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giovedì 9 febbraio 2023

La figlia oscura (2021)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/02/2023 Qui - Un film che non mi ha lasciato tracce quello della Maggie Gyllenhaal, evanescente nello sviluppo e poco coinvolgente nella narrazione (eppure candidato nel 2022 a tre Premi Oscar, tra cui quello alla migliore sceneggiatura non originale). Il contatto fra una donna sola ed un gruppo di locali villeggianti è l'occasione per mostrare le profonde cicatrici della donna, fra presente e passato della sua esistenza. Sia pure dotato di una elaborata costruzione narrativa (è l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Elena Ferrante), la messa in scena mi è risultata fredda a livello emotivo e nemmeno la discreta prestazione degli attori (su tutti quella della sempre eccellente Olivia Colman, ma Jessie Buckley non scherza) riesce a lasciare qualche traccia. Eccessivamente verboso e lungo, appesantito da eccessive ripetizioni di situazioni e concetti ed affastellato di sotto-storie francamente inutili e fuori contesto. Errori forse anche plausibili e propri di un esordio, ma di fatto pesanti per riuscire a mantenere salde le valide premesse che la storia si portava appresso. Voto: 5,5

martedì 31 gennaio 2023

Harry Haft: Storia di un sopravvissuto (2021)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2023 Qui - Una toccante pellicola (diretta dall'esperto Barry Levinson) che affronta, da una prospettiva inedita e complicata, il pesante senso colpa di un sopravvissuto all'Olocausto. La vita di Harry Haft (di cui avevo già sentito parlare tempo fa) è qui raccontata a partire da quando il protagonista vive già in America e continua a fare il pugile, arrivando a sfidare Rocky Marciano. Gli orrori della sua prigionia sono invece rivissuti tramite una serie di flashback in bianco e nero, a creare una sorta di Schindler's List in versione pugilistica. Si può dire che gli eventi chiave siano rispettati, tuttavia si ignorano "tatticamente" alcuni dettagli scomodi e probabilmente se ne romanzano altri, tolta l'usuale retorica, resta un lavoro ben fatto, con un cast di buon livello su cui svetta il talentuoso Ben Foster. Una storia straordinaria su un uomo che ha superato ogni previsione per rimanere in vita da scoprire. Voto: 6,5

sabato 13 luglio 2019

Escobar - Il fascino del male (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/05/2019 Qui - Il narcotrafficante colombiano Pablo Escobar viene spesso raccontato nel cinema e televisione recenti: dalle opere che ne fanno l'indiscusso protagonista, come la serie tv Narcos o il film Escobar di Andrea Di Stefano, a "cameo" significativi come Barry Seal con Tom Cruise. Ora ecco quest'altro film, film di Fernando León de Aranoa che debuttò fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia nel 2017. Un film che, basato sul memoriale "Loving Pablo, Hating Escobar", pubblicato nel 2007 dall'ex conduttrice televisiva Virginia Vallejo (quest'ultima è stata amante di Escobar nella realtà), si pone come obiettivo quello di mostrare la realtà dei fatti da diversi punti di vista. Diversi punti di vista (soprattutto uno, quello della stessa Virginia) per poter osservare la politica di vita di un personaggio nell'occhio del ciclone, vero e proprio simbolo di un'esistenza criminale incentrata sull'essere in assoluto i numeri uno, e lui numero uno lo è stato, in modo alquanto insolito e poco incline alle regole morali di una persona qualsiasi. Tali ambizioni vengono quindi descritte ora in questo film che doveva probabilmente essere il resoconto di una conflittuale storia d'amore all'ombra del sangue versato in quel regno criminale. Ma questa premessa viene fin da subito tradita dal regista, tanto che ad un certo punto, Escobar - Il fascino del male si discosta completamente dalla relazione avuta dai due per raccontare semplicemente le gesta del narcos più ricercato della storia, gesta ormai note. E purtroppo è per questo che il tentativo di raccontare la storia del patron colombiano sotto un nuovo punto di vista non riesce bene. Su questo personaggio si è detto veramente tutto (anche se la serie non l'ho ancora iniziata) e questa pellicola appunto non riesce a sviluppare l'unico spunto originale, la narrazione affidata all'amante di Pablo, e il rapporto tra i due che viene ridicolizzato a banale storiella di corna. L'operazione di raccontare per l'ennesima volta la figura di Pablo Escobar perde ancora più valore in quanto il film del regista spagnolo arriva per l'appunto dopo una lunga serie di film e serie tv sul trafficante di droga colombiana che meglio avevano svolto il loro lavoro (sul film basta leggere la mia recensione, sul buon lavoro della serie invece mi fido dei giudizi altrui).

venerdì 7 giugno 2019

Very Good Girls (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/09/2018 Qui - Very Good Girls (Dramma, Usa 2013): Il motivo per cui ho visto questo film è lampante, Dakota Fanning ed Elizabeth Olsen, e in questo senso la scena iniziale, con le due amiche che corrono nude verso il mare, risulta decisamente apprezzata, peccato che poi cominci il film, un dramma adolescenziale profondamente tedioso e privo di qualsiasi spunto originale, mal scritto e peggio interpretato dalle protagoniste e da tutto il cast, comprendente di Demi MooreClark GreggRichard DreyfussEllen BarkinPeter Sarsgaard e Boyd Holbrook. Da quel momento infatti si ha la chiara sensazione di trovarci di fronte a un film di rara piattezza e di disarmante banalità, in cui tematiche e personaggi vengono messi in scena senza il minimo approfondimento o una costruzione narrativa degna di questo nome, e così è. Il film difatti, che racconta di due amiche che decidono di perdere la verginità prima di andare al college e che incredibilmente si innamorano dello stesso ragazzo (facendo così partire un patetico triangolo amoroso), è un progetto mal concepito e peggio realizzato, con una sceneggiatura priva di qualsiasi spunto originale e una messa in scena scolastica in ogni sua componente, che non rende giustizia né ai propri celebrati interpreti né agli importanti temi che cerca vanamente di affrontare. E quindi per colpa di un'imperdonabile pochezza di idee e contenuti, si ha la sensazione di aver assistito a un imperdonabile spreco di tempo e risorse, cosa che viene purtroppo confermata dalla visione di questa mediocre pellicola. Voto: 3

venerdì 31 maggio 2019

Black Mass: L'ultimo Gangster (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/07/2018 Qui - Black Mass: L'ultimo Gangster (Azione, Usa 2015): Ennesima pellicola sulla vita criminale di un gangster, Black Mass racconta appunto la biografia (tratta dall'omonimo libro scritto nel 2001 da Dick Lehr e Gerard O'Neill) di Whitey Bulger, un criminale di Boston che attraverso un accordo con la Fbi ed alle coperture che gli fornisce il suo amico John Connolly diventa un boss spietato e crudele. Ma proprio per il semplice fatto che di film simili (tratti da una storia vera o meno) ne abbiamo visto a centinaia, che la pellicola finisce per diventare ridondante e noiosa a prescindere. Se poi si aggiunge l'ennesima maschera di Johnny Depp (make up pesante, calvizie, lenti a contatto azzurro ghiaccio), l'effetto globale è più che mai risaputo, già visto e distante. Il problema è che, un po' The Departed, un po' Quei bravi ragazzi, un po' I Soprano, il regista Scott Cooper arraffa il più possibile, ma sembra non trovare la strada giusta per rendere davvero drammatico e coinvolgente questo piccolo pezzo di Storia americana. Il film infatti si sgretola fin da subito sotto il peso delle sue banalità (prevedibile e stereotipato), e come già nel precedente Il fuoco della vendetta, il regista (con una regia diligente, ma scolastica e priva di guizzi) fa il suo compitino senza mai entusiasmare. Difatti si fa fatica a trovare una inquadratura o una singola scena che resti realmente impressa. E quindi è di certo questo un prodotto confezionato e realizzato con didascalico mestiere, è qualcosa, ma non basta. Perché la sceneggiatura è un copia e incolla di tanti cult di genere del passato, senza sprazzi di originalità né scarti in avanti. Così passi due ore di buon intrattenimento, senza mai sorprenderti ma neanche annoiarti, ma in attesa di qualcosa di più che però non arriva. E se la sceneggiatura, scialba e noiosa, manca di azione, colpi di scena o dialoghi memorabili, altrettanto sprecati appaiono i validi attori prescelti per interpretare i protagonisti delle vicende. Il numeroso cast di attori scelti ed ivi impiegati, come Joel EdgertonPeter Sarsgaard,  Benedict CumberbatchKevin BaconDakota JohnsonJuno TempleCorey Stoll e David Harbour infatti, non riesce a sollevare il film dalla pura e semplice testimonianza diretta e lineare di un'esistenza criminale, non riuscendo ad approfondire, per esempio, la psicologia dei personaggi e le varie motivazioni. Pertanto Black Mass risulta una lunga serie di efferati crimini tesi a dimostrare solo la crudeltà insita del protagonista, protagonista interpretato da Johnny Depp tuttavia abbastanza efficacemente, ma non in modo del tutto convincente e tale da valorizzare tutto il lavoro (un lavoro senza anima, in cui manca una reale idea cinematografica)Scott Cooper dunque costruisce un'opera che risulta discreto dal punto di vista registico ma, a mio parere, senza alcun mordente e con qualche lungaggine di troppo. Giacché la coralità del racconto si perde ed ogni velleità politica viene riposta, e ciò che rimane è soltanto un'altra storia di criminali in una delle tante città statunitensi. Una storia, forzata e dimenticabile, in una pellicola che diventa un'occasione sprecata. Voto: 5,5

domenica 19 maggio 2019

Jackie (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/04/2018 Qui - Nella sua ultima opera Pablo Larraín (artefice del bellissimo No: I giorni dell'arcobaleno ma anche del personalmente deludente Neruda) elabora il ritratto di Jackeline Lee Bouvier e lo fa attraverso il resoconto di una intervista che la vedova del presidente americano rilasciò a un giornalista della rivista Life poche settimane dopo il tragico evento. Jackie infatti, film biografico del 2016 diretto dal regista cileno, rievoca i pochi giorni precedenti l'omicidio di Kennedy durante la campagna elettorale del 1963 a Dallas, l'omicidio stesso, nonché la complessa organizzazione dei suoi funerali, in cui le ragioni di stato dei politici e dell'apparato di sicurezza si scontrarono duramente con il dolore di Jackeline e il suo desiderio di seguire a piedi il feretro del marito. Il ritratto che ne esce è quello di una donna al tempo stesso fragile e determinata, molto attenta a evidenziare il ruolo che aveva avuto alla Casa Bianca a fianco del presidente, nonostante fosse a conoscenza delle numerose frequentazioni di Kennedy sia con altre donne, sia con personaggi oscuri della criminalità organizzata, e dei non idilliaci rapporti che intercorrevano tra lei e i tanti rappresentanti della famiglia del marito. Il ritratto di una donna bella, giovane, colta, aristocratica, che due colpi di carabina alla testa del celebre coniuge, insieme al suo vestito rosa macchiato di sangue, consegnarono alla storia. Tuttavia il film, che nel 2017 ha ricevuto tre candidature ai Premi Oscar nella categoria Miglior colonna sonora, Migliori costumi e Miglior attrice protagonista a Natalie Portman (vincendone nessuno), seppur girato con cura e che si avvale di una comunque buona regia (ma privo di anima, di pathos, di spessore emotivo), non convince e non soddisfa. Nessuna empatia per il personaggio, verboso e noioso quanto basta. Eppure la materia trattata (i giorni immediatamente successivi all'omicidio del presidente JFK visti attraverso la prospettiva della madre dei suoi figli) si prestava a una narrazione intensa, persino epica. Invece è come se sul film spirasse un vento gelido che immobilizza i protagonisti e li devitalizza, li "congela" in una dimensione di immobilità spirituale, ancor prima che fisica.

sabato 30 marzo 2019

Blue Jasmine (2013)

Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/09/2017 Qui - Blue Jasmine (Commedia, Usa 2013): Come forse saprete verso Woody Allen ho sempre avuto, seppur qualche suo film m'è comunque piaciuto, una certa antipatia. E dopo aver visto questo film, la suddetta cresce, perché in bilico tra commedia e dramma il regista tira fuori una storia che non ingrana mai le marce alte, si prova certamente tenerezza e allo stesso tempo ribrezzo per il personaggio principale, questo comunque per gran abilità indiscussa del regista, lodevole nel costruire un'antieroina di gran consistenza interpretata in maniera magistrale da Cate Blanchett (bravissima nell'interpretare una donna sempre sull'orlo di una crisi di nervi, una persona distrutta che ha perso tutto e non riesce a rimettere in sesto la propria vita), ma il resto è un foglio bianco dal quale ogni tanto spunta qualche idea poi reiterata all'infinito. La debole sceneggiatura infatti, priva di un effettivo "quid" (e poco appassionante), fa acqua da tutte le parti, anche perché sottolineando sino allo sfinimento le nevrosi di Jasmine (che ha perso il farabutto del marito, interpretato da Alec Baldwin), non fa che irritare (centomila scene insomma per dire la stessa cosa). Per la prima mezz'ora il film è difatti inguardabile, inutile e fastidioso (per alcuni aspetti come i dialoghi confusionari e sovrapposti come da stile del regista, i flashback un po' buttati lì e il ritmo veramente blando). Nella seconda parte, effettivamente la pellicola migliora, diventa più interessante, ma c'è ancora troppo poca attenzione destinata alla psicologia della protagonista e troppo spazio dato invece a gag simil-comiche abbastanza scontate e quindi non molto divertenti. Discreto invece il personaggio della sorella (Sally Hawkins) e del fidanzato di lei (Bobby Cannavale), due o tre scene minimamente simpatiche, per il resto poca roba (neanche la musica dove il blues qui ha poco a che fare). Perché in fin dei conti è sempre la solita storia, la solita minestra con i soliti tradimenti, scappatelle, bugie, divorzi. Tanto che l'unico motivo di esistere e di vedere, questo personalmente deludente film, è solo per Cate Blanchett, premio Oscar attrice protagonista per questo film, vedibile ma non memorabile. Voto: 5,5

giovedì 14 marzo 2019

I magnifici 7 (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/06/2017 Qui - Finalmente in questo continuo fiorire di remake ci troviamo davanti a uno ben fatto o che quantomeno non vuole per forza competere o superare l'originale ma vuole essere appunto una rivisitazione. Perché I magnifici 7 (The Magnificent Seven), film del 2016 diretto da Antoine Fuqua, remake del film omonimo del 1960 diretto da John Sturges, a sua volta adattamento in chiave western de I sette samurai di Akira Kurosawa, è un più che discreto remake, che non solo non viene schiacciato (troppo) dal peso del film originale del 1960, anche se era difficile e preventivabile che non poteva di certo fare meglio di un capolavoro cult del cinema interpretato da attori mostri quali Yul Brynner, Eli Wallach, Steve McQueen, Charles Bronson e James Coburn, ma che si lascia tranquillamente e facilmente vedere, dato che, questo classico western, lontano (nei temi e nel risultato) dall'ultimo me visto, quel comunque fantastico e atipico The Hateful Eight, ed in ogni caso avvicinabile in quanto "epicità" al bellissimo revenge western Sweetwater, si rivela un onesto prodotto di intrattenimento, che probabilmente, preso come un blockbuster come tanti non regge bene come il piuttosto recente remake di Quel treno per Yuma, ma che riesce nel suo intento, poiché il film è bello, e riesce, con estrema ed efficiente maestria, a tenere incollati alla poltrona gli spettatori per i suoi apparentemente lunghi 126 minuti di proiezione e di scene che si susseguono ad un ritmo intelligente ed estremamente empatico. Certo, la storia di base (anche se qui leggermente riadattata) è un caposaldo del cinema e quindi, fallire era impossibile, ma nonostante ciò, l'obiettivo viene raggiunto con estrema efficacia, lo spettatore ne rimane soddisfatto, coinvolto e sedotto.