Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/10/2023 Qui - Mi aspettavo molto di più da questo lavoro di Joe Wright, reduce dal successo de L'ora più buia, ed invece questo frettoloso thriller dalle inevitabili venature Hitchcockiane non prende praticamente mai il volo, incapace di conciliare la tensione narrativa con un compiuto disegno psicologico dei personaggi (Amy Adams solamente regge). Si arriva verso la risoluzione conclusiva a strappi, tra una sequenza riuscita e un'altra meno, eppure il risultato d'insieme non può alla fine considerarsi riuscito. Forse 15/20 minuti di girato in più avrebbero permesso uno svolgimento più lineare della vicenda. Non male, ma poteva essere molto di più. Nel complesso infatti vedibile, ma la sensazione è quella di un'occasione mancata. Voto: 5
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giovedì 26 ottobre 2023
La donna alla finestra (2021)
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martedì 22 agosto 2023
Notte Horror 2023: I delitti del gatto nero (1990)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/08/2023 Qui - Ininterrottamente dal 2016 partecipo a questa bellissima iniziativa, e mi ripresento anche quest'anno (e sempre mi presenterò fin quanto potrò, pure se fosse l'unico post) all'appuntamento, cinematograficamente parlando, più orrido ed orripilante della blogosfera. Un appuntamento tipicamente estivo, e che quest'anno proprio come l'estate che volge al termine, finirà a settembre (l'elenco completo con tutte le date passate e prossime lo trovate a fine post). L'appuntamento è ovviamente quello con la Notte Horror, che quest'anno ha raggiunto lo storico traguardo del decimo anno, ed io vi partecipo per l'ottava (e consecutiva come detto) volta. Come regole comandano, la scelta del film passa attraverso l'obbligo del genere horror, attraverso il vincolo della tamarrata e la preferenza dei decenni che vanno dagli anni '70 ai '90, ebbene questa volta la suddetta è caduta su di un film che nelle vere Notti Horror di Italia 1 è passato spesso negli anni, su di un film che altro non è che l'ennesimo, ulteriore horror ad episodi, formula tanto di moda negli anni '80 in poi soprattutto inerente a questo genere. I delitti del gatto nero infatti, oltretutto tradotto in modo non esattamente felice, quasi una barbaria (esclusivamente italica) volendolo rinominare così, dall'originale Tales from the Darkside: The Movie, è difatti un altro simpatico film ad episodi, un classico anni '90 composto da 3 episodi più uno che funge da cornice, e che si rifà al Creepshow di Romeriana memoria (e successivamente Carpenteriana riverenza, Body Bags del 1993, giusto l'anno scorso visto e recensito per questa simile occasione).
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martedì 21 aprile 2020
Sotto sequestro (2018)
Titolo Originale: Bel Canto
Anno e Nazione: USA 2018
Genere: Thriller, Drammatico, Musicale, Sentimentale
Produttore: Caroline Baron, Anthony Weintraub, Paul Weitz, Andrew Miano
Lizzie Friedman, Karen Lauder, Greg Little
Lizzie Friedman, Karen Lauder, Greg Little
Regia: Paul Weitz
Sceneggiatura: Paul Weitz, Anthony Weintraub
Cast: Julianne Moore, Ken Watanabe, Sebastian Koch, Christopher Lambert, Ryō Kase
Tenoch Huerta, María Mercedes Coroy, Olek Krupa, Elsa Zylberstein, Jay Santiago
J. Eddie Martinez, Bobby Daniel Rodriguez, Nico Bustamante
Tenoch Huerta, María Mercedes Coroy, Olek Krupa, Elsa Zylberstein, Jay Santiago
J. Eddie Martinez, Bobby Daniel Rodriguez, Nico Bustamante
Durata: 93 minuti
Julianne Moore e Ken Watanabe in un teso dramma dal romanzo di Ann Patchett.
L'irruzione di un gruppo di terroristi interrompe l'esibizione di un soprano in un'ambasciata giapponese.
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martedì 24 marzo 2020
Gloria Bell (2018)
Titolo Originale: Gloria Bell
Anno e Nazione: USA, Cile 2018
Genere: Drammatico, Sentimentale, Commedia
Produttore: Juan de Dios Larraín, Pablo Larraín, Sebastián Lelio
Regia: Sebastián Lelio
Sceneggiatura: Sebastián Lelio
Cast: Julianne Moore, John Turturro, Michael Cera, Caren Pistorius, Brad Garrett
Holland Taylor, Jeanne Tripplehorn, Rita Wilson, Barbara Sukowa
Alanna Ubach, Sean Astin, Cassi Thomson
Holland Taylor, Jeanne Tripplehorn, Rita Wilson, Barbara Sukowa
Alanna Ubach, Sean Astin, Cassi Thomson
Durata: 95 minuti
Sebastian Lelio dirige Julianne Moore e John Turturro nel remake del suo "Gloria".
Una cinquantenne, divorziata con figli, non rinuncia a godersi la vita e a credere nell'amore.
sabato 13 luglio 2019
Suburbicon (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/05/2019 Qui - L'America e le sue contraddizioni (di ieri e di oggi) sono al centro dell'ultima fatica di George Clooney. Regista di un prodotto interessante e ben strutturato, capace di attirare l'attenzione grazie ad una regia brillante (e non solo). Un film, Suburbicon, film del 2017 diretto dall'attore Premio Oscar, difficile da poter inquadrare in un genere ben definito (diffidate da coloro i quali lo presentano come una commedia), risultato di una commistione di stili ed eventi volti, sì ad intrattenere, ma principalmente a denunciare e far riflettere. Il che non sarebbe un problema se non fosse che il messaggio finale del film, non che sia poco interessante o trito il tema trattato (il problema dell'odio razziale è oramai, quasi, una costante della produzione cinematografia hollywoodiana), ma sembra come se l'intera proiezione sia volta unicamente all'analisi di tale "denuncia" (che arriva dopo 104 minuti di una trama lineare e, sostanzialmente semplice, con incastri facili da comprendere e che impediscono di identificare il tutto come un vero e proprio giallo, ma che si trascina con una calma apparente, al messaggio finale di denuncia), senza dare particolare risalto a tutte le sequenze intermedie, utili solo ad arrivare alla risoluzione finale. La mano dei Coen si percepisce come fonte ispiratrice del progetto, sono loro infatti gli sceneggiatori della pellicola, ma manca nella sostanza di una trama che di originale ha davvero poco, a partire appunto dal messaggio moralistico che pervade il film, ma anche dalla classicità dello script dei fratelli. Con l'unico guizzo dell'amicizia silenziosa, fatta di gesti, dei due bambini in teoria su fronti opposti. Suburbicon propone difatti una critica all'ipocrisia generalizzata della società americana degli anni '50 (e non solo) che tende a celare pulsioni violente e oscure, e in cui la speranza di un mondo finalmente tollerante è affidata ai gesti di un bambino. Un bambino che vive in una strana cittadina americana costruita interamente a tavolino, a misura di una perfetta famiglia bianca americana.
sabato 8 giugno 2019
Kingsman: Il cerchio d'oro (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/10/2018 Qui - Quattro anni fa al cinema (due anni fa dalla mia visione), Matthew Vaughn aveva spiazzato un po' tutti con Kingsman: Secret Service, action scatenato tratto da un fumetto del Millaworld di Mark Millar e Dave Gibbons capace di svecchiare i film di spionaggio che negli ultimi tempi avevano cominciato a prendersi un po' troppo sul serio puntando sulla "credibilità" del contesto e sulla sofferenza dei protagonisti. Non solo. Legittimò l'allora astro nascente Taron Egerton e lanciò Colin Firth come "uomo d'azione" in uno dei ruoli più brillanti della sua carriera, in totale contrapposizione a quanto eravamo stati abituati in precedenza. Una vera e propria lettera d'amore del regista e sceneggiatore ai film della saga di James Bond, che Kingsman: Il Cerchio d'Oro (Kingsman: The Golden Circle) ha provato a controfirmare grazie anche a un incremento del budget, finendo però per sacrificare (come quasi sempre accade coi sequel) l'ingrediente che rese l'originale così interessante, ovvero l'effetto sorpresa, optando per dare di nuovo al pubblico quello che più o meno si pensava avrebbe dovuto (e voluto) aspettarsi. Non a caso se manca qualcosa a questo film del 2017, è probabilmente la capacità di stupire, perché quella di divertire è rimasta invece prerogativa assoluta di un brand che si è sempre caratterizzato da una fortissima personalità e dalla capacità di proporre una comicità sfrontata, seppur racchiusa nei perfetti abiti sartoriali di un atipico action-movie. Gli ingredienti fondamentali della commedia surreale furono infatti una scelta vincente pescata dal regista (che dopo Kick-Ass di surreale se ne intende eccome) dal suo ampio bagaglio. Inevitabilmente non potevano non essere riproposti per Kingsman: Il cerchio d'oro, tuttavia anche seguendo le orme del primo e impeccabile episodio, e riuscendo per questo ad essere addirittura più adrenalinico e bizzarro, questo sequel è meno efficace soprattutto dal punto di vista narrativo. Dura legge del cinema, il secondo è (quasi) sempre inferiore al primo, legge rispettata, questa volta. Se infatti quel film rivelazione (rivelazione che non poteva certo restare un unicum ed ecco perciò questa seconda adrenalinica avventura che permette agli eleganti agenti segreti in doppiopetto di tornare sul campo per fronteggiare una nuova minaccia ancora più pericolosa della precedente) riuscì a rivitalizzare, in modo assolutamente originale, il genere dello spy-movie, questo lo riutilizza solamente, lasciando nello spettatore uno strano sapore di "già visto".
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venerdì 3 maggio 2019
Il piano di Maggie - A cosa servono gli uomini (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2018 Qui - Il piano di Maggie - A cosa servono gli uomini (Commedia, Usa 2015): Forse sono io che ormai certe commedie non le digerisco più, ma questa commedia sofisticata e alquanto "alternativa" di Rebecca Miller (che gira con sensibilità e un occhio di riguardo verso il gentil sesso, seppur l'esito artistico non è tra i più memorabili che tale genere ricordi), non m'è proprio piaciuta. Soprattutto per il fatto che la pellicola, che racconta una ronde sentimentale che nasce in parte casualmente ed in parte è 'provocata' dalla pianificazione di una giovane donna che tenta di indirizzare ogni fatto della sua vita, ma poi il destino o il caso ci mettono lo zampino, è troppo inverosimile e poco divertente da seguire. Il piano di Maggie infatti, sembra un goffo e mal riuscito tentativo di rileggere certi film di Woody Allen. Solo che non è ai suoi livelli, anzi, in più di un'occasione il ritmo rallenta troppo e soprattutto, fattore grave per una commedia, fa poco o per niente ridere, strappando al massimo qualche sorriso, facendolo apparire, in realtà, una copia abbastanza sbiadita. Certo, i temi sono comunque, seppur non sempre ben sviluppati, molto interessanti ed attuali (fecondazione assistita, l'instabilità delle coppie e delle famiglie allargate, il rapporto genitori-figli) e le interpretazioni di tutti sono discrete, da Julianne Moore a Ethan Hawke, da Greta Gerwig a Travis Fimmel, ma è davvero ben poca cosa per un film altalenante e curioso (ma soprattutto irrisolto), che in mani più capaci avrebbe potuto regalare emozioni (e risate) in più. Voto: 5+
lunedì 25 febbraio 2019
Freeheld (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/02/2017 Qui - Freeheld, film del 2015 diretto da Peter Sollett, è un film del tutto diverso da Carol, dal titolo completo infatti, Freeheld: Amore, giustizia, uguaglianza, risulta evidente che il film, tratto da una storia vera, parla dell'ennesima (seppur sempre importante) battaglia per la parità dei diritti dei gay, e lo fa in modo convenzionale. Ma la battaglia di Laurel Hester, un duro detective di polizia e di Dane Wells, un meccanico, è al di fuori degli schemi, anche cinematografici, perché sono due donne e il loro rapporto non ha nulla di teatrale, anzi, il lavoro di Laurel, interpretata da una ottima Julianne Moore, richiede discrezione, la polizia di un paese del New Jersey è maschilista, eterosessuale, per definizione. Ma il cancro di Laurel le chiede di uscire allo scoperto per consentire a Dane di fruire della sua pensione e, così, di pagare le rate del mutuo contratto per comprare la casa in cui vivono insieme. Ma il consiglio comunale rigetta la domanda del detective ed inizia una lunga battaglia politica in cui emergono le contraddizioni della provincia americana, solo recentemente superata definitivamente con una sentenza della Corte suprema. Freeheld è un film con un ritmo narrativo deliberatamente lento, in cui l'unica nota di colore la dà Steve Carrell che interpreta un attivista gay, che non priva comunque lo spettatore dell'interesse per la storia. Film che dà poco spazio all'aspetto sentimentale e sembra più un documentario per la sua asetticità. Non è perfetto, ovviamente, ha anche un certo sapore di tv-movie, e di sicuro non rimarrà certo nella storia del Cinema, il film ha infatti i suoi limiti, ok, ma ha anche tanti meriti, per lo meno di aver toccato con sensibilità un argomento che non andrebbe trascurato, i diritti civili pieni, con tutti i suoi risvolti, delle coppie di fatto, da quelle omosessuali fino a tutti i vari tipi che possono capitare nella vita delle persone. Pellicola in molti frangenti didascalica e non è detto che questo sia un difetto, perché solo così il regista ci porta per mano fin dentro alla 'fogna' dove non tutti hanno gli stessi diritti e ci sbatte in faccia una realtà purtroppo vera. Per merito e in conseguenza di questa storia vera, resa nota da un precedente documentario di Cynthia Wade (Premio Oscar per il Miglior cortometraggio documentario nel 2008), dopo sette anni le cose sono cambiate prima nella contea del New Jersey e poi in tutti gli States, ma tanti altri cittadini in precedenza non hanno potuto godere dei benefici derivanti da nuove e civili leggi.
sabato 23 febbraio 2019
Il settimo figlio (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2017 Qui - Devo ammettere che mi aspettavo decisamente di meglio da Il settimo figlio (Seventh Son), film del 2014 diretto da Sergej Vladimirovič Bodrov, adattamento cinematografico del romanzo dark fantasy L'apprendista del mago di Joseph Delaney. Le premesse c'erano tutte, grande budget, grandi (chi più chi meno) interpreti, un regista in ascesa (a questo punto però forse già finita), un grande costumista, un buon compositore, e invece sembra che si siano semplicemente accontentati del minimo sindacale. Perché quelle peculiarità che un buon film fantasy necessiterebbe, ovvero una trama originale, la capacità di immedesimazione e tante altre qualità, qui non ci sono. Certo, non m'aspettavo un "Signore degli anelli" o "Dragonheart", "Il labirinto del fauno" o "La storia infinita", però niente viene presentato in modo adeguato, a partire dai personaggi, frettolosamente presentati e poi mandati a morire con una mega moria di cattivi nel finale, sterminati da una suprema arma che si attiva non si sa bene come né perché. Anche la trama di base (la classica battaglia tra il bene e il mare) e tutto il resto viene presentato malissimo, si sa solo che un mago (che poi un vero mago non è, ma solo una specie di fattucchiere) che porta sfortuna ai suoi apprendisti, ne cerca un altro da poter allevare e mandare al macello e a cui piace a dismisura ripetere la frase "tu sei un settimo figlio di un settimo figlio", cosa molto fastidiosa. Infine la sceneggiatura è prevedibile e scontata, sapere già cosa accadrà in un film che non lascia spazio all'immaginazione, al pensiero, alla riflessione, alla sorpresa non aiuta affatto.
Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte 1 (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2017 Qui - Il terzo episodio della saga, Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte 1 (The Hunger Games: Mockingjay - Part 1), film del 2014 nuovamente diretto da Francis Lawrence, nonostante le premesse è davvero poca cosa, perché seppur piacevole non è all'altezza addirittura dei primi due (qui il secondo), due orette in cui (troppo) poco accade, due ore inevitabilmente vuote poiché sembra abbastanza palese che sia solo una sorta di trailer promozionale allungato per quello che verrà (che s'immagina dia fuoco alla rivolta e a un minimo di spettacolo accettabile, finalmente). La trama infatti scorre lenta quasi senza colpi di scena o cambi di ritmo, anche se finalmente ci stacchiamo un po' dalla ripetitiva e macchinosa riproposizione delle suggestioni dei "giochi" dell'arena, e guardiamo un po' cosa c'è fuori, e cosa ne è stato e ne sarà degli abitanti più umili e indifesi dopo e durante le aberrazioni perpetuate dalla dispotica Capitol City, sotto il comando del presidente Snow, che ha rapito Peeta e vuole solamente uccidere Katniss che nel frattempo è diventata suo malgrado il simbolo (La ghiandaia imitatrice, nome non propriamente d'impatto secondo me..) di una ribellione che ben presto si trasformerà in guerra. Quest'ultimo fatto è però l'unico che riesce nel suo piccolo a offrire qualche piccolo sussulto. Poiché nel tentativo di cambiare strada qualcosa finalmente si muove, cambia e muta, anche se le stesse nuove idee spacciate per originali, sono sempre identiche con situazioni stra-note, come quella delle dinamiche rivoluzionarie, della perdita degli affetti, dello spettacolo che manovra e gestisce il popolo attraverso le sue immagini eloquenti ma fallaci. Ma oltre a questo e qualche movimento di trama interessante non c'è niente, neanche nelle interpretazioni, anche se una nota di merito la merita sia Jennifer Lawrence sempre brava ma costretta a vestire i panni di un personaggio del tutto privo di ironia ancor più che nei precedenti episodi, sia al grande Philip Seymour Hoffman, che seppur nuovamente trascurato e impiegato male riesce a salvarsi. Così come Julianne Moore (che ritroveremo dopo scorrendo la lista di film anche se ugualmente non in un film eccezionale) che riesce a rendere credibile nel particolare il suo personaggio.
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mercoledì 28 novembre 2018
Still Alice (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/02/2016 Qui - Still Alice è un film del 2014 scritto e diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland, con protagonista Julianne Moore, la quale grazie alla sua interpretazione si è aggiudicata il Premio Oscar per la Miglior attrice protagonista. La pellicola è l'adattamento cinematografico del romanzo Perdersi (Still Alice), scritto nel 2007 dalla neuroscienziata Lisa Genova e pubblicato in Italia da Edizioni Piemme. Alice Howland è una donna alla soglia dei cinquant'anni, moglie, madre e professoressa di linguistica alla Columbia University di New York, orgogliosa degli obiettivi raggiunti. Alice ha una bella vita, tanti ricordi, ha una solida famiglia composta dal marito chimico e tre figli: Anna, Tom e Lydia. Ad un certo punto, nella vita di Alice, qualcosa comincia a cambiare, dapprima qualche dimenticanza ed in seguito veri e propri momenti di "vuoto" durante i quali non riconosce il posto in cui si trova. Questi eventi convincono Alice a ricorrere ad accertamenti medici e le viene diagnosticata una forma presenile di Alzheimer di matrice genetica. Confermata la diagnosi dopo una serie di episodi allarmanti, le sue certezze crollano, diventando una donna fragile e indifesa, anche agli occhi della famiglia che l'ha sempre vista come un pilastro. Il film racconta come Alice affronti la malattia, questa forma rara e precoce che le sta portando via tutto, ed il progressivo ed inarrestabile decadimento cognitivo. La difficoltà nel linguaggio e la perdita della memoria non le impediranno comunque di lottare, trattenendo ancora un po' la donna meravigliosa che è e che ha costruito tutta la vita. Si sente spesso dire che il cinema è terapeutico, che cura il 'male di vivere', la malattia, la sua insensatezza. Ci sono film che effettivamente favoriscono l'anamnesi e l'autoanalisi, emergendo i fantasmi o i passeggeri oscuri che ci portiamo dentro. Non sconfiggono malattie e nemmeno combattono le patologie, eppure questi film curano, raccontando storie di cura anche quando non è proprio possibile curare, guarire. Still Alice, appartiene a questo genere, fornendoci una
spiegazione e un'argomentazione emozionale del morbo di Alzheimer, la storia di una deriva, la vicenda di una donna intelligente e
speciale che perde giorno dopo giorno le tracce di sé, del tempo, di
quando c'era, era, esisteva e conosceva il suo nome, quello della sua
primogenita, quello delle persone care e delle emozioni della vita di Alice Howland.
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