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venerdì 14 aprile 2023

Le avventure del barone di Munchausen (1988)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/04/2023 Qui - Mirabolante trasposizione cinematografica delle avventure del celebre barone, già più volte portate sul grande schermo e che trovano nella fantasia cinematografica (e nello spirito umoristico) del regista Terry Gilliam il migliore "traduttore" possibile. Coadiuvato da un cast tecnico ed artistico di primissimo livello (scenografie ed effetti speciali magnifici) il regista inglese confeziona uno spettacolo godibile e raffinato, pieno di riferimenti e di grande eleganza formale. Peccato che, dopo una prima mezz'ora scintillante, il film si incarti un pochino. A differenza del capolavoro Brazil (molto simile nel tema, tra l'altro molto caro al regista, il film parla infatti della potenza della fantasia e dei sogni), il turbine di eventi funziona solo a corrente alternata, accanto a momenti ed episodi felici notiamo infatti dialoghi che girano a vuoto, eccessi veri e propri (come la testa volante e smorfiosa di Robin Williams), ed episodi inutili. Non convince del tutto il finale, troppo confuso e frettoloso. Ma fortunatamente queste pecche vengono (in parte) oscurate dalla bellezza dei costumi, delle scenografie e degli effetti speciali (di cui sopra) e dell'atmosfera che avvolge l'intera pellicola. Anche la bella Uma Thurman, allora ventenne, riesce ad incantare non poco. Alla fine un film simpatico e bonariamente fantasioso, una divertente e frenetica favola, che nonostante sia un gran bel viaggio nella fantasia, che tutti peraltro dovrebbero fare, imprescindibile non rimane, ma strabordante spettacolo (in positivo e negativo) resta. Voto: 6+

mercoledì 30 settembre 2020

Paura e delirio a Las Vegas (1998)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/09/2020 Qui - Non il miglior film di Terry Gilliam, ma sicuramente uno dei suoi film più iconici. Ho conosciuto il regista proprio grazie a questo allucinato film che però ho rivalutato (in ribasso) riguardandolo nel corso degli anni, soprattutto guardando (in particolar modo nell'ultimo anno) il resto della filmografia del regista. D'accordo, è un film biografico, forse un campo meno fertile per il virtuosismo di Gilliam, ma praticamente si esaurisce dopo 45-50 minuti (per capirci dalla prima tentata fuga di Depp dalla città). Per il resto la seconda parte del film è la totale, stanca, ripetizione della prima e il finale è anche un po' insulso. Alla fine del film cosa ti resta dentro? Poco o niente, visto che la sceneggiatura del film va a farsi benedire ben presto in questo vortice di trovate sempre oltre il limite del paradosso, overdose di luci, colori, e droghe, quasi un ricettario di sostanze illegali dall'inizio alla fine del film. Tratto da un libro autobiografico del giornalista Hunter S. ThompsonPaura e delirio a Las Vegas non ha esattamente infatti il proprio proverbiale asso nella manica nella trama, che gira costantemente intorno a se stessa, confusionaria e superficiale. E poi, lungo quasi due ore, rischia di stancare a causa di ciò, ma si salva principalmente grazie alla regia illuminata di Gilliam e alle interpretazioni tanto stralunate quanto rigorose nella (ri)costruzione dei personaggi di Johnny Depp e Benicio Del Toro, davvero convincenti nelle scene in cui i due perdono il lume della ragione a causa del pesante abuso di droghe, scene che costituiscono il vero piatto forte del film: raptus di violenza, tic, allucinazioni, dialoghi nonsense, luci psichedeliche, vomito. Il resto, come detto, è poca roba, nonostante un sacco di camei di buoni attori (su tutti Harry Dean Stanton e Michael Jeter) e una girandola di facce notte (Christina RicciEllen BarkinCameron DiazTobey Maguire). L'impressione è così quella di un film probabilmente minore, però furibondo, repentino e irrisolto, ma curioso, che merita sempre e comunque una visione, per le buone interpretazioni del duo protagonista, per la buonissima OST anni '70 e qualche scena ancora oggi da ricordare. Voto: 6

giovedì 7 maggio 2020

Vade Retro Virus: L'esercito delle 12 scimmie (1995)

Titolo Originale: 12 Monkeys
Anno e Nazione: USA 1995
Genere: Thriller, Fantascienza
Produttore: Charles Roven, Lloyd Phillips
Regia: Terry Gilliam
Sceneggiatura: David Webb Peoples, Janet Peoples
Cast: Bruce Willis, Madeleine Stowe, Brad Pitt, Jon Seda
Frank Gorshin, Christopher Plummer, Joey Perillo
Christopher Meloni, LisaGay Hamilton
David Morse, Joseph Melito
Durata: 120 minuti

Quesiti esistenziali e viaggi temporali, azione e sentimento sullo sfondo di scenari apocalittici.
Il talento visionario, sarcastico e anticonvenzionalmente romantico di Terry Gilliam si esprime al suo meglio in questo film cult con uno stropicciato e intenso Bruce Willis ed un Brad Pitt allucinato e schizofrenico.
Anno 2035, James Cole è un detenuto, in cambio di una promessa di libertà accetta di viaggiare nel passato per salvare il futuro apocalittico in cui vive.

lunedì 25 novembre 2019

Brazil (1985)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/11/2019 Qui
Tema e genere: Film di fantascienza di stampo tragicomico ambientato in un mondo distopico, in cui la burocrazia ha preso il sopravvento in ogni attività dell'uomo e, combinata al cinismo spietato dei potenti, uccide chi tenta di ribellarsi e i pochi che ancora riescono a sognare.
Trama: Sam Lawry è addetto agli sterminati archivi di una megalopoli, capitale di un non identificato Paese, in cui la fanno da padrone il Potere e la Burocrazia. Nulla sfugge al sistema computerizzato del Dipartimento Informazioni. Nella città da qualche tempo hanno preso ad agire gruppi di terroristi, che seminano il terrore pur di smuovere qualcosa. Sam, dal canto suo, oppone al grigiore della routine la sua possibilità di evadere nel sogno. Un giorno, però...
Recensione: In un terrificante stato dominato dalla burocrazia l'uccisione di uno scarafaggio fa involontariamente premere a un responsabile un tasto sbagliato e una persona innocente finirà ingiustamente arrestata e uccisa. Finirà a occuparsi del caso uno stralunato funzionario alla disperata ricerca della donna dei suoi sogni e in fuga dall'invadente madre. Una gran bella pellicola che definirei tragicomica. Intanto troviamo la critica ad un potere sempre più burocratico e quindi di conseguenza bieco e senza scrupoli o sentimenti. Tutto è rigidamente controllato e burocratizzato. Il regista "americano" Terry Gilliam si ispira quindi liberamente al "1984" di George Orwell, ma ambienta il film in un imprecisato luogo temporale del futuro, scegliendo una scenografia retro-futurista piena di rimandi alle icone del fascismo e curata in ogni dettaglio estetico e simbolico grazie ad un indiscusso talento immaginifico (si pensi al cappello a forma di scarpa della madre di Sam, quest'ultimo interpretato straordinariamente dal Don Chisciotte ultimo Jonathan Pryce, o alle grottesche e inquietanti maschere da bambino dei torturatori). Brazil è indubbiamente un film fuori dal comune: un trattato di filosofia-politica dall'estetica barocca, una favola nera e visionaria che commuove, disturba e fa riflettere, rivelandosi come un coacervo di sogni, incubi e possibili realtà. Un inno alla libertà e alla fantasia, alla vita mite del povero Sam Lawry (straordinario anti-eroe: timoroso burocrate modello, ingenuo e miope, vittima del sistema ma ancora in grado di sognare e, pertanto, pronto ad abbracciare la giusta causa della resistenza a un potere tirannico) e al suo desiderio d'amore e di fuga, ma anche un grido disperato che nasce dalla paura di non poter più modificare ciò che non può essere tollerato. Brazil è spiazzante e folgorante (il terribile terrorista a cui lo stato sta dando la caccia è nient'altro se non un sovversivo elettricista che ripara le cose senza far parte della società addetta), disilluso e, al tempo stesso e nonostante il suo essere attuale e il suo ineluttabile pessimismo, pieno di speranza: perché quest'ultima, citazione di Vaclav Havel, "non è la convinzione che le cose andranno bene, ma la convinzione che quel che stiamo facendo ha un senso, indipendentemente dal risultato". Camei per Ian HolmBob Hoskins e Robert De Niro, in un personaggio diabolicamente sovversivo e istrionicamente baffuto, nonché per l'ex Monty Python Michael Palin, qui in un ruolo inquietante e desolante. Il suo ex collega Terry Gilliam, alla regia, firma e alla terza opera dietro la macchina da presa, firma così il suo miglior film, probabilmente il suo capolavoro, dando vita ad un racconto che non ha smesso di essere presente. Un racconto tragicomicamente delizioso, che anche grazie ad un tragicomico motivetto ti prende e non ti lascia più. Già, "Braaaasil parrappapaparaa" avete presente la musichetta carnascialesca che (specialmente nella versione medley con Brigitte de Bardò Bardò) ha allietato tanti dei vostri gaudenti trenini? Si? Bene, allora canticchiatela spensieratamente per l'ultima volta, perché dopo la visione di questo film assumerà un gusto un po' amaro e si velerà della lieve malinconia che talora avvolge il ridestarsi dei sognatori.

venerdì 9 agosto 2019

L'uomo che uccise Don Chisciotte (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/08/2019 Qui
Tema e genere: Dramma di fantasia liberamente ispirato al Don Chisciotte di Miguel de Cervantes.
Trama: Un cinico regista pubblicitario si imbatte in un vecchio attore impazzito che si crede Don Chisciotte e si ritrova immerso in diverse avventure.
Recensione: Dopo 25 anni di produzione a dir poco travagliata, finalmente è uscita l'interpretazione in chiave comica e, come sempre, grottesca del mitico regista Terry Gilliam, ex componente dello storico gruppo Monty Python nonché regista del cult "Brazil" e altri grandi film, della celeberrima storia di Don Quixote. La domanda che sorge spontanea, date la lunga attesa, la storia che lo ha reso cult già prima che uscisse e le numerose speculazioni che lo hanno accompagnato nel corso degli anni, è non solo se il film meritava di essere finito, e la risposta è sempre sì perché ogni film bello o brutto che possa essere merita di essere visto da un pubblico, ma se tutta questa difficile e complessa lavorazione ha influito negativamente sul profitto finito. Purtroppo la risposta è anch'essa un sì. Perché purtroppo, L'uomo che uccise Don Chisciotte è essenzialmente questo: un tentativo quasi eroico, ma al tempo stesso alquanto confusionario, raffazzonato, quasi strampalato, esattamente come le imprese del protagonista del libro di Cervantes. Lo scorrere del tempo influisce su ogni cosa, e nemmeno il più sincero dei film è esente da questa legge inflessibile. Eppure il film ha un inizio perfetto, un inizio che cattura subito l'attenzione dello spettatore catapultandolo immediatamente nella storia e abituandolo già dai primi minuti al timbro costantemente in bilico tra il comico e il grottesco con il quale praticamente ogni film di Terry Gilliam viene da lui caratterizzato, purtroppo però più il tempo passa, più la storia prosegue e più il film si perde in sé stesso in un nodo sempre più stretto ed irreparabile di strade imboccate e strade abbandonate in quanto al proseguimento della trama. La difficoltosa produzione ha difatti portato a degli enormi problemi nella scrittura e soprattutto nella narrazione all'interno dell'intera pellicola che appare confusa, confusionaria e indecisa su quale genere appartenere finendo per staccare da genere a genere in maniera fastidiosamente netta: drammatico poi comico poi parodistico, ma mai riuscendo né a far prediligere uno di questi genere né ad amalgamare i vari generi che sceglie di seguire. Fa confusione anche con le varie sotto-trame che vanno ad incatenarsi in maniera forzata e poco chiara finendo per far perdere nella confusione totale anche la trama principale che infatti finisce per risultare quasi assente, o meglio raccontata in maniera da farla sembrare tale, proprio perché imbocca troppe strade senza accorgersi di aver lasciato quella precedente senza averla prima conclusa o collegata. Il film si conclude con un finale altrettanto confuso e assolutamente mal contestualizzato che lascia lo spettatore alla fine della visione con più domande che risposte, tanto dispiacere e un pizzico di frustrazione. Un vero peccato perché la regia del punto di vista visivo riesce in diversi tratti a stupire con varie inquadrature e scene suggestive, tecnicamente impeccabili ed inventive, anche la fotografia, con i suoi splendidi colori e la sua luce ben calibrata, e la colonna sonora irriverente ci provano a rendere il tutto più piacevole ed in parte ci riescono, viste anche le ottime interpretazioni, ma la confusione la fa da padrone. Tanto che, ancor più che in altri film di Terry Gilliam, risulta qui abbastanza difficile definire con precisione di che cosa parli la pellicola. Sarebbe fin troppo facile, e forse anche riduttivo, parlare di un semplice adattamento dell'omonimo romanzo. Più in linea con la poetica di Gilliam, è corretto ravvisare in L'uomo che uccise Don Chisciotte una personalissima rielaborazione emotiva, un pretesto per parlare d'altro.

mercoledì 19 giugno 2019

The Zero Theorem: Tutto è vanità (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/11/2018 Qui - Con Terry Gilliam ho sempre avuto un rapporto burrascoso, tra (pochi) alti e (tanti) bassi, sarà riuscito con il suo penultimo lavoro datato 2013 (e stranamente distribuito in Italia 3 anni dopo), il suo ultimo è invece da poco uscito al cinema, quel L'uomo che uccise Don Chisciotte di cui si è parlato tanto precedentemente alla sua presentazione e si parla tanto dopo la sua distribuzione (giudizi abbastanza tiepidi), a migliorare questo rapporto? No, mi spiace, purtroppo no. Perché pur volendo essere indulgenti nei confronti di uno dei maestri più visionari che il mondo del cinema ricordi, bisogna ammettere che il film, che parte illudendoci di farci sognare, di ritrovare (anche se in verità le atmosfere e le ambientazioni sono simili) quelle atmosfere e quelle ambientazioni che lo avevano reso celebre con pellicole come "Brazil" e "L'esercito delle dodici scimmie" (e questa volta incentra il suo discorso sulla disperata ricerca di un senso che spinge un uomo alienato a scontrarsi con le sue paure e le sue difficoltà relazionali, nonché a cercare di scalfire un sistema che lo tiene stretto in una morsa e per il quale la speranza è un nemico da eliminare), purtroppo si eclissi e soffochi in se stesso, sepolto da un pesante sovraccarico di suggestioni senza una vera storia a sorreggerlo. Procedendo infatti per trovate visive talvolta sorprendenti e per espedienti comici per allentare il climax ascendente della storia, The Zero Theorem: Tutto è vanità (The Zero Theorem), film del 2013 diretto da Terry Gilliam,  presenta tutte le ossessioni del cinema del regista statunitense, fermo purtroppo a un tempo d'oro che fu e non aggiornato ai tempi correnti. Con il sapore della favola moralistica che trasforma le vecchie ossessioni oniriche in realtà virtuali alternative e che si fonda ancora una volta sull'eroe che si riscopre la via della redenzione dopo essere stato colpito attraverso gli unici due legami affettivi che si era creato, The Zero Theorem sembra essere stato concepito per auto-omaggiarsi e auto-citarsi. E non bastano le ennesime straordinarie trasformazioni di Christoph Waltz e dell'istrionica Tilda Swinton, difficilmente riconoscibile nei panni di una psicoanalista virtuale, a definirlo del tutto riuscito.

sabato 30 marzo 2019

Jupiter Ascending (2015)

Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/09/2017 Qui - Jupiter Ascending (Fantascienza, Usa 2015): Un film alquanto deludente l'ultima opera dei fratelli Wachowski (Lana e Lilly), i creatori di Matrix. Essi ormai sono in evidente calo, e si vede soprattutto per la mancanza di idee, non siamo ai livelli di quella schifezza di Speed Racer, ma è un film con una sceneggiatura molto approssimativa, poco originale e decisamente banale. La classica storia di lei (umile umana) che non è nessuno ma in realtà è speciale, i classici cattivi (dominatori della terra e dell'universo) che vogliono distruggere tutto, i classici buoni (salvatori della terra e dell'universo) che vogliono evitare tutto, le classiche scene d'azione dove si salverà sempre per un millisecondo, la classica storia d'amore improbabile e il classico lieto fine. Praticamente il film si riassume così, e ha qualche spunto riflessivo, ma fatto molto male e trattato in modo superficiale. Non mi sento di stroncarlo completamente, dato che riesce in maniera parziale ad intrattenere, le scene d'azione sono veramente ben fatte e gli effetti speciali di ultima generazione non potevano che essere ottimi, ma seppur visivamente ineccepibile manca però di sostanza, palesando poca originalità e poca inventiva. Inoltre come già sottolineato la linearità narrativa è un po' deficitaria, tutto viene spiegato sommariamente e con poca incisività. In più il cast (comprendente anche Douglas Booth e lo sprecato Eddie Redmayne) è nettamente insufficiente dove si salva solo Sean Bean (seppur inutile è il suo personaggio), i due protagonisti poi (Mila Kunis e Channing Tatum) non si integrano nella complicata ragnatela della storia dove appunto si notano vistosi buchi. In conclusione le due ore passano con qualche difficoltà, la prima parte è più che buona ma le troppe scene d'azione durano anche troppo e portano una noiosa seconda parte, tanto che nonostante esso appaia comunque sufficientemente godibile, è meglio evitare. Voto: 5+