Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2024 Qui - Dramma dal decorso piuttosto prevedibile (non-twist finale beffardo compreso) che ruota attorno al ruolo di figlio, provando a sviscerarlo da diversi punti prospettici, che arrivano a smuovere i confini della figura centrale, un Hugh Jackman uomo di successo a cui sfuggono le redini della propria vita familiare (cast mediamente buono, Laura Dern si rivela la migliore in campo). I toni freddi, alternati ai colori azzurro brillante dei ricordi, lavorano bene lo spettatore ai fianchi, rendendo il lavoro complessivamente godibile, senza arrivare al livello del precedente (decisamente migliore) The Father (Anthony Hopkins qui compare solo per un cammeo). Manca infatti di quelle invenzioni di regia che erano uno degli aspetti positivi del precedente (alla trilogia di Florian Zeller manca solo The Mother), senza di quelle The Son rimane un buon dramma familiare, ma senza la forza di elevarsi dalla media. Voto: 6+ [Prime Video]
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mercoledì 31 gennaio 2024
martedì 31 gennaio 2023
Jurassic World - Il dominio (2022)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2023 Qui - Chiusura (si spera) della nuova trilogia che lascia molto amaro in bocca. Basato su una trama piuttosto scialba Jurassic World Dominion è una delle dimostrazioni di come un franchise, quando viene troppo sfruttato, alla fine stroppia. Dopo gli eventi di Isla Nubar e della tenuta Lockwood i dinosauri hanno infestato tutto il mondo in una convivenza con umani ed altri animali abbastanza improbabile. Nascono centri di riproduzioni illegali e mercati neri di dinosauri. La Byosin, azienda genetica mondiale, trama nell'ombra per la rovina ecologica e carestia mondiale ed ha il suo quartier generale nelle Dolomiti italiane dove si svolge gran parte del film. Punto di forza come sempre i sofisticati effetti speciali anche se qualche dinosauro assomiglia più ad un pupazzetto che altro e le sequenze ambientate a Malta. Il ritorno di Sam Neill, Laura Dern e Jeff Goldblum solo un mero tentativo di dare un po' di linfa ad un film che fa acqua da tutte le parti. La new entry DeWanda Wise nella parte della bella e simpatica pilota di cargo alza un pochino la media ma il suo doppiaggio italiano da dimenticare. Meno terribile di quanto si dica in giro ma neanche un film indimenticabile, divertimento comunque assicurato. Voto: 5,5
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venerdì 16 luglio 2021
Storia di un matrimonio (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/07/2021 Qui - Quando Kramer contro Kramer, pluripremiata pellicola della notte degli Oscar del 1980, viene proiettata quarant'anni nel futuro il risultato è un'eccellente rivisitazione del dramma famigliare che colpì prima Meryl Streep e Dustin Hoffman e che oggi non da scampo nemmeno a Scarlett Johansson e Adam Driver, attori talentuosi capaci di descrivere, grazie all'aiuto del regista e sceneggiatore Noah Baumbach, che continua a raccontare storie piccole ma di grande impatto emotivo (vedasi Giovani si diventa, ma non solo), cosa significhi separarsi negli anni '20 del XXI secolo. Storia "normalissima" e ordinaria ma che diventa speciale grazie all'estremo realismo della sceneggiatura e delle interpretazioni (tutte e di tutti, tra queste anche quella di Laura Dern, suo l'unico Oscar a fronte delle sei candidature che nel 2020 il film ricevette). Alcuni personaggi secondari un po' macchiettistici (mamma e sorella di Nicole) ma nel complesso il film fila molto liscio e intrattiene. L'anatomia di un divorzio in cui non esiste il bianco o il nero, il buono e il cattivo, ma solo aree grigie per entrambi i protagonisti: anche qui nulla di nuovo naturalmente, però la messa in scena nobilita la pochezza o meglio semplicità estrema della trama. Film molto parlato, anche molti dialoghi in sovrapposizione che talvolta rendono difficile seguirlo. Avrei dato anche un voto più alto se non fosse stato per il finale, che sinceramente non mi ha soddisfatto in quanto la melassa e il buonismo mi sono parsi eccessivi, in generale mi sembra che il regista non abbia voluto pigiare troppo sull'acceleratore. Anche la famosa scena del litigio, che accresce la tensione di parecchio ed è un piccolo gioiello recitativo, purtroppo viene smorzata poco dopo da scelte di sceneggiatura che tengono a buttare acqua sul fuoco. Avrei apprezzato un po' più di coraggio. Nonostante ciò, ed anche se sull'argomento comunque continuo a preferire "Kramer contro Kramer", notevole. Si sorride qualche volta, si riflette più in generale, giudizio positivo. Voto: 7
lunedì 25 gennaio 2021
Piccole donne (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/01/2021 Qui - Settimo adattamento cinematografico dell'amato romanzo di Louisa May Alcott diretto da Greta Gerwig alla sua seconda regia dopo l'acclamato (forse troppo) Lady Bird. Non eccessivamente sdolcinato ma neanche particolarmente entusiasmante e toccante. Ricordo di aver visto almeno due versioni precedenti di Piccole Donne, la trama è oramai arcinota ed è difficile migliorare un prodotto così tanto sfruttato in passato. Tuttavia in questo caso la regista (che azzarda, non sempre riuscendoci, la carta dello scombinamento di piani temporali) ci dà la sua versione, più autoriale ma non per questo migliore, una storia familiare condita da buoni sentimenti che racconta le vicissitudini domestiche ed amorose delle quattro sorelle March nel Massachusetts degli anni 1860, Jo la ribelle, Meg la giudiziosa, Amy la viziata e Beth la fragile. Se non si è letto il romanzo o visto le precedenti versioni magari può essere più emozionante. In ogni caso è una buona occasione per vedere all'opera un cast che raccoglie alcune tra le migliori attrici delle loro rispettive generazioni (conferme di livello, in particolare, Florence Pugh e Saoirse Ronan, meno incisiva Emma Watson). Meno riuscita invece la rappresentazione dei personaggi maschili, in particolare di Timothèè Chalamet e Louis Garrel, che non convincono fino in fondo nel panni di Laurie e Fredrich Bhaer. In definitiva, non è male, è di gran classe, tecnicamente e non solo, però non sembra riuscito perfettamente. Ci si augura che la prossima volta andrà meglio, anche se sette possono bastare. Voto: 6,5
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venerdì 4 settembre 2020
Inland Empire - L'impero della mente (2006)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/09/2020 Qui - Appena trascorse le 2 ore e 52 minuti di Inland Empire, oltre ad essere talmente confuso da non ricordarmi chi fossi, con quel piccolo barlume di razionalità che mi era rimasto, mi sono detto che forse questa volta David Lynch aveva tirato troppo la corda (il film non è assolutamente chiaro, la spiegazione non esiste, ognuno dice la sua e nessuno concorda). Inland Empire è indubbiamente uno dei film più contorti e deliranti di ogni tempo, ma questa volta si ha la netta sensazione che dietro l'angolo ci sia la propensione da parte del regista statunitense, all'auto-celebrazione tramite qualche esercizio di stile, peraltro talvolta neanche riuscito alla perfezione (per non dire venuto male). Eloquente il fatto che Laura Dern (che ritorna ad essere attrice protagonista, come ritornano dopo precedenti esperienze con il regista Harry Dean Stanton, Justin Theroux, Grace Zabriskie e Diane Ladd, c'è la new entry Jeremy Irons) abbia dichiarato di non aver capito il suo ruolo nella pellicola, anche se viene da chiedersi chi l'abbia poi realmente capito, o se c'era poi qualcosa da capire in queste quasi tre ore che scorrono più lente di un film di Terrence Malick mandato avanti con il rallenty. Le numerose sequenze inutili e i punti morti spezzano in maniera netta l'atmosfera inquietante e oscura della prima parte, che ritorna solo in parte nei minuti finali. Decisamente non il miglior film di David Lynch, anche perché della "trilogia del sogno" questo è il peggiore, il più pesante e il più stancante. Vale dunque la pena impiegare 3 ore del proprio tempo per Inland Empire? Non proprio, seppur, per onestà intellettuale, si dovrebbe, non è comunque detto che non ci possa trovare un capolavoro in quest'opera, di certo non è una perdita di tempo (almeno non del tutto). In ogni caso dargli una valutazione generale è pressoché impossibile, l'unica soluzione in questo specifico caso, di questo che di David Lynch è un riepilogo completo ed abnorme del suo cinema, fatto di deliri, follia, esplorazione della mente umana, immagini ossessive e apparentemente senza senso, che comunque turbano lo spettatore, lo incuriosiscono e lo travolgono in un turbinio di emozioni contrastanti, è il voto politico, l'unico mezzo per non scontentare nessuno e non denigrare un regista così importante ed amato. Voto: 6 (politico)
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Velluto blu (1986)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/09/2020 Qui - La prima considerazione a cui sono giunto dopo aver visto questo film è che, per essere un lavoro di David Lynch, sembra piuttosto lineare. Blue Velvet, infatti, si presenta come un semplice noir, nel quale un ragazzo (Kyle MacLachlan chi sennò) tornato in paese per occuparsi degli affari del padre vittima di un incidente, decide di scacciare la noia indagando su un misterioso orecchio ritrovato in un campo. Ma se David Lynch non può importare nella trama la sua dimensione onirica, allora è la realtà stessa trasformarsi in sogno. I colori esagerati dei giardini della borghesia americana, il tratteggio di una popolazione in pieno stile Happy Days, i sogni romantici della figlia del poliziotto (Laura Dern chi sennò), subiscono il contrasto del mondo depravato, oscuro e maligno, che alberga a pochi passi dal quartiere residenziale. La distorsione è completa, e si manifesta quando le due realtà, inevitabilmente, finiscono per intrecciarsi, quasi che il protagonista, attraverso le proprie indagini, abbia il compito di mostrare ai figli del sogno americano quale incubo si celi dietro i suoi colori sfavillanti. La corruzione è ovunque, incarnata da un demoniaco e capriccioso Dennis Hopper, e si palesa tra le villette tormentate proprio mentre va in scena il classico scontro tra il bullo e il rivale che gli ha rubato la pupa. In questo squarcio anni '50 compare Isabella Rossellini, che, nuda, gira per strada colpendo definitivamente l'idea di innocenza che aleggia sul quartiere borghese. Cadono tutti i teli che i padri hanno utilizzato per proteggere i figli dalla violenza della vita, ma, in fin dei conti, basta saperci fare i conti e tutto torna alla normalità. Velluto Blu è un film (dove eccezionali sono le musiche di Angelo Badalamenti, qui alla prima collaborazione con Lynch) che matura ben dopo la visione, una di quelle opere che non finiscono mai di costruire spunti di riflessione e di far pensare a se stesse. Magari non sarà un giallo eccezionale, ma è ricco di fauna strana, di forti contrasti e di depravazione. A dimostrazione che David Lynch, anche quando deve fare i conti con una sceneggiatura che lo costringe a stare nei ranghi, è in grado di proporre sempre qualcosa di indimenticabile. Voto: 7
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martedì 30 giugno 2020
Cuore selvaggio (1990)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2020 Qui - L'ho apprezzato, ma non fino in fondo. Il difetto maggiore è che ti colpisce di striscio, nonostante alcune belle scene. Il fascino è infatti indubbio, e le citazioni ricchissime, però è tutto spinto all'eccesso, forse troppo, e la provocazione finisce per smorzarsi, così come l'inventiva, scadendo quasi nel manierismo. Un film che ha i suoi alti e bassi, in virtù di un'alternanza ritmica che per scelta stessa del regista spezza la catena in più punti, appiattendone il bilancio generale. Comunque un film che è un mix di generi, dal pulp al genere azione, dall'erotico al romantico, on the road, un po' visionario, in alcuni tratti. Cuore selvaggio (basato sul romanzo omonimo di Barry Gifford) possiamo definirlo come una storia dove gli opposti si incrociano: tenerezza e violenza, il dramma e il grottesco. La scena iniziale è molto cattiva, forse tra le più cruenti del film, il finale invece è molto romantico, si sapeva che finiva così, ma è fatto bene. Lodevole la scelta di ambientazioni e colonne sonore suggestive e simboliche, così come lodevole può essere definita l'interpretazione di un Nicolas Cage nel cuore della carriera, folle al punto giusto da seguire David Lynch nella sua crociata in nome del surreale. Non male comunque, sia William Dafoe, sia Harry Dean Stanton (visto recentemente anche in 1997: Fuga da New York), che soprattutto una giovanissima e sexy Laura Dern, immancabili infine alcuni suoi attori feticci, Grace Zabriskie, Sheryl Lee e Sherilyn Fenn. Buona prova di David Lynch, un film spietato, malato, cattivo ma anche romantico, un po' lontano dai canoni del regista, ma tutto sommato riuscito bene. Note importanti: l'assegnazione della Palma d'oro a Cannes. Voto: 6
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giovedì 30 gennaio 2020
Un uomo tranquillo (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2020 Qui
Tema e genere: Specie di revenge movie, ma anche e soprattutto remake in salsa hollywoodiana di un film del 2014, ad opera dello stesso regista.
Trama: Quando Nels Coxman, pacifico autista di un mezzo spazzaneve, vede la vita di suo figlio stroncata da un'overdose, il suo tranquillo mondo va in pezzi. Incapace di rassegnarsi all'accaduto, l'uomo si mette sulle tracce dell'organizzazione criminale che gestisce il traffico di droga nel villaggio, eliminando uno a uno gli uomini che sono legati alla morte del ragazzo.
Recensione: Il senso di certe operazioni è incomprensibile, soprattutto quando Hans Petter Moland decide di rifare l'opera che l'ha reso celebre e fatto apprezzare, quando decide di ripetere abbastanza fedelmente il plot della pellicola originale, ma senza riuscire a farlo uguale, anzi, perché Cold Pursuit (anche in inglese, oltre a quello italiano, il titolo è più brutto in confronto all'originale) è un film annacquato se confrontato con il suo padre cinematografico. Questo remake infatti non possiede o perlomeno si vede solo a tratti, l'umorismo glaciale dell'omonimo norvegese. Di glaciale c'è sicuramente il paesaggio (nel primo film fondamentale ed indimenticabile, qui tuttavia riesce poco a farsi notare), ma l'alternarsi fra serio e commedia nera si amalgama male. Con l'intento di modificare la sceneggiatura con un humor meno nordico, Un uomo tranquillo finisce difatti per diventare una stonata via di mezzo tra un film dei Coen e la trilogia di Taken. Da una parte dovrebbe far ridere, con lo sketch ad esempio dei nomi dei vari personaggi che vengono fatti sparire man mano che muoiono, da qui anche il divertente gioco di parole del titolo norvegese (In ordine di sparizione), ma dall'altro siamo ben lontani dal gusto grottesco di Fargo.
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sabato 6 luglio 2019
Downsizing - Vivere alla grande (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/03/2019 Qui - Ci sono registi che non deludono mai, nemmeno per sbaglio. Alexander Payne, autore di pellicole splendide come Nebraska e A proposito di Schmidt, era tra questi. Downsizing - Vivere alla grande (Downsizing), film del 2017 co-sceneggiato e diretto dal regista americano, sembrava quindi promettere molto bene: una storia fantascientifica proposta in chiave realistica, l'aura da commedia, un Matt Damon convinto. C'era tutto. Eppure, a fine visione, Downsizing si rivela per quello che, effettivamente, è: un film che parte da un'idea di base interessante e a tratti geniale (più per com'è sfruttata nella prima parte, che per l'originalità) ma privo di una reale sostanza, con un ritmo discontinuo e un cambio di rotta esagerato, che lo rende pesante da seguire. Una pellicola drammatico-scientifica tinteggiata di una ironia molto acida che però rimane non poco superficiale. Un lavoro che non solo non osa ma addirittura non sceglie una direzione in cui andare, vagando erraticamente in un oceano di spunti potentissimi, il cui approfondimento è però sempre inspiegabilmente schivato con esperienza. Un lavoro con uno straordinario potenziale che soccombe a un'irrimediabile indecisione in fase di scrittura e alla più totale assenza di una visione registica. Il soggetto è infatti accattivante. Per affrontare il problema della sovrappopolazione, degli scienziati (tra questi Rolf Lassgard del sorprendente Mr. Ove) inventano un modo per rimpicciolire gli esseri umani: quando sei alto dodici centimetri, puoi permetterti una vita da nababbo lasciando un'impronta ambientale quasi nulla. Il protagonista (Matt Damon) decide per l'appunto di sottoporsi a miniaturizzazione insieme alla moglie (Kristen Wiig). La donna però cambia idea all'ultimo, quando il compagno è già rimpicciolito, e così la coppia chiude rapidamente la propria relazione senza che la cosa abbia grandi effetti sul prosieguo della pellicola. Da quel momento le potentissime idee suggerite in apertura diventano una chimera, e lo script si trasforma in qualcosa di irrimediabilmente generico e confuso. Gli ingredienti per un mix emozionante ci sono: Damon inizia la sua vita di lusso da single affranto, e nell'arco di pochi mesi il divorzio lo riduce in condizioni di quasi indigenza (in quel mini-mondo in cui tutti sono ricchi). Per una serie di vicissitudini a dir poco pretestuose scopre che esiste la povertà estrema anche in quella colonia di ometti abbienti e si lega senza motivazioni comprensibili a una poverissima vietnamita burbera e idealista. Tra un amore per nulla convincente con la ragazza (anzi, alquanto stucchevole) e un'altrettanto immotivata amicizia con un ricco contrabbandiere donnaiolo (un Christoph Waltz sempre magnetico ma ormai caratterista), finirà per navigare verso una fine del mondo (in senso letterale) improvvisa e sostanzialmente inutile ai fini narrativi.
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giovedì 20 giugno 2019
The Tale (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2018 Qui - Scritto e diretto dalla regista e sceneggiatrice Jennifer Fox, prodotto e trasmesso da HBO (e l'estate scorsa su Sky), The Tale racconta la progressiva presa di coscienza di una donna vittima di ripetuti abusi sessuali sepolti nel passato e nella memoria. Questo film del 2018 infatti, prima ancora di essere un'intensa e intelligente autobiografia audiovisiva, giacché le parole che si ascoltano in apertura sono esattamente quelle dell'autrice, perché The Tale è prima di tutto un film autobiografico, un memoir che parte dalle lettere che la stessa Jennifer Fox ha scritto all'età di tredici anni quando è stata vittima di Bill e della Signora G. mentre frequentava un centro di equitazione, è un prodotto necessario, un film che si pone il problema di parlare dell'abuso sessuale e delle difese che il cervello adotta per fare i conti con la violenza subita e lo fa senza alcun compromesso. Un film, un racconto realistico su come mente e corpo immagazzinano ed elaborano le memorie traumatiche. Difatti, avanti e indietro tra un presente fatto di rievocazioni, racconti e foto, e un passato che ritorna fuori piano piano, il film mostra diverse ricostruzioni, alcune ingannevoli, altre che si rivelano false e poi quella vera, per mostrare come il tempo avesse modificato i ricordi della protagonista e come a fatica questa stia comprendendo ed elaborando per la prima volta quegli eventi. È forse proprio questa una delle cose più interessanti di The Tale, ovvero la costante riflessione sulla natura della memoria, sui meccanismi di difesa dell'essere umano nel momenti in cui subisce traumi. Per molti anni infatti Jennifer è stata convinta che il rapporto tra lei e Bill avesse una natura consensuale, ma solo dopo quarant'anni riesce a elaborare davvero l'accaduto, facendo una vera e propria attività di ricerca sia all'esterno (rintracciando le persone che quarant'anni prima sono state in maniera più o meno diretta testimoni degli abusi) sia all'interno, scavando profondamente dentro la propria memoria per entrare in contatto diretto con una ferita mai davvero rimarginata. Jennifer Fox nel resuscitare i fantasmi del passato mette in scena la natura magmatica e anarchica della memoria, facendo della Signora G. un gigante agli occhi della se stessa bambina, un modello femminile inarrivabile (grazie anche all'azzeccata scelta di Elizabeth Debecki), salvo poi presentarla nel presente come una donna decisamente normalizzata, in particolare riguardo all'altezza (come dimostra la scelta della bravissima Frances Conroy).
giovedì 6 giugno 2019
Star Wars: Gli ultimi Jedi (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/09/2018 Qui - Parlare di Star Wars non è mai facile, tra il pericolo di spoilerare troppo e l'inevitabile soggettività di giudizio a cui si presta ogni capitolo di una saga di tale calibro, si finisce quasi per camminare a tentoni in un campo minato da fanbase, fanservice, aspettative. Proprio nel caso di quest'ultime erano molte attorno a Star Wars: Gli ultimi Jedi (Star Wars: The Last Jedi), noto anche come Star Wars: Episodio VIII - Gli ultimi Jedi, film del 2017 scritto e diretto da Rian Johnson, ma il regista (sebbene solo in parte) non le ha deluse, lasciando lo spettatore a bocca aperta per gran parte della pellicola. Una pellicola che è un kolossal in tutto e per tutto, durata importante (si sfondano i 140 minuti), macchina cinematografica a pieno regime, comparto tecnico strabiliante, cura del dettaglio che sfiora la perfezione. Tuttavia l'arduo compito di dare sostanza alle premesse de Il Risveglio della Forza riesce solo in parte: la storia subisce infatti una brusca accelerazione, proiettandosi prepotentemente in avanti e mettendo moltissima carne al fuoco. C'è molto da raccontare e il sovraffollamento narrativo è tangibile, con sequenze meno azzeccate di altre e alcuni passaggi dialogati poco riusciti. Star Wars: Gli ultimi Jedi difatti, ottava pellicola della saga di Guerre stellari e il secondo della cosiddetta Trilogia sequel, non è un film perfetto, sicuramente più confuso e caotico rispetto al precedente di J.J. Abrams, il quale aveva diretto un sequel a metà tra nostalgia e innovazione senza allontanarsi troppo dalla scia narrativa che aveva caratterizzato la prima trilogia, costruendo un prodotto (forse fin troppo) equilibrato che strizzando l'occhio ad "Una nuova speranza" cercava di accontentare tutti i fan della saga. Rian Johnson al contrario (regista conosciuto soprattutto per Looper, un film fantascientifico intrigante ed affascinante ma non proprio solidissimo), partendo appunto dalla base di fondo lasciata dal Risveglio della Forza, stravolge tutte le carte, in un continuo alternarsi di plot twist e colpi di scena disseminati nelle 2 ore e mezza della pellicola, che ribaltano completamente l'universo dei Jedi così come lo avevamo conosciuto. E sorprendentemente tutto, anche se parzialmente, funziona.
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venerdì 24 maggio 2019
The Founder (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/05/2018 Qui - Ammetto che prima di vedere questo film, The Founder, film del 2016 diretto da John Lee Hancock, non conoscevo (e ci scommetto anche molti altri) la vera storia riguardo la nascita e la grandiosa affermazione su scala mondiale della più grande catena di fast-food statunitense McDonald's (in cui in verità ci sono stato e ci avrò mangiato sì e no 3-4 volte). Ebbene, dopo aver visto questo racconto d'ambizione, tenacia, perseveranza, e sul prezzo da pagare per ottenere il successo, e dopo aver quindi visto cosa realmente successe, sono rimasto soprattutto scioccato, ma anche piacevolmente sorpreso da una pellicola comunque valida. Perché essa non ci racconta della classica storia, questa non è una classica biografia, la storia di McDonald's è infatti l'evoluzione del capitalismo selvaggio e amorale (parte integrante della cultura americana) di oggi. Lo spettatore difatti non può che assistere inerme all'ambizione, espansione ed angherie (a scapito dei veri inventori del McDonald's) di uno stronzo qualunque. Perché sì, meglio subito chiarire una cosa, The Founder ossia Ray Kroc (Michael Keaton) non è il fondatore di McDonald's, e questa pellicola è la storia di come egli ha letteralmente fregato da sotto il naso camicia e pantaloni ai due ingenui fratelli (i veri "Founders") Dick e Mac McDonald (Nick Offerman e John Carrol Lynch), alias i Pinco Panco e Panco Pinco della situazione, titolari di una fiorente panineria per commessi viaggiatori a San Bernardino (nel bel mezzo dell'aridità californiana) che si fidano e vengono praticamente truffati da questo (apparentemente) socievole individuo. Individuo che come molti uomini d'affari si presenta come un affabile e confidenziale amico, sembra infatti trattare tutti come membri di una grande famiglia, ma che quando meno te l'aspetti, tira fuori il ghigno satanico, trasformandosi in uno squalo privo di scrupoli, pronto a sbranarti, in nome dei propri interessi che diventano sempre più ambiziosi. E il film quindi rievoca l'ascesa cinica e geniale al tempo stesso (e nessuno può dire che non lo fosse) di Ray Kroc che, da oscuro e anonimo venditore di frullatori nell'America alacre e produttiva dei primi anni '50, riuscì a mettersi in società con loro a condizioni favorevolissime per lui.
venerdì 17 maggio 2019
Wilson (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/03/2018 Qui - Se date un'occhiata alla locandina, Woody Harrelson è "Wilson", ma il bravissimo attore americano, che qui è perfetto con le sue smorfie, le sue battute al vetriolo o gli atteggiamenti grotteschi vero marchio di fabbrica, non è solo Wilson, perché lui è il "film". Wilson infatti, film del 2017 diretto da Craig Johnson, senza di lui non sarebbe niente (non di certo una pellicola sufficientemente ironica, piacevole e vedibile). La pellicola difatti, trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo grafico di Daniel Clowes, autore anche della sceneggiatura, che racconta di un solitario, misantropo e nevrotico uomo di mezz'età (che non ha filtri tra ciò che pensa e ciò che dice, una sfacciataggine che non è un toccasana nei rapporti sociali), che dopo aver scoperto di avere una figlia adolescente di cui non sapeva l'esistenza, che chiede aiuto all'ex moglie Pippi, per poterla incontrare per la prima volta, che a modo suo, scandaloso e anche un po' contorto (perché anche se in verità riesce facilmente a farsi voler bene, è una persona emotivamente disturbata), si ripropone di stabilire un legame con lei, sceglie l'attore perfetto. Dopotutto Woody Harrelson è nato per questi ruoli così ai limiti del grottesco e border line, e perciò la scelta di affidargli questo tipo di personaggio non fa una grinza. Tuttavia in questo film curioso, in qualche modo interessante, perché qui i cliché sono banditi, non tutto funziona a dovere.
sabato 30 marzo 2019
99 Homes (2014)
Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/09/2017 Qui - 99 Homes (Drammatico, Usa 2014): Questo film di Ramin Bahrani lavora su due livelli, da una parte la denuncia politica verso quel sistema tutto bancario e capitalistico che ha portato migliaia di famiglie americane in mezzo alla strada e dall'altro le scelte morali ed etiche che il personaggio interpretato da Andrew Garfield si ritroverà a dover compiere, ovvero quella (che causerà un forte stress psicologico) che per riprendersi la casa dalla quale è stato sfrattato, insieme alla sua famiglia, inizia a lavorare per Rick Carver (un bravo Michael Shannon che conferma il suo talento), proprio l'agente immobiliare che lo ha sfrattato. Il primo livello funziona, il film "apre le porte" a chi come me conosce poco il problema e fa intuire come ci sia tutto un giro legalizzato che specula sul dolore della gente, ma la storia in se è scritta per poter finire nell'unico modo possibile. E' quindi un film prevedibile e che spesso punta troppo sul sentimentalismo spicciolo mettendo in mezzo i bambini, come se il regista volesse ulteriormente enfatizzare quel dolore che è chiaramente presente fin dalla prima inquadratura. A tratti quasi documentaristico, con un uso reiterato della camera a mano, 99 Homes è infatti un buon film di denuncia che si posiziona sulla scia di altri titoli "della crisi" come Margic Call o The Company Men, però è una pellicola riuscita a metà e troppo raffazzonata nella sceneggiatura. Giacché nonostante la buona recitazione dei protagonisti, il film (che si riduce a pochi dialoghi interessanti tra il novizio e il suo "tentatore", con una sequenza di fatti un po' banali sulle emozioni della povera gente derubata delle loro case) esplora troppo superficialmente un problema di ben altre dimensioni. In definitiva dramma discreto ma poco appassionante ed emozionante, che in ogni caso, seppur non aggiunge nulla di più, è (senza aspettarsi troppo) un film da vedere. Voto: 5,5
venerdì 28 dicembre 2018
Wild (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/05/2016 Qui - Wild è un film del 2014 diretto da Jean-Marc Vallée (nominato al premio Oscar per Dallas Buyers Club) e sceneggiato dallo scrittore Nick Hornby, che racconta la storia scritta da lei stessa in un romanzo quasi omonimo di Cheryl Strayed (interpretata da Reese Witherspoon, comunque all'altezza ma non eccezionale) che, per uscire da una vita alla deriva, decise di intraprendere a piedi un viaggio di 1.100 miglia (attraversando il Pacific Crest Trail, il sentiero montano di 4.286 chilometri che va dai confini meridionali del Messico fino ai confini con il Canada, lungo le catene montuose vicine alla costa Ovest degli Stati Uniti), mettendo alla prova se stessa e i propri limiti. Il film quasi come Into the wild (una copia quasi sputata al femminile) racconta la sfida dell'uomo alla natura e alla vita stessa, ma al contrario qui ci si sofferma soprattutto sull'aspetto emotivo e psicologico della protagonista che dopo aver perso la madre e dopo un divorzio, va in crisi, e quindi le ambientazioni e i paesaggi vanno in secondo piano e questo purtroppo (per io che l'ho visto in super hd) stona leggermente.
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