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venerdì 31 maggio 2024

La ragazza più fortunata del mondo (2022)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2024 Qui - Il film affronta temi profondamente radicati nella cultura americana, dal movimento #metoo alle tragedie scolastiche, fino alla lotta per l'emancipazione femminile. Narrata attraverso flashback della gioventù alternati a momenti dell'età adulta, la storia dipinge una società borghese fondata sull'ipocrisia e il patriarcato. Nonostante la presenza di numerosi esempi nella vita di tutti i giorni, questi argomenti appaiono ormai triti e frequentemente trattati dai media. Il diritto inalienabile di dire "no" in qualsiasi situazione è stato già rivendicato in maniera più efficace altrove, e qui emerge un senso di banalità. Ciò nonostante, le performance del cast sono solide e la realizzazione è curata, anche se tendente allo stile televisivo, risultando in un film che probabilmente non farà storia. Voto: 5,5 [Netflix]

martedì 14 dicembre 2021

Una donna promettente (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2021 Qui - Trainato dalla grandiosa performance di Carey Mulligan, Promising Young Woman è uno strano revenge thriller, che svela le sue carte piano piano. Il progetto della sua enigmatica protagonista non è chiaro fin da subito, ma i tasselli verranno amalgamati ottimamente e saranno evidenti nella parte finale. Proprio il finale imprevedibile sarà di grande impatto e non si scorderà facilmente. Alla sua prima regia, Emerald Fennell filma un revenge movie non lontano dal modello di Oltre la notte, Kill Bill o Lady Vendetta. Lo stile sta tra il dramma psicologico, il grottesco, la commedia rosa e quella nera. E per quanto il ritmo abbia qualche cedimento, le sorprese e i colpi di scena non mancano. Un film incentrato sicuramente sul dolore che tuttavia indugia davvero poco sulla spettacolarizzazione della violenza, se non in una scena abbastanza dura più per il peso che ha sulla storia che per le immagini. Un cast tecnico e artistico in prevalenza femminile che manda un messaggio ben preciso agli uomini in maniera diretta e grintosa che ricorda la quarta stagione de Il racconto dell'ancella. Sicuramente un film figlio del #metoo, ma non di propaganda e con una sua dignità cinematografica. L'Oscar come migliore sceneggiatura originale, quindi, non sembra essere stato assegnato con intenti politici, come si sospettava. A trovar qualche difetto, una voce narrante troppo invasiva e una prima ora abbastanza criptica e ripetitiva, ma una volta capite le intenzioni il film è un fiume in piena. Un film sorprendente che la visione certamente la vale. Voto: 8-

mercoledì 27 ottobre 2021

Bombshell - La voce dello scandalo (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2021 Qui - Come la serie The Loudest VoiceBombshell di Jay Roach racconta (non benissimo e non dettagliatamente in confronto alla succitata ben migliore miniserie) lo scandalo dello sfruttamento sessuale, con abusi fisici e psicologici, che ha coinvolto Roger Ailes, guru e capo di Fox News, braccio televisivo armato della destra conservatrice americana. Le tappe della vicenda sono narrate inseguendo la verosimiglianza attraverso il trucco che trasforma i volti degli attori per renderli simili agli originali, con una operazione "mimetica" riuscita che resta però piuttosto in superficie (esagerato l'Oscar per il make up). Tre donne protagoniste con punti di vista differenti, sull'abuso sessuale negli ambienti di lavoro e sulle ripercussioni psicologiche derivanti, un film denuncia che tuttavia risulta poco avvincente nonostante le buone prove delle tre attrici (Charlize TheronNicole Kidman e Margot Robbie) e di John Lithgow quasi irriconoscibile nei panni di Ailes. Perché la vicenda in verità qui viene raccontata con un taglio abbastanza ambiguo, a metà strada tra la commedia della prima parte (un po' fuori luogo, come anche le rotture della quarta parete) ed appunto il dramma di denuncia. In generale è una pellicola che fa discretamente il suo dovere, ovvero informare se non sensibilizzare su di un fatto di cronaca scandaloso scegliendo la strada della spettacolarizzazione cinematografica (evitabile certa retorica, ma il messaggio è comunque chiaro). Tuttavia pur essendoci parecchi spunti di riflessioni non tutti sono trattati in maniera adeguata, di conseguenza non è uno di quei film che lascia particolari tracce. Tanto che, film interessante, ben diretto (dal regista di All the Way e soprattutto L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo) ed interpretato, ma resta la sensazione di un'occasione persa per un "dietro le quinte" più incisivo. Voto: 6+

lunedì 2 dicembre 2019

This Is Where I Leave You (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/12/2019 Qui
Tema e genere: Commedia agrodolce basata sul romanzo Portami a casa (This Is Where I Leave You) di Jonathan Tropper, che ha curato anche la sceneggiatura.
Trama: Quando il loro padre muore, quattro fratelli adulti di origini ebree (ognuno schiacciato dalla propria esistenza) sono costretti a tornare alla loro casa di infanzia e a vivere sotto lo stesso tetto per una settimana insieme alla madre e a un assortimento vario di coniugi, ex e occasioni mancate. Confrontando le loro storie e gli status delle loro relazioni, ritroveranno loro stessi in mezzo al caos, all'umorismo, all'angoscia e ai pentimenti, che solo una famiglia può generare.
Recensione: Ricorda in parte e con le dovute proporzioni "Il grande freddo" e altri simili. In America il funerale è un evento celebrato in modo più intenso, più evocativo rispetto alle nostre convenzioni. I parenti più stretti e gli amici più intimi, fanno un discorso in cui si parla del defunto, se ne raccontano gesta, episodi, aneddoti e quant'altro. Poi si fa un pranzo sontuoso che è quasi come quello nuziale. Naturalmente in tali occasioni si possono incontrare e rivedere persone che si sono perse di vista da tempo e qui scattano perversi ed arcani meccanismi. Ci possono essere chiarimenti o al contrario emergono rancori sopiti, possono riproporsi amori mai dimenticati o ci si può accorgere di non amare più, insomma è in qualche modo il momento della verità o la resa dei conti che dir si voglia. Questo film è tutto questo e altro. Questo film sembrerebbe quindi la classica trama vista e rivista che percorre binari ampiamente sfruttati fino allo sfinimento dal cinema. Dov'è la novità allora? Per come viene raccontata la storia, per l'umanità e allo stesso tempo la malinconia che riesce a trasmette, per il modo in cui vengono affrontati i legami tra i personaggi, tutti più o meno disillusi ma allo stesso tempo decisi come non mai a dare sterzate definitive alle loro vite, per la perfetta alternanza tra situazioni comiche ed ironiche ad altre più serie. Ma soprattutto gran parte del merito è del cast corale, perfettamente assortito dove tra tutti spicca la maschera ironica e amara di Jason Bateman. Accanto a lui brilla tutto il resto del cast, da Jane Fonda a Tina Fey, dalla bravura e istrionismo di Adam Driver, alla bellezza candida di Rose Byrne, da Corey Stoll a Timothy Olyphant, da Kathryn Hahn ad Abigail Spencer. Insomma un buon film, che seppur esagera in certe (anche troppe) occasioni, si fa sufficientemente apprezzare.

lunedì 3 giugno 2019

Professor Marston and the Wonder Women (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/08/2018 Qui - Il 2017 è stato l'anno in cui Patty Jenkins e Gal Gadot hanno riportato alla ribalta il personaggio di Wonder Woman nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, dando vita al film più apprezzato e chiacchierato del DC Extended Universe della Warner Bros. (Justice League anche se mi manca non credo sarà migliore), Professor Marston and the Wonder Women, film del 2017 scritto e diretto da Angela Robinson, ci riporta negli anni Quaranta e ci racconta la mente e le vicende di chi ha creato la prima eroina femminile della DC Comics. E non ci credereste mai, non conoscendo la vera storia, chi la creò e il perché (e come per giunta). Se non sapete già del dietro le quinte dell'amazzone più famosa di tutti i tempi, per noi comuni mortali Diana Prince, la superdonna per eccellenza, il simbolo dell'emancipazione femminile formato fumetto infatti, potreste rimaner delusi e leggermente spiazzati nello scoprire che in realtà dietro all'eroina si nasconde un mondo vizioso, un urlo di trasgressione che l'America degli anni Quaranta non poteva accettare. Se in apparenza Wonder Woman sembra rivolgersi a un pubblico molto giovane, la storia del suo autore è da tenere lontana dalla portata dei bambini. Nei panni del Professor Marston, psicologo (affascinante, un rubacuori in grado di far sognare le sue allieve tra un tomo da studiare e una lezione) che prima di creare Wonder Woman inventò la macchina della verità, un convincente Luke Evans. Ma è Rebecca Hall a rubargli la scena, almeno nella prima parte del film, nel ruolo della moglie in carriera, intelligente e arguta, che contribuisce a strapparci più di un sorriso (che ha uno spirito libertino). L'equilibrio della coppia viene un giorno spezzato dall'ingresso nelle loro vite di Olive, interpretata da Bella Heathcote, bella di nome e di fatto ma forse non troppo a proprio agio nei panni di questo personaggio, che diventa l'assistente di Marston. Ed è a questo punto che fra i tre nasce uno strano rapporto, che metterà a rischio le loro idee e il loro rapporto "allargato". Sulla carta quindi una storia intrigante, disseminata di "ménage à trois", dinamiche sadomasochistiche intrecciate a quelle del linguaggio e relazionali, l'invenzione della macchina della verità declinata (solo) come strumento per scandagliare i desideri del subconscio, gli anni '30 statunitensi e Wonder Woman. Il fatto che il tutto si ispiri a fatti realmente accaduti fornisce una verosimiglianza di partenza che dovrebbe ulteriormente aiutare la causa.

giovedì 18 aprile 2019

American Ultra (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/12/2017 Qui - Un po' Chuck, un po' MatrixAmerican Ultra è una commedia d'azione del 2015, per fortuna con più azione che comicità, che nonostante la poca originalità e la non eccezionalità della trama, senza infamia e senza lode, porta a casa il risultato. Anche perché la prima impressione guardando questo film, è che sia derivato da un fumetto, un po' come (il passabile) Scott Pilgrim o (l'ottimo) Kick Ass, il giovane e solitario Mike (Jesse Eisenberg) vive con la coetanea Phoebe (Kristen Stewart) e quando non lavora (ma anche quando lavora) in un market sempre deserto, passa il tempo a fumarsi canne su canne e disegnare fumetti di scimmie astronaute. Salvo essere preso da assurde crisi di panico ogni volta che cerca di allontanarsi dalla routine o dal paese tra i boschi della Virginia dove vive. Potrebbe essere l'inizio di una commedia alla Clerks, ma la svolta si fa interessante, e il tono più drammatico, non appena si scopre che in realtà Mike è un operativo della CIA cui è stata piallata la memoria e data una nuova identità. Il progetto che lo vedeva "dormiente" è stato annullato e un ambizioso capetto dell'Agenzia (Topher Grace) vorrebbe toglierlo di torno definitivamente, ma un'altra dirigente con scrupoli di coscienza (Connie Britton) decide di "risvegliarlo" perché possa difendersi. Mike è rappresentato come un tenero stordito che naturalmente non si capacita delle doti assassine che scopre di avere. E questo riesce però a rendere le situazioni più divertenti e la violenza meno realistica, specie in alcune scene dagli effetti speciali molto azzeccati (la prigionia nella cantina dello spacciatore illuminata da luci UV, l'uso di una padella come sponda per sparare stando nascosti, ecc.).

lunedì 18 marzo 2019

Quel fantastico peggior anno della mia vita (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/07/2017 Qui - E' risaputo oramai che fare e produrre un film sulla malattia non è mai facile, solo in rare eccezioni escono buoni film, addirittura peggio è quando alla suddetta viene quasi "appiccicato" il classico dramma romantico di formazione che fa scendere di livello, soprattutto se non ottimamente argomentato, la pellicola. Non è il caso di Quel fantastico peggior anno della mia vita (Me & Earl & the Dying Girl), film del 2015 diretto da Alfonso Gomez-Rejon e basato sull'omonimo romanzo di Jesse Andrews (che ha curato anche la sceneggiatura), poiché nonostante essa va comunque ad allungare la lista di quei film appartenenti a quel filone narrativo che prende il nome di "teenager cancer movie", in cui il tema principale è appunto la malattia terminale giovanile, ormai diventata punto saldo di formazione adolescenziale in ambito letterario oltre che cinematografico, che va quindi ad aggiungersi a titoli 50 e 50 e Colpa delle stelle, lo fa però in modo intelligente e per niente banale, così da farsi posto tra questi "classici" del genere. La pellicola infatti, vincitrice del premio del pubblico e del gran premio della giuria al Sundance Film Festival 2015 (creato oltre trent'anni fa da Robert Redford e vera istituzione del cinema indipendente o "arthouse", l'unico festival personalmente interessante), grazie ad un curioso mix di commedia per teenager, con un inizio quasi demenziale, e "cancer movie", ed evitando altresì una serie di trappole, dai toni melodrammatici alla facile strada della storia d'amore, in cui invece il dramma si stempera sempre in un'ironia che blocca sul nascere la retorica, riesce a districarsi bene e a risultare convincente.