di plastico, finto, vuoto di un certo mondo dello spettacolo, facendoci scattare sempre il solito interrogativo, è il film che vuole trasmettere il senso di vuoto del mondo della moda, oppure è proprio un film vuoto di contenuti. Difficile rispondere. Purtroppo in genere quando ci si pone questa domanda significa che si è visto un film piuttosto sterile e poco umano, volere o no del regista, posso apprezzare la parte visiva ma trovo stucchevole tutto il resto.
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giovedì 28 febbraio 2019
PPZ: Pride + Prejudice + Zombies (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/02/2017 Qui - Da un film intitolato PPZ: Pride + Prejudice + Zombies (Pride and Prejudice and Zombies), come il famoso romanzo di Seth Grahame-Smith, seguito di quello originale (di Jane Austen, un classico della letteratura, molto più famoso), è lecito aspettarsi qualcosa di grottesco, trash e delirante. E invece in questa roba che stento a definire "film" l'unica cosa a regnare sovrana è la noia. Il film, del 2016 scritto e diretto da Burr Steers (sconosciuto e mai sentito), si prende dannatamente sul serio, non diverte e gli zombi sono davvero poco presenti. La regia è piattissima a dir poco, non da spessore a niente, né alla classica storiella d'amore (che comunque paradossalmente funziona), né alla componente delirante, né ai personaggi che, arti marziali a parte, sono un pigrissimo copia/incolla degli originali del romanzo della Austen, come la trama del resto. Ci si aspetta infatti che il regista, che è anche sceneggiatore, lavori maggiormente sull'aspetto propriamente horror che invece rimane confinato a scene poco significative e mai topiche. La presenza dei morti viventi non intacca né deforma l'andamento degli eventi. Il regista si lascia maggiormente sedurre dal testo della Austen, di cui ripropone pedissequamente dialoghi e situazioni, anche se rappresenta le giovani protagoniste come fanciulle capaci di tirare di spada, imbracciare fucili e pistole accantonando l'uncinetto e i ricami a piccolo punto. Tra scene simile kung fu e seduzioni amorose del tutto scollate le une dalle altre, il regista privilegia le seconde. Darcy si dichiara all'amata Elizabeth secondo il più classico dei cliché ammettendo che di tutte le armi che esistono al mondo, l'amore è la più pericolosa. Niente a che vedere con la brutalità zombie.
sabato 2 febbraio 2019
Professore per amore (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/10/2016 Qui - Professore per amore (The Rewrite), film del 2014 scritto e diretto da Marc Lawrence, pur avendo tutte le carte per essere un piccolo gioiellino, non è niente di speciale e finisce, anzi, per essere abbastanza prevedibile, ma secondo me vale la pena di vederlo per due motivi, uno è Hugh Grant e l'altro è Marisa Tomei. Insieme non formano una coppia memorabile e la loro storia d'amore non credo che rimarrà scolpita nella memoria (anche se per una volta, ed è un punto a suo favore, la loro storia è solo abbozzata, non così scontata e neanche 'consumata'), ma sembra esserci del vero nella loro spontaneità, in quella semplicità che li accomuna, viziata però da un senso di amarezza che si percepisce e che presumibilmente va al di là del ruolo recitato, come se entrambi, pur avendo avuto le occasioni giuste, non siano stati alla fin fine tanto fortunati. Hugh Grant ha avuto un gran successo ma dà l'impressione che la popolarità acquisita non sia stata in grado di confortarlo. Dal canto suo, Marisa Tomei recita il ruolo di una donna matura che ancora insegue un sogno artistico e una sua credibilità e anche per lei si intuisce un senso di verità, del resto pur se bravissima, così genuina e intensa nelle sue interpretazioni (indimenticabile la sua triste ballerina di lap dance in The Wrestler), è confinata sempre in ruoli secondari, se non addirittura di caratterista (come in Empire o I toni dell'amore: Love Is Strange), come se fosse sottoposta a un'interminabile gavetta e faticasse realmente a trovare la sua giusta collocazione e tutti gli onori che merita. In questo clima 'veritiero' ho apprezzato particolarmente il fatto che tutti e due si siano presentati davanti alla cinepresa senza il minimo 'ritocco', belli come sono e forse di più, con i loro lineamenti un po' stanchi e appesantiti e le le loro (verissime) rughe. In un film che nonostante non sia un granché, è una botta di simpatia, di piacevolezza, di godibilità. E poi di che si parla qui, in fondo? Di cinema su tutto, dato che la vicenda si svolge nell'ambito di una scuola per sceneggiatori, che già, di suo, è un sfondo decisamente insolito e che diverte e coinvolge.
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