Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2024 Qui - Un segmento della vita dell'ingegnere che ha creato il marchio di auto più rinomato di sempre, evidenziando non solo i suoi problemi finanziari ma anche la complicata situazione familiare, diviso tra moglie e giovane amante. Tuttavia, discutere delle vicende sentimentali di Ferrari sembra inutile quando si dovrebbe esaltare la sua audacia. Sfortunatamente, gli americani hanno distolto l'attenzione dal genio di Ferrari, concentrando il racconto sulle sue controversie amorose. L'unico aspetto positivo sono le splendide auto e le scene della drammatica e trionfale Mille Miglia. Tuttavia, rimane un'americanata, superiore a Lamborghini ma comunque mediocre. Da un film su Enzo Ferrari girato da Michael Mann ci si aspettava molto di più, più che un film retorico, superficiale e sfocato come questo, tutt'al più deludente. Voto: 5 [Sky/Prime Video]
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martedì 30 aprile 2024
Ferrari (2023)
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giovedì 31 agosto 2023
Rumore bianco (2022)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/08/2023 Qui - Forse leggere il romanzo originale può aiutare a capire qualcosa in più della trama, visionato come un'opera a sé stante, il film è un pasticcio surreale che unisce diversi generi, con un occhio verso il fantastico e il cinema dell'assurdo, ma che soccombe alle ambizioni esagerate di uno script che accumula dialoghi fittissimi e confusionari, una durata ingiustificata di oltre due ore e una trama che salta di palo in frasca senza troppi complimenti. Buone le caratterizzazioni del cast, di livello la confezione, ma è davvero dura evitare il colpo di sonno in più frangenti. Noah Baumbach furbo perché vorrebbe far diventare questo film un cult invece a mio parere è una brutta brutta esperienza visiva, evidente soprattutto sui (pessimi) titoli di coda. Voto: 4,5
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lunedì 31 luglio 2023
A proposito di Davis (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2023 Qui - Per essere un film dei fratelli Coen manca decisamente qualcosa, una trama forse? Da quel che si diceva di questa pellicola, aspettative completamente disattese. Ci sono alcuni lievi momenti umoristici, ma per il resto la storia di Davis (aspirante musicista folk perdente e squattrinato) è priva di interesse e di personaggi davvero incisivi, protagonista compreso (mai visto un film con tanti interpreti antipatici). Alcune vicende vengono troncate a metà e lo spettatore non saprà mai come andranno a finire, mentre sul protagonista si dice anche troppo. A proposito di Davis è insipido e privo di attrattiva, un vero passo falso per i fratelli Coen. Nonostante una confezione curata e di qualità, il film risulta infatti piuttosto noioso, manca una vera e propria trama, e anche dal punto di vista musicale non ho trovato nulla degno di nota. Bravo comunque musicalmente Oscar Isaac. Voto: 5
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giovedì 27 ottobre 2022
House of Gucci (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2022 Qui - The Last Duel, pur imperfetto, poteva far sperare in un ritorno di Ridley Scott ai fasti del passato: speranza puntualmente delusa da questo modesto film. La storia della famiglia Gucci raccontata da Scott (come gli era già successo nel precedente film biografico "Tutti i soldi del mondo") in maniera scolastica, senza infamia né lode. Nonostante un cast di prim'ordine, il regista inglese non riesce a trasmettere il senso della tragedia alla storia, la cui consistenza si assottiglia sempre di più con il passare dei minuti finendo per fare perdere l'interesse verso un mondo di facciata, le cui dinamiche non graffiano. Non un brutto film, intendiamoci, ma un film totalmente inutile, quasi fastidioso nella sua presunzione. Voto: 5,5
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giovedì 30 giugno 2022
The Last Duel (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2022 Qui - Dopo 44 anni dal suo primo film I Duellanti, Ridley Scott affronta
ancora un duello tra due guerrieri che lottano per il proprio orgoglio
dimenticando che questa volta è stata una donna ad armarli per difendere
la propria dignità. Debitore ad Akira Kurosawa per l'espediente dei 3
punti di vista (tuttavia non del tutto compiuto, il fatto che le scene
ripetute siano praticamente le stesse, a parte qualche battuta, lo
snatura infatti parecchio e rende il tutto solo ridondante), egli fa
luce su una vicenda ignota ai più (e accaduta realmente) ma dal forte valore simbolico,
rimarcando il ruolo storicamente debole della donna e i pregiudizi
morali che deve sopportare, fattore ancora di attualità. La parte
centrale del film risulta inevitabilmente ripetitiva ma trova riscatto
in un finale potente non solo per la singolar tenzone ma soprattutto per
tutte le scene che seguono. Attori in palla a cominciare da una
magnetica Jodie Comer, scenografia eccelsa e, per essere un film di
Ridley Scott,
violenza dosata senza esagerare. In questo senso piccolo passo in
avanti, cinematograficamente parlando, per lui dopo gli ultimi due
deludenti film (Tutti i soldi del mondo ma soprattutto Alien: Covenant), sperando che l'ultimissimo non l'abbia riportato
indietro. Voto: 6+
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venerdì 16 luglio 2021
Storia di un matrimonio (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/07/2021 Qui - Quando Kramer contro Kramer, pluripremiata pellicola della notte degli Oscar del 1980, viene proiettata quarant'anni nel futuro il risultato è un'eccellente rivisitazione del dramma famigliare che colpì prima Meryl Streep e Dustin Hoffman e che oggi non da scampo nemmeno a Scarlett Johansson e Adam Driver, attori talentuosi capaci di descrivere, grazie all'aiuto del regista e sceneggiatore Noah Baumbach, che continua a raccontare storie piccole ma di grande impatto emotivo (vedasi Giovani si diventa, ma non solo), cosa significhi separarsi negli anni '20 del XXI secolo. Storia "normalissima" e ordinaria ma che diventa speciale grazie all'estremo realismo della sceneggiatura e delle interpretazioni (tutte e di tutti, tra queste anche quella di Laura Dern, suo l'unico Oscar a fronte delle sei candidature che nel 2020 il film ricevette). Alcuni personaggi secondari un po' macchiettistici (mamma e sorella di Nicole) ma nel complesso il film fila molto liscio e intrattiene. L'anatomia di un divorzio in cui non esiste il bianco o il nero, il buono e il cattivo, ma solo aree grigie per entrambi i protagonisti: anche qui nulla di nuovo naturalmente, però la messa in scena nobilita la pochezza o meglio semplicità estrema della trama. Film molto parlato, anche molti dialoghi in sovrapposizione che talvolta rendono difficile seguirlo. Avrei dato anche un voto più alto se non fosse stato per il finale, che sinceramente non mi ha soddisfatto in quanto la melassa e il buonismo mi sono parsi eccessivi, in generale mi sembra che il regista non abbia voluto pigiare troppo sull'acceleratore. Anche la famosa scena del litigio, che accresce la tensione di parecchio ed è un piccolo gioiello recitativo, purtroppo viene smorzata poco dopo da scelte di sceneggiatura che tengono a buttare acqua sul fuoco. Avrei apprezzato un po' più di coraggio. Nonostante ciò, ed anche se sull'argomento comunque continuo a preferire "Kramer contro Kramer", notevole. Si sorride qualche volta, si riflette più in generale, giudizio positivo. Voto: 7
lunedì 11 gennaio 2021
Star Wars: L'ascesa di Skywalker (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/01/2021 Qui - L'epopea di Guerre Stellari si conclude (forse) con questo nono capitolo che per la verità non mette in campo molte idee originali, rimasticando situazioni già viste, riesumando personaggi come Palpatine che avevano ormai già dato tutto alla causa e guarnendo il tutto con camei fuori contesto degli eroi della prima saga. Ce n'è abbastanza per far spazientire anche il fan meno oltranzista (incongruenze e sbalzi improvvisi) eppure in un modo o nell'altro (che per la Disney significa inseguimenti, battaglie ed effetti speciali a profusione) un minimo di spettacolo è garantito. Proprio un minimo perché il film non è destinato a passare alla storia come capolavoro del genere, neanche lontanamente. Do la sufficienza solo perché sono affezionato alla saga e comunque a livello tecnico e visivo appunto funziona tutto. J. J. Abrams comunque delude, forse aveva poco tempo a disposizione, ma la sensazione è che abbia cercato di rimediare alle soluzioni introdotte da Rian Johnson e non concordate (dell'Episodio VIII), peccato che lo faccia male. Voto: 6
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martedì 31 marzo 2020
I morti non muoiono (2019)
Titolo Originale: The Dead Don't Die
Anno e Nazione: USA, Svezia 2019
Genere: Commedia, Horror, Fantastico
Produttore: Joshua Astrachan, Carter Logan
Regia: Jim Jarmusch
Sceneggiatura: Jim Jarmusch
Cast: Bill Murray, Adam Driver, Tilda Swinton, Chloë Sevigny, Steve Buscemi
Danny Glover, Caleb Landry Jones, Rosie Perez, Iggy Pop
Sara Driver, RZA, Selena Gomez, Carol Kane, Tom Waits, Eszter Balint
Danny Glover, Caleb Landry Jones, Rosie Perez, Iggy Pop
Sara Driver, RZA, Selena Gomez, Carol Kane, Tom Waits, Eszter Balint
Durata: 105 minuti
Jim Jarmusch dirige Bill Murray e Adam Driver in una zombie-comedy.
I defunti escono dalle tombe e assalgono gli abitanti di una cittadina. Un trio di poliziotti organizza la resistenza.
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lunedì 2 dicembre 2019
This Is Where I Leave You (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/12/2019 Qui
Tema e genere: Commedia agrodolce basata sul romanzo Portami a casa (This Is Where I Leave You) di Jonathan Tropper, che ha curato anche la sceneggiatura.
Trama: Quando il loro padre muore, quattro fratelli adulti di origini ebree (ognuno schiacciato dalla propria esistenza) sono costretti a tornare alla loro casa di infanzia e a vivere sotto lo stesso tetto per una settimana insieme alla madre e a un assortimento vario di coniugi, ex e occasioni mancate. Confrontando le loro storie e gli status delle loro relazioni, ritroveranno loro stessi in mezzo al caos, all'umorismo, all'angoscia e ai pentimenti, che solo una famiglia può generare.
Recensione: Ricorda in parte e con le dovute proporzioni "Il grande freddo" e altri simili. In America il funerale è un evento celebrato in modo più intenso, più evocativo rispetto alle nostre convenzioni. I parenti più stretti e gli amici più intimi, fanno un discorso in cui si parla del defunto, se ne raccontano gesta, episodi, aneddoti e quant'altro. Poi si fa un pranzo sontuoso che è quasi come quello nuziale. Naturalmente in tali occasioni si possono incontrare e rivedere persone che si sono perse di vista da tempo e qui scattano perversi ed arcani meccanismi. Ci possono essere chiarimenti o al contrario emergono rancori sopiti, possono riproporsi amori mai dimenticati o ci si può accorgere di non amare più, insomma è in qualche modo il momento della verità o la resa dei conti che dir si voglia. Questo film è tutto questo e altro. Questo film sembrerebbe quindi la classica trama vista e rivista che percorre binari ampiamente sfruttati fino allo sfinimento dal cinema. Dov'è la novità allora? Per come viene raccontata la storia, per l'umanità e allo stesso tempo la malinconia che riesce a trasmette, per il modo in cui vengono affrontati i legami tra i personaggi, tutti più o meno disillusi ma allo stesso tempo decisi come non mai a dare sterzate definitive alle loro vite, per la perfetta alternanza tra situazioni comiche ed ironiche ad altre più serie. Ma soprattutto gran parte del merito è del cast corale, perfettamente assortito dove tra tutti spicca la maschera ironica e amara di Jason Bateman. Accanto a lui brilla tutto il resto del cast, da Jane Fonda a Tina Fey, dalla bravura e istrionismo di Adam Driver, alla bellezza candida di Rose Byrne, da Corey Stoll a Timothy Olyphant, da Kathryn Hahn ad Abigail Spencer. Insomma un buon film, che seppur esagera in certe (anche troppe) occasioni, si fa sufficientemente apprezzare.
Trama: Quando il loro padre muore, quattro fratelli adulti di origini ebree (ognuno schiacciato dalla propria esistenza) sono costretti a tornare alla loro casa di infanzia e a vivere sotto lo stesso tetto per una settimana insieme alla madre e a un assortimento vario di coniugi, ex e occasioni mancate. Confrontando le loro storie e gli status delle loro relazioni, ritroveranno loro stessi in mezzo al caos, all'umorismo, all'angoscia e ai pentimenti, che solo una famiglia può generare.
Recensione: Ricorda in parte e con le dovute proporzioni "Il grande freddo" e altri simili. In America il funerale è un evento celebrato in modo più intenso, più evocativo rispetto alle nostre convenzioni. I parenti più stretti e gli amici più intimi, fanno un discorso in cui si parla del defunto, se ne raccontano gesta, episodi, aneddoti e quant'altro. Poi si fa un pranzo sontuoso che è quasi come quello nuziale. Naturalmente in tali occasioni si possono incontrare e rivedere persone che si sono perse di vista da tempo e qui scattano perversi ed arcani meccanismi. Ci possono essere chiarimenti o al contrario emergono rancori sopiti, possono riproporsi amori mai dimenticati o ci si può accorgere di non amare più, insomma è in qualche modo il momento della verità o la resa dei conti che dir si voglia. Questo film è tutto questo e altro. Questo film sembrerebbe quindi la classica trama vista e rivista che percorre binari ampiamente sfruttati fino allo sfinimento dal cinema. Dov'è la novità allora? Per come viene raccontata la storia, per l'umanità e allo stesso tempo la malinconia che riesce a trasmette, per il modo in cui vengono affrontati i legami tra i personaggi, tutti più o meno disillusi ma allo stesso tempo decisi come non mai a dare sterzate definitive alle loro vite, per la perfetta alternanza tra situazioni comiche ed ironiche ad altre più serie. Ma soprattutto gran parte del merito è del cast corale, perfettamente assortito dove tra tutti spicca la maschera ironica e amara di Jason Bateman. Accanto a lui brilla tutto il resto del cast, da Jane Fonda a Tina Fey, dalla bravura e istrionismo di Adam Driver, alla bellezza candida di Rose Byrne, da Corey Stoll a Timothy Olyphant, da Kathryn Hahn ad Abigail Spencer. Insomma un buon film, che seppur esagera in certe (anche troppe) occasioni, si fa sufficientemente apprezzare.
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venerdì 9 agosto 2019
L'uomo che uccise Don Chisciotte (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/08/2019 Qui
Tema e genere: Dramma di fantasia liberamente ispirato al Don Chisciotte di Miguel de Cervantes.
Tema e genere: Dramma di fantasia liberamente ispirato al Don Chisciotte di Miguel de Cervantes.
Trama: Un cinico regista pubblicitario si imbatte in un vecchio attore impazzito che si crede Don Chisciotte e si ritrova immerso in diverse avventure.
Recensione: Dopo 25 anni di produzione a dir poco travagliata, finalmente è uscita l'interpretazione in chiave comica e, come sempre, grottesca del mitico regista Terry Gilliam, ex componente dello storico gruppo Monty Python nonché regista del cult "Brazil" e altri grandi film, della celeberrima storia di Don Quixote. La domanda che sorge spontanea, date la lunga attesa, la storia che lo ha reso cult già prima che uscisse e le numerose speculazioni che lo hanno accompagnato nel corso degli anni, è non solo se il film meritava di essere finito, e la risposta è sempre sì perché ogni film bello o brutto che possa essere merita di essere visto da un pubblico, ma se tutta questa difficile e complessa lavorazione ha influito negativamente sul profitto finito. Purtroppo la risposta è anch'essa un sì. Perché purtroppo, L'uomo che uccise Don Chisciotte è essenzialmente questo: un tentativo quasi eroico, ma al tempo stesso alquanto confusionario, raffazzonato, quasi strampalato, esattamente come le imprese del protagonista del libro di Cervantes. Lo scorrere del tempo influisce su ogni cosa, e nemmeno il più sincero dei film è esente da questa legge inflessibile. Eppure il film ha un inizio perfetto, un inizio che cattura subito l'attenzione dello spettatore catapultandolo immediatamente nella storia e abituandolo già dai primi minuti al timbro costantemente in bilico tra il comico e il grottesco con il quale praticamente ogni film di Terry Gilliam viene da lui caratterizzato, purtroppo però più il tempo passa, più la storia prosegue e più il film si perde in sé stesso in un nodo sempre più stretto ed irreparabile di strade imboccate e strade abbandonate in quanto al proseguimento della trama. La difficoltosa produzione ha difatti portato a degli enormi problemi nella scrittura e soprattutto nella narrazione all'interno dell'intera pellicola che appare confusa, confusionaria e indecisa su quale genere appartenere finendo per staccare da genere a genere in maniera fastidiosamente netta: drammatico poi comico poi parodistico, ma mai riuscendo né a far prediligere uno di questi genere né ad amalgamare i vari generi che sceglie di seguire. Fa confusione anche con le varie sotto-trame che vanno ad incatenarsi in maniera forzata e poco chiara finendo per far perdere nella confusione totale anche la trama principale che infatti finisce per risultare quasi assente, o meglio raccontata in maniera da farla sembrare tale, proprio perché imbocca troppe strade senza accorgersi di aver lasciato quella precedente senza averla prima conclusa o collegata. Il film si conclude con un finale altrettanto confuso e assolutamente mal contestualizzato che lascia lo spettatore alla fine della visione con più domande che risposte, tanto dispiacere e un pizzico di frustrazione. Un vero peccato perché la regia del punto di vista visivo riesce in diversi tratti a stupire con varie inquadrature e scene suggestive, tecnicamente impeccabili ed inventive, anche la fotografia, con i suoi splendidi colori e la sua luce ben calibrata, e la colonna sonora irriverente ci provano a rendere il tutto più piacevole ed in parte ci riescono, viste anche le ottime interpretazioni, ma la confusione la fa da padrone. Tanto che, ancor più che in altri film di Terry Gilliam, risulta qui abbastanza difficile definire con precisione di che cosa parli la pellicola. Sarebbe fin troppo facile, e forse anche riduttivo, parlare di un semplice adattamento dell'omonimo romanzo. Più in linea con la poetica di Gilliam, è corretto ravvisare in L'uomo che uccise Don Chisciotte una personalissima rielaborazione emotiva, un pretesto per parlare d'altro.
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lunedì 29 luglio 2019
La truffa dei Logan (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/07/2019 Qui
Tema e genere: Una divertente commedia su una rapina impossibile, con un cast d'eccezione.
Tema e genere: Una divertente commedia su una rapina impossibile, con un cast d'eccezione.
Trama: Il colpo grosso dei due fratelli Logan e della loro banda durante la Coca-Cola 600, la leggendaria corsa della Charlotte Motor Speedway.
Recensione: Qualche anno fa Steven Soderbergh un po' a sorpresa aveva annunciato a soli 50 anni il suo addio dal mondo del cinema, promessa non mantenuta fortunatamente, anzi, ha pure raddoppiato un anno dopo a questo film datato 2017 con l'esperimento abbastanza riuscito di Unsane, un thriller alquanto controverso (in positivo). Non è controverso invece, ma onesto e sincero, La truffa dei Logan (Logan Lucky), una sorta di versione basso proletaria della trilogia di Ocean, la famosa e squisita (come cinema d'intrattenimento degli anni 2000) saga di film ladreschi che negava tutte le regole del genere, pur rispettandole. Infatti, dove là tutto era glamour, i ladri erano belli e intelligenti e i luoghi erano cartoline da favola, qui sono brutti, storpi e abbastanza stupidi, anche nella colonna sonora (curata entrambe dallo stesso compositore David Holmes) dove ai concerti alla Frank Sinatra si sostituisce il folk di John Denver. Anche la struttura è diversa e opposta: la genialità della trilogia stava nel sovraccumulo di narrazione, piste vere e false, colpi di scena, situazioni per poi togliere totalmente qualsiasi spessore ai personaggi riducendoli a maschere da feuilleton muto e realizzare così film di azione essenziale. Ne La truffa dei Logan invece la linea narrativa principale è piuttosto semplice, quello che interessano sono proprio le divagazioni dal centro: l'orso nella foresta, la rivolta in prigione, la guardiana extra large, i piloti delle auto, tutti episodi che esulano dal filone principale e che il regista maneggia con l'abilità di illusionista, per sviare l'attenzione, distrarre e poter far avvenire così la magia. Altra differenza strutturale sono i personaggi: non più figure, maschere, ma persone vere (da segnalare Riley Keough, vera nipote di Elvis Presley e perfetta ragazza del Sud), ma soprattutto Jimmy (un eccellente Channing Tatum l'unico membro del cast ad aver già più volte lavorato con il regista), vero motore narrativo e chiave di volta dell'intera struttura, perché il perno di tutto è proprio il suo amore per la figlia e il desiderio di volerle restare ancora accanto, cui fanno da grandiose spalle Adam Driver e un inedito e divertentissimo Daniel Craig. Sullo sfondo poi c'è tutta la povertà (non solo materiale) di certa provincia e dell'America di oggi, come raramente si vede nel cinema di Hollywood. L'America lontana dalle grandi città viene descritta come un luogo misero, abitata da persone o troppo stupide o frustrate dai fallimenti e da un Paese che non sembra voler avere clemenza, il tutto delineato e rappresentato senza però mai perdere di vista la sua natura più squisitamente leggera. Perché l'handicap fisico dei due protagonisti, insieme all'ambientazione profondamente rurale, diventa sì il grandangolo attraverso il quale il regista ci mostra un'America piegata da una crisi profonda, valoriale prima ancora che economica, ma dove il furto non rappresenta più, come in Ocean's Eleven, un lussuoso esercizio di stile, bensì un mero mezzo per garantirsi la sopravvivenza. Il risultato è un cocktail con le giuste parti di realtà e fantasia, in dosi non perfette ma sufficienti per intrattenere e divertire, anche grazie al ritmo mai lento. Perché per quanto però sia piacevole e ben congegnato, La truffa dei Logan contiene alcune imperfezioni.
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mercoledì 17 luglio 2019
BlacKkKlansman (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/06/2019 Qui
Tema e genere: Una surreale storia realmente accaduta nel Colorado degli anni Settanta che parla in realtà dell'America di oggi. La pellicola infatti, adattamento cinematografico del libro Black Klansman scritto dall'ex poliziotto Ron Stallworth, selezionata in concorso al Festival di Cannes 2018, tratta il tema del razzismo, ma in modo non affatto convenzionale.
Tema e genere: Una surreale storia realmente accaduta nel Colorado degli anni Settanta che parla in realtà dell'America di oggi. La pellicola infatti, adattamento cinematografico del libro Black Klansman scritto dall'ex poliziotto Ron Stallworth, selezionata in concorso al Festival di Cannes 2018, tratta il tema del razzismo, ma in modo non affatto convenzionale.
Trama: Anni 70. Ron Stallworth, poliziotto afroamericano di Colorado Springs, deve indagare come infiltrato sui movimenti di protesta black. Ma Ron ha un'altra idea per il suo futuro: spacciarsi per bianco razzista e infiltrarsi nel Ku Klux Klan.
Recensione: Cattivo ragazzo del cinema "all black" per eccellenza, Spike Lee quando si tratta di mettere in pessima luce l'animo razzista che si annida nella sua America non la manda certo a dire, e con questa pellicola si ripete, una pellicola tratta da una "fott*ta storia vera", come recita la dicitura ad inizio visione. Una pellicola che non per caso è Spike Lee all'ennesima potenza, per forma e contenuti. Una pellicola in cui il regista ci mette dentro tutto, dando vita da subito (tramite un lungo monologo sulla supremazia della razza bianca, monologo straordinariamente interpretato da Alec Baldwin, che in modo goffo dimentica le battute) ad una satira politica dolceamara volta a dipingere l'idiozia del razzismo. Gli elementi centrali infatti, che vengono evidenziati, sin da questo inizio di film sono l'odio e la rabbia, incarnati dal razzismo che come un serpente, corrompe l'animo delle persone, sfruttando le loro paure, spingendole anche ad uccidere, creando così di conseguenza una radicalizzazione e impoverimento dei valori, all'interno della società. Una pellicola che quindi, attraverso l'ironia e una fedele rappresentazione di un'America anni settanta, divisa, riflette e interroga, ancora una volta lo spettatore, su una realtà come non mai, sempre più attuale. Che la piaga del razzismo sia ancora un problema di forte impatto e ancora presente nella nostra società è cosa ben nota difatti, e non è la prima volta che se ne parla in un film, ma il modo in cui ne parla il buon Lee con le sue opere è sempre materia d'interesse di non poco conto, scoprendo magari cose che al contempo si legano all'evoluzione di un'idea sbagliata annidata nella (in)coscienza di determinati soggetti. Per questo uno sguardo alla vicenda, vicenda che è quella vissuta dall'agente di polizia di colore Ron Stallworth, che nel pieno degli anni '70 più confusionali si infiltrò in un'organizzazione segreta affiliata al Ku Klux Klan. Bizzarro a sentirlo ma è proprio quello che successe, ed il buon Lee (per lui la vicenda qui narrata dopotutto è anche l'occasione per poter mettere in scena una trama poliziesca miscelata ai suoi principi ideologici di cineasta, cercando una via di mezzo tra l'intrattenimento, il senso del citazionismo e la voglia di ricordare che negli States il popolo di colore è sempre stato trattato, non male, ma malissimo) non ha potuto fare a meno di appropriarsi di questa cosa per trarne una graffiante storia permeata di una feroce satira. Nei panni del prode poliziotto troviamo l'attore John David Washington, figlio del ben noto Denzel, il quale con capigliatura cotonata ripercorre tutta l'indagine, dall'idea avuta da Stallworth nell'infiltrarsi in quell'organizzazione al momento di dover presenziare alle riunioni del Klan. Ed è qui che entra in scena un suo collega, l'agente di origini ebree Filp Zimmerman, interpretato da Adam Driver, il quale dovrà infiltrarsi fisicamente in mezzo a questi pazzi esaltati, razzisti e dediti all'orgoglio dell'uomo bianco. Tra discorsi al di fuori del comune, scontri ideologici tra bianchi e neri e un'insana venerazione di un certo cinema in bianco e nero, questa indagine porterà i suoi agenti nel bel mezzo di una follia che ancor oggi sembra prendere piede tra le più deboli menti popolari (come purtroppo ben sappiamo). Una follia ben contestualizzata e ben assestata dal regista che regala momenti memorabili. Se questi sono i pregi di BlacKkKlansman, il film nella parte finale disperde in parte la sua forza annacquando il sarcasmo con il macchiettiamo dei nazisti del KKK da un lato (un po' eccessiva mi è parsa infatti la ridicolizzazione dei vertici del Klan, che potrebbe far perdere di vista le atrocità di cui l'organizzazione si è resa protagonista), e con un alto tasso di retorica dall'altro (il lungo discorso del vecchio interpretato da Harry Belafonte, con tanto di duro attacco al razzismo del kolossal muto Nascita di una nazione di Griffith: il cui titolo originario era The Clansman).
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venerdì 12 luglio 2019
Paterson (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2019 Qui - Jim Jarmusch (che a quanto pare dovrebbe prossimamente tornare al cinema con un film con protagonisti gli zombie) è uno dei più importanti cineasti del cinema indipendente statunitense, regista, attore, sceneggiatore, montatore e compositore, tutte capacità nate da un grande impegno culturale e da un genio poliedrico tutto suo. In tal senso solo lui probabilmente, poteva osare tanto, poteva intitolare un film Paterson (questo suo ultimo film del 2016), ambientarlo a Paterson (città a venti minuti da New York), con un protagonista che si chiama Paterson. E che scrive poesie che si ispirano a William Carlos Williams (a quanto pare uno dei maggiori autori della moderna poesia americana), poeta di Paterson autore della raccolta intitolata "Paterson". Eppure il film è tutt'altro che cerebrale, anzi è di una semplicità quasi candida (ma affatto banale) nel mostrare la vita routinaria di un conducente di autobus (interpretato da Adam Driver, guarda caso "driver" vuol dire conduttore!) che si diletta a scrivere poesie, frutto dell'osservazione del mondo e delle persone che lo circondano. E del suo amore per la moglie Laura, dalle passioni volubili e cangianti ma deliziosa (e che porta un tocco di follia ma anche a suo modo di paradossale stile nella loro vita). Il film è scandito dal tempo (una settimana, segnalata giorno per giorno) e dalle poesie che scrive il protagonista su un suo taccuino. La moglie lo incalza perché le faccia conoscere al mondo, perché le ritiene bellissime, o quanto meno che inizi a salvarle fotocopiandole, lui si schermisce e rimanda. E quando sembrerà rassegnato a chiudere questa piccola finestra sul mondo, che lo spinge a vedere e ascoltare con attenzione quel che avviene attorno a lui e a tradurlo in immagini liriche, un incontro inaspettato gli darà forse un nuovo impulso. Paterson è uno di quei personaggi da cinema candidi e positivi: guarda con bonarietà il collega sempre lamentoso, ama la moglie anche nelle sue manie, sa dire o fare la cosa giusta (o almeno ci prova) quando si trova davanti a persone in difficoltà (come al pub, meta serale ricorrente) o semplicemente bisognose di ascolto.
giovedì 6 giugno 2019
Star Wars: Gli ultimi Jedi (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/09/2018 Qui - Parlare di Star Wars non è mai facile, tra il pericolo di spoilerare troppo e l'inevitabile soggettività di giudizio a cui si presta ogni capitolo di una saga di tale calibro, si finisce quasi per camminare a tentoni in un campo minato da fanbase, fanservice, aspettative. Proprio nel caso di quest'ultime erano molte attorno a Star Wars: Gli ultimi Jedi (Star Wars: The Last Jedi), noto anche come Star Wars: Episodio VIII - Gli ultimi Jedi, film del 2017 scritto e diretto da Rian Johnson, ma il regista (sebbene solo in parte) non le ha deluse, lasciando lo spettatore a bocca aperta per gran parte della pellicola. Una pellicola che è un kolossal in tutto e per tutto, durata importante (si sfondano i 140 minuti), macchina cinematografica a pieno regime, comparto tecnico strabiliante, cura del dettaglio che sfiora la perfezione. Tuttavia l'arduo compito di dare sostanza alle premesse de Il Risveglio della Forza riesce solo in parte: la storia subisce infatti una brusca accelerazione, proiettandosi prepotentemente in avanti e mettendo moltissima carne al fuoco. C'è molto da raccontare e il sovraffollamento narrativo è tangibile, con sequenze meno azzeccate di altre e alcuni passaggi dialogati poco riusciti. Star Wars: Gli ultimi Jedi difatti, ottava pellicola della saga di Guerre stellari e il secondo della cosiddetta Trilogia sequel, non è un film perfetto, sicuramente più confuso e caotico rispetto al precedente di J.J. Abrams, il quale aveva diretto un sequel a metà tra nostalgia e innovazione senza allontanarsi troppo dalla scia narrativa che aveva caratterizzato la prima trilogia, costruendo un prodotto (forse fin troppo) equilibrato che strizzando l'occhio ad "Una nuova speranza" cercava di accontentare tutti i fan della saga. Rian Johnson al contrario (regista conosciuto soprattutto per Looper, un film fantascientifico intrigante ed affascinante ma non proprio solidissimo), partendo appunto dalla base di fondo lasciata dal Risveglio della Forza, stravolge tutte le carte, in un continuo alternarsi di plot twist e colpi di scena disseminati nelle 2 ore e mezza della pellicola, che ribaltano completamente l'universo dei Jedi così come lo avevamo conosciuto. E sorprendentemente tutto, anche se parzialmente, funziona.
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Silence (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/09/2018 Qui - La libertà di professare un credo religioso (o di non professarlo ovviamente) dovrebbe essere un diritto inalienabile di ogni individuo, in qualsiasi società umana. Tanto più che alla base di ogni religione vi sono principi di pace, di tolleranza, di carità, di rispetto verso gli altri. Eppure nei secoli le più crudeli guerre e le più efferate persecuzioni si sono costantemente compiute in nome e per il predominio di una fede religiosa sull'altra. Quest'ultima opera di Martin Scorsese, Silence, pellicola del 2016 diretta dal grande regista statunitense, tratta dal romanzo (scritto nel 1966) dello scrittore giapponese Shusaku Endo, affronta per l'appunto l'argomento di tali contraddizioni, rievocando la vicenda di alcuni missionari cristiani portoghesi giunti nel 1600 in Giappone allo scopo di far convertire le popolazioni locali, di religione buddista, alla dottrina cristiana, finendo per scatenare in tal modo con la loro opera la feroce reazione di notabili e dignitari giapponesi, che, temendo un inquinamento spirituale delle tradizioni locali, mandarono a morte tra atroci supplizi molti individui. Alla vista di tali atrocità alcuni dei missionari preferirono abiurare la religione cristiana pur di salvare la vita dei condannati renitenti alla apostasia. Per questo Silence è sicuramente un film affascinante, denso, a tratti epico, intrigante, con frequenti e drammatiche scene di torture violente e insopportabili che finiscono per colpire più la coscienza che non gli occhi di chi guarda, però appare spesso in palese contraddizione tra il condannare l'uso della violenza in tutte le religioni, e l'esaltazione comunque del cristianesimo come fede portante e necessaria per il genere umano. Un film quindi molto crudo sia nella sua rappresentazione sia nel suo contenuto: le torture fisiche inflitte ai sudditi "traditori" da parte delle alte cariche giapponesi erano terribili e vengono descritte da Scorsese in maniera esplicita e dettagliata, pertanto la pellicola risulta quanto mai veritiera e come un documento storico vero e proprio sull'andamento dei fatti a quei tempi. Il film, dunque, risulta ben fatto e assai dettagliato e riproducente l'atmosfera ed i costumi dell'epoca in maniera perfetta (grazie alla scenografia di Dante Ferretti) ma purtroppo Scorsese ha costruito un'opera, seppur concettualmente potente, cinematograficamente debole.
venerdì 17 maggio 2019
Midnight Special (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/03/2018 Qui - È un film difficile da giudicare l'ultimo di Jeff Nichols, regista e scrittore di Shotgun Stories, Take Shelter e Mud. In quest'ultimo lavoro accentua la visione fantastica di Take Shelter, marcandone i tratti fino a fare una netta incursione nel genere (o generico) filone fantascientifico. In Midnight Special infatti, film del 2016 scritto e diretto dal regista statunitense, un bambino dotato di sbalorditivi superpoteri, giudicato da alcuni (il pastore di una comunità di un misterioso Ranch) un nuovo messia, e dall'FBI un'arma pericolosa capace di captare e decodificare codici, oltre alla facoltà di poter annientare satelliti col solo sguardo, di notte in quanto il bambino è vulnerabile all'esposizione solare, viene scortato da due uomini ed aiutato da alcuni dissidenti del misterioso Ranch verso fantomatiche coordinate captate dal bambino. E' chiaro quindi dalla trama, che il film di "originale" ha ben poco, anche perché questo film fantascientifico strizza l'occhio per citazioni a Steven Spielberg (ma non solo), come si fa difatti a non vedere E.T. nel piccolo protagonista Alton? Tuttavia il film è molto curato dal punto di vista della fotografia e la sceneggiatura è funzionale a raccontare un'unica grande storia, quella di Alton e dei suoi genitori. Il padre e la madre sono agli antipodi, lui è pronto a tutto pur di proteggerlo e tenerlo vicino a sé, mentre lei comprende che prima o poi dovrà lasciarlo andare in un corso narrativo che ricorda fin troppo quello del capolavoro Spielberghiano. Non a caso il film, un dramma con tratti tensivi, legati all'appartenenza (di sangue o semplicemente etnica), e alla fantascienza declinata al paranormale con evidenti appunto echi Spielberghiani, tra fughe e inseguimenti, il fato che non si può ingannare e pericoli sempre più imminenti, approccia più generi e si appella alla fantascienza in stile Spielberg per raccontare una storia fortemente umana, con diversi punti di vista attorno. In questo senso il racconto è un continuo senso di mistero che alla fine si trasforma in meraviglia (un mistero dischiuso per passi, che lentamente si distende), esattamente come Spielberg fa ormai da una vita nei suoi film.
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lunedì 28 gennaio 2019
Hungry Hearts (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/10/2016 Qui - Hungry Hearts è uno sconcertante e intenso film drammatico diretto da Saverio Costanzo, ed è tratto dal romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso. Il film, presentato in concorso al Festival di Venezia del 2014, sfruttando le dinamiche del thriller, porta lo spettatore a riflettere in profondità sulla genitorialità al tempo degli OGM. Ambientato interamente a New York (intuizione fantastica perché se fosse stato girato in Italia sarebbe stato pessimo), il film comincia in modo alquanto singolare e anche originale, dato che una delle cose migliori del film sta sicuramente nell'utilizzo di un artificio narrativo bello e delicato allo stesso tempo come quello della commistione dei generi cinematografici, il film infatti inizia in maniera comica con i due protagonisti che si conoscono in un bagno pubblico e da cui non riescono ad uscire perché la porta si è bloccata e l'aria non è molto...respirabile. Subentra così la commedia che ci descrive il legame sentimentale dei due personaggi Jude e Mina che si uniscono in matrimonio e vanno a vivere in un appartamento a Manhattan. Ma la vita coniugale si sa che non è tutta rosa e fiori e quando arriva un figlio il rapporto della coppia peggiora improvvisamente e arriva quindi il momento del dramma. Perché Mina si rivela una madre possessiva verso il bambino, addirittura esasperando il consiglio di una maga che le suggerisce un progetto di purezza, lo costringe a seguire una dieta vegetariana (privandolo di una normale alimentazione) che gli impedisce di crescere (tanto da causare un clamoroso ritardo di sviluppo), non lo sottopone alle cure mediche di routine perché non si fida della medicina tradizionale e non escono mai di casa perché l'aria esterna potrebbe essere nociva per il piccolo. Jude però anche se all'inizio la segue affettuosamente, quando avverte i rischi incontrati dal neonato, la contrasta sempre più energicamente, sino a chiedere la collaborazione di sua madre. A questo punto, grazie anche una sapiente regia che sa come impostare il cambio di ritmo e di stile, il racconto diventa thriller, forse più esatto definirlo noir. Poiché gli animi si accenderanno, e la pellicola che tiene alta la suspense e la dinamica della storia, nonostante qualche sbavatura ad onore del vero in questa fase ci sia (la scena della madre che cerca di bloccare la nuora che è andata a riprendersi il figlio è profondamente sbagliata, involontariamente comica), arriverà ad un punto di rottura (il male si sconfigge con altro male, per prospettare un futuro di normalità) fino ad arrivare ad un finale di struggente bellezza e malinconia.
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mercoledì 23 gennaio 2019
Star Wars: Il risveglio della Forza (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/09/2016 Qui - Chissà perché ma neanche a farlo apposta questo è il mio 300esimo post, niente di incredibile ma in questa occasione è capitato di recensire il film più atteso, poiché dopo un'attesa di 9 mesi (no non è nato nessuno), e dopo aver assistito a due mesi di pubblicità, trailer e cose varie (dribblando anche gli spoiler), finalmente grazie a Sky sono riuscito a vedere l'ultimo capitolo di una delle saghe di fantascienza più longeve, famose e conosciute di sempre, Star Wars. Perché io, nonostante non sono un fan accanito (ma solo amante del cinema e della fantascienza) ero impaziente di vedere, conoscere e capire le dinamiche, le situazioni e i nuovi personaggi di questo settimo capitolo. Star Wars: Il risveglio della Forza (Star Wars: The Force Awakens) è infatti il settimo episodio della saga di Guerre stellari, il sequel della trilogia originale, così simile nei contenuti a quella straordinaria che dopo aver visto questo, mi è venuto il dubbio che questo fosse un remake sotto mentite spoglie. E difatti è proprio per ciò che il film mi è piaciuto tanto, per le sensazioni (e non solo) simili provate a distanza di anni. Eccezionali le sequenze d'azione, i personaggi e i momenti più drammatici, anche se le emozioni non sono più le stesse, ma era scontato, d'altronde son passati quasi 40 anni. Il film poi come è ovvio riprende la storia, il film (del 2015 diretto, co-scritto e co-prodotto dal bravissimo J. J. Abrams) è infatti ambientato all'incirca trent'anni dopo gli eventi de Il ritorno dello Jedi, e racconta della ricerca di Luke Skywalker (scomparso ormai da tempo) da parte dell'indipendente e solitaria Riley (Daisy Ridley), il soldato pentito Finn (John Boyega) e il pilota di caccia Poe (Oscar Isaac), grazie ad una traccia nascosta nel droide BB-8 e della loro lotta al fianco della Resistenza, guidata da veterani dell'Alleanza Ribelle come la principessa Leila (Carrie Fisher), divenuta un generale, che insieme a nuovi amici, nemici e volti noti, come quello di Ian Solo (Harrison Ford) e del fidato Chewbecca, lotteranno contro il minaccioso Kylo Ren (Adam Driver) e il Primo Ordine, successore dell'Impero Galattico, sotto il comando del leader supremo Snoke (Andy Serkis).
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lunedì 14 gennaio 2019
Giovani si diventa (2014)
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