Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/06/2024 Qui - Wes Anderson, come al solito, eccelle tecnicamente e si distingue per il suo stile inconfondibile (con una fotografia stupenda), ma risulta vuoto nei contenuti, specialmente in questo caso. La sceneggiatura oscilla tra il drammatico e il grottesco senza mai impattare significativamente (i personaggi sono poco empatici e piuttosto distaccati, in particolare gli adulti). Il regista sembra concentrarsi più su un esercizio estetico di successo che sulla comunicazione efficace dei contenuti, che, sebbene presenti, stentano a trasmettersi chiaramente. È arduo capire dove l'autore voglia portare lo spettatore. Lasciare lo spettatore libero nell'interpretazione del significato potrebbe essere una scelta intenzionale. I miei occhi si sono deliziati di bellezza, ma la mia anima è rimasta priva di sostanza. Non sarà il suo migliore ma comunque apprezzabile (meno però de La meravigliosa storia di Henry Sugar). Voto: 6 [Sky]
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venerdì 28 giugno 2024
Asteroid City (2023)
Labels:
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martedì 30 aprile 2024
Povere creature! (2023)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2024 Qui - Lungo e a tratti prolisso, ma potente e con un finale epico. Un'opera decisamente unica che suscita emozioni forti e ambivalenti. Pur avendo momenti di noia, lo stile del film mi ha colpito. È un gran film, ma non il capolavoro che mi aspettavo, dopotutto, è la semplice storia di crescita e di emancipazione di un individuo, per di più non particolarmente originale, con evidenti riferimenti al mito di Frankenstein ed altri. Detto ciò, l'idea di una creatura priva di sovrastrutture sociali è intrigante e, nonostante alcune ripetizioni, funziona bene. Tuttavia, è soprattutto la performance eccezionale (forse eccessiva) di Emma Stone a salvare il film. La sua trasformazione, sia nel linguaggio che nelle movenze, è impeccabile e meritevole di un Oscar (non per caso vinto). Visivamente il film incanta, ma perde coinvolgimento nella seconda metà (più verbosa), nonostante ciò, resta un'opera notevole, malgrado alcuni aspetti non del tutto convincenti. In conclusione, Yorgos Lanthimos colpisce nel segno: non è un film senza difetti, ma trasmette un messaggio chiaro, meno criptico ed estremo rispetto alle sue opere greche e sicuramente più accessibile a un vasto pubblico. Si deve riconoscere la coerenza tematica e il mantenimento di una qualità artistica non banale. Mi è parso sì più un'affascinante e splendida opera d'arte che un "dramma umano", ma il film merita attenzione e va assolutamente visto. Voto: 7,5 [Disney Plus]
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giovedì 26 ottobre 2023
Morto per un dollaro (2022)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/10/2023 Qui - Rispetto al disastroso Nemesi un bel passo avanti, ma pur sempre traballante passo. Walter Hill è un veterano della regia, tanto quanto Willem Dafoe e Christoph Waltz sul set, ma questo non è sempre sinonimo di precisione e qualità. Dead for a Dollar è un western convenzionale, per come si sviluppa, mostrando fatti e personaggi abbastanza ordinari, seppure con qualche caratteristica particolare, che non mostrano originalità né grande coinvolgimento. L'ambientazione ricreata non mi ha particolarmente convinto, così pure la lunga sequenza finale con sparatorie poco curate e, certamente, poco intriganti. Un film (sbiadito nella scrittura) comunque sufficientemente valido, che si lascia seguire senza fastidi. Voto: 5,5
venerdì 16 dicembre 2022
The Northman (2022)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/12/2022 Qui - Robert Eggers al suo terzo lungometraggio si conferma regista di ottima caratura. Egli che abbandona in parte l'oltranzismo di The Lighthouse per raccontare una
magica epopea nordica, tra riferimenti shakespeariani, rituali tribali e
vendette che pulsano truculenza: ne esce un film scorrevole e
visionario, in continua oscillazione tra realtà e immaginazione e
dall'intreccio non del tutto scontato. Il regista sfrutta a dovere
l'ottimo cast a disposizione (come rende Anya Taylor-Joy una dea,
nessun altro), non rinuncia alla cura formale che gli è
tipica (un connubio fotografia/confezione/ambientazioni di eccellente
caratura) e riesce a ottenere un ottimo equilibrio tra puro
intrattenimento
e autorialità (coinvolgente, con il dramma che si mescola al visionario
in modo impeccabile, stile narrativo eccezionale, a tratti poetico).
Peccato solo che la CGI non sia sempre efficace. In conclusione The Northman è un film potente a cui non interessa
piacere, ma solo imprigionare lo spettatore nel suo mondo violento e
sanguinario. Una missione che riesce a compiere pienamente e che è la
migliore cosa che possa capitare a chi vedere potrà, davvero un film sorprendente e una festa per gli occhi. Voto: 7,5
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mercoledì 31 agosto 2022
Spider-Man: No Way Home (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/08/2022 Qui - C'è voluto un cavallo di razza per risollevare la Marvel dopo gli ultimi un po' deludenti e/o non convincenti film, c'è voluto Spiderman, con questo godibile (decisamente più di Eternals) film, ventisettesimo dell'MCU. Con un film difficile da commentare, particolare, studiato apposta per emozionare. Un viaggio lungo 20 anni se si vuole e che verrà ricordato con l'hype più alto di sempre per un film su Spiderman. Se lo si vuole analizzare a livello narrativo non è questa gran trama (il precedente Spider-Man: Far From Home mi è piaciuto di più come scene d'azione e storia) e di sicuro ha i suoi difetti e diverse forzature di trama, ma è piuttosto un pretesto affinché succeda quello che alla fine aspettavano tutti e infilarci dentro quanto più possibile e in modo massiccio del fan service in modo da accontentare tutti, e ci riesce bene, tra l'altro sono riferimenti e trovate intelligenti e non buttate lì a caso. Una storia semplice ma condita del solito umorismo e soprattutto dall'effetto nostalgia nel rivedere i "vecchi" Peter Parker ancora in azione. Certamente è un film bulimico e qualche personaggio ne soffre immancabilmente, specie nei "cattivi" dove il rapporto è sproporzionato, però il film è divertente e tiratissimo fino alla fine. Piacevole tutto sommato e se ci sarà un nuovo capitolo sicuramente questo film offre le basi per un restyling completo ed offrire un personaggio molto più maturo. E' questo infatti un degno finale che chiude un ciclo e forse ne apre uno nuovo sull'amichevole Spiderman di quartiere. Voto: 7
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giovedì 30 giugno 2022
The French Dispatch (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2022 Qui - Wes Anderson continua coerentemente con il suo cinema, come sempre
impeccabile dal punto di vista della confezione. Stavolta sceglie una
narrazione a episodi legati dal labile filo conduttore
dell'impaginazione dell'ultimo numero di un giornale (ai titoli di coda)
ma i risultati sono altalenanti: geniale quello con Benicio Del Toro e
Adrien Brody, notevole la parte animata in quello con Edward Norton,
privo di spessore quello con Timothée Chalamet (nonostante l'ottima
Frances McDormand). Quasi tutto risulta sempre stranamente un po' freddo
e si rimane con l'idea di aver visto qualcosa che ha poco da dire (ma
che comunque lo dice benissimo). The French Dispatch è il classico esempio di film che possiede una discreta resa visiva, un
ottimo cast, un regista stravagante e una realizzazione originale ma è
decisamente lontano da ispirare una seconda visione, non avendo un gran
ritmo narrativo a supporto di una storia che, alla fine della fiera, non
racconta nulla di veramente intenso ed emozionante da interessare
abbastanza (ma almeno abbiamo visto Lea Seydoux nuda). Intendiamoci, il film resta comunque godibile. Uno spettacolo per gli
occhi, un vortice di trovate e diversi momenti riusciti (soprattutto nel
primo episodio del trittico, il migliore). Nel complesso, siamo però di
fronte ad un'opera "minore" del regista, soprattutto se confrontato al precedente ottimo L'isola dei cani. Voto: 6+
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Il collezionista di carte (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2022 Qui - Da carcerato, per le torture inflitte nel famigerato carcere di Abu
Ghraib, a giocatore di poker per professione... il passo è breve. Così
almeno ci viene raccontato da Paul Schrader, attraverso il volto di
Oscar Isaac. Un racconto adornato d'una certa cura nella fotografia e
dalle musiche d'atmosfera che strizzano l'occhio agli anni '80, ma in
definitiva dopo mezz'ora il film (in cui il poker è metafora di vita) si
trascina in ripetitività e situazioni più o meno prevedibili. Il "colpo
di scena" finale, poi, non sorprende. Resta comunque la buona
confezione del prodotto, su questo non ci sono dubbi. Un prodotto che è
appunto un'altra parabola morale troppo trattenuta per convincere fino
in fondo, ma interessante, ben interpretata, ben più del precedente film
del regista statunitense (First Reformed), tanto da rappresentare
comunque un passo in avanti, seppur piccolo. Voto: 5,5
martedì 17 maggio 2022
La fiera delle illusioni - Nightmare Alley (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/05/2022 Qui - C'era una certa fremente attesa per il ritorno in regia del messicano
Guillermo Del Toro, dopo il successo ed i premi de La forma dell'acqua
del 2017, e purtroppo questo suo film (remake dell'omonimo noir di
Edmund Goulding) parzialmente le delude. Non posso fare paragoni con
l'originale del '47 perché non l'ho visto ma il film di Del Toro è come
un viaggio sulle montagne russe tra alti e bassi. Se tecnicamente e
visivamente egli sa infatti mettere in piedi uno spettacolo per gli
occhi, dal punto di vista narrativo paga pegno ad una certa
discontinuità e prevedibilità delle situazioni. La parte iniziale, con
il circo e i suoi strambi occupanti (non a caso perfettamente a fuoco
con l'estetica del regista), pare più frizzante e coinvolgente, con in
prima linea Willem Dafoe, Toni Collette e il primo Bradley Cooper
versione ruspante. Con il prosieguo, il trasferimento nelle atmosfere
sciccose newyorchesi e il Bradley Cooper in chiave decisamente più noir e
tragica, la storia perde mordente e appare tirata per le lunghe. Il
gioco va difatti per le lunghe e le due ore e mezza di durata si fanno
sentire. Alla fine i pregi superano i difetti questo è certo, ma mi
aspettavo comunque qualcosa di più perché il materiale messo a
disposizione era davvero interessante, e qualche taglio avrebbe
sicuramente giovato, con tutto il rispetto per la sempre fantastica Cate
Blanchett. Al di là di tutto il film sembra infatti a più riprese
sfilacciato, come se i rapporti tra i personaggi non riuscissero a
consolidarsi col passare del tempo. Anche le scene più drammatiche, di
conseguenza, appaiono riuscite solo a metà. A colpire, invece, è senza
ombra di dubbio l'atmosfera, e il beffardo finale. Non male, ma neanche
tanto bene. Voto: 6
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martedì 14 dicembre 2021
Motherless Brooklyn - I segreti di una città (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2021 Qui - La
New York degli anni '50 è ricostruita alla perfezione nelle mani di
scenografi e direttori della fotografia al servizio di Edward Norton,
alla sua seconda prova in cabina di regia e a diciannove anni di
distanza dal precedente film. Un giallo di tutto rispetto, che non
lesina momenti di grande cinema. Purtroppo il problema è nello script,
le vicende narrate sono infatti tante e particolareggiate ma rendono
difficile la trasposizione causa pesantezza e confusione della
sceneggiatura. La lunghezza del film un po' eccessiva alla fine annoia
nonostante la prova recitativa di Norton tornato a grandi livelli.
Nonostante il resto del cast sia di prima scelta rimane un film non
perfettamente riuscito, magari se la sceneggiatura fosse stata affidata a
qualcun altro sarebbe stato meglio, Norton troppo ambizioso. Qualche
tic e qualche minuto in meno avrebbero giovato ma riconosciamogli uno
stile e dei dialoghi abbastanza ricercati. Motherless Brooklyn,
sorta di omaggio al noir degli anni '50 con una storia non troppo
originale di corruzione urbanistica venata di razzismo e una sottotrama
sentimentalistica un po' accomodata per affiancare la vicenda
principale, a conti fatti apprezzabile. Voto: 6
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martedì 31 agosto 2021
Tommaso (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/08/2021 Qui - Coinvolgendo la moglie Cristina e la figlia Anna, l'esperto regista Abel Ferrara ambienta in un quartiere romano un ritratto della propria carriera ed esistenza (sorta di meta-cinema autobiografico), con Willem Dafoe (molto bravo) che oltre ad interpretarne l'alter ego richiama in un paio di sequenze "L'ultima tentazione di Cristo". Vuole riflettere sui fallimenti passati e l'astinenza dagli eccessi come una condanna per l'artista che proprio in essi trovava l'ispirazione, alternando lo scorrere monotono e semplice della vita ai momenti di rabbia e incomunicabilità tra Tommaso (che non è il Tommaso della Bibbia o quello interpretato da Kim Rossi Stuart nel film omonimo del 2016) e la moglie, e rende le visioni e i sogni (pruriginosi) come unici sfoghi nel tormento per la sua repressione. La sincerità è indubbia e lo stile molto semplice con fotografia sobria e movimenti di macchina fluidi alternati a sprazzi bruschi funziona, ma le allusioni al film di Scorsese per sottolineare il contrasto interiore tra sregolatezze e l'educazione cattolica del protagonista (e del regista) sono didascaliche, e il tono generale è alquanto auto-assolutorio. Film curioso, disomogeneo ed imperfetto, che si segue più per affezione al protagonista (bello sentir recitare Dafoe in italiano) che per il valore della sceneggiatura in sé (con annessi generosi nudi). Finale un po' confuso, ma l'esperienza complessiva soddisfa, seppur solo in parte. Voto: 5,5
mercoledì 23 giugno 2021
Togo - Una grande amicizia (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/06/2021 Qui - Se nel passato, il bellissimo cartoon non disneyano Balto, ci aveva emozionato, oggi ci pensa la Disney a rimettere le cose in ordine, cioè: il cane Balto, rispetto al cane Togo è robetta. Nella corsa al siero del 1925 (antitossina della difterite) di 700 miglia in condizioni climatiche più che avverse, sia per l'uomo che per i cani (bellissimi Husky), in Alaska, Balto avrebbe corso la sua parte di staffetta, tirando la slitta, solamente per le ultime 40 miglia, il vero eroe, rimasto sconosciuto fino al 2019, sarebbe stato Togo, che ne ha percorse più di 400 assieme al suo padrone Seppala (un Willem Dafoe molto calzante). Togo fin da cucciolo si è sempre mostrato tanto determinato quanto indisciplinato, rifiutato dall'addestratore stesso. Però il "cuore di un sopravvissuto" è sempre più grande di quanto si pensi e Togo saprà conquistare il suo ruolo da leader e un posto speciale nel cuore suo e di sua moglie (Julianne Nicholson). Il film scorre nel solco di Iron Will, anche se siamo sempre in casa Disney, quindi, se il film si rivolge ad un pubblico più adulto in cerca di emozioni, il prodotto è sempre sufficientemente edulcorato. Nella storia e nel coraggio di Togo, troviamo elementi emozionali che permettono di affrontare la visione con un forte senso di empatia e commozione. Abbastanza piacevole tutto sommato, nonostante non riesco a passare sopra ad alcune sequenze romanzate quasi all'eccesso e/o esagerate (la parte sul ghiaccio per esempio) e a degli effetti speciali non sempre eccellenti. Buona la combinazione di dramma, avventura e sentimento con lo sfondo degli spettacolari paesaggi ghiacciati resi al meglio da una fotografia spettacolare. Insomma un buon film per famiglie a marchio Disney tratto da una storia vera, anche se, pregevole quanto si vuole, ma rispetto a Balto comunque inferiore, certamente meno memorabile. Voto: 6,5
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Julianne Nicholson,
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Michael McElhatton,
Richard Dormer,
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lunedì 30 novembre 2020
The Lighthouse (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Faro, maledetto faro, impazzire gli uomini fai, per nessuno c'è scampo, custodi e chicchessia guardiano. Già autore del riuscito The Witch, il regista Robert Eggers dà luogo a un film ambizioso che si avvale dell'ottima recitazione dei due attori principali, Willem Dafoe, ben coadiuvato dall'altro (unico) protagonista Robert Pattinson, e di una bellissima fotografia in bianco e nero. Detto questo, la vicenda parte con delle valide premesse che tuttavia vengono mantenute solo in parte, mentre realtà e sogno continuano ad alternarsi: numerosi gli excursus nel "fantastico" che non si capisce bene però se bisogna intendere come allucinazioni del giovane nuovo guardiano ormai completamente sfasato (colmo di metafore alla fine è quasi impossibile capirne il significato a meno che non si mastichi bene di mitologia, storia di Proteo e Prometeo ho letto in giro), o come accadimenti soprannaturali effettivamente tangibili. Stringi stringi, il tutto si riduce alle diatribe tra i due protagonisti, alle litigate tra due ubriachi costretti all'isolamento con tutte le frustrazioni del caso (sessuali in primis, come ci viene palesato) ma sembra mancare quella sorpresa, quel guizzo in più, dentro una trama tutto sommato ordinaria. Resta comunque una pellicola intensa, come il bianco e nero usato per la desolata fotografia. Una pellicola (comunque non propriamente horror) difficile da consigliare o dire che mi sia piaciuta, tuttavia la gran confezione, la recitazione di altissima qualità ed il mistero in questa location catturano. Voto: 6+
martedì 30 giugno 2020
Cuore selvaggio (1990)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2020 Qui - L'ho apprezzato, ma non fino in fondo. Il difetto maggiore è che ti colpisce di striscio, nonostante alcune belle scene. Il fascino è infatti indubbio, e le citazioni ricchissime, però è tutto spinto all'eccesso, forse troppo, e la provocazione finisce per smorzarsi, così come l'inventiva, scadendo quasi nel manierismo. Un film che ha i suoi alti e bassi, in virtù di un'alternanza ritmica che per scelta stessa del regista spezza la catena in più punti, appiattendone il bilancio generale. Comunque un film che è un mix di generi, dal pulp al genere azione, dall'erotico al romantico, on the road, un po' visionario, in alcuni tratti. Cuore selvaggio (basato sul romanzo omonimo di Barry Gifford) possiamo definirlo come una storia dove gli opposti si incrociano: tenerezza e violenza, il dramma e il grottesco. La scena iniziale è molto cattiva, forse tra le più cruenti del film, il finale invece è molto romantico, si sapeva che finiva così, ma è fatto bene. Lodevole la scelta di ambientazioni e colonne sonore suggestive e simboliche, così come lodevole può essere definita l'interpretazione di un Nicolas Cage nel cuore della carriera, folle al punto giusto da seguire David Lynch nella sua crociata in nome del surreale. Non male comunque, sia William Dafoe, sia Harry Dean Stanton (visto recentemente anche in 1997: Fuga da New York), che soprattutto una giovanissima e sexy Laura Dern, immancabili infine alcuni suoi attori feticci, Grace Zabriskie, Sheryl Lee e Sherilyn Fenn. Buona prova di David Lynch, un film spietato, malato, cattivo ma anche romantico, un po' lontano dai canoni del regista, ma tutto sommato riuscito bene. Note importanti: l'assegnazione della Palma d'oro a Cannes. Voto: 6
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Grace Zabriskie,
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martedì 21 aprile 2020
Vox Lux (2018)
Titolo Originale: Vox Lux
Anno e Nazione: USA 2018
Genere: Drammatico, Musicale
Produttore: Jude Law, Natalie Portman, Mark Gillespie, Ron Curtis
Regia: Brady Corbet
Sceneggiatura: Brady Corbet
Cast: Natalie Portman, Raffey Cassidy, Jude Law, Stacy Martin
Jennifer Ehle, Maria Dizzia, Christopher Abbott, Meg Gibson
Matt Servitto, Daniel London, Leslie Silva, Willem Dafoe
Jennifer Ehle, Maria Dizzia, Christopher Abbott, Meg Gibson
Matt Servitto, Daniel London, Leslie Silva, Willem Dafoe
Durata: 105 minuti
Natalie Portman e Jude Law nell'intenso dramma di una popstar.
Sullo sfondo degli ultimi anni di storia americana, la parabola di una cantante con un passato segnato da un tragico evento.
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Brady Corbet,
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Stacy Martin,
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martedì 10 marzo 2020
Aquaman (2018)
Titolo Originale: Aquaman
Anno e Nazione: USA, Australia 2018
Genere: Azione, Avventura, Fantastico, Fantascienza
Produttore: Peter Safran, Rob Cowan
Regia: James Wan
Sceneggiatura: David Leslie Johnson-McGoldrick, Will Beall
Cast: Jason Momoa, Amber Heard, Willem Dafoe, Yahya Abdul-Mateen II
Temuera Morrison, Nicole Kidman, Patrick Wilson, Dolph Lundgren
Otis Dhanji, Ludi Lin, Michael Beach, Randall Park
Djimon Hounsou, Graham McTavish
Temuera Morrison, Nicole Kidman, Patrick Wilson, Dolph Lundgren
Otis Dhanji, Ludi Lin, Michael Beach, Randall Park
Djimon Hounsou, Graham McTavish
Durata: 133 minuti
Jason Momoa, Amber Heard, Nicole Kidman e William Dafoe nel film dedicato al supereroe della DC Comics.
Il giovane Arthur Curry scopre chi è e a che cosa è destinato.
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Yahya Abdul-Mateen II
mercoledì 25 settembre 2019
Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 24/09/2019 Qui
Tema e genere: Dramma biografico che racconta gli ultimi e tormentati anni di Vincent Van Gogh, dalla burrascosa amicizia con Paul Gauguin, fino al colpo di pistola che lo uccise a soli 37 anni.
Tema e genere: Dramma biografico che racconta gli ultimi e tormentati anni di Vincent Van Gogh, dalla burrascosa amicizia con Paul Gauguin, fino al colpo di pistola che lo uccise a soli 37 anni.
Trama: Uno sguardo al periodo che Vincent Van Gogh ha passato nella regione di Arles tra il febbraio del 1888 e il maggio del 1889.
Recensione: Dopo decine di adattamenti e opere originali dedicategli (l'ultimo bellissimo Loving Vincent, troppo particolare, per tecnica ed inventiva, per essere dimenticato), arriva Julian Schnabel con il suo Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità a parlare ancora una volta di Vincent Van Gogh. Presentato alla 75ma Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia, il film si focalizza sugli ultimi anni di vita dell'artista, tormentato da grosse difficoltà economiche e da una crisi esistenziale che lo ha portato al crollo delle sue condizioni psichiche e al ricovero presso l'ospedale psichiatrico di Saint Remy. Per parlare di un personaggio-simbolo della cultura occidentale su cui tutto sembra esser stato detto, il regista lavora per ellissi e sottrazioni, contestualizzando la figura tormentata di Vincent quasi esclusivamente attraverso la sua arte. Il film privilegia infatti la materia pittorica in quanto tale piuttosto che la componente biografica, scommettendo sulla composizione di immagini e paesaggi, sono i luoghi, i colori e i dipinti a parlare, ancor più del protagonista e del suo viaggio "sulla soglia dell'eternità", come recita il titolo della pellicola tratto da un suo dipinto. Schnabel conosce bene la materia che sta trattando (oltre che regista è lui stesso un pittore) e vuole omaggiare l'artista imitandone lo stile pittorico: colori saturi, scene di paesaggi sconfinati e inquadrature in soggettiva sembrano volerci calare nei panni dell'ultimo Van Gogh, solo e discriminato da quella società borghese che non lo ha mai del tutto compreso. Le immagini si susseguono dunque in una continua frizione tra la realtà interiorizzata dall'artista e una concretezza superficiale e immediata alla quale il suo genio non ha mai saputo adeguarsi. La sua sensibilità dolce e tormentata è tradotta dalle parole delle lettere realmente indirizzate ad amici e parenti, che qui fungono da voce narrante e guida attraverso gli stati d'animo del protagonista, più didascalici sono invece i dialoghi tra i personaggi, che in una sceneggiatura volutamente elementare si perdono in spiegazioni un po' artificiose e ridondanti sul valore della pittura. Con la sua interpretazione Willem Dafoe si è guadagnato a Venezia la Coppa Volpi (ed una candidatura agli Oscar), ma Rupert Friend nei panni del fratello Theo e Oscar Isaac in quelli di Gauguin non sono certo da meno, purtroppo in più di un'occasione la cura del versante estetico si scontra con la fragilità di una controparte narrativa eccessivamente piatta e lineare, che talvolta rende il film faticoso e non sempre ha la forza per arrivare al cuore dello spettatore. Il tentativo di Schnabel, non del tutto esaustivo, è comunque coraggioso e merita di essere ricordato anche soltanto per aver concretizzato quel dramma esistenziale (centrale nella vita di Van Gogh) che raramente è stato affrontato con tale consapevolezza sul grande schermo.
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Mathieu Amalric,
Niels Arestrup,
Oscar Isaac,
Rupert Friend,
Vincent Pérez,
Willem Dafoe
domenica 14 luglio 2019
Un sogno chiamato Florida (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/05/2019 Qui
Tema e genere: Un dramma che parla di indigenza e marginalizzazione.
Tema e genere: Un dramma che parla di indigenza e marginalizzazione.
Trama: Poco distante da Disneyworld c'è un condominio chiamato Magic Castle. Che ha poco del castello e del magico, e in cui vive una bambina che si accontenta di quello che ha e ama la sua giovane madre irresponsabile.
Recensione: Vivere al Magic Castle Hotel, un residence dalle pareti colorate di lilla, può sembrare piacevole e divertente. Soprattutto se il residence si trova a pochi passi da Disneyland, il parco dei divertimenti più famoso al mondo. Per Moonee, Scooty e Jancey (i giovani, giovanissimi protagonisti del film) effettivamente le giornate trascorrono in libertà, scorrazzando e divertendosi spesso a spese degli adulti. Peccato, però, che per gli adulti in questione, la vita non sia così prodiga di soddisfazioni e divertimenti. Perché il luogo dove abitano è un motel che accoglie gente che fatica a sbarcare il lunario. Madri sole che faticano a tirar su i figli, giovani donne che, come Halley, mamma della seienne Moonee, passano le giornate a guardare tv spazzatura, a litigare con Bobby, il gestore del motel o, peggio, a prostituirsi per poter pagare l'affitto. È un'America borderline, quella descritta da Sean Baker (che ha già all'attivo 6 film, ma questo è il primo che vedo). L'America povera e derelitta delle periferie in cui il sogno americano, con le luci sfavillanti del parco dei divertimenti, si frantuma inesorabilmente sulle pareti del residence, inutilmente colorate per fingere un'allegria che qui, nella parte sbagliata di Disneyland, non c'è più. Un film che nell'intento e nel contesto che vuole rappresentare è quindi certamente interessante, una Florida defilata rispetto al sogno del divertimento americano. Qui si consuma la vita di stenti di famiglie che sfidano la loro capacità di sopravvivere, l'unica ancora della loro salvezza è l'ottimo Willem Dafoe nel difficile ruolo di capo del Motel dove i nostri protagonisti vivono giorno per giorno cercando di dare dignità alla propria vita ai margini. I protagonisti sono i bambini ai quali basta poco per trovare un pretesto per divertisti anche nell'illegalità che per loro diventa presto una componente inevitabile. Altro elemento centrale del film è l'uso dei pastelli che colorano tutto quasi a voler stigmatizzare il fatto che non basta un colore per nascondere una vita in bianco e nero. Tuttavia il film c'entra pochi dei propri obiettivi, anche perché nella pellicola di Baker (presentata a Cannes) non succede granché. Le giornate dei protagonisti trascorrono sempre uguali, con i soliti problemi e le solite difficoltà. Forse troppo uguali per lo spettatore medio che, dopo circa un'ora di spettacolo, inizia a domandarsi se, prima o poi, potrà accadere qualcosa di diverso. Un limite oggettivo di un film che, tuttavia, prende quota nel finale, quando il dramma irrompe, inesorabile, nella vita di Halley e Moonee. Non aspettatevi però un lieto fine, anzi, non aspettatevi una fine tout court. I personaggi ci coinvolgono, ma quello di cui si sente un po' la mancanza (anche se forse è proprio ciò che il regista vuole) è il climax di una "storia" che si sviluppa e si compie. Il film può contare tuttavia su più che discrete interpretazioni, non solo Dafoe (che per la sua interpretazione ha ricevuto diverse candidature, una ai Premi Oscar 2018), ma anche quella della piccola Brooklyn Prince nel ruolo di Moonee (anche se le sue urla infastidiscono), su un felice contrasto di caratteri e su uno studio estremamente efficace dell'inquadratura, del colore, del gioco tra primi piani e sfondo che tutti insieme disegnano spietatamente la triste America del regista Baker.
Recensione: Vivere al Magic Castle Hotel, un residence dalle pareti colorate di lilla, può sembrare piacevole e divertente. Soprattutto se il residence si trova a pochi passi da Disneyland, il parco dei divertimenti più famoso al mondo. Per Moonee, Scooty e Jancey (i giovani, giovanissimi protagonisti del film) effettivamente le giornate trascorrono in libertà, scorrazzando e divertendosi spesso a spese degli adulti. Peccato, però, che per gli adulti in questione, la vita non sia così prodiga di soddisfazioni e divertimenti. Perché il luogo dove abitano è un motel che accoglie gente che fatica a sbarcare il lunario. Madri sole che faticano a tirar su i figli, giovani donne che, come Halley, mamma della seienne Moonee, passano le giornate a guardare tv spazzatura, a litigare con Bobby, il gestore del motel o, peggio, a prostituirsi per poter pagare l'affitto. È un'America borderline, quella descritta da Sean Baker (che ha già all'attivo 6 film, ma questo è il primo che vedo). L'America povera e derelitta delle periferie in cui il sogno americano, con le luci sfavillanti del parco dei divertimenti, si frantuma inesorabilmente sulle pareti del residence, inutilmente colorate per fingere un'allegria che qui, nella parte sbagliata di Disneyland, non c'è più. Un film che nell'intento e nel contesto che vuole rappresentare è quindi certamente interessante, una Florida defilata rispetto al sogno del divertimento americano. Qui si consuma la vita di stenti di famiglie che sfidano la loro capacità di sopravvivere, l'unica ancora della loro salvezza è l'ottimo Willem Dafoe nel difficile ruolo di capo del Motel dove i nostri protagonisti vivono giorno per giorno cercando di dare dignità alla propria vita ai margini. I protagonisti sono i bambini ai quali basta poco per trovare un pretesto per divertisti anche nell'illegalità che per loro diventa presto una componente inevitabile. Altro elemento centrale del film è l'uso dei pastelli che colorano tutto quasi a voler stigmatizzare il fatto che non basta un colore per nascondere una vita in bianco e nero. Tuttavia il film c'entra pochi dei propri obiettivi, anche perché nella pellicola di Baker (presentata a Cannes) non succede granché. Le giornate dei protagonisti trascorrono sempre uguali, con i soliti problemi e le solite difficoltà. Forse troppo uguali per lo spettatore medio che, dopo circa un'ora di spettacolo, inizia a domandarsi se, prima o poi, potrà accadere qualcosa di diverso. Un limite oggettivo di un film che, tuttavia, prende quota nel finale, quando il dramma irrompe, inesorabile, nella vita di Halley e Moonee. Non aspettatevi però un lieto fine, anzi, non aspettatevi una fine tout court. I personaggi ci coinvolgono, ma quello di cui si sente un po' la mancanza (anche se forse è proprio ciò che il regista vuole) è il climax di una "storia" che si sviluppa e si compie. Il film può contare tuttavia su più che discrete interpretazioni, non solo Dafoe (che per la sua interpretazione ha ricevuto diverse candidature, una ai Premi Oscar 2018), ma anche quella della piccola Brooklyn Prince nel ruolo di Moonee (anche se le sue urla infastidiscono), su un felice contrasto di caratteri e su uno studio estremamente efficace dell'inquadratura, del colore, del gioco tra primi piani e sfondo che tutti insieme disegnano spietatamente la triste America del regista Baker.
giovedì 27 giugno 2019
Quando un Padre (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2019 Qui - Se un figlio si ammala gravemente quali diventano le priorità per un genitore che ha messo sempre la carriera al primo posto? E' quello che succede al protagonista del film Quando un Padre (A Family Man), film del 2016, diretto da Mark Williams che, continuamente oberato di impegni lavorativi e soprattutto di inventare continue strategie al fine di battere la concorrenza (tanto più quando l'avversario in questione è costituito da una donna, Alison Brie), si trova a dover affrontare la dolorosa realtà di avere il proprio bambino seriamente malato di leucemia. Il papà nel corso della terribile malattia comincerà così a dedicarsi maggiormente alla propria famiglia che, invece, ha sempre trascurato per il lavoro, ed "in primis" ovviamente al figlioletto malato. Riscoprirà la gioia di avere degli affetti familiari sinceri, di quanto invece sia arido e spietato, seppure necessario, il mondo del lavoro e pertanto ad iniziare una nuova e più serena esistenza. Il film diretto dal produttore statunitense qui al debutto alla regia, non presenta troppe sorprese: la storia è un "drammone" che mescola il tema del lavoro e dello stress da successo con quello della famiglia e della malattia del figlio, quest'ultimo, con il rischio (inevitabile) di essere ricattatorio. Gerard Butler, poi, nei panni del padre/protagonista è efficace e scontato al tempo stesso: gli vengono bene le parti da uomo con un alto senso di sé (fino a risultare irritante) cui la vita costringe ad abbassare le penne, ma è un profilo umano che si è visto mille volte, e che il possente Re Leonida stesso ha già incarnato (Dane ricorda a tratti un altro suo personaggio, quello di un film diretto da Gabriele Muccino negli Usa ovvero Quello che so dell'amore).
sabato 15 giugno 2019
Seven Sisters (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/11/2018 Qui - Il cinema fantascientifico ci ha abituati negli ultimi tempi a film di grande spessore, non solo in termini di qualità filmica, ma anche di contenuti (psicologici e filosofici) che grazie a interessanti soluzioni narrative riescono a raggiungere altissimi livelli. Nel caso di Seven Sisters, film del 2017 diretto da Tommy Wirkola con protagonista Noomi Rapace nel ruolo di sette gemelle, ambientato in un futuro distopico dove vige la legge del figlio unico, non siamo neanche lontanamente nei dintorni di film come Arrival, Blade Runner et similia, ma in molte occasioni il ricordo di quella cara, vecchia fantascienza distopica che sa intrattenere senza pretese sembra riaffiorare, e proprio per merito dell'originalità dell'impianto narrativo, anche se in verità questo suddetto impianto, tanto fantascientifico od originale non è, visto che la Cina ha adottato questo tipo di politica di contenimento della natalità in tempi più o meno recenti (solo da poco ha dato il via libera al secondo figlio). Comunque da questa semplice idea, idea che sta alla base della sceneggiatura (che tratta di 7 gemelle omozigote costrette a vivere nell'ombra e ad alternarsi nella vita sociale), sceneggiatura (concepita nel 2001 dallo sceneggiatore Max Botkin, che all'inizio prevedeva sette fratelli invece che sorelle, almeno fino a quando a Wirkola venne la brillante idea di traslarla al femminile) che come nel caso di Gold: La grande truffa entrò nella Black List delle migliori sceneggiature non prodotte, nasce un valido prodotto d'intrattenimento che grazie ad un molto attento e curato nei dettagli script, e ad una corposa dose d'azione ed effetti speciali all'avanguardia riesce a distinguersi e guadagnarsi l'attenzione dello spettatore. Spettatore che se riesce a soprassedere a i vari difetti di una sceneggiatura comunque forzata e poco plausibile in alcuni passaggi, addirittura prevedibile nel colpo di scena finale e fin troppo melensa nell'epilogo a tarallucci e vino, si ritrova di fronte ad un film avvincente grazie ad un ritmo particolarmente indiavolato che rende la pellicola un mero passatempo (l'implicazione politica o morale va letta come pretesto, non vi è alcuna ambizione "nobile" e questo è un bene).
venerdì 14 giugno 2019
The Great Wall (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/10/2018 Qui - The Great Wall (Azione, USA, Cina, 2016): No, da Zhang Yimou proprio non me l'aspettavo un film del genere, un film certamente godibile (anche perché come mero prodotto di intrattenimento, il suddetto funzionerebbe pure, ha una sua logica nella sua illogicità, e mi ha strappato pure qualche sorriso) ma non certo indimenticabile, anzi. Il film infatti, che sembri pescare dalla sua stessa filmografia e che sembri palesemente citare Il Signore degli Anelli e i Power Rangers, che perciò nella sostanza viaggi con il pilota automatico, al di là di alcuni dettagli (scenografie e costumi) importanti, si rivela essere un blockbuster, furbescamente passato per film d'avventura storico ambientato durante il medioevo (ovviamente la grande muraglia di cui si parla è quella cinese, che secondo la pellicola, come vedranno alcuni guerrieri occidentali finiti lì per caso, fu realizzata per tenere lontani non solo i mongoli ma anche qualcosa di più disumano e pericoloso), abbastanza mediocre. Difatti si tratta tristemente del primo "marchettone" (dopotutto si tratta del suo primo film in lingua inglese) del grande regista cinese (sono suoi i bellissimi film Lanterne Rosse, La Foresta dei Pugnali Volanti e Hero tra gli altri) che piega il suo talento alle esigenze commerciali hollywoodiane per il solito polpettone tutto effetti visivi e poca sostanza della Legendary che mescola qui wuxia e fantascienza con risultati indigesti. E al netto di una computer grafica che si rivela non propriamente all'altezza, e di creature dal design non proprio originale, ci si ritrova soprattutto a chiedere quale sia la funzione di Willem Dafoe nel film, un film dove tutti i personaggi (da Matt Damon a Pedro Pascal fino alla bella Tian Jiang) sono tagliati con l'accetta e monodimensionali, figli di una sceneggiatura svogliata (e ampiamente prevedibile). Perché certo, le battaglie sono spettacolari e il divertimento non manca, ma tutto è al limite del trash. In conclusione perciò, The Great Wall, è un difettosissimo blockbuster che (se preso per quel che è) riesce a intrattenere il tempo giusto per farsi odiare o per riempire una serata vuota o noiosa. Tuttavia cinematograficamente parlando è poca cosa. Voto: 5+
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