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venerdì 30 giugno 2023

Bullet Train (2022)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2023 Qui - Come film è una baracconata allucinante, ma vuole essere una baracconata allucinante. Puro e semplice cazzeggio dentro un treno in viaggio per il Giappone, da Tokio a Kyoto, dove ne succedono di tutti i colori. I personaggi occhieggiano nei loro caratteri al cinema di Tarantino e Ritchie, stralunati e spesso sopra le righe, ma va bene perché il film intrattiene e diverte, facendo passare due ore di puro svago, pieno di buoni combattimenti con una certa dose d'ironia che non guasta. L'intrattenimento è infatti garantito dalla buona mano di David Leitch che confeziona iperboliche scene di combattimento, con un andamento che è un giusto mix fra videogioco e fumetto. Il cast è scelto con dovizia e vi spicca la prova del talentuoso Aaron Taylor-Johnson (anche se Brad Pitt è convincente in un ruolo per lui diverso dal solito). Certo, il minutaggio è eccessivo, visto il genere, ma nel complesso un'occhiata la merita. Voto: 6

giovedì 31 marzo 2022

Free Guy - Eroe per gioco (2021)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/03/2022 Qui - In un periodo di film poco originali e poco interessanti, un'enorme boccata di ossigeno è questo divertente omaggio al mondo dei videogiochi, ma non solo. Free Guy è un film che gioca molto sull'immaginario cinematografico dello spettatore. Prendiamo la storia, nella sua struttura principale un incrocio tra Truman Show ed Essi vivono, applicato alla realtà virtuale. Un personaggio non giocante che prende una via propria, acquisisce consapevolezza e progredisce. L'intelligenza artificiale che entra in contatto con i propri creatori. La qualità migliore di questo film è che racconta la storia di un gioco, facendolo in maniera giocosa, strizzando l'occhio allo spettatore nella maniera giusta, cioè facendolo divertire. Ben equilibrato nella sua struttura che scorre narrativamente fra il reale ed il mondo virtuale di Free City, il film non ha una attimo di pausa ed i personaggi magari non sono approfonditi, ma funzionano alla grande, perché in fondo è un gioco e non servono sottili psicologismi. Un film brillante che mi ha sorpreso in positivo, godibilissimo dal primo all'ultimo minuto. Ryan Reynolds riesce a tirar fuori un personaggio memorabile e il villain interpretato da Taika Waititi, il programmatore fuori dalle righe, è divertente. La regia (di Shawn Levy, quello di This Is Where I Leave You) si comporta in maniera più che buona e gli effetti qui a pacchettoni sono di buona fattura (la candidatura agli Oscar ci sta). Un film piacevole e sorprendente, candidato a diventare il mio guilty pleasure di quest'anno. Voto: 7

lunedì 29 luglio 2019

La truffa dei Logan (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/07/2019 Qui
Tema e genere: Una divertente commedia su una rapina impossibile, con un cast d'eccezione.
Trama: Il colpo grosso dei due fratelli Logan e della loro banda durante la Coca-Cola 600, la leggendaria corsa della Charlotte Motor Speedway.
Recensione: Qualche anno fa Steven Soderbergh un po' a sorpresa aveva annunciato a soli 50 anni il suo addio dal mondo del cinema, promessa non mantenuta fortunatamente, anzi, ha pure raddoppiato un anno dopo a questo film datato 2017 con l'esperimento abbastanza riuscito di Unsane, un thriller alquanto controverso (in positivo). Non è controverso invece, ma onesto e sincero, La truffa dei Logan (Logan Lucky), una sorta di versione basso proletaria della trilogia di Ocean, la famosa e squisita (come cinema d'intrattenimento degli anni 2000) saga di film ladreschi che negava tutte le regole del genere, pur rispettandole. Infatti, dove là tutto era glamour, i ladri erano belli e intelligenti e i luoghi erano cartoline da favola, qui sono brutti, storpi e abbastanza stupidi, anche nella colonna sonora (curata entrambe dallo stesso compositore David Holmes) dove ai concerti alla Frank Sinatra si sostituisce il folk di John Denver. Anche la struttura è diversa e opposta: la genialità della trilogia stava nel sovraccumulo di narrazione, piste vere e false, colpi di scena, situazioni per poi togliere totalmente qualsiasi spessore ai personaggi riducendoli a maschere da feuilleton muto e realizzare così film di azione essenziale. Ne La truffa dei Logan invece la linea narrativa principale è piuttosto semplice, quello che interessano sono proprio le divagazioni dal centro: l'orso nella foresta, la rivolta in prigione, la guardiana extra large, i piloti delle auto, tutti episodi che esulano dal filone principale e che il regista maneggia con l'abilità di illusionista, per sviare l'attenzione, distrarre e poter far avvenire così la magia. Altra differenza strutturale sono i personaggi: non più figure, maschere, ma persone vere (da segnalare Riley Keough, vera nipote di Elvis Presley e perfetta ragazza del Sud), ma soprattutto Jimmy (un eccellente Channing Tatum l'unico membro del cast ad aver già più volte lavorato con il regista), vero motore narrativo e chiave di volta dell'intera struttura, perché il perno di tutto è proprio il suo amore per la figlia e il desiderio di volerle restare ancora accanto, cui fanno da grandiose spalle Adam Driver e un inedito e divertentissimo Daniel Craig. Sullo sfondo poi c'è tutta la povertà (non solo materiale) di certa provincia e dell'America di oggi, come raramente si vede nel cinema di Hollywood. L'America lontana dalle grandi città viene descritta come un luogo misero, abitata da persone o troppo stupide o frustrate dai fallimenti e da un Paese che non sembra voler avere clemenza, il tutto delineato e rappresentato senza però mai perdere di vista la sua natura più squisitamente leggera. Perché l'handicap fisico dei due protagonisti, insieme all'ambientazione profondamente rurale, diventa sì il grandangolo attraverso il quale il regista ci mostra un'America piegata da una crisi profonda, valoriale prima ancora che economica, ma dove il furto non rappresenta più, come in Ocean's Eleven, un lussuoso esercizio di stile, bensì un mero mezzo per garantirsi la sopravvivenza. Il risultato è un cocktail con le giuste parti di realtà e fantasia, in dosi non perfette ma sufficienti per intrattenere e divertire, anche grazie al ritmo mai lento. Perché per quanto però sia piacevole e ben congegnato, La truffa dei Logan contiene alcune imperfezioni.

sabato 8 giugno 2019

Kingsman: Il cerchio d'oro (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/10/2018 Qui - Quattro anni fa al cinema (due anni fa dalla mia visione), Matthew Vaughn aveva spiazzato un po' tutti con Kingsman: Secret Service, action scatenato tratto da un fumetto del Millaworld di Mark Millar e Dave Gibbons capace di svecchiare i film di spionaggio che negli ultimi tempi avevano cominciato a prendersi un po' troppo sul serio puntando sulla "credibilità" del contesto e sulla sofferenza dei protagonisti. Non solo. Legittimò l'allora astro nascente Taron Egerton e lanciò Colin Firth come "uomo d'azione" in uno dei ruoli più brillanti della sua carriera, in totale contrapposizione a quanto eravamo stati abituati in precedenza. Una vera e propria lettera d'amore del regista e sceneggiatore ai film della saga di James Bond, che Kingsman: Il Cerchio d'Oro (Kingsman: The Golden Circle) ha provato a controfirmare grazie anche a un incremento del budget, finendo però per sacrificare (come quasi sempre accade coi sequel) l'ingrediente che rese l'originale così interessante, ovvero l'effetto sorpresa, optando per dare di nuovo al pubblico quello che più o meno si pensava avrebbe dovuto (e voluto) aspettarsi. Non a caso se manca qualcosa a questo film del 2017, è probabilmente la capacità di stupire, perché quella di divertire è rimasta invece prerogativa assoluta di un brand che si è sempre caratterizzato da una fortissima personalità e dalla capacità di proporre una comicità sfrontata, seppur racchiusa nei perfetti abiti sartoriali di un atipico action-movie. Gli ingredienti fondamentali della commedia surreale furono infatti una scelta vincente pescata dal regista (che dopo Kick-Ass di surreale se ne intende eccome) dal suo ampio bagaglio. Inevitabilmente non potevano non essere riproposti per Kingsman: Il cerchio d'oro, tuttavia anche seguendo le orme del primo e impeccabile episodio, e riuscendo per questo ad essere addirittura più adrenalinico e bizzarro, questo sequel è meno efficace soprattutto dal punto di vista narrativo. Dura legge del cinema, il secondo è (quasi) sempre inferiore al primo, legge rispettata, questa volta. Se infatti quel film rivelazione (rivelazione che non poteva certo restare un unicum ed ecco perciò questa seconda adrenalinica avventura che permette agli eleganti agenti segreti in doppiopetto di tornare sul campo per fronteggiare una nuova minaccia ancora più pericolosa della precedente) riuscì a rivitalizzare, in modo assolutamente originale, il genere dello spy-movie, questo lo riutilizza solamente, lasciando nello spettatore uno strano sapore di "già visto".

sabato 4 maggio 2019

Ave, Cesare! (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2018 Qui - Ho visto tutti i film dei Fratelli Coen e sono uno dei loro più grandi fan. Ma ahimè con l'ultimo Ave, Cesare! (Hail, Caesar!), film del 2016 scritto, montato, co-prodotto e diretto da una delle coppie di registi più influenti in circolazione, è stato fatto mezzo passo falso. Sarà che da loro mi aspetto molto, d'altra parte quando dietro alla macchina da presa ci sono dei registi che ci hanno regalato capolavori come FargoA Serious Man o Il Grande Lebowski, le aspettative sono sempre altissime, e forse per questo motivo mi ha deluso di più, anche perché seppur le suddette le soddisfano a tratti e anche se ci regalano comunque un film irresistibile e sempre e comunque "Coeniano", poco o nulla incide veramente. I fratelli Coen infatti confezionano un prodotto che nonostante l'altissima fattura, oramai un loro marchio, non incide. Difatti anche se come nelle altre commedie di Joel e Ethan Coen, anche in Ave, Cesare! l'ideologia è un influsso irresistibile, che domina e coccola i personaggi, in questo film manca proprio quello che li ha fatti diventare grandi, la piccola stupidità umana che ci costringe in un labirinto senza via d'uscita e possibilità di redenzione dove poco si può contro un destino più grande o più forte, manca anche l'ironia che teneva in piedi loro opere minori come Burn After Reading Ladykillers. Giacché qui c'è quasi niente dei Cohen, né una trama surreale o coinvolgente, né la caratterizzazione dei personaggi accurata e divertente, né i dialoghi cult visti negli altri loro film. Questo è uno stralcio della vita di Hoollywood dove sembra ci vogliano mostrare quanto è difficile fare cinema e cosa sia vedere dal di dentro tutti gli "intrighi" di questo mondo, ma non diverte, non coinvolge, non lascia il segno. Anche perché la sceneggiatura fallisce nel suo personaggio più importante, il direttore degli Studios Eddie Mannix (un non troppo espressivo Josh Brolin che cerca di scoprire cosa è accaduto a un attore scomparso nel bel mezzo delle riprese di un kolossal), che mal collega le varie situazioni in cui tocca destreggiarsi mostrandolo quasi come una guida turistica per la Hollywood di quegli anni.

sabato 30 marzo 2019

Jupiter Ascending (2015)

Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/09/2017 Qui - Jupiter Ascending (Fantascienza, Usa 2015): Un film alquanto deludente l'ultima opera dei fratelli Wachowski (Lana e Lilly), i creatori di Matrix. Essi ormai sono in evidente calo, e si vede soprattutto per la mancanza di idee, non siamo ai livelli di quella schifezza di Speed Racer, ma è un film con una sceneggiatura molto approssimativa, poco originale e decisamente banale. La classica storia di lei (umile umana) che non è nessuno ma in realtà è speciale, i classici cattivi (dominatori della terra e dell'universo) che vogliono distruggere tutto, i classici buoni (salvatori della terra e dell'universo) che vogliono evitare tutto, le classiche scene d'azione dove si salverà sempre per un millisecondo, la classica storia d'amore improbabile e il classico lieto fine. Praticamente il film si riassume così, e ha qualche spunto riflessivo, ma fatto molto male e trattato in modo superficiale. Non mi sento di stroncarlo completamente, dato che riesce in maniera parziale ad intrattenere, le scene d'azione sono veramente ben fatte e gli effetti speciali di ultima generazione non potevano che essere ottimi, ma seppur visivamente ineccepibile manca però di sostanza, palesando poca originalità e poca inventiva. Inoltre come già sottolineato la linearità narrativa è un po' deficitaria, tutto viene spiegato sommariamente e con poca incisività. In più il cast (comprendente anche Douglas Booth e lo sprecato Eddie Redmayne) è nettamente insufficiente dove si salva solo Sean Bean (seppur inutile è il suo personaggio), i due protagonisti poi (Mila Kunis e Channing Tatum) non si integrano nella complicata ragnatela della storia dove appunto si notano vistosi buchi. In conclusione le due ore passano con qualche difficoltà, la prima parte è più che buona ma le troppe scene d'azione durano anche troppo e portano una noiosa seconda parte, tanto che nonostante esso appaia comunque sufficientemente godibile, è meglio evitare. Voto: 5+

lunedì 11 marzo 2019

10 Years (2011)

Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2017 Qui - 10 YEARS (Drammatico Usa 2011): Questo film è il classico film corale americano, da brividi infatti il cast, ma la storia che segue un gruppo di amici riunitisi una decina di anni dopo la consegna del diploma è banale e senza particolari velleità, che si perde e non incide, che certamente emoziona e intrattiene, dato che riporta alla luce dubbi, incertezze e desideri con la speranza di rimediare agli errori commessi in passato o di prendere finalmente decisioni lasciate per troppo tempo in sospeso, ma che non rimane impressa, poco originale, poco divertente, prevedibile e abbastanza anonima. Meglio evitare anche se vedendo il cast (che comunque si salva) un occhio lo si può anche dare. Troviamo difatti Channing Tatum e la moglie (nella realtà) Jenna Dewan-Tatum nella storia principale dell'ex di lui Rosario Dawson, poi c'è la deliziosa Kate Mara, un ciccione Chris PrattJustin Long Ron Livingston, il bravissimo Oscar Isaac, l'istrionico Anthony Mackie e l'affascinante Aubrey Plaza. Comunque non aspettatevi granché. Voto: 5,5

lunedì 25 febbraio 2019

The Hateful Eight (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/02/2017 Qui - Il fattore più sorprendente del cinema di Quentin Tarantino è la sua capacità di mettere in scena, con estrema e ammirabile originalità, delle tipologie di trame sostanzialmente vecchie e ormai standardizzate in 120 anni di vita della settima arte. La vicenda che ci presenta in questo suo ottavo lungometraggio, intitolato The Hateful Eight (2015, visto in anteprima su Sky grazie ad Extra ma andrà comunque in onda stasera 6 febbraio 2017 su Sky Cinema Uno e sul canale speciale Hits dedicato a Tarantino) è difatti un retaggio e un mescolamento di strutture narrative e archetipi che già sono stati portati sul grande schermo in passato da altri registi, niente di così nuovo e sensazionale quindi se analizziamo la grammatica del film o se studiamo le strutture soggiacenti che ne plasmano la forma e danno vita ai contenuti. Ma questo suo ispirarsi a altre pellicole va oltre la citazione (e l'autocitazione) fine a se stessa, Tarantino infatti sa bene come utilizzare il cinema che più ama, sa rimescolare tra loro le varie situazioni e le singole trame, sfornando sempre un prodotto nuovo e dall'aspetto accattivante. Lo aveva fatto in passato e lo ha fatto ancora adesso in questo splendido western che va di diritto a collocarsi tra le più belle pellicole che abbia mai girato, anche se non a livello degli altri suoi capolavori. E nel giocare a mescolare tra loro i vari ingredienti, Tarantino riesce così a generare una creatura del tutto particolare, a fondare addirittura un nuovo genere, essa si traveste da Western, ma di quel preciso cinema non porta che l'estetica ed i suoni, la musica del maestro Ennio Morricone (vincitore per di un Premio Oscar più che meritato) e qualche riferimento storico piazzato accuratamente nei momenti opportuni. La storia degli 8 protagonisti è un thriller in tutto e per tutto, che prende forma sequenza dopo sequenza fino a palesarsi come tale una volta che la vicenda giunge ad una precisa maturazione e tocca le vette più alte di pathos. Il film si apre benissimo con un lungo piano sequenza accompagnato dalla superba colonna sonora di Morricone, che fa già presagire le atmosfere horror\thriller che ci aspettano. Poi si prosegue con una serie di dialoghi, forse un po' prolissi (che capisco possano stancare un po'), tra i primi quattro protagonisti, durante i quali vengono chiariti fatti e relazioni che diverranno poi essenziali per il resto del film. Finalmente si arriva al vero cuore pulsante del film, l'emporio di Minnie (probabilmente un nome "disneyano" non a caso), in cui si svolgerà tutto il resto del film, dove un cacciatore di taglie sta portando la sua prigioniera a Red Rock per consegnarla alla giustizia ma dove all'interno della locanda stessa trova degli strani individui e sente lo strano sentore che nessuno è chi dice di essere, e da qui in poi sarà paranoia e suspense costante, fino allo scoppiettante e violentissimo finale che ci ripaga della lunga attesa (per la cronaca è persino più violento di quanto prevedessi, e più "divertente", sono sicuro che Tarantino era euforico mentre lo girava).

giovedì 27 dicembre 2018

Foxcatcher: Una storia americana (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/04/2016 Qui - Per 'festeggiare' il mio post numero 200 avevo deciso di vedere un bel film, credo di esserci riuscito a scegliere bene quando ho visto questo film, Foxcatcher: Una storia americana, una storia come tantissime altre che riguardano vittorie, sconfitte, ingiustizie ma soprattutto omicidi, come quello di questa vera storia. Non è la prima volta e non sarà l'ultima che gli americani faranno pellicole sulle loro storie, belle ed agghiaccianti, anche se in questa particolare storia di qualcosa di così sconvolgente non c'è granché. Si vedono spesso al cinema e alla televisione diverse storie, biografiche, autobiografiche o basato su fatti realmente accaduti, come molti film che ho recensito anche recentemente, American SniperWhitneyAnnie ParkerSelma: la strada per la libertàThe Imitation GameBig Eyes. Questo specifico film in ambito quasi puramente sportivo, (come due molto belli anche se molto più positive di questa, McFarland, USA e La grande sfida di Gabby, parla di un rapporto psicologico, morboso e complicato, quasi fisico che deteriorandosi porta a infauste conseguenze, anche mortali. Un Biopic diverso dai soliti, in cui l'analisi introspettiva dei personaggi conta più del ritmo narrativo. Un film complesso, in cui il tema del patriottismo e della ricerca di gloria si mischia alle intricate vicende personali dei personaggi. La pellicola tratta infatti della storia vera dell'assassinio del lottatore campione olimpico alle Olimpiadi del 1984 a Los Angeles (di lotta libera) Dave Schultz (interpretato da Mark Ruffalo), avvenuta nel 1996 per mano di John du Pont (interpretato da Steve Carell), della famiglia Du Pont (una delle famiglie più ricche d'America), amico ed allenatore del lottatore. Il film (del 2014) è l'adattamento cinematografico dell'autobiografia Foxcatcher. Una storia vera di sport, sangue e follia scritta nel 2014 da Mark Schultz (Channing Tatum nel film), fratello di David, anch'egli campione olimpico nel 1984. L'autobiografia è stata scritta insieme alla sceneggiatura, quindi molti fatti e situazioni sono uguali, ma non proprio tutte, è stata in parte modificata (cambiando anche molti aspetti della realtà) per rendere più coinvolgente il racconto (senza poi effettivamente riuscirci) e soprattutto comprimerlo in circa due ore. La pellicola che ha partecipato in concorso alla 67ª edizione del Festival di Cannes ha fatto vincere a Bennett Miller il premio come miglior regista. Il film ha anche ricevuto cinque nomination ai Premi Oscar 2015 senza però riuscire a vincerne almeno uno.