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martedì 31 maggio 2022

La morte ti fa bella (1992)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2022 Qui - Black comedy a tinte macabre divertente e riuscita, un prodotto più che discreto diretto da un mestierante abile come Robert Zemeckis, che è un volpone e sa il fatto suo. Egli dirige con mestiere e intelligenza un film forte di un trio di attori davvero in parte ed in gran forma: un Bruce Willis a dir poco atipico eppure davvero convincente (come poche altre volte in carriera), la solita mattatrice Meryl Streep e una bravissima (e nella parte finale anche inquietante) Goldie Hawn, aggiungiamo in più un paio di apparizioni indimenticabili di una grande caratterista come Isabella Rosselini e il gioco è fatto. Con ironia e cinismo si gioca con la "maledizione" della vita e della bellezza eterna, trasformando una simpatica commedia in una favola nera degna di un qualsiasi lavoro di Tim Burton (chissà come avrebbe reso se a girarlo fosse stato lui). Oggi gli effetti speciali colpiranno di meno, ma all'epoca alcune scenette ormai famose di questo film lasciarono il segno (vinse l'Oscar). Non è tra i lavori migliori di Zemeckis, ma la prova attoriale dei tre mattatori e l'originalità dell'opera mi hanno sempre lasciato un magnifico e stravagante ricordo, anche perché attualmente risulta più difficile imbattersi in fiabe nere studiate così bene (sceneggiatura e ritmo non sono sempre straordinari ma nel complesso vanno bene per il tipo di film). Non eccelso ma davvero molto simpatico ed originale. Voto: 6,5

venerdì 4 settembre 2020

Velluto blu (1986)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/09/2020 Qui - La prima considerazione a cui sono giunto dopo aver visto questo film è che, per essere un lavoro di David Lynch, sembra piuttosto lineare. Blue Velvet, infatti, si presenta come un semplice noir, nel quale un ragazzo (Kyle MacLachlan chi sennò) tornato in paese per occuparsi degli affari del padre vittima di un incidente, decide di scacciare la noia indagando su un misterioso orecchio ritrovato in un campo. Ma se David Lynch non può importare nella trama la sua dimensione onirica, allora è la realtà stessa trasformarsi in sogno. I colori esagerati dei giardini della borghesia americana, il tratteggio di una popolazione in pieno stile Happy Days, i sogni romantici della figlia del poliziotto (Laura Dern chi sennò), subiscono il contrasto del mondo depravato, oscuro e maligno, che alberga a pochi passi dal quartiere residenziale. La distorsione è completa, e si manifesta quando le due realtà, inevitabilmente, finiscono per intrecciarsi, quasi che il protagonista, attraverso le proprie indagini, abbia il compito di mostrare ai figli del sogno americano quale incubo si celi dietro i suoi colori sfavillanti. La corruzione è ovunque, incarnata da un demoniaco e capriccioso Dennis Hopper, e si palesa tra le villette tormentate proprio mentre va in scena il classico scontro tra il bullo e il rivale che gli ha rubato la pupa. In questo squarcio anni '50 compare Isabella Rossellini, che, nuda, gira per strada colpendo definitivamente l'idea di innocenza che aleggia sul quartiere borghese. Cadono tutti i teli che i padri hanno utilizzato per proteggere i figli dalla violenza della vita, ma, in fin dei conti, basta saperci fare i conti e tutto torna alla normalità. Velluto Blu è un film (dove eccezionali sono le musiche di Angelo Badalamenti, qui alla prima collaborazione con Lynch) che matura ben dopo la visione, una di quelle opere che non finiscono mai di costruire spunti di riflessione e di far pensare a se stesse. Magari non sarà un giallo eccezionale, ma è ricco di fauna strana, di forti contrasti e di depravazione. A dimostrazione che David Lynch, anche quando deve fare i conti con una sceneggiatura che lo costringe a stare nei ranghi, è in grado di proporre sempre qualcosa di indimenticabile. Voto: 7

martedì 30 giugno 2020

Cuore selvaggio (1990)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2020 Qui - L'ho apprezzato, ma non fino in fondo. Il difetto maggiore è che ti colpisce di striscio, nonostante alcune belle scene. Il fascino è infatti indubbio, e le citazioni ricchissime, però è tutto spinto all'eccesso, forse troppo, e la provocazione finisce per smorzarsi, così come l'inventiva, scadendo quasi nel manierismo. Un film che ha i suoi alti e bassi, in virtù di un'alternanza ritmica che per scelta stessa del regista spezza la catena in più punti, appiattendone il bilancio generale. Comunque un film che è un mix di generi, dal pulp al genere azione, dall'erotico al romantico, on the road, un po' visionario, in alcuni tratti. Cuore selvaggio (basato sul romanzo omonimo di Barry Gifford) possiamo definirlo come una storia dove gli opposti si incrociano: tenerezza e violenza, il dramma e il grottesco. La scena iniziale è molto cattiva, forse tra le più cruenti del film, il finale invece è molto romantico, si sapeva che finiva così, ma è fatto bene. Lodevole la scelta di ambientazioni e colonne sonore suggestive e simboliche, così come lodevole può essere definita l'interpretazione di un Nicolas Cage nel cuore della carriera, folle al punto giusto da seguire David Lynch nella sua crociata in nome del surreale. Non male comunque, sia William Dafoe, sia Harry Dean Stanton (visto recentemente anche in 1997: Fuga da New York), che soprattutto una giovanissima e sexy Laura Dern, immancabili infine alcuni suoi attori feticci, Grace ZabriskieSheryl Lee e Sherilyn Fenn. Buona prova di David Lynch, un film spietato, malato, cattivo ma anche romantico, un po' lontano dai canoni del regista, ma tutto sommato riuscito bene. Note importanti: l'assegnazione della Palma d'oro a Cannes. Voto: 6

martedì 6 agosto 2019

Keyhole (2011)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/08/2019 Qui
Tema e genere: Singolare thriller psicanalitico, un viaggio ipnotico ed onirico audace.
Trama: Il gangster Ulysses Pick (Jason Patric) torna a casa dopo una lunga assenza, trascinando con sé il corpo di una ragazza adolescente e un uomo legato e imbavagliato. La sua banda lo aspetta all'interno dell'abitazione ma, nonostante gli attriti sempre più evidenti tra i vari membri del gruppo, Ulysess ha in mente soltanto una cosa: raggiungere sua moglie (Isabella Rossellini), chiusa nella sua camera da letto al piano superiore. L'impresa è però più ardua del previsto e ogni angolo della casa nasconde imprevisti che riportano al misterioso passato della famiglia.
Recensione: Peggio non poteva cominciare la mia Promessa, quella cinematografica s'intende, perché mai mi sarei aspettato di vedere un film così brutto. Un film che per come si presentava, un'opera decisamente suggestiva, si è rivelata essere invece questa un'occasione in larga parte sprecata. È questa la sensazione di fronte a Keyhole, film che, lontanissimo dalla classica idea di cinema, non fa altro che snervare lo spettatore, per essere precisi ha snervato me. Il regista opta infatti per una struttura narrativa fortemente psicanalitica (forse troppo), in cui il protagonista (e lo spettatore stesso) è chiamato a compiere un complesso viaggio (mentale?) per raggiungere la stanza della propria amata, ma ogni angolo della casa nasconde un nuovo imprevisto. Lo spettatore segue però con affanno l'arrancare tra ricordi e (forse) sogni. Gli enigmi si accumulano fomentando un senso di impotenza e inquietudine, quest'ultima accresciuta dall'assillante e tetro tappeto sonoro, ma soprattutto un senso di stanchezza latente. Perché va bene che il regista canadese Guy Maddin (finora mai incontrato, e per fortuna ora direi) abbia una certa visione, da quello che so è pure tra i più apprezzati registi per le atmosfere oniriche dei suoi lavori, che abbia l'assoluta libertà di mostrare come meglio crede questi suoi "materiali" magmatici, resta ed è però questo, un film complesso e di difficile lettura, eccessivamente criptico e chiuso in un'autoreferenzialità "poetica" che difficilmente si lascia sciogliere. La casa che fa da sfondo alle vicende della famiglia Pick somiglia alla dimora infestata dai (primi) fantasmi di American Horror Story, ma i riferimenti linguistici sono ben altri, con un protagonista che si chiama Ulysses, interpretato da Jason Patric e un enigmatico io narrante che porta il nome di Calypso, non si impiega molto tempo a pensare all'Odissea di Omero come cardine attorno cui far ruotare il lungometraggio. A differenza del poema epico, però, qui non c'è il mare a rendere periglioso il viaggio dell'eroe, ma i piani e i differenti ambienti della sua grande casa, dove "approda" dopo una non meglio precisata assenza. La moglie Hyacinth (Isabella Rossellini) quasi un'ombra la sua presenza, vive rinchiusa in camera da letto, affiancata dal vecchio padre nudo (perché non si sa, almeno una tunica poi...) e in catene, struggendosi per la morte dei figli e per la lontananza del suo adorato figlio Manners. Ma soprattutto, a differenza di quel poema, la poesia e la potenza narrativa si perde. Infatti (come detto) la sceneggiatura si fa eccessivamente ambigua e macchinosa: il coinvolgimento iniziale è alto ma, col passare dei minuti (anche per via di un'ermeticità ricusante), il respiro inizia a cessare e si finisce col fiato corto. Le forti suggestioni visive di stampo vintage (affascinanti ma comunque fini a se stessi), in questo caso non bastano a nascondere i limiti di un copione irrisolto e incapace di mantenersi coerente fino in fondo. Peccato, per la pellicola stessa e per me, che forse non avrei dovuto vedere questo film, un film elegante da un certo punto di vista, ma furbo, astruso e masochistico dall'altra.

martedì 26 marzo 2019

Joy (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/09/2017 Qui - Davvero un gran bel film è Joy, film del 2015 scritto e diretto da David O. Russell, la pellicola infatti, anche grazie al regista che da risalto (con uno stile di regia molto particolare, che non ricerca chissà quali movimenti di camera ma cattura molto dei personaggi tramite un semplice primo piano) ad una storia che sulla carta non mi sarebbe dovuta interessare particolarmente, giacché solo dire che questo film parla della donna che inventò "il mocio" per sminuirne l'entusiasmo, ma il film va ben oltre questo ed il mocio è solo l'idea su cui ruota il film, film che per questo si lascia piacevolmente vedere. Il discorso difatti e fortunatamente è ben più ampio e parla del credere nei propri sogni e portare avanti un idea, e questo è sicuramente interessante per chiunque, inoltre vengono trattati temi come la parità dei sessi e la famiglia. Dopotutto il film (una pellicola coinvolgente che riesce a mischiare intelligentemente commedia e dramma e non il solito biopic un po' freddo e analitico), narrato in un modo unico cioè diverso da qualsiasi altro film biografico, poiché solo il 50% prende spunto dalla storia della famiglia di Joy Mangano, ora imprenditrice di successo, mentre gli altri elementi fanno parte del bagaglio che ha intessuto generazioni cinematografiche di donne forti e meno forti, racconta la storia di una (sgangherata) famiglia (composta dalla nonna, una sorellastra e dai due genitori) e delle sue quattro generazioni, la nonna di Joy, la madre, Joy stessa, e sua figlia. La pellicola difatti, narrata in uno stile popolaresco, che offre una storia travolgente di una self-made woman che supera ogni battuta d'arresto nel suo tentativo di realizzare e di lanciare la propria intuizione, dalla nonna della protagonista (l'unica che crede in lei), impersonata da una convincente Diane Ladd, ci fa conoscere la piccola Joy Mangano, una bambina che ha tanta fantasia e creatività e che è in grado di creare quello che immagina, almeno finché i genitori divorziano in modo piuttosto irruento e separano di fatto la famiglia.

domenica 17 marzo 2019

Enemy (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/07/2017 Qui - Dopo avermi quasi sconvolto con quell'avvincente film action Sicario e dopo avermi sconcertato con quell'altrettanto bel thriller psicologico Prisoners, Denis Villeneuve colpisce ancora, e lo fa spiazzando e sconvolgendo con un thriller enigmatico ed eccentrico, ma sorprendente, ovvero con Enemy, film del 2013 diretto dal regista e tratto dal romanzo L'uomo duplicato di José Saramago. E' un film infatti abbastanza enigmatico e di non facile interpretazione (o soluzione) perché quello che avviene in poco più di 80 minuti, non è facile da spiegare e capire, anche se non si tratta di un giallo, piuttosto di un thriller psicologico, non ci sono assassini o omicidi, qui il mistero è tutto mentale. Un mistero così criptico che a distanza di giorni non ho ancora le idee chiare, perché facile sembrerebbe la trama, quella di un inquieto ed insignificante insegnate di storia che imbattendosi nel suo doppio, notato casualmente nel ruolo di comparsa in un film, che determinato a capire chi sia questo individuo, cercherà in tutti i modi di scoprire la sua identità (forse un gemello?), ma non lo è, poiché lui stesso finirà in un vortice di ossessioni che metteranno a repentaglio sia la sua esistenza sia quella della misteriosa comparsa nonché dello spettatore, quello che difatti porterà entrambi verso un tortuoso, straniante e terrificante incubo, sarà lo stesso per lo spettatore, che avrà difficoltà a venire a capo all'intera vicenda già di per sé complessa. Come se non bastasse, l'ultima scena arriva come un fulmine a ciel sereno, il finale è infatti e certamente uno dei più grandi shock cinematografici di sempre. E non si tratta del classico colpo di scena in cui, con una spiegazione sorprendente, si risolve il mistero, tutt'altro, la situazione anzi si complica ulteriormente, lasciando il pubblico in balia di uno dei più criptici (ambigui) ed inquietanti enigmi di sempre (vedere per credere).