Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/07/2022 Qui - Il primo Baby Boss, del 2017, non mi era dispiaciuto, alla fine mi aveva
anche divertito (relativamente), ma qua è proprio un naufragio (banale e ripetitivo). Non
sono bastati 4 anni dal successo del primo film della serie (che fu indubbiamente una sorpresa) per
mostrare qualche idea degna di nota e produrre un sequel all'altezza.
Peccato perché il film precedente sempre di Tom McGrath aveva dato, a
mio avviso, nuova linfa alla DreamWorks Animation, che a parte Shrek, Kung Fu
Panda e Dragon Trainer (forse Madagascar o qualunque altra cosina) ha offerto ben poco. Questo secondo capitolo si
concentra sul rapporto tra fratelli che con
gli anni si incrina fino a quasi scomparire per diventare indifferenza,
cose che succedono in tutte le famiglie. Tutto quello che gira intorno a
questo messaggio conta poco, cosi come il cattivo di turno o i nuovi
amici. Non troppo divertente. Voto: 5,5
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sabato 30 luglio 2022
martedì 14 dicembre 2021
Motherless Brooklyn - I segreti di una città (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2021 Qui - La
New York degli anni '50 è ricostruita alla perfezione nelle mani di
scenografi e direttori della fotografia al servizio di Edward Norton,
alla sua seconda prova in cabina di regia e a diciannove anni di
distanza dal precedente film. Un giallo di tutto rispetto, che non
lesina momenti di grande cinema. Purtroppo il problema è nello script,
le vicende narrate sono infatti tante e particolareggiate ma rendono
difficile la trasposizione causa pesantezza e confusione della
sceneggiatura. La lunghezza del film un po' eccessiva alla fine annoia
nonostante la prova recitativa di Norton tornato a grandi livelli.
Nonostante il resto del cast sia di prima scelta rimane un film non
perfettamente riuscito, magari se la sceneggiatura fosse stata affidata a
qualcun altro sarebbe stato meglio, Norton troppo ambizioso. Qualche
tic e qualche minuto in meno avrebbero giovato ma riconosciamogli uno
stile e dei dialoghi abbastanza ricercati. Motherless Brooklyn,
sorta di omaggio al noir degli anni '50 con una storia non troppo
originale di corruzione urbanistica venata di razzismo e una sottotrama
sentimentalistica un po' accomodata per affiancare la vicenda
principale, a conti fatti apprezzabile. Voto: 6
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venerdì 29 maggio 2020
Mission: Impossible - Fallout (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/05/2020 Qui - Discreto sesto episodio della saga (un film ben realizzato, dunque la "promessa di qualità" del film è stata mantenuta ulteriormente) che si può considerare a tutti gli effetti il seguito del precedente (ma comunque meglio riuscito) Rogue Nation. Il cast infatti è lo stesso (villain incluso) con l'unico inserimento di un bravo Henry Cavill (al posto di Jeremy Renner) che in più di un'occasione finisce per rubare la scena allo stesso Tom Cruise. Certo, ormai gli inseguimenti cominciano a diventare ripetitivi (l'inseguimento a Parigi ed il finale in alta quota meritano comunque un plauso), come anche le acrobazie di Tom Cruise, a cui il tempo continua a non passare, ed anche i colpi di scena sono un po' telefonati, tuttavia il film scorre bene e riesce a non far pesare troppo le quasi due ore e mezza di durata. Se lo si vede col cervello rigorosamente spento ci si può anche divertire, altrimenti se cercate plausibilità e verosimiglianza lasciate perdere (il sesto episodio della serie Mission Impossible è infatti un concentrato di adrenalina ed effetti speciali lanciati alla massima velocità che non hanno nessuna pretesa di essere credibili). L'unico difetto che si può trovare è che, a differenza degli altri capitoli, di questo se non si è visto il film precedente si rischia di non capire a fondo la trama perché dà per scontato la conoscenza di alcuni personaggi. Per la saga e per il regista Christopher McQuarrie (lo è stato anche del precedente) direi un passo indietro quindi, però già raggiungere la sufficienza è un bel traguardo di questi tempi. Voto: 6
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mercoledì 17 luglio 2019
BlacKkKlansman (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/06/2019 Qui
Tema e genere: Una surreale storia realmente accaduta nel Colorado degli anni Settanta che parla in realtà dell'America di oggi. La pellicola infatti, adattamento cinematografico del libro Black Klansman scritto dall'ex poliziotto Ron Stallworth, selezionata in concorso al Festival di Cannes 2018, tratta il tema del razzismo, ma in modo non affatto convenzionale.
Tema e genere: Una surreale storia realmente accaduta nel Colorado degli anni Settanta che parla in realtà dell'America di oggi. La pellicola infatti, adattamento cinematografico del libro Black Klansman scritto dall'ex poliziotto Ron Stallworth, selezionata in concorso al Festival di Cannes 2018, tratta il tema del razzismo, ma in modo non affatto convenzionale.
Trama: Anni 70. Ron Stallworth, poliziotto afroamericano di Colorado Springs, deve indagare come infiltrato sui movimenti di protesta black. Ma Ron ha un'altra idea per il suo futuro: spacciarsi per bianco razzista e infiltrarsi nel Ku Klux Klan.
Recensione: Cattivo ragazzo del cinema "all black" per eccellenza, Spike Lee quando si tratta di mettere in pessima luce l'animo razzista che si annida nella sua America non la manda certo a dire, e con questa pellicola si ripete, una pellicola tratta da una "fott*ta storia vera", come recita la dicitura ad inizio visione. Una pellicola che non per caso è Spike Lee all'ennesima potenza, per forma e contenuti. Una pellicola in cui il regista ci mette dentro tutto, dando vita da subito (tramite un lungo monologo sulla supremazia della razza bianca, monologo straordinariamente interpretato da Alec Baldwin, che in modo goffo dimentica le battute) ad una satira politica dolceamara volta a dipingere l'idiozia del razzismo. Gli elementi centrali infatti, che vengono evidenziati, sin da questo inizio di film sono l'odio e la rabbia, incarnati dal razzismo che come un serpente, corrompe l'animo delle persone, sfruttando le loro paure, spingendole anche ad uccidere, creando così di conseguenza una radicalizzazione e impoverimento dei valori, all'interno della società. Una pellicola che quindi, attraverso l'ironia e una fedele rappresentazione di un'America anni settanta, divisa, riflette e interroga, ancora una volta lo spettatore, su una realtà come non mai, sempre più attuale. Che la piaga del razzismo sia ancora un problema di forte impatto e ancora presente nella nostra società è cosa ben nota difatti, e non è la prima volta che se ne parla in un film, ma il modo in cui ne parla il buon Lee con le sue opere è sempre materia d'interesse di non poco conto, scoprendo magari cose che al contempo si legano all'evoluzione di un'idea sbagliata annidata nella (in)coscienza di determinati soggetti. Per questo uno sguardo alla vicenda, vicenda che è quella vissuta dall'agente di polizia di colore Ron Stallworth, che nel pieno degli anni '70 più confusionali si infiltrò in un'organizzazione segreta affiliata al Ku Klux Klan. Bizzarro a sentirlo ma è proprio quello che successe, ed il buon Lee (per lui la vicenda qui narrata dopotutto è anche l'occasione per poter mettere in scena una trama poliziesca miscelata ai suoi principi ideologici di cineasta, cercando una via di mezzo tra l'intrattenimento, il senso del citazionismo e la voglia di ricordare che negli States il popolo di colore è sempre stato trattato, non male, ma malissimo) non ha potuto fare a meno di appropriarsi di questa cosa per trarne una graffiante storia permeata di una feroce satira. Nei panni del prode poliziotto troviamo l'attore John David Washington, figlio del ben noto Denzel, il quale con capigliatura cotonata ripercorre tutta l'indagine, dall'idea avuta da Stallworth nell'infiltrarsi in quell'organizzazione al momento di dover presenziare alle riunioni del Klan. Ed è qui che entra in scena un suo collega, l'agente di origini ebree Filp Zimmerman, interpretato da Adam Driver, il quale dovrà infiltrarsi fisicamente in mezzo a questi pazzi esaltati, razzisti e dediti all'orgoglio dell'uomo bianco. Tra discorsi al di fuori del comune, scontri ideologici tra bianchi e neri e un'insana venerazione di un certo cinema in bianco e nero, questa indagine porterà i suoi agenti nel bel mezzo di una follia che ancor oggi sembra prendere piede tra le più deboli menti popolari (come purtroppo ben sappiamo). Una follia ben contestualizzata e ben assestata dal regista che regala momenti memorabili. Se questi sono i pregi di BlacKkKlansman, il film nella parte finale disperde in parte la sua forza annacquando il sarcasmo con il macchiettiamo dei nazisti del KKK da un lato (un po' eccessiva mi è parsa infatti la ridicolizzazione dei vertici del Klan, che potrebbe far perdere di vista le atrocità di cui l'organizzazione si è resa protagonista), e con un alto tasso di retorica dall'altro (il lungo discorso del vecchio interpretato da Harry Belafonte, con tanto di duro attacco al razzismo del kolossal muto Nascita di una nazione di Griffith: il cui titolo originario era The Clansman).
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domenica 19 maggio 2019
Baby Boss (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/04/2018 Qui - Ammetto che proprio non capivo come avesse fatto Baby Boss (The Boss Baby), film del 2017 diretto da Tom McGrath, a essere nominato all'Oscar 2018 nella categoria film d'animazione (premio poi andato come tutti sanno a Coco), non solo perché LEGO Batman: Il film sembrava avere tutte le carte in regola per entrare nel magnifico quintetto, ma anche perché il protagonista principale della storia (anch'essa non del tutto originale) non sembrava avere niente di originale nella sua caratterizzazione, simile a tanti altri. Eppure nonostante il neonato, giacché dopo Cicogne in Missione siamo di fronte nuovamente ad un altro cartone animato sui neonati, assomigli indistintamente tra una Maggie Simpson, uno Stewie Griffin e un Rallo Tubbs della situazione, senza dimenticare la storia di fratellanza che sembri ricalcare in parte quella di Julie e Mikey di Senti chi parla 2, il film, forse per lo più ad un pubblico di bambini, tuttavia molto carino e grazioso, riesce a rendersi particolarmente simpatico, interessante e alquanto, nei limiti del soggetto "riciclato", originale. Questo film d'animazione è infatti un piccolo gioiellino, tuttavia non memorabile. La Dreamworks Animation ci ha regalato tanti piccoli gioielli d'animazione, come "Shrek", "Kung Fu Panda" e "Le 5 leggende", e questo non è di certo al loro livello, ma è comunque una pellicola che farà felici i più piccoli (ma non solo), perché riesce a strappare qualche risata e ha un ritmo davvero invidiabile, considerando che dura un'oretta e mezza e offre una comunque storiella degna di visione. Si tratta difatti di un progetto in grado di entrare nel cuore di tutti, senza distinzione di età, perché affronta temi universali e allo stesso tempo riesce a divertire senza mai annoiare. È facile che a lungo andare le battute possano stancare lo spettatore, soprattutto se si tratta di un adulto, ma non è questo il caso. Merito di ciò è senza dubbio l'ironia graffiante che caratterizza l'intero film.
sabato 30 marzo 2019
Blue Jasmine (2013)
Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/09/2017 Qui - Blue Jasmine (Commedia, Usa 2013): Come forse saprete verso Woody Allen ho sempre avuto, seppur qualche suo film m'è comunque piaciuto, una certa antipatia. E dopo aver visto questo film, la suddetta cresce, perché in bilico tra commedia e dramma il regista tira fuori una storia che non ingrana mai le marce alte, si prova certamente tenerezza e allo stesso tempo ribrezzo per il personaggio principale, questo comunque per gran abilità indiscussa del regista, lodevole nel costruire un'antieroina di gran consistenza interpretata in maniera magistrale da Cate Blanchett (bravissima nell'interpretare una donna sempre sull'orlo di una crisi di nervi, una persona distrutta che ha perso tutto e non riesce a rimettere in sesto la propria vita), ma il resto è un foglio bianco dal quale ogni tanto spunta qualche idea poi reiterata all'infinito. La debole sceneggiatura infatti, priva di un effettivo "quid" (e poco appassionante), fa acqua da tutte le parti, anche perché sottolineando sino allo sfinimento le nevrosi di Jasmine (che ha perso il farabutto del marito, interpretato da Alec Baldwin), non fa che irritare (centomila scene insomma per dire la stessa cosa). Per la prima mezz'ora il film è difatti inguardabile, inutile e fastidioso (per alcuni aspetti come i dialoghi confusionari e sovrapposti come da stile del regista, i flashback un po' buttati lì e il ritmo veramente blando). Nella seconda parte, effettivamente la pellicola migliora, diventa più interessante, ma c'è ancora troppo poca attenzione destinata alla psicologia della protagonista e troppo spazio dato invece a gag simil-comiche abbastanza scontate e quindi non molto divertenti. Discreto invece il personaggio della sorella (Sally Hawkins) e del fidanzato di lei (Bobby Cannavale), due o tre scene minimamente simpatiche, per il resto poca roba (neanche la musica dove il blues qui ha poco a che fare). Perché in fin dei conti è sempre la solita storia, la solita minestra con i soliti tradimenti, scappatelle, bugie, divorzi. Tanto che l'unico motivo di esistere e di vedere, questo personalmente deludente film, è solo per Cate Blanchett, premio Oscar attrice protagonista per questo film, vedibile ma non memorabile. Voto: 5,5
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giovedì 28 febbraio 2019
Zona d'ombra (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/02/2017 Qui - Il lungometraggio drammatico Zona d'ombra (Concussion), film del 2015 scritto e diretto da Peter Landesman, con protagonista Will Smith, narra la vera storia del patologo nigeriano dottor Bennet Omalu, che sfidò la fortissima e potentissima NFL, dimostrando scientificamente che il football americano, soprattutto a causa dei violentissimi impatti, tipici di questo sport, danneggia irreversibilmente il cervello, provocando L'encefalopatia traumatica cronica (CTE). Alla luce di questo drammatico racconto di cronaca autentica, che sembra avere apparentemente però un lieto fine, ci si aspetterebbe che questa disciplina sportiva sia stata abolita o quantomeno ridimensionata. Purtroppo per quello che si vede e si sente, in America perlomeno, è una pratica ancora popolarissima e i rimedi che sarebbero stati adottati sono banalissimi palliativi. D'altronde queste battaglie legali, ingaggiate da volenterosi e tenaci cittadini dotati di grande senso civico e moralità, contro le fortissime lobby, tipo quella del tabacco sono durissime, si pensi a quali studi legali si possono affidare, con i mezzi economici che si possono permettere e dunque destinate il più delle volte al fallimento. Ogni tanto qualcuno riesce ad ottenere un iperbolico indennizzo, ma le cose sostanzialmente non cambiano.
mercoledì 28 novembre 2018
Still Alice (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/02/2016 Qui - Still Alice è un film del 2014 scritto e diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland, con protagonista Julianne Moore, la quale grazie alla sua interpretazione si è aggiudicata il Premio Oscar per la Miglior attrice protagonista. La pellicola è l'adattamento cinematografico del romanzo Perdersi (Still Alice), scritto nel 2007 dalla neuroscienziata Lisa Genova e pubblicato in Italia da Edizioni Piemme. Alice Howland è una donna alla soglia dei cinquant'anni, moglie, madre e professoressa di linguistica alla Columbia University di New York, orgogliosa degli obiettivi raggiunti. Alice ha una bella vita, tanti ricordi, ha una solida famiglia composta dal marito chimico e tre figli: Anna, Tom e Lydia. Ad un certo punto, nella vita di Alice, qualcosa comincia a cambiare, dapprima qualche dimenticanza ed in seguito veri e propri momenti di "vuoto" durante i quali non riconosce il posto in cui si trova. Questi eventi convincono Alice a ricorrere ad accertamenti medici e le viene diagnosticata una forma presenile di Alzheimer di matrice genetica. Confermata la diagnosi dopo una serie di episodi allarmanti, le sue certezze crollano, diventando una donna fragile e indifesa, anche agli occhi della famiglia che l'ha sempre vista come un pilastro. Il film racconta come Alice affronti la malattia, questa forma rara e precoce che le sta portando via tutto, ed il progressivo ed inarrestabile decadimento cognitivo. La difficoltà nel linguaggio e la perdita della memoria non le impediranno comunque di lottare, trattenendo ancora un po' la donna meravigliosa che è e che ha costruito tutta la vita. Si sente spesso dire che il cinema è terapeutico, che cura il 'male di vivere', la malattia, la sua insensatezza. Ci sono film che effettivamente favoriscono l'anamnesi e l'autoanalisi, emergendo i fantasmi o i passeggeri oscuri che ci portiamo dentro. Non sconfiggono malattie e nemmeno combattono le patologie, eppure questi film curano, raccontando storie di cura anche quando non è proprio possibile curare, guarire. Still Alice, appartiene a questo genere, fornendoci una
spiegazione e un'argomentazione emozionale del morbo di Alzheimer, la storia di una deriva, la vicenda di una donna intelligente e
speciale che perde giorno dopo giorno le tracce di sé, del tempo, di
quando c'era, era, esisteva e conosceva il suo nome, quello della sua
primogenita, quello delle persone care e delle emozioni della vita di Alice Howland.
sabato 27 ottobre 2018
Mission Impossible: Rogue Nation (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 18/12/2015 Qui - Mission: Impossible: Rogue Nation è un film del 2015, uscito nelle sale cinematografiche italiane dal 19 agosto. È il quinto film della serie Mission: Impossible con protagonista Tom Cruise nei panni dell'agente della IMF Ethan Hunt. Lo stesso Tom Cruise dopo l'uscita del film, ha già annunciato che il sesto capitolo è in pre-produzione, con le riprese fissate per il giugno 2016. Il regista Christopher McQuarrie (lo stesso di questo quinto capitolo) ha annunciato di aver accettato il ruolo di regista e sceneggiatore del sesto capitolo della saga di Mission: Impossible, la cui data di uscita è stata fissata per il 2018. E' il terzo dei quattro film di Sky Primafila che ho scelto di vedere. In questo quinto capitolo della serie, la IMF viene sciolta, dopo che la CIA (tramite il suo direttore, che non ha mai avuto l'IMF in simpatia) ha deciso di chiudere la divisione di Ethan e compagni,
giudicandone i metodi troppo caotici e i risultati dettati più dalla
fortuna che della professionalità (basta vedere il casino che hanno fatto al Cremlino, nel quarto episodio). Ethan Hunt però non ci sta e si condanna a ricercato pur di continuare le indagini sul cosiddetto "Sindacato", un gruppo di agenti addestrati e pericolosi, per lo più dichiarati
morti, e invece attivissimi in ogni settore del terrorismo
contemporaneo. Insieme al suo team deve affrontare una nuova missione
impossibile, eliminare questo Sindacato, che vuole distruggere la IMF e creare un nuovo ordine mondiale, attraverso una serie crescente di attacchi terroristici. Ethan riunisce la sua squadra e si allea all'ex
agente britannico Ilsa Faust, ma potrà davvero fidarsi di lei?
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