Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2024 Qui - Anche senza conoscere l'origine dal recente racconto di Stephen King, il film si identifica rapidamente con lo stile dell'autore del Maine, rivelando molto sulla sua personalità e sulla capacità del regista (tale John Lee Hancock) di trasformare le sue atmosfere in immagini, risultando in un'opera che oscilla tra l'horror soprannaturale e il racconto di formazione. La prima parte è sostenuta principalmente dal carisma di Donald Sutherland, per poi evolvere in una fase più oscura, ricca di situazioni macabre e tematiche tetre, con un'impronta leggermente televisiva ma comunque interessante. Complessivamente, il film merita la visione, anche se non lascia un'impronta duratura, essendo prevedibile e non particolarmente emozionante e/o coinvolgente. Voto: 5,5 [Netflix]
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venerdì 31 maggio 2024
martedì 22 agosto 2023
Notte Horror 2023: I delitti del gatto nero (1990)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/08/2023 Qui - Ininterrottamente dal 2016 partecipo a questa bellissima iniziativa, e mi ripresento anche quest'anno (e sempre mi presenterò fin quanto potrò, pure se fosse l'unico post) all'appuntamento, cinematograficamente parlando, più orrido ed orripilante della blogosfera. Un appuntamento tipicamente estivo, e che quest'anno proprio come l'estate che volge al termine, finirà a settembre (l'elenco completo con tutte le date passate e prossime lo trovate a fine post). L'appuntamento è ovviamente quello con la Notte Horror, che quest'anno ha raggiunto lo storico traguardo del decimo anno, ed io vi partecipo per l'ottava (e consecutiva come detto) volta. Come regole comandano, la scelta del film passa attraverso l'obbligo del genere horror, attraverso il vincolo della tamarrata e la preferenza dei decenni che vanno dagli anni '70 ai '90, ebbene questa volta la suddetta è caduta su di un film che nelle vere Notti Horror di Italia 1 è passato spesso negli anni, su di un film che altro non è che l'ennesimo, ulteriore horror ad episodi, formula tanto di moda negli anni '80 in poi soprattutto inerente a questo genere. I delitti del gatto nero infatti, oltretutto tradotto in modo non esattamente felice, quasi una barbaria (esclusivamente italica) volendolo rinominare così, dall'originale Tales from the Darkside: The Movie, è difatti un altro simpatico film ad episodi, un classico anni '90 composto da 3 episodi più uno che funge da cornice, e che si rifà al Creepshow di Romeriana memoria (e successivamente Carpenteriana riverenza, Body Bags del 1993, giusto l'anno scorso visto e recensito per questa simile occasione).
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giovedì 19 gennaio 2023
Unico indizio la luna piena (1985)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/01/2023 Qui - Tratto da un romanzo breve di Stephen King, Silver Bullet è un horror a tema licantropi molto godibile, classico prodotto nato negli anni '80 con tutte le consuete caratteristiche annesse. Caccia al mostro di turno nella classica cittadina di provincia statunitense. La premessa risaputa (quanto lo è la conclusione) è accompagnata da uno svolgimento onesto e tutto sommato avvincente. Come in buona parte dei racconti di King, la storia del terrore è in fondo un pretesto per parlare di valori che con la paura hanno poco a che fare, qui l'affetto famigliare, la fiducia fra fratelli, insomma un po' di "volemose bene". E' un film a tratti ingenuo, con un impianto più per ragazzi che da storia matura, ma l'ho trovato molto piacevole. Ovviamente la pellicola non è né troppo violenta né troppo sanguinosa, ma il mix fra favola per ragazzi e storia dell'orrore funziona, soprattutto nella seconda parte in cui la minaccia si manifesta con più frequenza. Personaggi stereotipati ma non irritanti, per i quali non si fatica a fare il tifo, momenti orrorifici distribuiti con intelligenza e mai stucchevoli, indagini scolastiche ma che tengono alta l'attenzione. La creatura è di Carlo Rambaldi e le trasformazioni in tempo reale, per la prima volta utilizzate in "Un lupo mannaro americano a Londra" di Landis, sono interessanti. Buona la regia (dell'ex-collaboratore di Spielberg Dan Attias), che riesce a realizzare alcune scene e sequenze davvero riuscite (la migliore secondo me è l'incubo del reverendo, quello dove vede i fedeli trasformarsi), curata la fotografia e decente la recitazione. Originali le particolari sedie a rotelle motorizzate utilizzate dal giovane protagonista (ne avrei voluta averne una quand'ero ragazzino). Divertente e, come da genere, decisamente nostalgico. Un filmetto che si guarda con piacere grazie alla sua semplicità e genuinità di fondo. Voto: 6
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Grano rosso sangue (1984)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/01/2023 Qui - Avevo visto "Children of the Corn" quando ero adolescente, vent'anni fa praticamente, e ricordo che mi era rimasta impressa questa storia del pericolo che si nasconde nei campi di grano. A parte questo, però non ricordavo assolutamente niente. Rivedendolo, l'ho trovato un filmetto passabile, tutto sommato all'altezza di certo cinema horror medio risalente agli anni '80. Accettabile a patto di sospendere la credulità in maniera netta, non tanto per il ribaltamento dei ruoli e la veicolazione del male attraverso dei bambini (simboli di purezza per eccellenza) quanto per la difficoltà a credere ad un massacro degli adulti rimasto celato per anni, soprattutto se la mattanza è avvenuta in un piccolo centro del Kansas, isolato quanto si vuole, ma comunque collegato col mondo circostante. Detto ciò abbiamo una pellicola dalla partenza intrigante velocemente ridotta ad una caccia all'uomo dalla flebile tensione. Lo spunto dell'estremismo religioso non è affatto male, ma la parte centrale resta vittima di snodi mal sviluppati e di cliché vari. Gli effetti speciali poi sono di bassa lega (evidenti sul finale). Protagonista femminile è Linda Hamilton, conosciuta soprattutto per essere la madre di John Connor in Terminator. Di Grano rosso sangue resta impressa sicuramente l'interpretazione fanatica di alcuni passi biblici, l'avanzare sotterraneo della creatura/entità che si cela nel grano e la rara bruttezza di un paio di ragazzini: tali John Franklin (Isaac) e l'inquietante Courtney Gans (Malachia). Diretto da Fritz Kiersch (di cui questo il miglior lavoro), ed ovviamente tratto da un racconto di Stephen King, un film interessante anche se non entusiasmante, ma che scorre abbastanza velocemente e merita visione. Voto: 6+
Fenomeni paranormali incontrollabili (1984)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/01/2023 Qui - A quei tempi ogni romanzo di Stephen King veniva trasposto sul grande schermo, forse anche quelli che stava scrivendo. Lo stesso autore non apprezzò molto questa trasposizione dell'Incendiaria ed al contrario di Shining, non si può dargli torto, anche se poi tanto brutto non è. Certamente la storia, alla base non male, viene trattata un po' male: il finale, con la ragazzina che si trasforma in "Commando" (tanto per rimanere in tema con il regista), mi sembra veramente disturbato rispetto al resto della storia, che appariva appunto interessante nel suo ruolo di b-story. Alti e bassi, non convince del tutto. Sci-fi-horror senza troppe sovrastrutture psicologiche, serratissimo nel ritmo e nella soluzione degli eventi ma con esiti spesso grossolani, ingenui e decisamente (e paradossalmente) poco Kinghiani. Pur con questi difetti, Mark L. Lester dirige un thriller dalla confezione pregevole, dando ampio respiro ai buoni effetti speciali (il finale, per quanto campy possano sembrare le "meteore" scagliate con la forza del pensiero, è pura goduria pirotecnica) e alle musiche evocative dei Tangerine Dream, che fanno perdonare le lentezze della tranche centrale. Ovviamente non siamo dinanzi ad un capolavoro ma la professionalità dell'operazione è indiscussa grazie ad una regia appunto sobria, ad una discreta sceneggiatura e ad attori di tutto rispetto tra cui spicca la piccola Drew Barrymore. Insomma una pellicola che pur funzionando solo a tratti scorre via veloce senza intoppi fino ad un finale certamente non banale. Voto: 6
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Cujo (1983)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/01/2023 Qui - Se ho sempre avuto paura dei cani, in special modo di grossa taglia, ci sarà un perché, e il perché "è colpa" di Cujo e di conseguenza del film, ma al di là di questo, un thriller/horror semplice ma efficace. Un buon prodotto tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King (che non ho letto, come del resto non ho letto nulla dell'autore ma solo visto film), un prodotto che ha quasi quaranta anni ma fa ancora la sua sporca figura, si prova empatia per i protagonisti e l'atmosfera è carica di tensione con alcuni punti "horror" davvero riusciti ed inquietanti. Ottimo il trucco di Cujo nella sua metamorfosi da cagnolone sornione a belva rabbiosa ricoperta di sangue, bave etc, molto d'effetto e realistico. E' infatti lui il miglior interprete del film e non so quanto bravi siano stati a fargli fare certe scene di cattiveria così realistiche. Molto bella (all'epoca) e davvero brava/professionale Dee Wallace che entrava di diritto tra le più brave e prolifiche attrici dell'horror anni '80 (e non solo). La regia di Lewis Teague è di buon livello, pulita, precisa, ingegnosa e realistica, insomma da vero esperto del settore e si avvale di una buona fotografia e di una bella colonna sonora, che sottolinea la tensione e dona un'aurea da puro horror alla pellicola. Peccato che il film si perde un po' troppo nel raccontare aspetti famigliari che possono appesantire la visione all'inizio, ma poi l'assedio finale è così realistico (bravo anche il dolce bambino) che si perdona qualche lungaggine di sceneggiatura. E tuttavia non un film trascendentale, ma un film seppur semplicistico affatto evitabile o disprezzabile. Voto: 6,5
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[Cinema] Speciale Stephen King
Post pubblicato su Pietro Saba World il 19/01/2023 Qui - Per cominciare un nuovo anno che si spera essere speciale, e non solo cinematograficamente parlando, ecco uno speciale, su una persona decisamente speciale, perché certamente Stephen King non è uno qualunque. Non lo era infatti H.P. Lovecraft, genio ispiratore, e non lo è neanche il "Re del brivido", genio della letteratura horror-fantastica, tra i più prolifici scrittori viventi, e tra quelli che più hanno ispirato cuori e menti di milioni di persone (e registi del calibro di Stanley Kubrick, John Carpenter o J.J. Abrams), pochi scrittori hanno difatti avuto l'impatto che ha avuto King nel ventesimo secolo, un impatto che non si misura soltanto nella quantità di libri venduti, ma nella pervasività dell'immaginario che ha creato, replicata in innumerevoli trasposizioni cinematografiche e televisive (negli ultimi quarant'anni probabilmente viste una ventina). A tratti brillante e per altri no, ma tutti dalla impossibile sottovalutazione. Tra i titoli più celebri: "L'ombra dello scorpione", "Il Miglio verde", "Shining", "Misery", "Carrie", portati sul grande schermo (e non per caso) da registi di chiara fama, quali Stanley Kubrick e Brian De Palma (e in questo caso con risultati eccellenti). Ispirato da fobie e traumi vissuti in età infantile (la sua figura pubblica suscita simpatia ma uomo turbolento è sempre stato), Stephen King (che come ogni bestsellerista, e forse anche come ogni scrittore, è un marchio, un brand) fin da studente ha iniziato a scrivere racconti che avevano come elemento comune il rapporto tra paranormale e infanzia. Se diciamo King, ci immaginiamo (non a caso) una certa atmosfera, una placida cittadina del New England disturbata, prima a poco a poco e poi in un crescendo apocalittico, da mali innominabili. Ha prodotto icone memorabili del terrore come Pennywise, creato ambientazioni o personaggi che sono diventati poco meno che figure del senso comune, come l'Overlook Hotel. Insomma una leggenda, che ho voluto appunto omaggiare con alcune trasposizioni cinematografiche, che venute bene o meno, influenzeranno il genere horror. Proprio l'horror uno dei comuni denominatori di questi quattro film (diversi ma simili tra loro), insieme agli anni '80 e il fatto che tra i protagonisti ci siano bambini. E mettendo in conto che nessuno di questi libri omonimi ho letto, ecco com'è andata, ecco cosa ne penso di questi per metà rivisti, altri alla prima visione.
giovedì 27 ottobre 2022
Nell'erba alta (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2022 Qui - Mentre guidano verso la California, due fratelli, Becky e Carl, si addentrano in un campo del Kansas, attirati da una richiesta di aiuto. Tratto da Stephen King, il film di Vincenzo Natali (il famoso regista de Il cubo) è un horror che funziona nel ricreare atmosfere cupe ed angosciose legate ad un luogo apparentemente idillico e in realtà minaccioso e terrorizzante, ma è più riuscito nella prima parte rispetto alla seconda, in cui appare più convenzionale con la storia maggiormente "tirata per le lunghe". Inoltre i personaggi sono poco convincenti e pure la stessa star del film, ovvero Patrick Wilson, appare poco convinta. Nulla di memorabile (alla fine si ha l'impressione che l'idea si potesse sfruttare meglio) ma comunque non male, l'intrattenimento c'è. Voto: 6
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sabato 30 aprile 2022
1922 (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2022 Qui - L'antico dibattito tra città e campagna viene risolto in modo drastico
(e definitivo) dal protagonista di questa pellicola tratta da un
racconto di Stephen King. Ed in questo senso Netflix, dopo Il gioco di Gerald, si riconferma una buona produttrice di adattamenti di King, che
risultano piuttosto fedeli e pertinenti (per quello che posso sapere).
Rimane quella sensazione di "televisivo" che affliggeva pure il
precedente, ma, in questo caso, la performance di primo piano del
protagonista (un insolitamente scavato e pertinentemente oscuro Thomas
Jane, valido interprete già tempo addietro impegnato in adattamenti e
trasposizioni da King), oscura in molte situazioni quella impressione e
si rivela uno dei punti di forza della trasposizione. Sebbene non faccia
infatti gridare al miracolo (ma in definitiva nemmeno la storia è così
travolgente) il film si lascia guardare per l'abilità del regista
(l'australiano Zak Hilditch, che qualche tempo fa sorprendeva positivamente
col catastrofico These final hours) di sfruttare la location rurale, il
senso di tensione che riesce a creare (specie nella seconda parte) e la buona prova dei protagonisti (tra cui Molly Parker). In
generale 1922 è un buon film, che poteva essere però molto migliore.
Voto: 6+
mercoledì 7 luglio 2021
La metà oscura (1993)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/07/2021 Qui - Dopo la riuscita collaborazione per Creepshow, George A. Romero e Stephen King s'incontrano nuovamente, ed insieme danno vita ad un mix di horror, thriller e fantasy interessante ma purtroppo non esaltante. In questo caso infatti il risultato non è all'altezza delle aspettative più elevate, ma comunque non delude regalando parecchi aspetti che possono soddisfare un cinefilo appassionato. La metà oscura difatti, adattamento dell'omonimo romanzo di King, è un film affascinante, che seppur non riuscitissimo in tutto e per tutto, possiede tanti meriti, come affrontare temi diversi, possedere più chiavi di lettura, sviluppare in maniera articolata il tema del doppio e mettere in mostra il rapporto tra arte ed artista. Complessivamente riesce a creare suggestioni azzeccate, con più di un momento confezionato con notevole maestria (anche se il tema faceva pensare a registi diversi per rappresentarlo, Romero è sempre Romero anche se sotto ai suoi livelli massimi) anche se non sempre lo sviluppo è compatto in tutte le sue articolazioni (storia interessante anche se infarcita da un po' troppi corollari tipo la storia degli uccelli), ma le atmosfere sono spesso efficaci. Molti gli spunti presenti, così come gli eventi, personalmente ho trovato più consistente la prima parte rispetto alla seconda anche se poi il finale riesce a toccare le corde giuste ed è di un certo impatto. Pregevole il contributo del cast, con un Timothy Hutton in forma come poche volte è capitato nella sua carriera. Il ruolo gli calza dannatamente bene e riesce ad esprimere a dovere la dualità del suo personaggio con movimenti schizofrenici, tremolii e sguardi ambigui ben calibrati, da segnalare anche la presenza di Michael Rooker alias Merle, alias Henry pioggia di sangue, alias Yundu nei guardiani della galassia, beh devo dire che vederlo nei panni di un poliziotto fa strano ma è gradevole come interpretazione. Dunque da questo La metà oscura (The Dark Half) mi sarei aspettato qualcosa di più (dannate aspettative), ma rimane un film interessante e ricco di aspetti e che per questo merita di essere visto e successivamente discusso ed interpretato, nel bene e nel male. Voto: 6+
mercoledì 14 aprile 2021
Creepshow (1982)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/04/2021 Qui - Nel suo genere, ovvero nel mondo degli horror a episodi, questo film rappresenta uno dei livelli più alti in assoluto. Uno dei cult degli inossidabili anni '80. Citato sempre più spesso ed omaggiato una volta sì ed una volta no, Creepshow è un divertente film a episodi ispirato ai vecchi fumetti horror della EC Comics. Un gustoso mix condito da una forte vena grottesca e da humour nero come la pece. Le due menti sono Stephen King, autore dei cinque racconti horror (in uno recita pure), e George A. Romero, regista della relativa trasposizione cinematografica, che formano una coppia formidabile, e hanno abbastanza libertà nel confezionare un film intelligente che prima ti spaventa, poi allenta la tensione fino a farti sorridere con dei finali comici fino al paradosso (una pellicola briosa, dai colori accesi e non priva di alcune gustose invenzioni visive). Come spesso capita la qualità è variabile, i primi due non sono male, ma sono i più deboli, mentre gli altri tre sono davvero notevoli (il terzo punta sul sadico, mentre il quarto sullo splatter e il quinto sulla claustrofobia e il disgusto). La regia, gli effetti speciali, la fotografia e le interpretazioni sopra le righe degli attori, sono esplicitamente "fumettistiche". Attori del calibro di Leslie Nielsen, Ted Danson, Adrienne Barbeau ed Ed Harris li interpretano con convinzione ed auto-ironia, diretti, con mano felice, dal regista de La città verrà distrutta all'alba. Si tratta di intrattenimento puro, un film che si fa vedere ma che non è certo memorabile, anche se ha un paio di momenti particolarmente riusciti, ed un eccellente interpretazione di Leslie Nielsen in un ruolo inusuale, per lui. La prima volta che l'ho visto da bambino sono rimasto traumatizzato dall'ultima storia (quella degli scarafaggi). L'ho rivista oggi e mi ha traumatizzato di nuovo. A mio parere è la migliore del film: il contrasto tra l'appartamento totalmente bianco e lindo che sembra impenetrabile e questi scarafaggi enormi è veramente d'effetto. Nel complesso un piccolo cult che si lascia sempre vedere più che volentieri. Voto: 7
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sabato 27 febbraio 2021
Stand by Me - Ricordo di un'estate (1986)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/02/2021 Qui - Un piccolo classico del cinema sull'adolescenza, film icona degli anni ottanta, questo è Stand by me (a cui tuttavia personalmente gli ho sempre preferito altri, ma indubbio il suo valore). Un film che sa raccontare, con estrema sincerità e semplicità, il ricordo nostalgico di un adulto (sollecitato da un evento infausto) sul periodo "perduto" della propria adolescenza, soffermandosi sulla straordinaria avventura di quattro ragazzini, che si perderanno di vista nel prosieguo della propria esistenza, ma la cui amicizia perdurerà e continuerà a legarli nelle rimembranze. Rob Reiner è abile nel narrare storie adolescenziali, connotandole di una vena amara (esemplata dalle esperienze familiari di ciascuno di essi tutt'altro che rose e fiori) ma allo stesso tempo riscattandole in virtù dei momenti magici e indimenticabili che i quattro amici hanno vissuto insieme. E' un tributo al tempo fanciullezza che, per quanto possa essere travagliato, rimane pur sempre il periodo più bello dell'esistenza di ciascun individuo. Credo che il bello di questo film sia sempre stato e stia proprio in questa semplicità dichiarata: lo si vede, trascorre leggero, quasi senza che ce ne si accorga. E se a suggello di un'operazione ben congeniata a monte come questa (dopotutto parliamo di un racconto di Stephen King, uno dei suoi pochi non horror), si segnalano una convincente selezione musicale che accompagna i diversi livelli della storia e una perfetta scelta di casting, allora il gioco è fatto (anche se perfetto comunque non è). Per me una piccola gemma, non un capolavoro (o almeno per me non lo è mai stato), ma un excursus di sicura presa in grado di riaprire pagine sopite nel tempo (lo "sbloccaricordi" per eccellenza). Voto: 7,5
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lunedì 8 febbraio 2021
Christine - La macchina infernale (1983)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/02/2021 Qui - Da un'idea poco inquietante (almeno su carta) e all'epoca già abbastanza abusata di suo (Duel, La macchina nera e molto più prima Herbie, dopotutto Christine pare proprio il suo gemello cattivo, il suo lato oscuro), maestro John Carpenter (fresco settantatreenne, ancora Auguri) se ne uscì più che dignitosamente con questo "leggero" (all'apparenza) horror dalla grande atmosfera, un film che rivisto dopo anni non è per niente invecchiato, un film che, basato sull'omonimo romanzo di Stephen King dello stesso anno, seppur minore nella filmografia di Carpenter, tra i suoi più iconici e riconoscibili, con due palle così. Come dicevo prima, l'idea di una macchina posseduta, auto verniciata rosso fiammante che si rivela fin da subito un entità maligna, bastarda fino al midollo (come da, straordinario, contrappunto musicale), sinceramente, non è che sia proprio così "terrorizzante", ma l'abilità del regista qui, è stata proprio quella di riuscire (con poco e con successo) a rendere tutto spaventoso ed agghiacciante in ogni caso (aggiungendoci pure qualche accurato e sincero episodio di vita adolescenziale). Un'interessante sceneggiatura ricca di colpi di scena, una regia ispirata, un'inquietante fotografia, delle musiche da brivido (punto forte del film, realizzate come al solito con il fraterno Alan Howarth), degli ottimi effetti speciali, e degli attori abbastanza in parte (Keith Gordon, John Stockwell, il mitico Robert Prosky e la futura bagnina Alexandra Paul, e la giovanissima Kelly Preston, recentemente scomparsa) sono gli ingredienti base di questo horror non particolarmente memorabile (specie se si parla appunto di John Carpenter) ma comunque ben fatto, girato con classe e capace di trasmettere in più occasioni una tensione non indifferente (nelle scene degli omicidi in particolare). Sprecato Harry Dean Stanton nei panni di un detective completamente inutile. Un plus in più per affetto (ricordo la prima volta che lo vidi, stessa sensazione di inquietudine) e per l'ispirazione che nel futuro poi regalerà. Voto: 7+
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lunedì 25 gennaio 2021
Doctor Sleep (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/01/2021 Qui - Dopo l'adattamento de Il gioco di Gerald per Mike Flanagan tocca confrontarsi con il seguito più atteso di sempre per gli amanti di Stephen King e dell'horror in generale. Se inizialmente restano le atmosfere e qualche bel richiamo al primo film successivamente si avverte un po' di fastidio e viene spontaneo chiedersi il significato di questo seguito. Anche perché più che di horror trattasi di un (buon) dark fantasy. Da Shining poi si prende solamente spunto, per raccontare una storia che si discosta quasi del tutto dal capolavoro di Stanley Kubrick, i cui elementi danno l'avvio e la conclusione alla pellicola. Questo determina una certa autonomia della trama rispetto all'ingombrante originale, mossa alquanto furba per evitare paragoni rovinosi, ma che comunque non dissipa lo scetticismo. Una bambina prodigio ed un ex bimbo prodigio (il nostro Danny, un Ewan McGregor alquanto in parte), ora adulto, combattono fianco a fianco una lotta magica contro un gruppo di malvagi cannibali spirituali, guidati da una fascinosa e bellissima Rebecca Ferguson. Per niente noioso, anzi particolarmente stimolante, le vicende sono narrate con buon ritmo, alternando momenti action ad altri di riflessione (le scene migliori sono quelle girate nell'hotel maledetto). Il risultato è un film che intrattiene, ma che sembra poter dare molto più di quello che effettivamente dà (il regista, che dal precedente pesca pure qualche nome, se la cava). Doctor Sleep lascia un ricordo piacevole eppure vago. Voto: 6
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lunedì 14 dicembre 2020
Brivido (1986)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - Unica regia di Stephen King e forse una delle trasposizioni più pazzoidi e rocambolesche di uno dei suoi racconti (al passaggio di una cometa, veicoli a motore ed elettrici prendono coscienza iniziando ad uccidere gli uomini, alcune persone si ritrovano assediate all'interno di una stazione di servizio, presa coscienza dell'evento, resistono e progettano la fuga). Non sembra che il Re volesse prendersi sul serio, pare infatti divertirsi a dirigere prove attoriali sopra le righe (di attori come Emilio Estevez, non esattamente un grande attore), scene catastrofiche accompagnate dalle chitarre degli Ac/Dc, esplosioni a iosa, effetti visivi ottantiniani, uccisioni violentissime e assurde. Il ritmo da film d'assedio rischia di cadere nel catatonico, ma la massiccia dose di scene goffe e spettacolari tiene lontana il più possibile la noia (bellissima la scena del ponte e il divertente inizio, dove appare il cameo proprio di Stephen King). Un film brutto che funziona. Il susseguirsi degli eventi è così sconclusionato e stravagante da risultare infatti quasi irresistibile. Il tema delle macchine ribelli ha sempre il suo fascino e l'enorme bestione nero con la maschera da folletto è una figura che, nonostante tutto, è riuscita ad imprimersi nell'immaginario (ancora, non per caso, mi inquieta). Difatti sufficiente, e va bene che dal maestro del brivido King ci si aspetterebbe molto di più, Brivido, tuttavia, rimane un film che, anche se alla distanza non regge, ha i suoi momenti suggestivi e, per una visione distratta, funziona ancora. Voto: 6
It - Capitolo due (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - Il capitolo finale di IT, tratto dall'omonimo e famosissimo libro di Stephen King (che qui compare anche in un divertente cameo) si è fatto attendere (ben due anni), non senza creare intorno a se un'aura di curiosità mista a diffidenza, per la possibile piega che potevano prendere gli eventi, soprattutto dopo una più che discreta prima parte, ma possiamo dire che non è andata poi così male, anche se il primo è decisamente migliore. Il primo It infatti, non mi era dispiaciuto, anzi, gli avevo dato un 7,5, ma il film in fondo era più che altro un thriller. La seconda parte, cioè questo, spinge più sull'horror, non è malvagio (soprattutto nella prima ora e mezza), poi però ha vari cedimenti e alla fine io sarei per la sufficienza. Si racconta di come siano passati 27 anni e i ragazzini del primo film (presenti anche qua, nei flashback) siano ora adulti, il pagliaccio assassino è tornato e ci sono molti conti da chiudere una volta per sempre. Il film è di notevole lunghezza (2 ore e tre quarti) ma di rapida scorrevolezza. Il problema è il finale, il modo cioè di come viene affrontato infine It, beh, è debole assai e deludente. Non mi è piaciuta molto la caratterizzazione dei personaggi adulti, rispetto alla controparte bambina del precedente film c'è un bello stacco (in negativo, però). Se Jessica Chastain e Bill Hader non fanno rimpiangere i piccoli colleghi, Jay Ryan e James McAvoy non sembrano sempre essere in simbiosi con la sceneggiatura o comunque risulta difficile, in certi momenti, collocarli nel contesto. Sempre più nella parte invece Bill Skarsgård che riesce ad essere sempre più spaventoso. Il suo Pennywise ricalca la crudeltà del personaggio creato da King. E' la personificazione del male e se ti terrorizza quando è in scena, quando non c'è brami la sua presenza, come se non potessi fare a meno di vederlo, un personaggio calamitante. In questo secondo capitolo c'è molta più CGI (non eccezionale a volte, bisogna dirlo), e c'è qualche scena tipicamente horror decisamente ben fatta (in questo senso si vede la buona mano di Andrés Muschietti). Tutto sommato non è male, e nel complesso pellicola da vedere se rimasti favorevolmente colpiti da quella del 2017. Voto: 6
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lunedì 23 settembre 2019
La zona morta (1983)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/09/2019 Qui
Tema e genere: Thriller drammatico paranormale tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King.
Trama: Johnny rimane vittima di un incidente stradale ed esce dal coma dopo cinque anni, la sua esistenza è sconvolta. La sua ragazza ha sposato un altro, e per di più si rende conto in circostanze drammatiche di avere il potere di "vedere" il futuro.
Recensione: "La zona morta" è quella parte del nostro cervello molto spesso inutilizzata che ha la capacità di carpire scene o situazioni da altri luoghi. Questa è la facoltà acquisita da Johnny Smith (un'eccezionale Cristopher Walken) dopo un incidente stradale, una facoltà che avrà ripercussioni importanti su di lui e su tanti. Il lungometraggio di David Cronenberg è come da copione perfettamente nel suo stile: atmosfera rarefatta e perennemente ostile, amori vissuti sempre al limite, problemi mentali e scene tipicamente thrilling. Forse però la scelta hollywoodiana non ha permesso al regista canadese di sfogare tutta la sua violenza: il lato gore tanto caro al regista canadese viene soltanto accennato in alcune sequenze, per il resto non ha l'importanza che avrà in un film come Videodrome. Inoltre sebbene si deve riconoscere l'ottima resa filmica, non si può non notare come le ristrettezze dettate dalla casa produttrice abbiano influito sul film. La zona morta è infatti un prodotto un po' a metà tra il credo cinematografico di David Cronenberg e il marketing made in Hollywood. Un problema che si riflette nel concatenarsi di eventi dislocati tra loro, che non contribuiscono a rendere scorrevole il film, mentre quando si delinea un deciso diagramma narrativo (come nell'ultima mezz'ora), il film decolla nettamente nei confronti di una prima parte singhiozzante. Rimane però del tutto inconfondibile la mano di David Cronenberg, uno dei massimi scrutatori della mente umana per quanto riguarda il cinema. Quest'altra sua pellicola non fa che confermare e ampliare il suo concetto di "uomo in perenne metamorfosi", chiarendo fin da subito che il cambiamento è in questo caso interiore al protagonista e non si manifesta con cambiamenti fisici. Motivo per cui La zona morta rimane comunque un film prettamente in stile Cronenberg, nonostante alcune lacune sparse qua e là. Motivo per cui questo film, un film dove tanto materiale c'è per riflettere, temi fondamentali quali la sofferenza e la solitudine di vite spezzate dal destino beffardo e relative occasioni mancate, la solita contrapposizione bene/male, egoismo o altruismo, eroi per caso e criminali megalomani, ovviamente non ultimo l'elemento "paranormale" maledizione che succhia l'anima o dono "divino" utile a evitare le crudeltà del mondo, rimane (ed è) uno dei suoi punti più belli ed emozionanti.
Trama: Johnny rimane vittima di un incidente stradale ed esce dal coma dopo cinque anni, la sua esistenza è sconvolta. La sua ragazza ha sposato un altro, e per di più si rende conto in circostanze drammatiche di avere il potere di "vedere" il futuro.
Recensione: "La zona morta" è quella parte del nostro cervello molto spesso inutilizzata che ha la capacità di carpire scene o situazioni da altri luoghi. Questa è la facoltà acquisita da Johnny Smith (un'eccezionale Cristopher Walken) dopo un incidente stradale, una facoltà che avrà ripercussioni importanti su di lui e su tanti. Il lungometraggio di David Cronenberg è come da copione perfettamente nel suo stile: atmosfera rarefatta e perennemente ostile, amori vissuti sempre al limite, problemi mentali e scene tipicamente thrilling. Forse però la scelta hollywoodiana non ha permesso al regista canadese di sfogare tutta la sua violenza: il lato gore tanto caro al regista canadese viene soltanto accennato in alcune sequenze, per il resto non ha l'importanza che avrà in un film come Videodrome. Inoltre sebbene si deve riconoscere l'ottima resa filmica, non si può non notare come le ristrettezze dettate dalla casa produttrice abbiano influito sul film. La zona morta è infatti un prodotto un po' a metà tra il credo cinematografico di David Cronenberg e il marketing made in Hollywood. Un problema che si riflette nel concatenarsi di eventi dislocati tra loro, che non contribuiscono a rendere scorrevole il film, mentre quando si delinea un deciso diagramma narrativo (come nell'ultima mezz'ora), il film decolla nettamente nei confronti di una prima parte singhiozzante. Rimane però del tutto inconfondibile la mano di David Cronenberg, uno dei massimi scrutatori della mente umana per quanto riguarda il cinema. Quest'altra sua pellicola non fa che confermare e ampliare il suo concetto di "uomo in perenne metamorfosi", chiarendo fin da subito che il cambiamento è in questo caso interiore al protagonista e non si manifesta con cambiamenti fisici. Motivo per cui La zona morta rimane comunque un film prettamente in stile Cronenberg, nonostante alcune lacune sparse qua e là. Motivo per cui questo film, un film dove tanto materiale c'è per riflettere, temi fondamentali quali la sofferenza e la solitudine di vite spezzate dal destino beffardo e relative occasioni mancate, la solita contrapposizione bene/male, egoismo o altruismo, eroi per caso e criminali megalomani, ovviamente non ultimo l'elemento "paranormale" maledizione che succhia l'anima o dono "divino" utile a evitare le crudeltà del mondo, rimane (ed è) uno dei suoi punti più belli ed emozionanti.
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mercoledì 21 agosto 2019
Notte Horror 2019: Cimitero vivente (1989)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/08/2019 Qui
Tema e genere: Horror tratto dal romanzo Pet Sematary, di Stephen King, che racconta una storia d'amore ma soprattutto morte.
Tema e genere: Horror tratto dal romanzo Pet Sematary, di Stephen King, che racconta una storia d'amore ma soprattutto morte.
Trama: La famiglia Creed si trasferisce in una piccola cittadina del Maine che sorge vicino ad un antico cimitero indiano in grado di far tornare in vita i morti. Un tragico incidente costringerà il Dott. Louis a seppellire un membro della famiglia e sarà l'inizio della sua discesa negli inferi.
Recensione: Esistono film di genere non perfetti, con difetti evidenti, ma che riescono comunque a ritagliarsi un posto nell'alveo dei cult non troppo trascurabili. In questo gruppo rientra Cimitero vivente, film del 1989, diretto da Mary Lambert e celebre adattamento del romanzo di Stephen King Pet Sematary pubblicato nel 1983. Gli adolescenti degli anni '90, amanti del brivido, con probabilità avranno visto per la prima volta questo titolo nella celebre rubrica Notti Horror di Italia 1 (e questo è uno dei motivi del perché ho scelto questo film per partecipare alla sesta edizione della Notte Horror, la quarta mia personale), i neofiti magari l'hanno recuperato in seguito, ma tutti avranno notato come, nonostante una sceneggiatura a volte lacunare e un ventaglio di interpretazioni caricate, Cimitero vivente sia un piccolo gioiellino che racconta al meglio quel che il cinema horror realizzava a fine anni '80. Tanto che in pieno revival '80 era più o meno scontato che ciò avrebbe suscitato anche 30 anni dopo, l'interesse di Hollywood nel rifarlo. Infatti, mesi fa è uscito il remake, perciò valeva forse la pena (ri)dare uno sguardo al film "originale", e così ho fatto (questo l'altro motivo del perché ho scelto questo film per la rassegna cinematografica tra blogger). Uscito nel 1989, il film appare come una produzione minore se paragonato ad altre incarnazioni (successive o precedenti) su celluloide dei lavori di King. Opere imprescindibili come Carrie - Lo sguardo di Satana di Brian De Palma, It (la miniserie) diretta da Tommy Lee Wallace e ovviamente Shining di Stanley Kubrick. A Cimitero vivente non è legato alcun grosso nome hollywoodiano: la regista Mary Lambert aveva alle spalle solo una lunga gavetta di video musicali (perlopiù di Madonna) e il nome più altisonante che appariva nel cast era quello di Fred Gwynne, che negli anni '60 era parecchio attivo soprattutto in tv. Ma contro ogni previsione Cimitero vivente è un film che riesce a terrorizzare oggi come allora, soprattutto per l'argomento che tratta, ovvero la difficoltà dell'essere umano di accettare la morte di un suo caro. I Creed sono la tipica famiglia medio borghese americana degli anni '80. Si trasferiscono in uno sperduto paesino di provincia (ovviamente nel Maine, dove sennò) dove le loro vite subiscono improvvisi traumi. Quando il gatto Churchill muore, il capo famiglia e il vicino di casa lo seppelliscono in un vecchio cimitero indiano in grado di riportare i defunti di nuovo in vita. In effetti la bestiola tornerà ancora a vivere, ma pervasa da un'anima corrotta e malvagia. Eppure ciò non frenerà il protagonista nell'affrontare lo stesso percorso quando a morire sarà qualcun altro. È tutta questione di essenza: gli stacchi di montaggio irruenti, la presentazione didascalica della famiglia medio-borghese americana, i momenti stereotipati non influiscono sull'atmosfera malsana e angosciante che si respira in Cimitero vivente. Complice di questa atmosfera l'argomento universale dell'accettazione del lutto, inserito in contesto sovrannaturale che si mischia lievemente anche con la storia dei nativi americani.
Recensione: Esistono film di genere non perfetti, con difetti evidenti, ma che riescono comunque a ritagliarsi un posto nell'alveo dei cult non troppo trascurabili. In questo gruppo rientra Cimitero vivente, film del 1989, diretto da Mary Lambert e celebre adattamento del romanzo di Stephen King Pet Sematary pubblicato nel 1983. Gli adolescenti degli anni '90, amanti del brivido, con probabilità avranno visto per la prima volta questo titolo nella celebre rubrica Notti Horror di Italia 1 (e questo è uno dei motivi del perché ho scelto questo film per partecipare alla sesta edizione della Notte Horror, la quarta mia personale), i neofiti magari l'hanno recuperato in seguito, ma tutti avranno notato come, nonostante una sceneggiatura a volte lacunare e un ventaglio di interpretazioni caricate, Cimitero vivente sia un piccolo gioiellino che racconta al meglio quel che il cinema horror realizzava a fine anni '80. Tanto che in pieno revival '80 era più o meno scontato che ciò avrebbe suscitato anche 30 anni dopo, l'interesse di Hollywood nel rifarlo. Infatti, mesi fa è uscito il remake, perciò valeva forse la pena (ri)dare uno sguardo al film "originale", e così ho fatto (questo l'altro motivo del perché ho scelto questo film per la rassegna cinematografica tra blogger). Uscito nel 1989, il film appare come una produzione minore se paragonato ad altre incarnazioni (successive o precedenti) su celluloide dei lavori di King. Opere imprescindibili come Carrie - Lo sguardo di Satana di Brian De Palma, It (la miniserie) diretta da Tommy Lee Wallace e ovviamente Shining di Stanley Kubrick. A Cimitero vivente non è legato alcun grosso nome hollywoodiano: la regista Mary Lambert aveva alle spalle solo una lunga gavetta di video musicali (perlopiù di Madonna) e il nome più altisonante che appariva nel cast era quello di Fred Gwynne, che negli anni '60 era parecchio attivo soprattutto in tv. Ma contro ogni previsione Cimitero vivente è un film che riesce a terrorizzare oggi come allora, soprattutto per l'argomento che tratta, ovvero la difficoltà dell'essere umano di accettare la morte di un suo caro. I Creed sono la tipica famiglia medio borghese americana degli anni '80. Si trasferiscono in uno sperduto paesino di provincia (ovviamente nel Maine, dove sennò) dove le loro vite subiscono improvvisi traumi. Quando il gatto Churchill muore, il capo famiglia e il vicino di casa lo seppelliscono in un vecchio cimitero indiano in grado di riportare i defunti di nuovo in vita. In effetti la bestiola tornerà ancora a vivere, ma pervasa da un'anima corrotta e malvagia. Eppure ciò non frenerà il protagonista nell'affrontare lo stesso percorso quando a morire sarà qualcun altro. È tutta questione di essenza: gli stacchi di montaggio irruenti, la presentazione didascalica della famiglia medio-borghese americana, i momenti stereotipati non influiscono sull'atmosfera malsana e angosciante che si respira in Cimitero vivente. Complice di questa atmosfera l'argomento universale dell'accettazione del lutto, inserito in contesto sovrannaturale che si mischia lievemente anche con la storia dei nativi americani.
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giovedì 23 maggio 2019
La torre nera (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/05/2018 Qui - Il re dell'horror e del fantasy (così unilateralmente definito) è stato portato sul grande schermo in più occasioni (e con discreto successo) e ha vissuto bene anche sul piccolo schermo grazie a film tv e mini serie. Da IT a Misery non deve morire, da Shining a Carrie, da Stand by me a Il miglio verde, da Cujo a The Mist, Stephen King ha avuto più volte l'onore di vedere le proprie opere animarsi per il pubblico. In questo caso, tocca alla Torre Nera (The Dark Tower) l'onere di riportare in auge uno dei suoi tanti romanzi famosi, e le premesse per farne un ottimo film quindi (film del 2017 diretto da Nikolaj Arcel) c'erano tutte nuovamente. Cast di prim'ordine e azzeccato, trama interessante e curiosa dove figura imponente una torre nera che si erge al centro di un esteso multiverso mantenendolo in equilibrio e inaccessibile dalle forze malvagie, un pistolero, un mago e un ragazzino acuto e brillante sono gli elementi principali della storia. Ma il film ciò nonostante appare sin dalla prima mezz'ora piatto, blando e piuttosto prevedibile. Non coinvolge mai pienamente e non emoziona, non riesce a costruire la debita suspense per lo svolgersi delle azioni e tutta la trama, apparentemente articolata e profonda, si dissolve pian piano tramutandosi in una delle tante, innumerevoli, parabole cinematografiche del bene contro il male. In uno, probabilmente e quasi certamente, dei più infelici adattamenti cinematografici tratti dai lavori del grande romanziere statunitense. D'altronde anche se chi vi scrive non ha avuto il piacere di leggere l'opera originale, i problemi che affliggono la pellicola appaiono evidenti anche tralasciando qualsiasi tipo di confronto con la fonte d'ispirazione. Giacché questo film, che può tranquillamente far parte dello "spettro negativo" delle trasposizioni cinematografiche delle (molto spesso) omonime saghe letterarie di Stephen King, non smentisce il rapporto spesso contrastato tra le sue opere e il cinema, che hanno avuto fortune alterne sul grande schermo.
mercoledì 22 maggio 2019
It: Capitolo Uno (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/04/2018 Qui - Sono una di quelle persone rimaste traumatizzate per anni solo per aver visto alcuni pezzi del film TV del '90 per poi scoprire, rivedendolo, che era davvero poca cosa dal punto di vista della paura. Da questa specie di remake mi aspettavo perciò un film terrorizzante, e così è (in parte) stato. Lo si capisce bene fin dalla prima terrificante sequenza (addirittura forse fin troppo esagerata di questo cambio d'abito), dove lo spettatore comprende immediatamente che bisogna dimenticarsi della pungente ironia nera del capitolo originale e addentrarsi in qualcosa di più profondo e inquietante, qualcosa di senza dubbio riuscito. Certo, forse resterà (e qualcuno sarà rimasto) deluso chi si aspettava un horror nel vero senso della parola, perché questo film è soprattutto un'avventura, l'avventura di un gruppo di ragazzini che amano stare insieme, che insieme affrontano le loro paure più grandi e, sempre insieme, crescono. Una storia di formazione puntellata da palloncini rossi e da qualche spavento. Non a caso il romanzo It, uno dei libri più spaventosi di Stephen King (e molto più che una storia horror), che tuttavia non ho mai letto (e in questo caso difficile è capire se la storia che viene qui raccontata è coerente e fedele o no ai libri) è un racconto di crescita e formazione in cui l'horror serve "solo" a raccontare paure e disillusioni di un importante periodo della vita, quello a metà tra l'infanzia e l'età adulta. Ed It (vero nome Pennywise), mostro terribile dalle fattezze innocenti che si ciba di terrore, rappresenta simbolicamente il trauma di questo delicato passaggio. In tal senso l'obiettivo principale del film It, conosciuto anche come It: Capitolo Uno (It: Chapter One), film del 2017 diretto da Andrés Muschietti, per regista e sceneggiatori, era soprattutto restituire questo tema. E per fare ciò hanno pensato bene e giustamente di dedicare questo primo capitolo esclusivamente alle vicende vissute dai protagonisti da bambini, per poter meglio raccontare le loro storie personali e l'amicizia che li lega.
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