Visualizzazione post con etichetta Walton Goggins. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Walton Goggins. Mostra tutti i post

lunedì 4 gennaio 2021

Fatman (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/01/2021 Qui - Ricco bambino malvagio (stronzo) riceve carbone per Natale e assolda un killer (un Walton Goggins decisamente bastardo) per uccidere Babbo Natale. La premessa folle è seguita da un film che si muove sui binari del fantastico partendo dal presupposto che sia la realtà, di conseguenza anche il Santa di Mel Gibson (maledettamente in parte) è fuori dagli schemi e certamente spassoso nella rappresentazione, così come tutto il sistema legato al tema natalizio. Non mancano scene action e di violenza pulp per un lavoro curioso (che ha ben poco del cinema per famiglie), a tratti con intuizioni geniali ma anche con molti dettagli lasciati alla sospensione dell'incredulità. I fratelli in regia (Ian Nelms e Eshom Nelms) sanno però nel complesso ben sviluppare la storia e si arriva alla fine soddisfatti. Favola nera incompleta sì, ma con buone idee. Poteva essere parecchio migliore, ma si lascia vedere. Voto: 6

sabato 13 luglio 2019

Ant-Man and the Wasp (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/05/2019 Qui - Come di consueto ormai nell'universo Marvel, di cui questo è il ventesimo film del suo MCU, è necessario partire da un accenno alle puntate precedenti. Scott Lang, ladruncolo di mezza tacca diventato Ant-Man (nel primo sorprendente episodio a lui dedicato del 2015) grazie a una tuta che gli dona incredibili superpoteri "dimensionali", è stato arrestato per le sue azioni in Captain America: Civil War (quando si schierò con il "Capitano" nello scontro tra supereroi, infrangendo gli accordi di Sokovia). Bloccato agli arresti domiciliari e sorvegliato dalla polizia (guidata dal goffissimo agente Woo, Randall Park), viene richiamato in azione dal professor Hank Pym (ancora interpretato da Michael Douglas), e dalla figlia Hope, ora diventata the Wasp (con tanto di ali, che Scott/Ant-Man non ha) per cercare di recuperare Janet, la moglie di Pym (la new entry Michelle Pfeiffer), dispersa decenni prima nel mondo subatomico: da cui Scott è riuscito a tornare, senza contare che gli è pure apparsa in sogno Janet. I tre dovranno superare vari ostacoli, tra cui Ghost, una figura invisibile e misteriosa. Ero molto curioso di vedere Ant-Man and the Wasp, film del 2018 diretto da Peyton Reed (regista anche del primo capitolo), non solo perché il primo mi aveva conquistato, ma perché principalmente perché ero curioso (come tutti lo sono stati, del resto, almeno per quelli che l'hanno visto) di vedere in che modo avrebbero collegato il film ad Infinity War, visto solo poco tempo fa, e se ci fosse qualche elemento chiave per Avengers: Endgame (scorsa settimana al cinema), di questo però nessuna parola, tranquilli. La curiosità non è stata del tutto ripagata, dato che questo sequel, pur essendo un buonissimo film d'intrattenimento, non riesce ad essere "scoppiettante" quanto il suo predecessore per più motivi. La trama in diversi punti non è molto convincente e sembra che alcune situazioni vengano sbrogliate in maniera fin troppo semplice rispetto alla complessità delle materie trattate, senza contare qualche ingenuità che gli spettatori più attenti avranno potuto notare. Ciò non toglie che sia appunto una visione piacevole, leggera e, nel complesso, estremamente godibile. Come alla fine i film di super-eroi dovrebbero essere. E quindi qualche défaillance la si può accettare. Anche perché sinceramente pensare che questo sequel potesse superare l'originale era impensabile. Certo, ci si aspettava qualcosa in più, colpa forse delle aspettative elevatissime dopo il clamoroso diciannovesimo lungometraggio, ma tutto sommato va bene così, dopotutto il minimo per la Marvel è sufficiente ed in grado di superare senza difficoltà la rivale DC in qualsiasi lungometraggio uscito ultimamente, tranne Wonder Woman da una parte (pollice su) e Black Panther dall'altra (pollice giù).

sabato 6 luglio 2019

Maze Runner - La rivelazione (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/03/2019 Qui - Ha fatto appassionare milioni di spettatori in tutto il mondo, diventando una delle saghe cinematografiche distopiche, e letterarie, più amate dai giovani, e finalmente è tornata per l'ultimo capitolo della sua mirabolante storia, ecco finalmente il terzo e ultimo capitolo della saga young-adult tratta dai fortunati best-seller di James Dashner, ecco Maze Runner - La rivelazione (Maze Runner: The Death Cure). Alla regia troviamo ancora una volta Wes Ball, che aveva già diretto i primi due capitoli della saga: Maze Runner: Il Labirinto e Maze Runner: La Fuga. E dal momento che squadra che vince non si cambia, nel nuovo film ritroviamo Dylan O'Brien (ultimamente visto in gran forma in American Assassin) nel ruolo del protagonista Thomas, Kaya Scodelario (vista di recente in Pirati dei Caraibi: La Vendetta di Salazar e dopo in Tiger House) come Theresa, Thomas Brodie-Sangaster e Nathalie Emmanuel (rispettivamente Jojen Reed e Missandei de Il Trono di Spade) nei panni di Newt e Harriet, accompagnati dagli altri ex-radurai Minho (Ki Hong Lee), Sonya (Katherine McNamara) e Frypan (Dexter Darden), e tornano anche i "cattivi", interpretati da Patricia Clarkson e Aidan Gillen. Un capitolo su cui la prima cosa da dire sarebbe che si è fatto attendere, anche troppo, perché la distanza di ben tre anni si è fatta sentire, e purtroppo vantaggi e svantaggi hanno pesato. Le riprese infatti erano già iniziate nel 2016, ma un grave incidente sul set ha costretto a fermare la produzione, rimandando l'arrivo del film. Un film che, nonostante le buone premesse, tende a lasciare parecchi punti in sospeso, facendo sorgere più domande e dando pochissime risposte. Perché certo, da un lato questo ritardo è andato a svantaggio del film, dal momento che negli ultimi due/tre anni si è andato molto perdendo l'interesse verso la saga, mentre dall'altro ha permesso forse al regista di prendersi più libertà nella narrazione senza incappare in critiche (soprattutto dei cultori della saga letteraria), peccato che, sarà che è passato diverso tempo dal film precedente, che gli attori hanno definitivamente perso i tratti fanciulleschi che li contraddistinguevano nei due prequel, sarà il completo distacco dall'ambientazione originale del labirinto o più semplicemente il fatto che ci sono più proiettili ed esplosioni che parole, ma Maze Runner: La Rivelazione non convince. Il regista difatti, anche se dirige con una certa naturalezza l'ultimo capitolo di Maze Runner, confezionando una pellicola ad uso e consumo dei fan della saga cinematografica (i lettori dei libri di Dashner probabilmente avranno storto parecchio il naso), ed offre nuovamente, una storia altamente action, con contaminazioni futuristiche ed apocalittiche, ed il suo giovanissimo cast, non riesce (almeno non del tutto) a chiudere degnamente la saga.

lunedì 24 giugno 2019

Tomb Raider (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/01/2019 Qui - Tra gli amanti della saga di Tomb Raider la domanda più frequente, prima dell'uscita del film, era certamente se Alicia Vikander sarebbe stata all'altezza sia del carismatico personaggio videoludico, sia dell'illustre precedente cinematografico incarnato da Angelina Jolie. È difficile, però, dare una risposta, poiché la pellicola non ha per protagonista la Lara Croft conosciuta dai più. È, piuttosto, una storia di formazione, la vicenda che porterà la giovane a diventare l'eroina che tutti amiamo. In questi panni, l'interpretazione di Alicia Vikander sicuramente non è da nessuna candidatura agli Oscar, ma è tutto sommato positiva e senza grosse sbavature, anzi, fragile al punto giusto, curiosa, intraprendente, Alicia Vikander è colei che rende il film, questo film, Tomb Raider, film del 2018 diretto da Roar Uthaug, piacevole e fruibile fino alla fine. Un film che stravolgendo radicalmente l'outfit e la personalità di Lara Croft, si abbandonano infatti le forme graziose, piene e sensuali di Angelina Jolie per abbracciare quelle di Alicia Vikander, snella, senza seno, ma con una grande grinta, riesce a fare discretamente centro. Questo perché il reboot cinematografico di Tomb Raider, che sembrerebbe il solito mediocre reboot che invece non è (non tutti i reboot riescono con il buco, questo per fortuna sì), avviene con sapienza e perizia, adattando storia (una storia inedita, più fresca, moderna e con un cast a tendenza autoironica scritta da Geneva Robertson-Dworet) e personaggi (ottima è la scelta di affidarsi, per rivedere le origini del personaggio, inerme, apparentemente debole, vergine ai pericoli e i misteri del mondo, all'attrice di origini danesi) a standard attuali per la creazione di un'eroina tutta acqua e sapone, consapevole delle proprie abilità. Lara, difatti, è un'eroina in divenire, non una donna esperta di armi, lotta, e archeologia, incantevole e dal seno prosperoso, ma una giovane ragazza che deve scoprire il suo talento nascosto, un'eroina insomma che cade, si sporca di fango, sangue sul viso misto a lacrime.

giovedì 18 aprile 2019

American Ultra (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/12/2017 Qui - Un po' Chuck, un po' MatrixAmerican Ultra è una commedia d'azione del 2015, per fortuna con più azione che comicità, che nonostante la poca originalità e la non eccezionalità della trama, senza infamia e senza lode, porta a casa il risultato. Anche perché la prima impressione guardando questo film, è che sia derivato da un fumetto, un po' come (il passabile) Scott Pilgrim o (l'ottimo) Kick Ass, il giovane e solitario Mike (Jesse Eisenberg) vive con la coetanea Phoebe (Kristen Stewart) e quando non lavora (ma anche quando lavora) in un market sempre deserto, passa il tempo a fumarsi canne su canne e disegnare fumetti di scimmie astronaute. Salvo essere preso da assurde crisi di panico ogni volta che cerca di allontanarsi dalla routine o dal paese tra i boschi della Virginia dove vive. Potrebbe essere l'inizio di una commedia alla Clerks, ma la svolta si fa interessante, e il tono più drammatico, non appena si scopre che in realtà Mike è un operativo della CIA cui è stata piallata la memoria e data una nuova identità. Il progetto che lo vedeva "dormiente" è stato annullato e un ambizioso capetto dell'Agenzia (Topher Grace) vorrebbe toglierlo di torno definitivamente, ma un'altra dirigente con scrupoli di coscienza (Connie Britton) decide di "risvegliarlo" perché possa difendersi. Mike è rappresentato come un tenero stordito che naturalmente non si capacita delle doti assassine che scopre di avere. E questo riesce però a rendere le situazioni più divertenti e la violenza meno realistica, specie in alcune scene dagli effetti speciali molto azzeccati (la prigionia nella cantina dello spacciatore illuminata da luci UV, l'uso di una padella come sponda per sparare stando nascosti, ecc.).

lunedì 25 febbraio 2019

The Hateful Eight (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/02/2017 Qui - Il fattore più sorprendente del cinema di Quentin Tarantino è la sua capacità di mettere in scena, con estrema e ammirabile originalità, delle tipologie di trame sostanzialmente vecchie e ormai standardizzate in 120 anni di vita della settima arte. La vicenda che ci presenta in questo suo ottavo lungometraggio, intitolato The Hateful Eight (2015, visto in anteprima su Sky grazie ad Extra ma andrà comunque in onda stasera 6 febbraio 2017 su Sky Cinema Uno e sul canale speciale Hits dedicato a Tarantino) è difatti un retaggio e un mescolamento di strutture narrative e archetipi che già sono stati portati sul grande schermo in passato da altri registi, niente di così nuovo e sensazionale quindi se analizziamo la grammatica del film o se studiamo le strutture soggiacenti che ne plasmano la forma e danno vita ai contenuti. Ma questo suo ispirarsi a altre pellicole va oltre la citazione (e l'autocitazione) fine a se stessa, Tarantino infatti sa bene come utilizzare il cinema che più ama, sa rimescolare tra loro le varie situazioni e le singole trame, sfornando sempre un prodotto nuovo e dall'aspetto accattivante. Lo aveva fatto in passato e lo ha fatto ancora adesso in questo splendido western che va di diritto a collocarsi tra le più belle pellicole che abbia mai girato, anche se non a livello degli altri suoi capolavori. E nel giocare a mescolare tra loro i vari ingredienti, Tarantino riesce così a generare una creatura del tutto particolare, a fondare addirittura un nuovo genere, essa si traveste da Western, ma di quel preciso cinema non porta che l'estetica ed i suoni, la musica del maestro Ennio Morricone (vincitore per di un Premio Oscar più che meritato) e qualche riferimento storico piazzato accuratamente nei momenti opportuni. La storia degli 8 protagonisti è un thriller in tutto e per tutto, che prende forma sequenza dopo sequenza fino a palesarsi come tale una volta che la vicenda giunge ad una precisa maturazione e tocca le vette più alte di pathos. Il film si apre benissimo con un lungo piano sequenza accompagnato dalla superba colonna sonora di Morricone, che fa già presagire le atmosfere horror\thriller che ci aspettano. Poi si prosegue con una serie di dialoghi, forse un po' prolissi (che capisco possano stancare un po'), tra i primi quattro protagonisti, durante i quali vengono chiariti fatti e relazioni che diverranno poi essenziali per il resto del film. Finalmente si arriva al vero cuore pulsante del film, l'emporio di Minnie (probabilmente un nome "disneyano" non a caso), in cui si svolgerà tutto il resto del film, dove un cacciatore di taglie sta portando la sua prigioniera a Red Rock per consegnarla alla giustizia ma dove all'interno della locanda stessa trova degli strani individui e sente lo strano sentore che nessuno è chi dice di essere, e da qui in poi sarà paranoia e suspense costante, fino allo scoppiettante e violentissimo finale che ci ripaga della lunga attesa (per la cronaca è persino più violento di quanto prevedessi, e più "divertente", sono sicuro che Tarantino era euforico mentre lo girava).