Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/02/2023 Qui - Operazione nostalgia ma con qualità, che riesce a partorire un bel sequel, forse un po' furbetto (dato che strizza l'occhio ai temi caldi dei nostri tempi, quali l'inclusione, le vulnerabilità, l'intelligenza emotiva) ma che sorprende in positivo. Top Gun: Maverick (dedicato a Tony Scott) riesce ad omaggiare il vecchio cult del 1986, con dei richiami oculati e nel complesso mai ridondanti, e allo stesso tempo riesce a creare una storia adrenalinica ma dal sapore malinconico. Soprattutto finalmente abbiamo una trama semplice, come deve essere per un film del genere, senza troppi spiegoni, senza colpi di scena inutili. Una menzione di merito a tutte le musiche, compresa Lady Gaga e Hans Zimmer. Per quanto riguarda gli attori, buona la prova di Tom Cruise anche se ovviamente ha perso la verve degli anni d'oro, superba Jennifer Connelly, bravo anche Miles Teller nei panni del figlio di Goose. Top Gun: Maverick, un film (peraltro candidato a sei Premi Oscar 2023 tra cui quello per il miglior film) che scorre liscio come l'olio, garantendo un ottimo intrattenimento. Voto: 7+
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giovedì 9 febbraio 2023
Top Gun: Maverick (2022)
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La figlia oscura (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/02/2023 Qui - Un film che non mi ha lasciato tracce quello della Maggie Gyllenhaal, evanescente nello sviluppo e poco coinvolgente nella narrazione (eppure candidato nel 2022 a tre Premi Oscar, tra cui quello alla migliore sceneggiatura non originale). Il contatto fra una donna sola ed un gruppo di locali villeggianti è l'occasione per mostrare le profonde cicatrici della donna, fra presente e passato della sua esistenza. Sia pure dotato di una elaborata costruzione narrativa (è l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Elena Ferrante), la messa in scena mi è risultata fredda a livello emotivo e nemmeno la discreta prestazione degli attori (su tutti quella della sempre eccellente Olivia Colman, ma Jessie Buckley non scherza) riesce a lasciare qualche traccia. Eccessivamente verboso e lungo, appesantito da eccessive ripetizioni di situazioni e concetti ed affastellato di sotto-storie francamente inutili e fuori contesto. Errori forse anche plausibili e propri di un esordio, ma di fatto pesanti per riuscire a mantenere salde le valide premesse che la storia si portava appresso. Voto: 5,5
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giovedì 31 marzo 2022
In Dubious Battle - Il coraggio degli ultimi (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/03/2022 Qui - Tratto da un romanzo di John Steinbeck, il film diretto da James Franco
ambientato nella California dei primi anni trenta, racconta di un gruppo
di raccoglitori di mele sfruttati dal loro datore di lavoro e di due
attivisti che si infiltrano tra loro per incitarli a scioperare e
lottare per ottenere i loro diritti. Un bel cast di attori tra cui
spicca Vincent D'Onofrio, oltre al sempre grande Robert Duvall (piccolo
ruolo per Bryan Cranston e Ed Harris, forse avrei preferito un'altra
attrice al posto di Selena Gomez). Film che fa riflettere sulle
condizioni di vita dei lavoratori dell'epoca e come purtroppo dopo oltre
80 anni, nonostante i diritti acquisiti, le cose non siano tanto
cambiate, purtroppo il fenomeno del "caporalato" è ancora presente. Film
che non annoia più di tanto, complice sicuramente la durata non
eccessiva ed un idea interessante sulla carta, ma eseguita in maniera
piuttosto blanda e poco incisiva, con un epilogo scontato. A non
coinvolgere è soprattutto la regia, nonostante ciò buon film, anche se
da Franco mi sarei aspettato un minimo di inventiva in più. Voto: 6
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lunedì 31 gennaio 2022
The Abyss (1989)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2022 Qui - Il film, tra quelli di James Cameron, che si ricorda per la travagliata
realizzazione ed il costo spropositato. Il risultato è sicuramente
maestoso, di grande impatto e con,
addirittura, un messaggio di pace. In alcuni momenti un po' difficile da
seguire, ma questo non toglie nulla all'esito finale. La visione
richiede infatti pazienza, ma gratifica. In questo caso però, la
versione che ho visto è quella della director's cut, 2 ore e 40 minuti,
che non avevo (ancora) mai visto, che tuttavia non mi ha pienamente
convinto, lo ricordavo diverso, ma sempre grande film rimane. "Incontri
acquatici del terzo tipo", con una prima parte suggestivamente venata di
horror (il sottomarino russo pieno di cadaveri, le luci misteriose), una
lunga parte centrale d'azione avvincente e con sequenze ad alta
tensione come quella dell'annegamento, un epilogo meno convincente
all'insegna del "volemose bene". A tal proposito, forse un po' troppo
svenevole in alcuni frangenti ma molto ben diretto da James Cameron, che
realizza un film sfruttando quella che è una delle sue grandi passioni,
gli abissi oceanici, e realizzando un film che servirà come prova
generale per i futuri che aveva intenzione di girare in seguito,
sperimenterà difatti le tecniche di ripresa acquatica per Titanic e
realizzerà uno dei primi tentativi di animare al computer dei liquidi,
difatti col senno di poi è impossibile non paragonare l'alieno liquido
che si vede in questo film col più famoso T_1000 di Terminator 2 (vinse
l'Oscar per gli effetti speciali non per caso). Lo fa senza tralasciare
nulla (belle anche le scenografie), seppur esagerando un po' in alcune
sequenze, ma ormai è risaputo, ad esempio la battaglia coi piccoli
sottomarini se la poteva risparmiare. Poi l'amore che trionfa sempre
anche sulla morte è troppo scontato e stucchevole. Detto questo la regia
è ottima, il cast è molto valido (anche se troppo carico Michael Biehn paranoico, bene Mary Elizabeth
Mastrantonio donna tosta, eccellente come al solito Ed Harris)
e la storia è abbastanza bella (emozionante alla fine, l'incontro e non
solo), anche se non proprio memorabile. Un film spesso "tralasciato"
quando si parla di James Cameron che merita di essere riscoperto. Voto: 7
mercoledì 14 aprile 2021
Creepshow (1982)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/04/2021 Qui - Nel suo genere, ovvero nel mondo degli horror a episodi, questo film rappresenta uno dei livelli più alti in assoluto. Uno dei cult degli inossidabili anni '80. Citato sempre più spesso ed omaggiato una volta sì ed una volta no, Creepshow è un divertente film a episodi ispirato ai vecchi fumetti horror della EC Comics. Un gustoso mix condito da una forte vena grottesca e da humour nero come la pece. Le due menti sono Stephen King, autore dei cinque racconti horror (in uno recita pure), e George A. Romero, regista della relativa trasposizione cinematografica, che formano una coppia formidabile, e hanno abbastanza libertà nel confezionare un film intelligente che prima ti spaventa, poi allenta la tensione fino a farti sorridere con dei finali comici fino al paradosso (una pellicola briosa, dai colori accesi e non priva di alcune gustose invenzioni visive). Come spesso capita la qualità è variabile, i primi due non sono male, ma sono i più deboli, mentre gli altri tre sono davvero notevoli (il terzo punta sul sadico, mentre il quarto sullo splatter e il quinto sulla claustrofobia e il disgusto). La regia, gli effetti speciali, la fotografia e le interpretazioni sopra le righe degli attori, sono esplicitamente "fumettistiche". Attori del calibro di Leslie Nielsen, Ted Danson, Adrienne Barbeau ed Ed Harris li interpretano con convinzione ed auto-ironia, diretti, con mano felice, dal regista de La città verrà distrutta all'alba. Si tratta di intrattenimento puro, un film che si fa vedere ma che non è certo memorabile, anche se ha un paio di momenti particolarmente riusciti, ed un eccellente interpretazione di Leslie Nielsen in un ruolo inusuale, per lui. La prima volta che l'ho visto da bambino sono rimasto traumatizzato dall'ultima storia (quella degli scarafaggi). L'ho rivista oggi e mi ha traumatizzato di nuovo. A mio parere è la migliore del film: il contrasto tra l'appartamento totalmente bianco e lindo che sembra impenetrabile e questi scarafaggi enormi è veramente d'effetto. Nel complesso un piccolo cult che si lascia sempre vedere più che volentieri. Voto: 7
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mercoledì 31 marzo 2021
Era mio figlio (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/03/2021 Qui - Ricevuto l'incarico di occuparsi della pratica per far ottenere la
Medaglia d'onore ad un soldato morto nella guerra del Vietnam per
salvare i suoi compagni, un funzionario della Difesa raccoglie le
testimonianze del padre e dei suoi ex commilitoni. Sono proprio questi
colloqui, che vedono in scena pezzi da 90 del cinema USA, a costituire i
momenti migliori di un film per il resto piuttosto retorico e
convenzionale le cui scene belliche sembrano estratte di peso dalla Battaglia di Hacksaw Ridge.
Anche la critica verso le alte gerarchie militari è troppo blanda per
incidere davvero. Forse l'obiettivo di questo film è tenere viva la
memoria di una guerra dolorosa, evitando la rimozione di un avvenimento
cruciale per la storia americana, il protagonista stesso è inizialmente
disinteressato ad un capitolo del passato, chiuso e sepolto, però la
sceneggiatura avrebbe dovuto evitare una certa retorica un tanto al
chilo che il film riesce a propinare. Senza di questo sarebbe stato più
"digeribile". Ovvio che il cast di attori salva un po' la baracca, anzi,
grazie a loro il film è meritevole di visione. William Hurt, Samuel L. Jackson, Ed Harris, Christopher Plummer, Peter Fonda
(quest'ultimi alla loro un'ultima interpretazione) sanno il fatto loro,
però non basta a farmi (troppo) considerare un film (alquanto modesto
che tuttavia emozionare fa) che non sottolinea mai una volta quanto
fosse sporca quella guerra. Voto: 5,5
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venerdì 29 gennaio 2021
Il film della Memoria: Resistance - La voce del silenzio (2020)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/01/2021 Qui - Non conoscevo il passato da Ebreo fuggitivo del mitico Marcel Marceau e sicuramente il pregio di questo film è quello di mettere in scena una vita davvero avventurosa, una storia, seppur non perfetta in ogni punto, coinvolgente. Infatti, una pagina poco nota della giovinezza di costui, che si può affermare senza tema di smentita essere stato il più grande mimo della storia della recitazione e uno dei più grandi performer di tutti i tempi, viene portata sul grande schermo in questa (buona) pellicola del regista venezuelano Jonathan Jakubowicz, appunto Resistance. La vicenda comincia in Francia nel 1940, quando a Strasburgo, città situata al confine con la Germania, un manipolo di giovani ebrei si prodiga per offrire un rifugio ai bambini ebrei tedeschi, orfani delle prime vittime dell'Olocausto. Il giovane Marcel Mangel, questo il vero cognome di Marceau, di giorno lavora nella macelleria kosher del padre, che non vede di buon occhio la sua passione serale, che è quella di esibirsi nei piccoli palcoscenici della città inseguendo il sogno di diventare attore. Oltre all'arte la sua passione è Emma una ragazza impegnata nella resistenza assieme ad Alain, fratello maggiore di Marcel, per far colpo sulla ragazza Marcel si unisce a loro. Dopo la fulminea conquista di Parigi da parte dell'esercito di Hitler, e il momentaneo trasferimento a Lione, nella parte di Francia in un primo momento non occupata direttamente dai nazisti, il gruppo perde ogni speranza quando anche quel lembo di territorio viene occupato dal Reich, e il capo delle famigerate SS è un certo Klaus Barbie, non a caso passato alla storia coll'infamante nomignolo di "Boia di Lione". L'unica via di salvezza per i resistenti e i loro bambini sembra rappresentata dalla fuga verso la vicina Svizzera.
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lunedì 8 luglio 2019
Geostorm (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/03/2019 Qui - Geostorm (Disaster movie, Usa 2017): Facendo leva sulle politiche ambientaliste di Trump e sull'ansia da global warming (ora più attuali che mai), Dean Devlin sembra adattare The day after tomorrow di Emmerich (di cui è stato sceneggiatore) ai giorni nostri, frullandolo poi con Gravity di Cuaron per una pellicola in cui le sorti del mondo non si giocano solo sulla vecchia cara amata Terra, ma anche nello spazio a bordo di una futuristica stazione spaziale (inutile in tal senso raccontare la trama, è sempre quella). Una pellicola che quindi, più che un'opera a se stante sembra essere una scatola piena di altri film di tanti generi diversi, tutti riconoscibilissimi grazie a sequenze e/o idee visive più o meno ricalcate, e il risultato è un pastrocchio di proporzioni epiche, nel quale di tanto in tanto esplodono cose e i volti notissimi del cast (tanto ampio quanto sprecato) danno la sensazione di essere entrati nel progetto solo per lo stipendio (120 milioni di budget, recuperati miracolosamente al botteghino). Il film infatti ripesca e rimescola il peggio/meglio del genere, tentando di imitarli ma nella maniera più grossolana che si possa immaginare. Improbabile nell'antefatto, ancor più forzato nelle distopie fantascientifiche, "Geostorm" si rivela un pacco retorico di buoni sentimenti, in cui la morale dell'unione fa la forza (che sia tra fratelli o popoli poco importa) tralascia il più realistico cinismo a favore di una favoletta atta a sventare un complotto di rara prevedibilità. Le scene di distruzione convincono ma non sono sufficienti a tenere in piedi uno script incapace di generare la minima tensione, per poi giungere alla solita chiusura buonista, scontata ma soprattutto per nulla emozionante. Il cast di richiamo svolge il compitino senza colpo ferire (Gerard Butler, Abbie Cornish, Jim Sturgess, Ed Harris e Andy García), al servizio però di un disaster movie dalle idee fiacche (anche se l'idea che anche potendo controllare i cambiamenti climatici l'umanità riuscirebbe comunque ad incasinare le cose, perché siamo una razza di avidi e stupidi e stupidi e avidi, è anche sorprendentemente intellettuale per un film del genere) e dagli effetti speciali pregevoli (almeno in questo caso). Pur facendo buon viso a cattivo gioco, e quindi approcciando la visione nella giusta maniera come puro cinema di intrattenimento senza pretese, appare arduo salvare molto. Da Geostorm nessuno pretendeva un nuovo classico del genere catastrofico (un genere forse ormai morto? anche perché una volta i film catastrofici come questo erano considerati di pura fantasia, ma adesso con la situazione climatica del nostro pianeta non stiamo parlando proprio di fantascienza, ecco perché la prima parte del film è perfino interessante, ma dura poco), ma una catastrofe del genere ce la potevano risparmiare. Per lo meno non annoia, meglio che niente. Voto: 4
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venerdì 14 giugno 2019
Frontera (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/10/2018 Qui - Raccontare al cinema una storia di immigrazione non è per niente facile (soprattutto se la vicenda ricalchi purtroppo un'odissea umana tutt'ora attuale, e in qualsiasi parte del mondo), ma ci riesce bene l'esordiente all'epoca regista Michael Berry con questo film, un film drammatico (del 2014) a tinte western piccolo e traballante ma emotivamente e moralmente efficace e onesto. Frontera infatti, come da titolo dopotutto, che si snoda attorno al superamento clandestino della frontiera Messicana con i relativi rischi e imprevisti (come ben delineato nel film), racconta una storia di frontiera, una storia (interpretata dai personaggi con una estrema credibilità senza indulgere nel patetico, questo grazie agli attori, che riescono con il loro talento ad indurre a una partecipazione emotiva particolarmente profonda) molto semplice in cui confluiscono temi come l'immigrazione clandestina, trafficanti di esseri umani, storie di grilletto facile finite tragicamente. Non è un caso che Frontera ci mostri molte cose brutte, dai trafficanti di esseri umani ai razzisti per sport, dalla violenza di ogni tipo alla corruzione degli agenti che operano al confine Usa-Messico, ma lo fa con lingua efficace e immagini giuste, calando la storia in un brodo western e dandole un sapore springsteeniano semplice e classico. Magari troppo semplice (come già detto), soprattutto nella superficiale e stereotipata caratterizzazione di molti dei personaggi (alcuni, soprattutto i secondari, avrebbero meritato un'approfondimento maggiore), ma anche se il tutto non è nulla di trascendentale e non è per nulla un qualcosa di alcunché pretenzioso (seppur molti ed importanti sono i temi), il film si segue bene su coordinate, forse prestabilite e di conseguenza abbastanza prevedibili, però brillantemente riuscite.
giovedì 30 maggio 2019
Madre! (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/07/2018 Qui - Com'è difficile parlare di questo film, francamente sono spiazzato, su di un piano emotivo l'ho trovato molto disturbante, non vedevo l'ora che finisse, su di un piano più cerebrale, si può giudicare come un'opera molto ambiziosa, che guarda molto in alto, anche se proprio quest'aspirazione, non sembra corrispondere al risultato ottenuto, un risultato tuttavia discreto. Di certo è innegabile che dopo aver assistito a Madre!, film drammatico, horror grottesco o thriller non si sa del 2017, si può tranquillamente affermare che quella concepita da Darren Aronofsky è un'opera come se ne vedono poche (un'opera incredibilmente sopra le righe che non assomiglia a niente altro), che non assomiglia a nulla di quanto realizzato dal regista in precedenza e che probabilmente lo stesso non sarà più in grado di replicare. Darren Aronofsky infatti, che dopo alcuni film tutto sommato quasi convenzionali, regista già affermatissimo e autore di pellicole importanti caratterizzate da un'insolita e caratteristica vena visionaria, che qui non rinuncia allo stile che lo ha reso celebre per questa sua ultima fatica, anzi, Mother! spinge la sua ricerca espressiva ancora più in là (forse questa volta a scapito della narrazione, che soffre di un'eccessiva frammentarietà e ridondanza), si rituffa in un film (un'opera interessantissima, di evidente impostazione psicanalitica arricchita da elementi horror, cui peraltro non manca neanche un sottile, e malato, sense of humour e su cui aleggia un'atmosfera da teatro dell'assurdo) aberrante e stravagante. Perché anche se egli ci aveva già abituati all'esplorazione delle paure e dei desideri inconfessabili che si insinuano nell'animo umano grazie a pellicole come Requiem for a Dream e Il Cigno Nero, con Madre! il regista amplifica la rappresentazione del malessere del singolo individuo e la estende a personalissimo e visionario intreccio di inquietudini e paranoie sul destino del mondo e dell'umanità. Il risultato è quindi un quadro scioccante, a tratti indecifrabile e disturbante, parrebbe sulla follia del nostro tempo, sull'insostenibilità della nostra condizione di esseri umani schiacciati dalle prospettive che gravano sul pianeta e dalle aspettative di chi ruota attorno a noi, e forse anche sulla forza dirompente dell'amore, quello che ci rende vulnerabili, quello che ci terrorizza a morte, ma è difficile capirlo con esattezza.
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venerdì 5 aprile 2019
Le verità sospese (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/11/2017 Qui - Le verità sospese (Drammatico, Usa 2015): Partendo dallo spunto di una vicenda processuale, il protagonista di The Adderall Diaries (in originale), film scritto e diretto dalla giovane Pamela Romanowsky ispirandosi al libro "Troppa vita" di Stephen Elliott, colto dal classico blocco dello scrittore, rielabora attraverso una sorta flusso di coscienza interiore i propri traumi passati ed un vissuto tormentato dove al centro di tutto c'è la figura del padre, come un padre di famiglia (un comunque sprecato Christian Slater, ovvero Mr. Robot) è imputato nel processo, accusato di aver ucciso la propria moglie ed aver occultato il cadavere. Questa sorta di parallelismo offre un incipit (idea di partenza interessante) più che buono (anche se in realtà l'analisi del crimine è indiretta e non è l'argomento diretto del racconto), ma la sceneggiatura non riesce a trovare la sua giusta coesione (non riuscendo a decollare) con i molti elementi che mette in gioco. Giacché anche se questo non è semplicemente un thriller, ma una profonda analisi psicologica che riflette sulla nostra memoria che a volte c'inganna, procede per tronconi paralleli senza che tali segmenti riescano a formare un corpo unico. Il film infatti è molto confuso (la storia non è raccontata in maniera coesa) e manca completamente l'obiettivo, presentando tanti aspetti sfuggenti di una trama non riuscita, tanti particolari buoni insomma, ma di un quadro finale non buono. In più l'andamento generalmente piatto, lento e privo di una regia di pregio, fanno precipitare il film nell'anonimato più assoluto. Certo, non era facile per un esordiente fare centro subito, ma con James Franco e Ed Harris a disposizione (che offrono comunque una discreta performance) qualcosa in più si poteva e si doveva decisamente fare. Voto: 5
mercoledì 6 marzo 2019
Run All Night: Una notte per sopravvivere (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/04/2017 Qui - Dopo il poco convincente ma discreto thriller Unknown e il più dozzinale ma accettabile Non-stop, la coppia vincente Liam Neeson attore e Jaume Collet-Serra regista, si ritrova in un serrato (e più che discreto) thriller notturno, Run All Night: Una notte per sopravvivere (Run All Night, 2015), ambientato lungo un'unica concitata notte, durante la quale un piccolo malvivente alcolizzato e vedovo, allontanato dal figlio ormai adulto e con moglie e prole al seguito, deve adoperarsi affinché quest'ultimo non venga ucciso dopo essere stato testimone di una strage perpetrata a sangue freddo a danno di una banda di trafficanti di droga albanesi da parte del giovane ambizioso figlio del boss dei boss, nonché amico di gioventù ed attuale datore di lavoro del nostro sventurato protagonista. Run All Night appare fin dall'inizio serrato e convincente nel suo intreccio sulla carta dozzinale e stravisto, ma congegnato e girato con perizia e senso del ritmo, con qualche guizzo estetico e qualche riflessione etica interessante. Questa pellicola difatti ha un impianto tecnico di buon livello, bella infatti la regia, la fotografia e le musiche, così come le coreografie dei combattimenti. Il tutto coadiuvato da un buon montaggio e interpretazioni discrete da parte di tutto il cast, cui spicca tra tutti Ed Harris che qui ricopre un ruolo da cattivo/non cattivo che mi è piaciuto molto, un personaggio che dimostra una grande umanità dietro all'involucro di orgoglio di cui è ricoperto, Liam Neeson invece interpreta un character differente dai suoi soliti degli ultimi anni, interpreta infatti un villain in cerca di redenzione che nel contesto funziona alla grande.
venerdì 28 dicembre 2018
Sweetwater (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/05/2016 Qui - Sweetwater è un solido e avvincente western del 2013 del regista Logan Miller, co-sceneggiatore insieme al fratello gemello Noah. Uno sceriffo tanto folle quanto spietato nell'eseguire il suo compito di tutore della legge che danza al tramonto dando libero sfogo alla sua vena di bizzarria ("preferisco essere definito originale") è l'immagine simbolo di questo geniale film western, che riesce a rinverdire i fasti del genere. A fare da corollario a questo tutore della legge davvero fuori dall'ordinario troviamo da una parte un viscido reverendo che predica bene ma razzola male, falso come quel bianco accecante che tanto ama e con cui dipinge la "sua" chiesa e l'inquietante schiera di crocefissi che la circondano, e dall'altra un'avvenente ex prostituta ora moglie innamorata e fedele di un contadino messicano in lotta perenne nel quotidiano nella speranza di garantire serenità alla sua famiglia. Ma quando Miguel, il messicano, incrocia sulla sua strada il reverendo Josiah, il destino gli riserva una amara sorpresa. Peccato (per l'ipocrita predicatore) che la tenera mogliettina riveli la tempra di una amazzone e che lo sceriffo Cornelius Jackson dietro sua follia nasconda metodo investigativo e ostinata ricerca della verità. Siamo dalle parti del revenge movie, ma questa volta l'angelo della vendetta ha le fattezze, davvero angeliche bisogna ammetterlo, di una splendida fanciulla cui una vita difficile e un passato torbido non sono riusciti ad annientare una grazia innata. Sweetwater è, diciamolo per dissipare ogni dubbio, un western piccolo ma efficacemente confezionato, con un'eccellente fotografia e un'aderente colonna sonora, e con un mood malinconico in parte rotto dalla sprezzante ironia insita nel personaggio dello sceriffo Jackson, un irresistibile Ed Harris (in stravagante versione "capellona").
domenica 2 dicembre 2018
Gravity (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/02/2016 Qui - Gravity (2013), andato in onda 2 settimane fa da Mediaset (e finalmente direi), è stato il primo film di fantascienza ad essere premiato con l'Oscar per la miglior regia (corredata da altri sei, alcuni veramente meritati). A 600 km dalla Terra, durante una missione spaziale, gli astronauti Ryan Stone (Sandra Bullock) un brillante ingegnere medico alla sua prima missione e il veterano Matt Kowalsky (un logorroico, al limite del sopportabile, George Clooney), al comando della sua ultima spedizione prima di ritirarsi in pensione, lavorano ad alcune riparazioni di una stazione orbitante, quando un'imprevedibile catena di eventi gli scaraventa contro una tempesta di detriti, il terzo membro e gli altri membri dell'equipaggio muoiono. Da soli nello spazio, Ryan e Matt perdono ogni contatto con la Terra e la paura si trasforma in panico quando con il poco ossigeno a loro disposizione tenteranno l'impossibile pur di ritornare a casa. L'esperto Kowalsky dovrà sacrificarsi per consentire alla donna un disperato tentativo di porsi in salvo, inizia qui una vera e propria 'odissea' per la donna che, tra mille insidie, tenterà un ritorno sul nostro pianeta. La prima impressione alla fine del film è stata: wow che spettacolo la terra da lassù, però che monotonia, meno male che non durava tanto. Eh sì perché sinceramente mi aspettavo molto, ma molto di più da un film vincitore di ben 7 Oscar, guardando bene però i premi tecnici sono alquanto giusti, poiché gli effetti speciali sono di livello e la fotografia è spettacolare con immagini veramente stupende, qualche dubbio sul sonoro e la regia, sì buona, ma statica. Una sola location, lo spazio immenso ma in verità chiuso, perché praticamente in un solo giorno e in uno spazio chiuso a zero gravità hanno costruito l'intero film. All'inizio praticamente non sappiamo niente del come, perché e quando si trovano lì nello spazio, e poi alla fine, perché e quando precipita sulla Terra e soprattutto come ha fatto? Volendo poi trovare uno schema filosofico alla pellicola, non sarei in grado, poiché in un'avventura non è importante la motivazione o il finale abbastanza prevedibile, ma il viaggio come l'attesa, e in questo film non è stato fatto secondo me un gran lavoro.
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