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lunedì 31 luglio 2023

I figli del mare (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2023 Qui - La storia raccontata da Ayumu Watanabe (tratta da un omonimo manga) è tutt'altro che leggera e ordinaria, ma forse proprio per questo non è riuscita a entusiasmarmi. Pur apprezzandone la grafica e le scene fantasiose e colorate, I figli del mare soffre di una pesantezza narrativa che non mi ha permesso di calarmi completamente nelle dinamiche che presenta, non andando incontro ai miei gusti e alla mia voglia di leggerezza. Certamente sufficiente a livello visivo, ma non di facile digeribilità. Un film per niente facile da capire e così complicato da rendere pesanti molte delle scene (parla di tante cose: mare, acqua, origine della vita, filosofia, ambiente e tante altre cose, forse un po' troppe). Una favola metafisica immerge lo spettatore nei mari più profondi in un flusso di sequenze visivamente sbalorditive ma incomprensibili. Fino alla fine si spera in una spiegazione, ma niente, il che dà un senso di frustrazione e delusione (da non perdere in ogni caso i titoli di coda). Il doppiaggio italiano mediocre, poi, non aiuta per nulla. Comunque non brutto. Voto: 6

mercoledì 13 ottobre 2021

Il richiamo della foresta (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/10/2021 Qui - Ennesima trasposizione, la quinta per essere precisi, del celebre romanzo di Jack London. Una trasposizione non molto emozionante e purtroppo troppo edulcorata. La pesante "intrusione digitale" poi (è evidentissimo che il protagonista canino sia generato al computer) ammanta la pellicola di una patina di falsità che impedisce di godere appieno di una storia sempre coinvolgente e degli splendidi scenari naturali dell'Alaska dei cercatori d'oro e dei branchi di lupi (anche se io gli continuo a preferire Zanna Bianca, di cui trasposizione animata recente ho apprezzato). Male infatti il cane in CGI che ci ricorda quanto sia finto in ogni momento, specialmente perché si è scelto (sbagliando) di farlo agire e muovere da cartone animato (scelta forse condizionata dal fatto che il regista Chris Sanders nel campo sia "maestro"? Lilo & Stitch, Dragon Trainer, I Croods). Inoltre le reazioni di un cane dovrebbero essere quelle di un cane, non di un essere umano. Creato per i bambini, elimina tutta la crudezza del libro edulcorandolo all'ennesima potenza. Alcune scene visivamente affascinanti, ma niente di più. Il richiamo della foresta difatti, intrattiene ed è carino da vedere, ma nulla di eccezionale, anzi (Togo indubbiamente più riuscito). Si apprezzano tuttavia le interpretazioni del cast, a partire da un felicemente ritrovato Harrison Ford. A conti fatti però, uno dei peggiori adattamenti del romanzo, più fedele (e decisamente migliore) la versione del 1972 con il grande Charlton Heston. Si poteva e si doveva fare meglio. Voto: 5,5

mercoledì 9 giugno 2021

2002: la seconda odissea (1972)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/06/2021 Qui - Una piacevole sorpresa questo film di fantascienza un po' datato (i quasi 50 anni che si porta sulle spalle si vedono tutti). Sulla falsariga del primo insostituibile 2001: Odissea nello Spazio, questo non è assolutamente un sequel ma un film a sé stante. Purtroppo già dagli anni '70 in Italia si usava storpiare i titoli per attirare maggiormente il pubblico citando titoli di successo, il titolo originale (Silent Running) secondo me era perfetto. Questo è un film ambientato totalmente nello spazio (ecco, a parte il tecnico degli effetti speciali, qui all'esordio in regia, l'ambientazione è l'unica cosa in comune con il capolavoro di Kubrick), un film molto ben realizzato da un punto di vista visivo (del resto si parla di Douglas Trumbull, regista, produttore cinematografico ed effettista statunitense, vincitore di due Premi Oscar, noto per aver creato gli effetti speciali dei film Incontri ravvicinati del terzo tipo, Star Trek e Blade Runner), ma anche coinvolgente, riflessivo, e perché no, pure divertente. Un buon film di fantascienza (pur con momenti morti evitabili e dialoghi facili e scontati la storia funziona) dal messaggio ecologista. Il film è infatti un forte monito per la difesa dell'ambiente naturale sulla Terra, il quale è fortemente compromesso dall'attività sconsiderata dell'uomo. Nel film essa ha anzi distrutto ogni forma di vegetazione. Il messaggio e l'ammonimento non sono però didascalici, ma espressi con buon senso attraverso tante situazioni durante lo svolgimento della trama. Il film è anche privo di certi eccessi dell'ecologismo moderno, come la totale denigrazione dell'uomo di fronte alla natura, o la sua totale parificazione ad essa. Bravo Bruce Dern, che con il suo "giardiniere" (e l'apporto degli aiutanti robot) rende bene (e tristemente) l'idea di uomo solo contro tutti disposto a qualunque cosa pur di portare avanti la sua causa persa in partenza. Un bel personaggio, paranoico ma estremamente umano, per cui sarà impossibile non parteggiare. Anche qui comunque, alla fine, gli adorabili robot si riveleranno più umani degli umani stessi. Le scene tra il giardiniere e questi (chiamati simpaticamente Paperino e Paperina) sono le più belle e toccanti del film. Bellissima la canzone "Silent Running - Rejoice In The Sun" di Joan Baez. Ogni nota e parola trasmette allo spettatore una gran voglia di baciare la terra e respirare aria pulita (d'altronde siamo ancora in pieno periodo hippie). Finale molto suggestivo, ma anche un po' triste, l'ultima scena di pochi secondi è da pelle d'oca e ha contribuito a farmi dare un mezzo voto in più all'intera pellicola. Una pellicola seppur ingenua e leggermente noiosa, semplice, toccante ed intelligente. Da rispolverare. Voto: 6,5

lunedì 25 gennaio 2021

Mia e il leone bianco (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/01/2021 Qui - Una ragazzina affezionata a un grazioso leone bianco è costretta a fuggire con l'amico a quattro zampe quando scopre che intendono consegnarlo a bracconieri senza scrupoli. Pensato per un pubblico di giovanissimi, è un film a metà strada tra il racconto di formazione e l'avventura, con lievi tocchi di eco-vengeance. Il fatto di essere stato girato nel corso di tre anni permette un realistico sviluppo della storia, con la protagonista (una bravissima Daniah De Villiers) che si fa sempre più grande parallelamente al felino. I contorni da favola non inficiano la potenza del messaggio (una sentita denuncia contro la pratica della caccia nella gabbia). Regia nella norma, con una sceneggiatura che si focalizza soprattutto sul meraviglioso rapporto della "strana coppia", con una parte avventurosa che coinvolge più del previsto (le location di rara bellezza). Detto ciò, questo prodotto filmico è consigliabile agli appassionati del genere, anche se, proprio per quello che dice, specialmente alla fine, andrebbe visto da più persone possibili. Voto: 6

mercoledì 30 settembre 2020

Sulle ali dell'avventura (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/09/2020 Qui - Dall'autore francese letterario e cinematografico, definito anche avventuriero, Nicolas Vanier, quello di Belle & Sebastien (altro caso di film & romanzo), ecco arrivare un'avventura per ragazzi, ma non solo. Dalla storia vera, alquanto incredibile, dell'ornitologo Christian Moullec, prende il via, anzi, prende il volo questa pellicola, una pellicola che racconta una storia in cui è protagonista la Natura in tutta la sua bellezza, la sua primitività e la sua forza. Una storia molto gradevole, che si differenzia dalla solita melensaggine ambientalista (insomma non è una storia alla Greta), ma insegna il rispetto per la natura e gli animali. L'ambientazione del film è splendida non solo per la bellezza naturale delle lagune della Camargue, ma anche per i laghi, le foreste e i fiordi del Nord con eccezionali riprese aeree. Molto bravi gli attori specie Jean Paul Rouve (in C'est la vie - Prendila come viene) e Mèlanie Doutey, ma anche bravo Louis Vazquez al suo esordio cinematografico (il buon cast infatti, che si porta in dote anche Dominique Pinon, l'attore feticcio del regista Jean-Pierre Jeunet, sa dare un volto e una voce non estremamente scontati in un contesto che poteva, e rischiava, di suggerirlo, solo grazie a loro, anche se il dramma latita un pochino, la pellicola porta a casa la sufficienza). La direzione registica infine appare sicura e non deraglia nel sentimentalismo, ma riesce a raccontare una storia avvincente. Certo, il finale a lieto fine, forse un po' ovvio, è quello che tutti si aspettano. Ma dopo qualche tempo finalmente una storia per la famiglia, un racconto morale, senza moralismi, che fa sorridere, diverte, anche se innestato in una struttura narrativa attesa e prevedibile. Voto: 6+

giovedì 29 agosto 2019

Alpha - Un'amicizia forte come la vita (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/08/2019 Qui
Tema e genere: Un film sul coraggio e sulla capacità di autodeterminarsi, un racconto di formazione condito dall'amicizia tra un ragazzo e un lupo durante il Paleolitico superiore.
Trama: 20 mila anni fa, durante l'ultima era glaciale, dopo una battuta di caccia finita male, un giovane uomo delle caverne lotta contro una serie di ostacoli per ritrovare la strada di casa. Stringerà così un'improbabile amicizia con un lupo.
Recensione: Ambientato 20 mila anni fa, il film è una classica storia di formazione e di crescita di un ragazzo che diventa grande. Keda (Kodi Smit-McPhee, che si rivelò con The Road e visto poi anche in X-Men: Apocalisse), infatti, è abile con le mani ma non ama cacciare e uccidere animali. Imparerà a farlo perché dovrà sopravvivere per tornare dalla sua famiglia. Centrale nella storia diretta da Albert Hughes (al suo primo lungometraggio da solo, dopo vari diretti insieme al gemello Allen, tra cui La vera storia di Jack lo squartatore), è comunque la sua amicizia con il lupo. Che dapprima è una minaccia per la sua incolumità e poi diventa un prezioso amico e alleato, pronto a intervenire per aiutare il giovane che lo ha salvato. Alpha - Un'amicizia forte come la vita non inventa nulla di nuovo (pur partendo da buoni spunti, ha un canovaccio già visto molte volte e meglio), punta tutto sul senso di avventura e sul rapporto uomo-animale senza troppa retorica (e questo è un bene). Di grande impatto le ambientazioni di natura incontaminata che fanno da sfondo a tutto il film. Peccato per un uso eccessivo di computer grafica che toglie un po' di senso del vero. Peccato soprattutto che manchi il pathos, e in una pellicola dove la premessa è avventuristica e ricca di pericoli, è un'occasione sprecata. Perché l'adrenalina in parte c'è, grazie ad alcune impressionanti situazioni estreme, ma non basta. Nell'avventura manca invece quel pizzico di mistero e di scoperta che avrebbe davvero solleticato l'interesse dello spettatore, così, Alpha - Un'amicizia forte come la vita resta il racconto del percorso di un giovane costretto ad attraversare le terre più inesplorate per tornare al proprio villaggio e riprendersi la sua vita. Insomma gli elementi per un buon film c'erano tutti, e sicuramente potevano essere sfruttati al meglio. Molto più impattante (e riuscito), per rimanere in tema, a mio avviso era stato Il mio amico Nanuk (del 2014), forte storia di amicizia tra un bambino e un piccolo orso bianco, ambientato veramente tra i ghiacci e senza utilizzo di tecnologia. Altra grossa mazzata è l'inevitabile paragone con L'ultimo lupo, il bellissimo film di Jean-Jacques Annaud del 2015: un confronto dal quale Alpha esce inevitabilmente con le ossa rotte. Ma Alpha si fa comunque vedere: un film dignitoso (seppur non sufficientemente), in definitiva, che i ragazzi soprattutto (ma tutti) possono apprezzare perché certe avventure sono senza tempo.

sabato 6 luglio 2019

Downsizing - Vivere alla grande (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/03/2019 Qui - Ci sono registi che non deludono mai, nemmeno per sbaglio. Alexander Payne, autore di pellicole splendide come Nebraska e A proposito di Schmidt, era tra questi. Downsizing - Vivere alla grande (Downsizing), film del 2017 co-sceneggiato e diretto dal regista americano, sembrava quindi promettere molto bene: una storia fantascientifica proposta in chiave realistica, l'aura da commedia, un Matt Damon convinto. C'era tutto. Eppure, a fine visione, Downsizing si rivela per quello che, effettivamente, è: un film che parte da un'idea di base interessante e a tratti geniale (più per com'è sfruttata nella prima parte, che per l'originalità) ma privo di una reale sostanza, con un ritmo discontinuo e un cambio di rotta esagerato, che lo rende pesante da seguire. Una pellicola drammatico-scientifica tinteggiata di una ironia molto acida che però rimane non poco superficiale. Un lavoro che non solo non osa ma addirittura non sceglie una direzione in cui andare, vagando erraticamente in un oceano di spunti potentissimi, il cui approfondimento è però sempre inspiegabilmente schivato con esperienza. Un lavoro con uno straordinario potenziale che soccombe a un'irrimediabile indecisione in fase di scrittura e alla più totale assenza di una visione registica. Il soggetto è infatti accattivante. Per affrontare il problema della sovrappopolazione, degli scienziati (tra questi Rolf Lassgard del sorprendente Mr. Ove) inventano un modo per rimpicciolire gli esseri umani: quando sei alto dodici centimetri, puoi permetterti una vita da nababbo lasciando un'impronta ambientale quasi nulla. Il protagonista (Matt Damon) decide per l'appunto di sottoporsi a miniaturizzazione insieme alla moglie (Kristen Wiig). La donna però cambia idea all'ultimo, quando il compagno è già rimpicciolito, e così la coppia chiude rapidamente la propria relazione senza che la cosa abbia grandi effetti sul prosieguo della pellicola. Da quel momento le potentissime idee suggerite in apertura diventano una chimera, e lo script si trasforma in qualcosa di irrimediabilmente generico e confuso. Gli ingredienti per un mix emozionante ci sono: Damon inizia la sua vita di lusso da single affranto, e nell'arco di pochi mesi il divorzio lo riduce in condizioni di quasi indigenza (in quel mini-mondo in cui tutti sono ricchi). Per una serie di vicissitudini a dir poco pretestuose scopre che esiste la povertà estrema anche in quella colonia di ometti abbienti e si lega senza motivazioni comprensibili a una poverissima vietnamita burbera e idealista. Tra un amore per nulla convincente con la ragazza (anzi, alquanto stucchevole) e un'altrettanto immotivata amicizia con un ricco contrabbandiere donnaiolo (un Christoph Waltz sempre magnetico ma ormai caratterista), finirà per navigare verso una fine del mondo (in senso letterale) improvvisa e sostanzialmente inutile ai fini narrativi.

lunedì 24 giugno 2019

La tartaruga rossa (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/01/2019 Qui - Presentato alla 69esima edizione del Festival di Cannes e vincitore del premio speciale Un Certain Regard, La Tartaruga Rossa (La tortue rouge), film d'animazione del 2016 diretto da Michaël Dudok de Wit, mette in scena una storia dalle premesse alquanto semplici, sfoggiando però un contenuto profondamente commovente, una sorta di evocazione del ciclo della vita (dell'uomo e dell'animale), un contenuto insomma che tocca il cuore. Nato dallo sforzo produttivo di due universi (quello francese e quello giapponese) che considerano l'animazione un mercato fertile e ricco di possibilità, alla regia e alla sceneggiatura lo stesso De Wit, alla direzione artistica Isao Takahata, mentre la produzione è mista e prevede una consistente partecipazione dello Studio Ghibli, The Red Turtle, come da titolo internazionale, è infatti per questo, uno dei migliori film di animazione degli ultimi anni. La trama, evitando di entrare nel dettaglio, narra la storia di un naufrago di cui non sappiamo nulla e che si ritrova, solo, su un'isola deserta. Questo contemporaneo Robinson Crusoe tenta più volte di fuggire costruendosi delle imbarcazioni di fortuna, ma tutti i suoi sforzi vengono vanificati da una tartaruga rossa, che sembra costringerlo a rimanere sull'isola per delle motivazioni sconosciute. L'incontro con questo animale unico nel suo genere gli cambierà però la vita, in un modo che sarebbe meglio non raccontare, perché va vissuto per tutti i suoi 90 minuti, ma diciamo che il tempo che dovrà passare in quel luogo, fuori dal tempo e dallo spazio, sarà più lungo del previsto. E tuttavia si può anche dire che il film è una grande metafora della vita, dei suoi alti e bassi, del suo scorrere inesorabile. Perché la vita del protagonista equivale, con le dovute proporzioni, a quella di ciascuno di noi: un percorso fatto di scossoni, rabbia, amore, nostalgia, noia.

giovedì 20 giugno 2019

El abrazo de la serpiente (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 03/12/2018 Qui - Il cinema ci ha spesso mostrato l'Amazzonia e i suoi abitanti nei loro lato più estremi e brutali, per esempio nel caso dei cannibal movie come Cannibal Holocaust o del più recente The Green Inferno. Il regista Ciro Guerra compie invece un'operazione diversa, perché girando in un ammaliante bianco e nero, egli si prefigge l'obbiettivo di raccontarci una parte di mondo ancora in larga parte inesplorata come l'Amazzonia, mostrandocela però dal punto di vista degli indigeni e concentrandosi sui riti, le credenze e le leggende delle persone che abitano questi posti magnifici e incontaminati, il risultato è un'esperienza visiva e interiore di raro fascino, che non può lasciare indifferenti. El abrazo de la serpiente infatti, film del 2015 diretto dal regista colombiano, film candidato all'Oscar 2016 come miglior film straniero e vincitore del premio Art Cinéma della sezione Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2015, è un grande omaggio all'Amazzonia, ai suoi misteri, alle sue popolazioni sterminate in nome della "civilizzazione". Un omaggio rispettoso e approfondito a un luogo, a un popolo e alla loro storia, spesso fatta di sangue, soprusi e sopraffazione. Un film perciò dai ritmi lenti e compassati, sempre in bilico fra realtà e sogno e su più piani temporali, quindi potenzialmente indigesto a molti, ma un film tuttavia tanto interessante e appassionante, molto più del mediocre Civiltà perduta, che può piacere, o è piaciuto, a tanti altri. Il film infatti, che racconta la storia dello sciamano Karamakate (Nilbio Torres e Antonio Bolivar), ultimo discendente della sua tribù, che incontra i due scienziati ed esploratori Theodor Koch-Grunberg e Richard Evans Schultes (sui diari dei quali è basato il film) a distanza di circa 40 anni l'uno dall'altro, instaurando con loro un rapporto profondo e controverso, se all'inizio sembrerebbe il classico viaggio di lavoro dagli scopi prettamente scientifici (i due scienziati difatti, che si recano in Amazzonia in periodi diversi, sono accomunati dallo stesso obbiettivo, ovvero quello di cercare la yakruna, una pianta sacra e dai potentissimi poteri) diventa ben presto l'esplorazione (la brillante esplorazione) di una cultura pressoché sconosciuta e la ricongiunzione (degli scienziati) con la loro essenza più primordiale (dopotutto non è un caso che Karamakate sia lo sciamano che fa da elemento di unione tra le due spedizioni diventando per questo una guida, anche spirituale, in una porzione di mondo incontaminata). E non è tutto, perché inoltre il suddetto propone come tema principale una riflessione su le due culture contrapposte. Quella colonialista e vincente dei bianchi, che si porta dietro un approccio razionale e scientifico ma anche lo sfruttamento e la distruzione della natura a fini meramente economici (deforestazione, industria ed estrazioni minerarie, raccolta del lattice per il caucciù), e quella indios più sensitiva e magica, ma rispettosa dell'ecosistema ambientale.

martedì 18 giugno 2019

Il bambino che scoprì il mondo (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/11/2018 Qui - Con Il bambino che scoprì il mondo (O Menino e o Mundo), film brasiliano diretto da Alê Abreu, ci troviamo davanti a una vera opera d'arte, non è un caso infatti che il film, che ha vinto una serie di premi internazionali, abbia ricevuto la candidatura all'Oscar al miglior film d'animazione nell'ambito dei Premi Oscar 2016 e per produrlo il regista ci abbia impiegato ben cinque anni. In questo film d'animazione siamo difatti lontani anni luce dalle patinate immagini 3D a cui negli ultimi anni la cinematografia di genere ci ha abituato, soprattutto quella americana. I disegni sono la parte migliore del coraggioso film brasiliano, realizzati con inesauribile fantasia, pastelli e colori a cera, che creano nella loro elementarissima struttura delle immagini davvero suggestive ed evocative. Il tratto prevalente è quello del disegno di un bambino, il protagonista stesso (il bambino per l'appunto) è stupefacente, nella sua maglietta fatta di quattro strisce rosse orizzontali, gli occhi lunghi come finestre e somigliante vagamente ad una lampadina. Questo bambino dagli occhi a fessura che insegue il padre, diventando a sua volta grande, ci racconta del nostro pianeta spianato, arato dalla mediocrità della tecnica e dalla corruzione, in cui la fantasia, l'originalità, resistono solo se protette dentro un barattolo povero piantato nel terreno proprio come un seme. Ne Il bambino che scoprì il mondo infatti, una favola avvolgente giocata sull'assenza di parole (si parla una lingua inventata e dunque incomprensibile) e sulla strabordante presenza di colori e suoni, dove ciò che conta sono le sinapsi affettive attivate da precisi meccanismi drammatici oltre alla vivacità delle invenzioni animate: carri armati a forma di elefante, bande che suonano armi da fuoco invece che ottoni e la suprema sublimazione dello spirito del popolo brasiliano in un uccello del paradiso iridescente che protegge l'innocenza di un'intera generazione, forte è la critica ad un mondo (il nostro) nel complesso marcio e industrializzato al limite dell'umana comprensione.

mercoledì 12 giugno 2019

La principessa Mononoke (1997)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/10/2018 Qui - Se devo essere sincero, dopo aver letto diverse recensioni e diversi giudizi stra positivi, mi aspettavo qualcosa di eccezionale. Non dico certo che il film mi abbia deluso, ma mi aspettavo di più da La principessa Mononoke, uno dei film (del 1997) più famosi dello Studio Ghibli e diretto dal grande Hayao Miyazaki. Tralasciando di riassumere la trama, credo nota a buona parte degli appassionati di animazione (una trama che comunque non sembra nulla di così innovativo o originale), in esso si riscontrano alcuni temi cari alla casa di produzione, ossia il rispetto per la natura, l'amicizia e l'ammirazione per la saggezza dei più anziani, e quelli ancora più cari all'autore, così tanto cari che il film nella sua interezza pare quasi una "bella copia" di Nausicaa della valle del vento. Tuttavia il modo in cui vengono affrontati i temi della natura e della vita umana e animale è abbastanza apprezzabile. Infatti i disegni e le animazioni sono davvero superlativi, perché gli ambienti, i fondali e le bestie sono colorati e animati in un mix splendido, così come splendida è la colonna sonora, e anche la sceneggiatura non è da meno (non male inoltre è anche il doppiaggio italiano). La storia parte velocemente, però dopo diventa, magari a tratti, un po' lenta, anche se ciò non dispiace troppo (anche perché non mancano momenti densi di atmosfera e poesia). In ogni caso, il principe protagonista della vicenda, Ashitaka, è il classico eroe che cerca di mettere d'accordo tutti e che, lasciato il suo villaggio, cresce lontano da esso e trova l'amore. Il titolo del film però è rivolto alla protagonista, ossia San la principessa Mononoke, che a mio avviso risalta poco a dispetto di ciò che si possa pensare prima della visione. Allevata nel mondo animale, rifiuta ogni contatto umano fino a quando incontra Ashitaka. Se devo decretare il vero protagonista del film lo è il Dio Cervo che può dare e togliere la vita. Entrambe le sue sembianze, quella diurna e quella notturna, richiamano alla mitologia cino-giapponese. Assume un volto umano durante le ore diurne, ossia quando splende il sole che simboleggia la vita, durante le ore notturne è un gigantesco youkai, ossia un fantasma, che cammina nella notte. Questo duplice aspetto, quello diurno e quello notturno, stanno a richiamare la sua duplice capacità di dare la vita e di toglierla. In definitiva è la rappresentazione della natura stessa.

Nausicaä della Valle del vento (1984)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/10/2018 Qui - La principessa Nausicaä della valle del vento è sicuramente un personaggio di grande fascino, in grado di accorpare la maggior parte della poetica Miyazakiana all'interno della propria figura. La pellicola infatti, quasi come un manifesto programmatico di poetica, racchiude in sé tutti i temi e i leitmotiv che ricorreranno nelle future opere del maestro giapponese, il rapporto dell'uomo con la natura, la critica al progresso scriteriato della scienza, il pacifismo, il convinto rifiuto del militarismo, la passione per il volo, la speranza nelle nuove generazioni e il ruolo centrale dei personaggi femminili. Non è un caso difatti che Nausicaä della Valle del vento, il primo film interamente scritto, sceneggiato e diretto da Hayao Miyazaki, e prodotto dal suo collega Isao Takahata (nel 1984), racconti di un mondo distrutto dall'apocalisse in cui il tentativo di sopravvivenza da parte della razza umana è fortemente legato all'avanzata della cosiddetta giungla tossica. Un ecosistema velenoso, abitato da una flora e da una fauna molto temibili e mirabilmente concepite dalla fantasia di Miyazaki. A questo problema si aggiunge la deleteria aspirazione della civiltà Tolmeikiana, bramosa di sopraffare i popoli più deboli, dimostrazione che l'uomo rinato dalle ceneri della catastrofe ha ancora molto da imparare. E così Nausicaa mostra come non per forza di cose si debba ambire alla dominazione o alla distruzione di ciò che non si conosce, ma che l'apprendimento e l'interazione possono generare amore e indulgenza, essenziali per la costruzione di un mondo più vivibile. E quindi Miyazaki attraverso gli effetti devastanti dell'inquinamento sottolinea il conflittuale rapporto dell'uomo nei confronti della natura. In tal senso è incredibile l'attualità del tema (tanto che ciò è uno dei motivi per cui varrebbe la pena di ri-vederlo), anche perché l'ecologia è probabilmente più di moda ora di quanto non lo fosse nel 1984, anno di uscita del film, il film che ha ispirato la nascita dello Studio Ghibli.

lunedì 3 giugno 2019

La principessa e l'aquila (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/08/2018 Qui - Dopo Abel: il figlio del vento, ecco un altro film con le aquile, ma al contrario del film con Jean Reno, sicuramente più cinematografico e ovviamente meno reale (almeno nel racconto), eccone uno che racconta la vera storia di una vera storia di formazione, perché La principessa e l'aquila (The Eagle Huntress), che viene considerato a metà un documentario, che è però e comunque un film (del 2016) a tutti gli effetti, racconta la realizzazione di un sogno da parte di una ragazza di appena tredici anni che riesce a imporsi in una professione (e in una società) tradizionalmente maschile. Il film infatti, diretto con mano ferma dall'esordiente Otto Bell, racconta la storia (vera) della coraggiosa tredicenne Aishoplan (una ragazza nomade che vive in Mongolia) che, aiutata dal padre (e sostenuta dalla famiglia), diventerà, nonostante il parere negativo degli anziani del villaggio (un villaggio, una società atavicamente maschilista), una bravissima cacciatrice con le aquile. Tanto che dimostrerà non solo di riuscire a catturare un fantastico esemplare di rapace, ma anche di essere (dimostrando al festival annuale dell'Aquila reale che raduna tutti i più grandi addestratori del paese per partecipare a una ambita competizione) la migliore di tutte. Tuttavia, è proprio per questo che nonostante questa storia vera sia così sincera e genuina (giacché la protagonista non sceglie di andar contro niente e nessuno, è solo spinta da un sincero desiderio di comprendere una disciplina così radicata nel passato dei suoi antenati) che, il progetto appare costantemente in bilico tra documentario e racconto di finzione. La sensazione di trovarsi spesso di fronte a scene ricostruite ad hoc difatti è sempre presente, tanto che il montaggio (e il tipo di racconto) sembri semplificare il messaggio (quello femminista, e non solo, alla base della storia), ma che tuttavia risulta azzeccata in chiave di grande distribuzione commerciale, e che ha altresì il merito di rendere la storia della grintosa Aisholpan universale. Dopotutto La principessa e l'aquila non ha di certo l'impronta del documentario didattico ma prende piuttosto la forma del film biografico che porta con sé un importante messaggio sulla forza di volontà, mostrando che credendo nei propri sogni è davvero possibile realizzarli. Un inno alla giovinezza, alla caparbietà, all'emancipazione femminile e alla capacità di credere in se stessi.

venerdì 17 maggio 2019

Abel - Il figlio del vento (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/03/2018 Qui - Chi ama la natura, chi ama la vita selvaggia, chi ama posti incantevoli e paradisiaci dovrà prima o poi vedere questo film, ne rimarrà incantato. Giacché unendo in modo omogeneo incantevoli immagini della natura incontaminata e selvaggia delle montagne alle sequenze documentaristiche che seguono la sopravvivenza degli animali, specialmente delle aquile, si riesce a costruire una storia semplice ma visivamente molto potente e ricca di messaggi morali altamente condivisibili. Abel - Il figlio del vento (Wie Brüder im Wind) infatti, film del 2015 diretto da Gerardo Olivares e Otmar Penker, narra la storia di un bambino il quale vivendo in mezzo alla natura solo in essa riesce a trovare conforto per superare i traumi del passato (costituiti dalla perdita della madre e il distacco emotivo dal padre, cacciatore dai metodi bruschi). Un giorno, trovando il giovane aquilotto indifeso e in pericolo, decide di prendersene cura ma non solo, con l'aiuto indispensabile fornito dal guardaboschi riuscirà ad addestralo e ricollegarlo con il suo vero istinto selvaggio, restituendolo al suo habitat naturale. Quello stesso istinto un giorno richiama Abel a sé, separandolo dal ragazzo. Un ragazzo che troverà grazie al suo fedele amico la gioia di vivere. Non a caso il film, che di per se ha un'idea non delle più originali, anzi, abbastanza banale sia come svolgimento sia come vadano a finire le cose alla fine (con tanti bei sentimenti e con il lieto fine assicurato, anche se in verità quale stravolgimento può avere questi tipi di prodotti) ci fa capire che a volte basta un rapporto di amicizia basato sul reciproco rispetto dell'appartenenza e dei bisogni biologici a generare sentimenti positivi. In tal senso il film, che può ricordare il bel Il mio amico Nanuk e soprattutto il discreto L'ultimo lupo per vari aspetti, amicizia tra uomo e natura qui un aquila, conta molto sul far emozionare il pubblico (a tal proposito bella l'idea della storia dei due aquilotti che da rivali all'ultimo riescono a convivere e rispettarsi), e la cosa positiva è che in alcune scene lo fa bene (anche se non ottimamente).

lunedì 1 aprile 2019

Captain Fantastic (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/10/2017 Qui - Captain Fantastic, presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival 2016, vincitore all'undicesima edizione della Festa del cinema di Roma e vincitore del premio alla miglior regia al Festival di Cannes 2016 (proiettato nella sezione Un Certain Regard), è un'avventura emozionante e divertente (del 2016 scritta e diretta da Matt Ross) che vede protagonista un padre fuori dagli schemi ed i suoi sei figli. Dopotutto questa è essenzialmente una commedia, che, strizzando l'occhio al genere indie, e al contempo, e soprattutto, ad una cultura hippie, mai eradicata dallo stereotipo anticonformista statunitense, tratta temi alquanto delicati e riflessivi, come quello dell'adolescenza, e di conseguenza dell'educazione, passando per borghesia e proletariato, nonché per l'economia di mercato, col suo fervente e dissonante capitalismo. Infatti la pellicola racconta di Ben (Viggo Mortensen), un padre decisamente sui generis e sopra le righe, che ha deciso assieme alla moglie Leslie di crescere i figli lontano dalla moderna civiltà consumista, nei meravigliosi boschi del Nord America. I ragazzi seguono una rigida disciplina basata sostanzialmente sulla filosofia della mens sana in corpore sano, questi sono, difatti, quotidianamente impegnanti in duri allenamenti atti a temprare ed irrobustire il loro fisico e vengono inoltre sottoposti ad una impegnativa istruzione che spazia dai testi di filosofia e di politica, a quelli di letteratura, di scienze e via dicendo. In questo modo tanto i più grandi quanto i più piccoli saranno, secondo Ben, perfettamente in grado di difendersi e di procurarsi del cibo da soli nonché di sostenere una discussione su qualsiasi argomento in maniera esaustiva e di avere una propria opinione critica negli ambiti più disparati. Questa vita apparentemente arcadica e paradisiaca però viene interrotta quando arriva la notizia che la madre dei ragazzi si è suicidata in ospedale. A quel punto, nonostante il suocero (Frank Langella) minacci di fa arrestare il padre se oserà farsi vedere al funerale, la tribù sale un vecchio scuolabus dipinto di blu e si mette in viaggio per il caldo del Nuovo Messico. Ma sarà solo l'inizio di un viaggio che porterà la famiglia a confrontarsi non solo con la società moderna ma con le loro idee e modi alquanto poco convenzionali e forse inadatti nel mondo reale.

domenica 17 marzo 2019

Il drago invisibile (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/07/2017 Qui - Una genuina favola ambientalista sull'importanza del rispetto della natura e allo stesso tempo un delicato racconto di formazione e crescita che riflette sul delicato passaggio da infanzia a adolescenza (e quindi età adulta) e sul potere consolatorio della fantasia è Il drago invisibile (Pete's Dragon), film del 2016 diretto da David Lowery. Il film infatti, remake del film Elliott il drago invisibile del 1977, che vedeva una commistione di attori in carne e ossa e disegni animati (non proprio il massimo, di cui ricordo davvero poco, anche se per i mezzi di allora, sarebbe stato impossibile fare un bel drago al computer), è prima di tutto un film che parla di natura incontaminata e selvaggia, di istinti e libertà primordiale, di spazi aperti e di aria pulita come solo nelle immense foreste conifere del Nord America è possibile trovare. Parla anche di fantasia, di immaginazione, di amore verso gli animali, di sogno e realtà. In ogni caso la storia che racconta, è una storia praticamente completamente nuova, anche se entrambe le pellicole sono basate su un breve racconto di S. S. Field e Seton I. Miller, una storia certamente indirizzata ad un pubblico che pur non uscendo da un ramo di prevedibilità generale riesce nel suo scopo primario. Dato che questo è un film per famiglie, che non punta a sovvertire i canoni della storia tradizionale, ma che proponendo una fiaba, una bella fiaba, trovi il modo di entusiasmare lo spettatore, e a questo scopo funziona perfettamente, poiché non annoia ed è ben fatto.

martedì 5 marzo 2019

Il viaggio di Norm (2016)

Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/03/2017 Qui - IL VIAGGIO DI NORM (Animazione Usa, India 2016): Può un film d'animazione a sfondo ambientalista essere brutto? Sì, se parliamo di questo film, che oltre ad una trama prevedibilissima, quella di un orso polare parlante che per evitare la distruzione del suo ambiente naturale, vola a New York per convincere un immobiliarista a cambiare idea (ovviamente riuscendoci), non ha praticamente niente di interessante, neanche nell'animazione comunque accettabile. Situazioni grottesche e per niente divertenti, dialoghi e doppiaggio mediocre, ma soprattutto ad un certo punto sembra di essere in un musical, troppo davvero per riuscire ad intrattenere sufficientemente, cosa che per un film animato è davvero qualcosa di imperdonabile. Voto: 5

sabato 2 marzo 2019

Point Break (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/03/2017 Qui - Premesso che prima di vedere questo film non ho rivisto quello originale e di non ricordare molto di quel famoso film, posso tranquillamente affermare che Point Break, film del 2015 diretto da Ericson Core, remake dell'omonimo film del 1991 diretto da Kathryn Bigelow (una delle migliori registe statunitensi, premio Oscar per The Hurt Locker, e regista del poderoso Zero Dark Thirty), non regge il confronto con la pellicola cult che aveva come protagonisti Keanu Reeves e Patrick Swayze. Difatti non c'è partita, anche se c'era da aspettarselo, dato che il film diretto da Ericson Core si sgancia completamente dall'originale, ma paradossalmente e incredibilmente il film mi è piaciuto lo stesso e anche molto. Questo perché nonostante i tanti problemi, sia per la scelta del cast errata e sia per la sceneggiatura non proprio eccezionale e che addirittura centra poco, o nulla, con la pellicola sui surfisti criminali della Bigelow, questo atipico reboot di Point Break è senza ombra di dubbio spettacolare. Una serie di riprese mozzafiato, di sport estremi, di inquadrature vertiginose e spettacolari che ti trascinano insieme ai protagonisti sulle vette più ripide o si lasciano cadere nelle più profonde acque della terra. Visivamente è evocativo ed ammagliante, un'esperienza quanto più vicina alle vere sequenze delle action cam di chi pratica veramente questo tipo di sport. Purtroppo però, la pellicola viene penalizzata dal fatto che per puntare tutto sulla spettacolarità, indiscutibilmente riuscita, sacrifica (volente o nolente) molto della trama che dovrebbe servire ben più che da semplice cornice attorno al film. Purtroppo la trama traballa non sapendo se restare fedele all'originale o se discostarsi e intraprendere una propria strada. Alla fine propende per la seconda opzione ma come trama, come scheletro narrativo, risulta comunque molto flebile e troppo spesso inverosimile. I giovani attori invece, dal canto loro, sono molto bravi e rendono in maniera verosimile le scene di azione, cariche di adrenalina, anche se quasi sconosciuti e per niente riconoscibili nonché minimamente caratterizzati. Infatti aspetto negativo è che il film sarebbe dovuto durare un po' di più inserendo qualche scena extra che scavava nel profondo della personalità dei personaggi e un paio di scene in più che rafforzavano il rapporto tra il protagonista e la ragazza 'copertina'. Purtroppo questo non è stato fatto anche se il film mi ha appassionato lo stesso e nonostante il mancato approfondimento la pellicola è riuscita ugualmente a farmi capire che tipi di persone fossero i personaggi. Cioè il film te lo lascia solo intuire anziché mostrartelo chiaro e tondo, fatto che in ogni caso non ho per niente apprezzato completamente.

giovedì 7 febbraio 2019

Il viaggio di Arlo (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/11/2016 Qui - Il viaggio di Arlo (The Good Dinosaur) è un bellissimo ed emozionante film d'animazione del 2015 diretto da Peter Sohn, e realizzato dagli stessi creatori del capolavoro Inside Out, di cui riprende alcuni temi già visti proprio nel precedente film della Pixar, il ruolo della famiglia, l'importanza dell'amicizia, la crescita personale in seguito ad imprevisti e difficoltà. In estrema sintesi infatti, questo è il racconto di formazione di un piccolo dinosauro (Arlo) che si trova a lottare in un mondo preistorico aggressivo ed ostile contro le forze malvagie della natura e contro animali prepotenti. Un film che aiuta a crescere affrontando tematiche non poco banali ma comprensibili anche per un pubblico infantile. Ci troviamo davanti ad un opera che è davvero 'per tutti'. Le vicende che avvengono nel film hanno un impatto forte ed efficace, senza mai cadere nel banale o in situazioni timide o velate per qualsiasi tipo di spettatore. E proprio attraverso gli occhi (e la mente) di Arlo lo spettatore è reso partecipe di un'avventura in un mondo diverso da come ci si può immaginare, una interessante proposta di visione, davvero originale, nel film difatti, ci troviamo di fronte ad una realtà alternativa, ad un mondo in cui i dinosauri (poiché l'asteroide destinato a causare la loro estinzione non giunge alla collisione con la Terra) hanno acquistato una capacità tecnologica da pre-rivoluzione industriale e gli esseri umani prendono il ruolo di 'animale', fatto alquanto insolito come il rovesciamento che sta alla base della storia, con questi dinosauri che sono creature evolute, sanno esprimersi a parole e fanno una vita stanziale, essendosi trasformati da cacciatori a coltivatori, mentre gli esseri umani vivono allo stato brado, si esprimono a grugniti, rubano il cibo, ma hanno un gran coraggio e un forte istinto di sopravvivenza. E l''amicizia che scaturirà fra Arlo e Spot, il cucciolo d'uomo, molto somigliante a Mowgli de Il libro della giungla, è simbiotica poiché ciò che manca all'uno abbonderà nell'altro, e viceversa. Il loro è infatti un percorso iniziatico che li porterà a maturare ma anche a riconoscersi come appartenenti a razze diverse, non per questo incompatibili. Perché la tematica principale del film è il viaggio, un viaggio (emozionante e intenso) che segna il passaggio dall'infanzia all'età adulta, attraverso personaggi molto particolari e significativi.

mercoledì 2 gennaio 2019

L'ultimo lupo (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/06/2016 Qui - L'ultimo lupo (Wolf Totem) è una spettacolare pellicola d'avventura del regista francese Jean-Jacques Annaud, uno degli autori più coraggiosi e intraprendenti del cinema contemporaneo (regista tra gli altri di Il nome della rosa, Sette anni in Tibet e in ambito animale L'Orso). Per Annaud appunto, uno dei registi più premiati e con il maggior numero di titoli sempre nella top ten annuale degli incassi in patria, si tratta ancora di un film che ha in un romanzo il robusto spunto di partenza. Sì perché, questo bellissimo film del 2015 è tratto dal romanzo autobiografico di Jiang Rong, uno dei più grandi successi letterari contemporanei, un bestseller da 20 milioni di copie vendute in Cina nel 2004, titolo originale "il totem del lupo". Ma per capire la potenza sia del libro che del film, è bene cominciare dalla trama. Questa è la storia di Chen Zhen, un giovane studente di Pechino che (durante la Grande rivoluzione culturale cinese, nel 1967), viene inviato nelle zone interne della Mongolia per insegnare parole e numeri ad una tribù nomade di pastori. A contatto con una realtà diversa da quella che aveva sin qui conosciuto, in un deserto sconfinato e dalla bellezza mozzafiato (selvaggia e vertiginosa), Chen scopre di esser lui quello che ha molto da imparare, sull'esistenza, sulla comunità, sulla libertà, sul senso di responsabilità e sul lupo, la creatura più riverita delle steppe. Sedotto dal complesso e quasi mistico legame che i pastori hanno con il lupo e affascinato dall'astuzia e dalla forza dell'animale, Chen salva un cucciolo e decide di addomesticarlo, per osservare da più vicino l'animale. Il forte rapporto che si crea tra i due sarà però minacciato dalla decisione di un ufficiale del governo di eliminare a qualunque costo tutti i lupi della regione. Colpevoli a loro dire, di 'frenare' l'avanzata del progresso della Cina di Mao, i lupi infatti vengono abbattuti da cuccioli o dentro safari crudeli, che alterano l'equilibrio uomo-natura che le tribù mongole avevano conquistato nei secoli.