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venerdì 4 settembre 2020

Inland Empire - L'impero della mente (2006)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/09/2020 Qui - Appena trascorse le 2 ore e 52 minuti di Inland Empire, oltre ad essere talmente confuso da non ricordarmi chi fossi, con quel piccolo barlume di razionalità che mi era rimasto, mi sono detto che forse questa volta David Lynch aveva tirato troppo la corda (il film non è assolutamente chiaro, la spiegazione non esiste, ognuno dice la sua e nessuno concorda). Inland Empire è indubbiamente uno dei film più contorti e deliranti di ogni tempo, ma questa volta si ha la netta sensazione che dietro l'angolo ci sia la propensione da parte del regista statunitense, all'auto-celebrazione tramite qualche esercizio di stile, peraltro talvolta neanche riuscito alla perfezione (per non dire venuto male). Eloquente il fatto che Laura Dern (che ritorna ad essere attrice protagonista, come ritornano dopo precedenti esperienze con il regista Harry Dean StantonJustin TherouxGrace Zabriskie e Diane Ladd, c'è la new entry Jeremy Irons) abbia dichiarato di non aver capito il suo ruolo nella pellicola, anche se viene da chiedersi chi l'abbia poi realmente capito, o se c'era poi qualcosa da capire in queste quasi tre ore che scorrono più lente di un film di Terrence Malick mandato avanti con il rallenty. Le numerose sequenze inutili e i punti morti spezzano in maniera netta l'atmosfera inquietante e oscura della prima parte, che ritorna solo in parte nei minuti finali. Decisamente non il miglior film di David Lynch, anche perché della "trilogia del sogno" questo è il peggiore, il più pesante e il più stancante. Vale dunque la pena impiegare 3 ore del proprio tempo per Inland Empire? Non proprio, seppur, per onestà intellettuale, si dovrebbe, non è comunque detto che non ci possa trovare un capolavoro in quest'opera, di certo non è una perdita di tempo (almeno non del tutto). In ogni caso dargli una valutazione generale è pressoché impossibile, l'unica soluzione in questo specifico caso, di questo che di David Lynch è un riepilogo completo ed abnorme del suo cinema, fatto di deliri, follia, esplorazione della mente umana, immagini ossessive e apparentemente senza senso, che comunque turbano lo spettatore, lo incuriosiscono e lo travolgono in un turbinio di emozioni contrastanti, è il voto politico, l'unico mezzo per non scontentare nessuno e non denigrare un regista così importante ed amato. Voto: 6 (politico)

martedì 30 giugno 2020

Cuore selvaggio (1990)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2020 Qui - L'ho apprezzato, ma non fino in fondo. Il difetto maggiore è che ti colpisce di striscio, nonostante alcune belle scene. Il fascino è infatti indubbio, e le citazioni ricchissime, però è tutto spinto all'eccesso, forse troppo, e la provocazione finisce per smorzarsi, così come l'inventiva, scadendo quasi nel manierismo. Un film che ha i suoi alti e bassi, in virtù di un'alternanza ritmica che per scelta stessa del regista spezza la catena in più punti, appiattendone il bilancio generale. Comunque un film che è un mix di generi, dal pulp al genere azione, dall'erotico al romantico, on the road, un po' visionario, in alcuni tratti. Cuore selvaggio (basato sul romanzo omonimo di Barry Gifford) possiamo definirlo come una storia dove gli opposti si incrociano: tenerezza e violenza, il dramma e il grottesco. La scena iniziale è molto cattiva, forse tra le più cruenti del film, il finale invece è molto romantico, si sapeva che finiva così, ma è fatto bene. Lodevole la scelta di ambientazioni e colonne sonore suggestive e simboliche, così come lodevole può essere definita l'interpretazione di un Nicolas Cage nel cuore della carriera, folle al punto giusto da seguire David Lynch nella sua crociata in nome del surreale. Non male comunque, sia William Dafoe, sia Harry Dean Stanton (visto recentemente anche in 1997: Fuga da New York), che soprattutto una giovanissima e sexy Laura Dern, immancabili infine alcuni suoi attori feticci, Grace ZabriskieSheryl Lee e Sherilyn Fenn. Buona prova di David Lynch, un film spietato, malato, cattivo ma anche romantico, un po' lontano dai canoni del regista, ma tutto sommato riuscito bene. Note importanti: l'assegnazione della Palma d'oro a Cannes. Voto: 6

mercoledì 17 giugno 2020

Polaroid (2019)

Titolo Originale: Polaroid
Anno e Nazione: Norvegia, USA 2019
Genere: Horror, Thriller
Produttore: Roy Lee
Regia: Lars Klevberg
Sceneggiatura: Lars Klevberg
Cast: Kathryn Prescott, Tyler Young, Samantha Logan, Keenan Tracey
Priscilla Quintana, Javier Botet, Mitch Pileggi, Katie Stevens
Davi Santos, Emily Power, Grace Zabriskie, Erika Prevost
Rhys Bevan John, Madelaine Petsch, Shauna MacDonald
Durata: 88 minuti

La paura si fa vintage in un horror spettrale.
Il ritrovamento di una vecchia macchina fotografica innesca una serie di macabri eventi.
Un mistero da risolvere prima del prossimo click.

venerdì 12 giugno 2020

Wrong Cops (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/06/2020 Qui - La versione cinica, grottesca e demenziale di Scuola di polizia. Un prodotto buffo, dotato di una comicità intelligente e basato su un'idea politicamente scorretta: le disavventure di un gruppo di poliziotti malvagi e strafottenti che spadroneggiano in una cittadina tranquilla, abusando impuniti dei loro concittadini. Peraltro l'idea del lavoro risiede già nel precedente Wrong, dal quale proviene il personaggio di Duke, anche là interpretato da Mark Burnham: ne è in sostanza una specie di spin-off (e Jack Plotnick, lì protagonista, compare qui in un cameo). Quentin Dupieux (alias Mr. Oizo) scrive e dirige infatti, uno spaccato sulla follia umana, qui in forma di poliziotti brutti e squallidi. Un film atipico, trash nell'anima ma che può affascinare se si accettano i suoi eccessi di irriverenza e di squallore. C'è chi spaccia droga attraverso topi morti o chi è in fin di vita senza morire mai. Il regista si prende gioco del mondo stravolgendolo e creando una dimensione di "assurdo" piuttosto personale, dove la meritocrazia è un miraggio e il nonsense è la regola, confezionando il tutto con una regia che si muove consapevolmente nel trash e nella serie B. Non è un caso la presenza di due camei di attori lynchiani come Grace Zabriskie e Ray Wise, perché in un mondo così assurdo e grottesco come questo, qualche elemento di Lynch è presente. Il resto cast, composto per lo più da attori sconosciuti (eccezion fatta per le apparizioni di Marylin MansonEric Roberts e Kurt Fuller) annovera attori tutti discreti nei loro ruoli (ritorna Eric Judor) e alza Mark Burnham come icona principale del film, colui che più di tutti ha la faccia e l'atteggiamento da vero "poliziotto sbagliato". Come la musica (martellante) di sottofondo, Wrong cops è una litania continua a volte divertente e dissacrante (non male qualche battuta al fulmicotone) a volte ripetitiva e alquanto scontata. Non al livello del precedente, anzi, delude se si ripensa alle risate acute che rendevano unico il precedente, irresistibile e quasi geniale Wrong, ma accettabile. Voto: 6

giovedì 14 marzo 2019

Twin Peaks: 1a e 2a stagione & Fuoco cammina con me (1992)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/06/2017 Qui - Con le serie tv ho sempre avuto dei piccoli problemi, solo negli ultimi 10 anni qualcosa è cambiato, perché prima le suddette serie, che prima venivano comunemente chiamati telefilm, raramente avevano una "normale" programmazione, e quindi io non credo di aver mai visto tutte le puntate di qualsiasi telefilm girava in televisione prima degli Anni 2000 e poco dopo, ora con internet e le pay-tv il problema non c'è più, ma per colpa di tanti fattori (come aspettare con ansia la settimana) e poiché ero davvero piccolo, ho probabilmente dimenticato di vedere, oltre ad X-Files, di cui ho provato a cominciare dalla prima stagione che ho visto ma non ho terminato (colpa anche della 10a stagione che ha svelato tanti particolari), la serie più importante di tutte, ovvero Twin Peaks, la serie capolavoro di un regista che ammiro, David Lynch (con la sua indistinguibile mente onirica e visionaria), molti sono infatti le "citazioni" al suo stile che ravvedo spesso, dato che anche ultimamente ho trovato qualcosa di lui in Legion e La Isla Minima, ma paradossalmente il suo miglior lavoro (insieme a Mark Frost) non l'avevo ancora visto. Ora con il ritorno tanto atteso della terza stagione di questa serie che fece (e fa ancora) letteralmente impazzire milioni di telespettatori in tutto il mondo, e grazie al grande amore per questa serie del nostro Mozzino, ho finalmente recuperato e visto, tutto quello che c'era da vedere di questa incredibile serie (perciò tenetevi forte, sarà un lungo post). Serie che in un rivoluzionario mix di generi fra soap opera, horror, noir e poliziesco, rivoluzionò il genere e il modo di fare televisione. Ammetto che prima non ci credevo, ma dopo averla vista, posso tranquillamente affermare che Twin Peaks lo fu e lo è davvero (anche se a distanza di anni) l'emblema di un nuovo modo di fare televisione, caratterizzato da una cura nella trama, nella caratterizzazione dei personaggi e nella regia che prima di allora non era mai nemmeno stata presa in considerazione. Perché quello che veniva trasmesso era ed è un prodotto televisivo con una trama vera, corposa, senza episodi stand-alone o filler, inoltre, il surrealismo e la costante sensazione di "quiete prima della tempesta" rende e rendeva Twin Peaks radicalmente differente non solo rispetto a quanto prodotto dalla televisione fino ad allora, ma anche rispetto a qualunque altra serie avverrà dopo.

domenica 10 marzo 2019

The Judge (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/05/2017 Qui - Passato in televisione settimane fa, The Judge, film del 2014 diretto da David Dobkin, regista della discreta commedia 2 single a nozze e due divertenti commedie quali Due Cavalieri a Londra e Fred Claus, ma anche sceneggiatore e produttore del pessimo R.I.P.D.: Poliziotti dall'aldilà, è un film sicuramente di grande impatto emotivo che riesce tuttavia a tenere un buon ritmo pur trattando argomenti rivisitati spesso nella cinematografia, la famiglia innanzitutto e il difficile rapporto fra un padre e un figlio, anche se non mancano le avversità coniugali, gli amori adolescenziali, la malattia, e una vicenda di giustizia personale che colora la storia di giallo. Una storia (comunque non perfetta) dove però quello che convince di più è la grande prova di attori assai convincenti, ma anche molte scene davvero riuscite e alcuni dialoghi particolarmente intensi sono il fulcro della pellicola, dato che il rimpallo di accuse, di bugie, che si scambiano padre e figlio, in un rapporto assai stratificato, rappresenta la parte più interessante del film, insieme al fatto che, a situazioni gravi che rasentano il melodramma, si alternano momenti di divertita ilarità. Anche se la storia che racconta di un avvocato difensore (Hank Palmer alias Robert Downey jr., che buca lo schermo con il suo sguardo midriatico e una recitazione movimentata da una vena di istrionismo, perfetta per il suo ruolo) specializzato nel tenere fuori dal carcere i peggiori mascalzoni di Chicago che torna nella sua casa di infanzia per il funerale della madre, che deve anche nonostante tanti problemi irrisolti soprattutto con il padre (ex giudice, interpretato da Robert Duvall, mitico nella naturalezza con cui si immedesima nel suo scomodo personaggio di Joseph Palmer) cercarlo di tirarlo fuori dai guai a seguito di un'accusa di omicidio, ha di contro una certa retorica "patriottarda" e un fare alquanto convenzionale, se anche non troppo esibite, che sono difatti però cose che covano sotto l'epidermide della storia.