Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/02/2023 Qui - Un film che non mi ha lasciato tracce quello della Maggie Gyllenhaal, evanescente nello sviluppo e poco coinvolgente nella narrazione (eppure candidato nel 2022 a tre Premi Oscar, tra cui quello alla migliore sceneggiatura non originale). Il contatto fra una donna sola ed un gruppo di locali villeggianti è l'occasione per mostrare le profonde cicatrici della donna, fra presente e passato della sua esistenza. Sia pure dotato di una elaborata costruzione narrativa (è l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Elena Ferrante), la messa in scena mi è risultata fredda a livello emotivo e nemmeno la discreta prestazione degli attori (su tutti quella della sempre eccellente Olivia Colman, ma Jessie Buckley non scherza) riesce a lasciare qualche traccia. Eccessivamente verboso e lungo, appesantito da eccessive ripetizioni di situazioni e concetti ed affastellato di sotto-storie francamente inutili e fuori contesto. Errori forse anche plausibili e propri di un esordio, ma di fatto pesanti per riuscire a mantenere salde le valide premesse che la storia si portava appresso. Voto: 5,5
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giovedì 9 febbraio 2023
La figlia oscura (2021)
Labels:
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sabato 30 luglio 2022
Tre piani (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/07/2022 Qui - Tra (presunti) stupri, processi, morti, calunnie e altre graziose
faccende (nel condominio più sfigato di Roma), tutto
finirà incomprensibilmente a tarallucci e vino: non sembra un film di
Nanni Moretti (Mia madre era certo migliore) e probabilmente il fatto che è tratto da un
romanzo (omonimo) di Eshkol Nevo, evidentemente rimaneggiato anche dallo
stesso regista insieme ad altri, non è
un caso. È difficile parteggiare per qualcuno in una pellicola in cui
tutti i personaggi sono antipatici, e non solo per i difetti imposti dal
copione: i limiti di recitazione sono fin troppo scoperti e solo
Andrea Giannini, Alba Rohrwacher e Margherita Buy lasciano un buon
ricordo di sé sullo schermo. Inutile accanirsi su Moretti, perfetto nel
suo stile recitativo in
levare nelle parti leggere o surreali, ma totalmente fuori parte in un
ruolo drammatico come questo. La morale dovrebbe riguardare il perdono e
la comprensione, ma a fronte di un'opera così sgangherata anche dal
punto di vista logico (soprattutto nell'episodio che ha per protagonista
Riccardo Scamarcio, in cui non ha sostanzialmente mai senso
nulla) è
complicato
prendere sul serio qualsiasi cosa. Un film che espone tanti avvenimenti
ma in definitiva non particolarmente stimolanti. Voto: 4,5
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sabato 31 luglio 2021
Lacci (2020)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2021 Qui - Daniele Luchetti è un bravo regista a cui si devono piccoli gioiellini come l'ultimo Momenti di trascurabile felicità, ma questo film mi è piaciuto e mi ha convinto in parte. Tuttavia questo Lacci, tratto da un romanzo di Domenico Starnone, resta una prova interessante sotto molti punti di vista, in particolare per il gioco di incastri temporali svolto con bravura nel montaggio, eppure alla fine sembra più un compitino dove il regista appare un po' distratto, non completamente coinvolto o a suo agio. Su una durata di quasi due ore il film (in cui di certo allieta la presenza della bella Linda Caridi di Ricordi?) ha buone intuizioni, affascina dove riesce a trasmettere il dolente rovello di una crisi di coppia destinata a durare per circa trent'anni, ma la tenuta complessiva dell'opera è troppo discontinua e il finale piuttosto deludente le fa perdere ulteriori punti. Per quanto le due coppie Luigi Lo Cascio/Alba Rohrwacher e Silvio Orlando/Laura Morante recitino con apprezzabile impegno, non c'è sufficiente continuità tra le scene che li vedono impegnati, tanto che quando il salto temporale arriva neanche si capisce bene che stiamo assistendo agli stessi personaggi ormai invecchiati. Il finale con i due figli cresciuti e inaciditi è un'appendice che resta sostanzialmente superflua ed estranea alla storia, e colpisce principalmente nel mostrarci una Giovanna Mezzogiorno fisicamente devastata. Non vorrei essere troppo severo, ma il film rimane un'occasione parzialmente sprecata nonostante il buon livello professionale dei vari contributi tecnici ed artistici. Voto: 6
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venerdì 31 luglio 2020
Taj Mahal (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2020 Qui - Una pellicola, una storia, caratterizzata da una recitazione fredda e distaccata dove gli attori (colpa, forse, di una sceneggiatura piatta e di una regia priva di sussulti che si limita a raccontare, a suo modo, purtroppo sommariamente e con poca forza, uno specifico fatto di cronaca avvenuto a Mumbai nel 2008 che provocò numerose vittime) fanno il loro compitino e basta, senza trasmettere emozioni, senza far partecipi lo spettatore di quelle sensazioni di sconforto, paura, tensione e smarrimento che inevitabilmente una situazione limite come un attentato terroristico si porta dietro. Inverosimile in molti momenti, imbarazzante in altri (tutto il personaggio dell'italiana in luna di miele, interpretato da Alba Rohrwacher, è un inutile riempitivo già visto mille volte), calato sulle spalle ancora fragili di una giovane attrice (la bella Stacy Martin, che poi è l'unico motivo per cui ho visto questo film) che da sola regge quasi tutto il film, senza riuscire a convincere del tutto, il film di Nicolas Saada (che enfatizza alcune situazioni che perdono così credibilità) fallisce anche per il tentativo di risolvere il film d'azione in un finale di introspezione psicologica, per insegnarci che, da una simile esperienza, se ne esce definitivamente cambiati. Sicuramente è così, ma ci sarebbe voluta ben altra sceneggiatura perché questo concetto si trasmettesse allo spettatore, che a fine visione rimane un po' infastidito da un film che non sembra avere una meta precisa. In ogni caso, film probabilmente guardabile ma poco coinvolgente. Voto: 5
martedì 21 aprile 2020
Troppa grazia (2018)
Titolo Originale: Troppa grazia
Anno e Nazione: Italia 2018
Genere: Commedia
Regia: Gianni Zanasi
Cast: Alba Rohrwacher, Elio Germano, Giuseppe Battiston
Rosa Vannucci, Hadas Yaron, Carlotta Natoli
Thomas Trabacchi, Daniele De Angelis, Vincent Papa
Rosa Vannucci, Hadas Yaron, Carlotta Natoli
Thomas Trabacchi, Daniele De Angelis, Vincent Papa
Durata: 100 minuti
Alba Rohrwacher, Elio Germano e Giuseppe Battiston in una commedia di Gianni Zanasi premiata a Cannes.
La vita di una giovane geometra viene sconvolta dall'apparizione della Vergine Maria.
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martedì 3 marzo 2020
Lazzaro felice (2018)
Titolo Originale: Lazzaro felice
Anno e Nazione: Italia, Svizzera, Francia, Germania 2018
Genere: Drammatico
Regia: Alice Rohrwacher
Sceneggiatura: Alice Rohrwacher
Cast: Adriano Tardiolo, Alba Rohrwacher, Nicoletta Braschi, Luca Chikovani
Sergi López, Natalino Balasso, Tommaso Ragno
Agnese Graziani, Carlo Massimino, Edoardo Montalto
Durata: 118 minuti
Migliore sceneggiatura a Cannes 2018 per il dramma favolistico di Alice Rohrwacher.
L'Inviolata è una comunità rurale in cui, negli anni '90, vivono come mezzadri non pagati, 54 contadini sfruttati da una marchesa. Fra loro c'è Lazzaro, un ragazzo pronto a soddisfare con candore le richieste di tutti.
venerdì 30 agosto 2019
La meccanica delle ombre (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/08/2019 Qui
Tema e genere: Film a cavallo tra thriller e lo spionaggio. Una spy story classica dal piacevole gusto "retrò".
Trama: Duval (François Cluzet), contabile ex alcolista, da tempo ha qualche difficoltà a trovare un nuovo posto di lavoro. Così, quando una misteriosa organizzazione gli chiede di trascrivere delle intercettazioni telefoniche, accetta senza porre domande: rimarrà invischiato in un pericoloso intrigo che vede coinvolti i servizi segreti e le alte sfere del governo francese.
Recensione: Un thriller senza numerose e grosse scene d'azione ma piuttosto claustrofobico (infatti la vicenda si svolge per lo più interamente all'interno di un appartamento vuoto) e con un ritmo che diventa sempre più incalzante e, pertanto, avvincente per i suoi svariati (seppur non troppo imprevedibili) colpi di scena. Ben girato dal regista Thomas Kruithof, qui peraltro alla sua prima esperienza registica, il film punta molto sulle atmosfere, sulla suspense, e soprattutto sulla bravura degli attori, quali François Cluzet (Alba Rohrwacher purtroppo è stata relegata in un ruolo di secondo piano), che sicuramente ne elevano il valore e la conseguente riuscita. Mescolando sapientemente le atmosfere raggelanti del noir francese con il meccanismo hitchcockiano dell'uomo qualunque inghiottito da un intrigo internazionale che rischia di schiacciarlo, il film infatti riflette (e bene), come in uno specchio deformante, l'alienazione contemporanea e la mania persecutoria di certa pubblicistica che dipinge una società perennemente spiata da occhi invisibili e agitata da movimenti para-istituzionali con derive eversive, e questo è sicuramente un pregio. Tuttavia, non mancano le pecche in questa onesta opera d'artigianato. Se, infatti, la scelta del regista di mostrare un mondo fatto solo di dispositivi analogici, può sembrare anacronistica, invece fa parte di questo affascinante progetto "retrò" elegante e asciutto, dove la tecnologia resta tagliata fuori a vantaggio dei personaggi, che sono al centro della vicenda (come in una vecchia storia di spionaggio anni '50), il finale, con punte action, appare affrettato e in controtendenza rispetto alla tenuta generale del film, incentrato su silenzi ed ellissi. Eppure il finale seppur inverosimile è piacevole, e nel complesso è questo un buon film, un thriller classico, solido, ben scritto e diretto.
Trama: Duval (François Cluzet), contabile ex alcolista, da tempo ha qualche difficoltà a trovare un nuovo posto di lavoro. Così, quando una misteriosa organizzazione gli chiede di trascrivere delle intercettazioni telefoniche, accetta senza porre domande: rimarrà invischiato in un pericoloso intrigo che vede coinvolti i servizi segreti e le alte sfere del governo francese.
Recensione: Un thriller senza numerose e grosse scene d'azione ma piuttosto claustrofobico (infatti la vicenda si svolge per lo più interamente all'interno di un appartamento vuoto) e con un ritmo che diventa sempre più incalzante e, pertanto, avvincente per i suoi svariati (seppur non troppo imprevedibili) colpi di scena. Ben girato dal regista Thomas Kruithof, qui peraltro alla sua prima esperienza registica, il film punta molto sulle atmosfere, sulla suspense, e soprattutto sulla bravura degli attori, quali François Cluzet (Alba Rohrwacher purtroppo è stata relegata in un ruolo di secondo piano), che sicuramente ne elevano il valore e la conseguente riuscita. Mescolando sapientemente le atmosfere raggelanti del noir francese con il meccanismo hitchcockiano dell'uomo qualunque inghiottito da un intrigo internazionale che rischia di schiacciarlo, il film infatti riflette (e bene), come in uno specchio deformante, l'alienazione contemporanea e la mania persecutoria di certa pubblicistica che dipinge una società perennemente spiata da occhi invisibili e agitata da movimenti para-istituzionali con derive eversive, e questo è sicuramente un pregio. Tuttavia, non mancano le pecche in questa onesta opera d'artigianato. Se, infatti, la scelta del regista di mostrare un mondo fatto solo di dispositivi analogici, può sembrare anacronistica, invece fa parte di questo affascinante progetto "retrò" elegante e asciutto, dove la tecnologia resta tagliata fuori a vantaggio dei personaggi, che sono al centro della vicenda (come in una vecchia storia di spionaggio anni '50), il finale, con punte action, appare affrettato e in controtendenza rispetto alla tenuta generale del film, incentrato su silenzi ed ellissi. Eppure il finale seppur inverosimile è piacevole, e nel complesso è questo un buon film, un thriller classico, solido, ben scritto e diretto.
sabato 15 giugno 2019
The Place (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/11/2018 Qui - Cosa accadrebbe se esistesse un genio della lampada in grado di realizzare i nostri desideri? E cosa accadrebbe se dovessimo compiere delle azioni che vanno contro morale e legge per ottenere quello che abbiamo chiesto? The Place, l'ultimo film di Paolo Genovese, parla proprio di questo. Il film infatti analizza il comportamento umano di fronte ad una scelta difficile, spesso estrema e dicotomica. E in tal senso questo film del 2017 co-scritto e diretto dal regista Romano, è un film provocatorio, perché parla di morale, di desideri, di possibilità e pone come fulcro di tutto il libero arbitrio dell'uomo. Dopotutto, di fronte all'occasione di ottenere qualcosa di agognato, l'animo umano è corruttibile? Si è disposti a sacrificare gli altri per arrivare ai propri scopi? C'è un mostro dormiente in ognuno di noi pronto a risvegliarsi qualora si presenti la giusta occasione? Forse sì, forse no, sta di fatto che c'è qualcosa di misterioso che aleggia per tutta la durata di The Place, un'opera estremamente particolare, audace e sperimentale che arriva dopo il grandissimo ed inaspettato successo (secondo alcuni ma non per me) di Perfetti sconosciuti, un film simile un po' nella sostanza e un po' nella struttura, giacché ancora una volta il regista mette in scena una storia in cui si intrecciano le vicende di vari personaggi, le cui intersecazioni sfuggono ai diretti protagonisti, mentre di esse solo il pubblico riesce, almeno in parte, a rendersi conto e l'impostazione è nuovamente "teatrale". E quindi come il film precedente, questo si rivela essere una boccata d'aria fresca al cinema nostrano che, con due/tre film all'anno, dimostra di voler ancora tornare ad essere cinema di qualità ma soprattutto originalità (anche se il tutto è ispirato alla serie tv americana The Booth at the End, che comunque non conosco e non ho mai visto). E quindi, esattamente come in quel caso, si tratta di un film veramente difficile, perché, a causa della sua singolarità, percorre durante tutta la sua durata su di un sottile filo teso tra due grandi bivi: nel primo si rivela essere un pessimo film, completamente assurdo, noioso, presuntuoso ed irritante, dall'altro invece si rivela, come poi è stato per Perfetti Sconosciuti, un autentico gioiellino che emoziona, appassiona, coinvolge. Ma inaspettatamente in questo caso la pellicola sta nel mezzo.
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venerdì 5 aprile 2019
Sangue del mio sangue (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/11/2017 Qui - Sangue del mio sangue (Dramma, Italia 2015): Sconclusionato è l'aggettivo che mi viene in mente subito dopo la visione di questo film di Marco Bellocchio. Un film controverso, straniante, che risulta slegato e rigidamente impostato. La mancanza di coerenza tra i racconti (che passano con voli pindarici dal medioevo a oggi al medioevo di punto in bianco) e i dialoghi isolati e sconnessi di questa non-storia infatti, infastidisce e lascia 'basito' lo spettatore. Dato che non c'è un montaggio parallelo che alterna la vicenda passata a quella contemporanea (tra un 17° secolo inquisitoriale e un 21° dissociale), bensì una divisione netta in due blocchi distinti. E se lo stile narrativo del racconto in costume, per quanto sicuro, ricorda troppo da vicino l'andamento delle attuali fiction televisive (con personaggi-riempitivo come le due sorelle, tra cui Alba Rohrwacher, che ospitano Federico Mai, il protagonista della storia, inutili e caratterialmente quasi imbarazzanti) e termina con un'allegoria (e anche il povero Filippo Timi pare infilato a forza nella parte impazzita di se stesso) che sembra costruita a tavolino e non riesce a farsi cinema (Benedetta, Lidiya Liberman, la suora murata viva e lì lasciata a pane e acqua per trent'anni, viene perdonata e liberata ed esce, nuda e più bella di prima, come fosse un'Idea che prevale sul Potere), quello dell'episodio contemporaneo risulta ancora più spiazzante per i toni da commedia grottesca mescolati a spruzzate di horror d'epoca, elementi di genere che non si legano affatto e lasciano perplesso appunto lo spettatore. Così il voto non può che essere negativo visto che il film non raggiunge il suo scopo. Perché anche se non ho mai amato Bellocchio ma ho sempre rispettato un suo stile lento e nostalgico che ne hanno fatto un nome, e anche se ha delle intuizioni buonissime, alternate però a delle cadute di tono incomprensibili (tra cui i soliti difetti riscontrati in molti film di Sorrentino, manierismo puro e gratuito), è un film decisamente non riuscito, anche perché seppur nella sua imperfezione non è complessivamente un film banale, esso se cade in banalità e lascia perplessi. Voto: 5
lunedì 25 febbraio 2019
Perfetti sconosciuti (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 10/02/2017 Qui - Ho atteso forse troppo per vedere Perfetti sconosciuti, commedia italiana del 2016 diretta da Paolo Genovese, film tanto elogiato, e anche premiato, ma meglio tardi che mai. Ed è solo grazie a Sky che nonostante ultimamente nutro qualche dubbio sui film italiani, ho visto questo film, poiché a parte rare eccezioni non sempre mi sorprendono in positivo, le tante commedie italiane, ma in questo caso è diverso perché qui siamo di fronte a una dramedy/teatrale interessante e sicuramente riuscita, anche se devo ammettere che qui siamo ugualmente di fronte alla solita comedy/drama italiana di oggi. Dato che l'idea anche se buona, non è proprio originalissima, negli ultimi anni infatti le cene fra amici sono diventate il nuovo topos della commedia italiana e francese (Cena tra Amici, Il nome del Figlio ed altri), un modo per rappresentare l'intimità più che l'azione, e dare la possibilità ai personaggi (chiusi in una sorta di unità di tempo e di luogo) di battagliare dialetticamente fra di loro. Ma poiché tutto si svolge in maniera brillante ed azzeccata, ed erano anni che non vedevo un film (italiano) così, tutto azzeccato, idea, sceneggiatura, interpretazione, mi ha davvero sorpreso, anche se alla fine della visione non posso fare a meno di avere quella rabbia per alcune piccole (o grandi) cose che non mi sono piaciute e che fanno di questo film di Genovese un prodotto riuscito sì ma non fino in fondo. Di sicuro però, questo è un film che ha il suo senso, girato bene, montato meglio e interpretato ancor meglio. Un film, una "cena delle beffe" che guarda all'attualità e vanta una scrittura precisa, disincantata e comica al punto giusto. Paolo Genovese infatti, dirige una commedia sull'amicizia, sull'amore e sul tradimento, che porterà quattro coppie di amici a confrontarsi e a scoprire di essere 'perfetti sconosciuti' (come da titolo). Difatti durante una cena, un gruppo di amici decide di fare una specie di gioco della verità mettendo i loro cellulari sul tavolo, e per la durata della cena, messaggi e telefonate sono condivisi tra loro, mettendo a conoscenza l'un l'altro dei propri segreti più profondi. E qui il film prende il volo, ognuno ha qualche segreto più o meno importante da nascondere o forse, da rivelare.
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lunedì 28 gennaio 2019
Hungry Hearts (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/10/2016 Qui - Hungry Hearts è uno sconcertante e intenso film drammatico diretto da Saverio Costanzo, ed è tratto dal romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso. Il film, presentato in concorso al Festival di Venezia del 2014, sfruttando le dinamiche del thriller, porta lo spettatore a riflettere in profondità sulla genitorialità al tempo degli OGM. Ambientato interamente a New York (intuizione fantastica perché se fosse stato girato in Italia sarebbe stato pessimo), il film comincia in modo alquanto singolare e anche originale, dato che una delle cose migliori del film sta sicuramente nell'utilizzo di un artificio narrativo bello e delicato allo stesso tempo come quello della commistione dei generi cinematografici, il film infatti inizia in maniera comica con i due protagonisti che si conoscono in un bagno pubblico e da cui non riescono ad uscire perché la porta si è bloccata e l'aria non è molto...respirabile. Subentra così la commedia che ci descrive il legame sentimentale dei due personaggi Jude e Mina che si uniscono in matrimonio e vanno a vivere in un appartamento a Manhattan. Ma la vita coniugale si sa che non è tutta rosa e fiori e quando arriva un figlio il rapporto della coppia peggiora improvvisamente e arriva quindi il momento del dramma. Perché Mina si rivela una madre possessiva verso il bambino, addirittura esasperando il consiglio di una maga che le suggerisce un progetto di purezza, lo costringe a seguire una dieta vegetariana (privandolo di una normale alimentazione) che gli impedisce di crescere (tanto da causare un clamoroso ritardo di sviluppo), non lo sottopone alle cure mediche di routine perché non si fida della medicina tradizionale e non escono mai di casa perché l'aria esterna potrebbe essere nociva per il piccolo. Jude però anche se all'inizio la segue affettuosamente, quando avverte i rischi incontrati dal neonato, la contrasta sempre più energicamente, sino a chiedere la collaborazione di sua madre. A questo punto, grazie anche una sapiente regia che sa come impostare il cambio di ritmo e di stile, il racconto diventa thriller, forse più esatto definirlo noir. Poiché gli animi si accenderanno, e la pellicola che tiene alta la suspense e la dinamica della storia, nonostante qualche sbavatura ad onore del vero in questa fase ci sia (la scena della madre che cerca di bloccare la nuora che è andata a riprendersi il figlio è profondamente sbagliata, involontariamente comica), arriverà ad un punto di rottura (il male si sconfigge con altro male, per prospettare un futuro di normalità) fino ad arrivare ad un finale di struggente bellezza e malinconia.
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mercoledì 2 gennaio 2019
Il racconto dei racconti (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/06/2016 Qui - Il racconto dei racconti: Tale of Tales è un avventuristico e fantastico (nel senso del genere) film del 2015, diretto da Matteo Garrone. La pellicola è l'adattamento cinematografico della raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, ed è difatti composto da tre diversi episodi liberamente tratti da altrettanti racconti di questa raccolta di fiabe, narrati e intrecciati fra loro: La cerva, La pulce e La vecchia scorticata. Premetto che (come ho sempre affermato) non sono un critico cinematografico, e che non ero a conoscenza di questa fiabe (forse solo quella della pulce), e che non ho la presunzione di giudicare un opera d'arte (secondo molti) come questa, mi rimetto a scrivere quello che penso e quello che mi è arrivato vedendo questo film. Ebbene, posso liberamente affermare (il giudizio è comunque soggettivo e sono libero da ogni preconcetto), che la pellicola è una mezza schifezza, una grossa delusione e una grande presa per i fondelli. Poiché nonostante il film io non lo ritengo brutto ma solo atipico e strano (troppo), è soprattutto difficile da decifrare, difficile anche da recensire perché molto volte la pellicola volge al 'nonsense', ovvero che travalica il senso generale delle cose, ma ovviamente a ciò ci sono dei pro e dei contro, pregi e difetti, come vediamo (o almeno che io ho visto) per tutto il lungometraggio. Prima di tutto questo non è il classico fantasy-fiabesco a cui siamo generalmente abituati, e questo mi ha subito spiazzato, come molti convinti di assistere alla proiezione del classico fantasy, condito di re, draghi, orchi e maghi e cosparso dell’immancabile patina di Medioevo, invece appunto si rimane stupiti (non proprio in positivo) ed estraniati da ciò che si vede, anche ad una certa lentezza che, dalle prime scene, caratterizza il film, una dimensione temporale che mal si accorda con il prototipo di film fantasy, non ci sono infatti eroi né grandi gesta e questo rende il racconto diverso dalle solite fiabe ma probabilmente per questa sua peculiarità il film ha qualche parte un po' troppo "fiacca" e dispersiva, mi sarei aspettato un confluire delle storie narrate più deciso, più netto, che avrebbe certamente dato una diversa grandezza all'intera opera.
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domenica 18 novembre 2018
Le Meraviglie (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2016 Qui - Parlare male di un film vincitore di un premio a Cannes e ai David di Donatello ad Alba Rohrwacher non sarebbe giusto nei confronti del cinema nostrano, ma a me Le Meraviglie non mi è piaciuto, probabilmente per la delicatezza e la sensibilità del film stesso, che da al film una connotazione drammatica quasi spirituale, cosa che non m'ispira tanto. Il film (del 2014) tratta della formazione adolescenziale di una ragazzina timida e introversa, Gelsomina, primogenita di quattro sorelle, erede del piccolo e strano regno che suo padre ha costruito per proteggere la sua famiglia dal mondo "che sta per finire". Indaffarata nelle faccende familiari e quasi seconda madre per le sue sorelline è però inquieta e vorrebbe andare via, scoprire il mondo che comincia dopo il suo casale. E' un'estate straordinaria, in cui le regole che tengono insieme la famiglia si allentano: da una parte l'arrivo nella loro casa di Martin, un ragazzo tedesco in rieducazione, dall'altro l'incursione nel territorio di un concorso televisivo a premi, "il paese delle Meraviglie". Un film rustico, multilingue, campagnolo e femminile. La presenza della Bellucci affossa ancora di più il mio giudizio negativo, un film probabilmente che non faceva per me, ma d'altronde quando questi film vanno a Cannes, sono sempre di grande livello umano e qualità narrativa ma sempre scarni e vuoti, con un finale aperto, poetico e romanzato, che non m'ispira affatto. Voto: 5,5
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