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sabato 30 aprile 2022

A Quiet Place II (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2022 Qui - Tornano i mostri feroci ma ipovedenti di John Krasinski chiamato alla direzione del sequel dopo il (sorprendente) successo del primo (sorprendente) capitolo. Reiterando lo spunto del precedente manca ovviamente l'effetto sorpresa (comunque molto buono tutto il prologo del giorno dell'invasione) ma il film può contare sul talento del regista che riesce, grazie al buon uso delle location (l'area industriale e l'isola) e alla bontà degli effetti speciali (i mostri si vedono molto di più e fanno davvero paura) a mantenere alta la tensione, complice anche una durata contenuta. Positivo l'ingresso nel cast di Cillan Murphy, che quasi oscura Emily Blunt (ma certamente tutti gli altri). Ha la pecca di essere in linea teorica il secondo capitolo di un'ipotetica trilogia, quindi la trama è alquanto scarna e in fondo non ha un vero inizio e tantomeno una vera fine, ma buon film (possiede comunque i difetti del primo con una sceneggiatura che propone situazioni in alcuni casi forzate). Nel complesso vale la pena vederlo ma indubbiamente è inferiore al primo capitolo. Sufficienza piena. Voto: 6,5

martedì 14 dicembre 2021

No Sudden Move (2021)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2021 Qui - Un thriller dalle evidenti tinte noir, ma anche un gangster movie e film di denuncia. Un qualcosa di semplice che diventa sempre più complesso ed articolato dove delinquenti di piccola/media caratura si imbattono in gioco più complessi, avendo la presunzione anche di dominarli e manipolarli. Steven Soderbergh è perfettamente a suo agio (come lo era stato in parte ne La truffa dei Logan) con una storia che prende binari precisi, rispettando i cliché del genere, ma mettendo a nudo tematiche attuali anche se il film è ambientato negli anni '50, i suoi riflessi come il potere delle corporation, l'intreccio della legalità con l'illegalità e le tensioni razziali sono attuali ancora oggi (insomma, un buon esercizio di stile). Cast di prim'ordine (c'è anche Matt Damon in una parte importante, ma non accreditata) con Don Cheadle e Benicio Del Toro sugli scudi. Voto: 6,5

venerdì 2 luglio 2021

Honey Boy (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/07/2021 Qui - Molto probabilmente la risposta del perché Shia LaBeouf sia una testa calda (documentato dai suoi numerosi arresti) sta proprio in questo film che ripercorre parte della sua adolescenza. Un'infanzia piuttosto complicata di un dodicenne, attore di sit-com, in perenne conflitto psicologico con il padre, alcolista e violento, alla ricerca dell'affetto desiderato e del dialogo perduto, dove neanche il tempo trascorso riesce a mitigare ferite ancora aperte. La storia è abbastanza interessante, la regia (di Alma Har'el) non mostra sbavature e la recitazione è convincente (il giovanissimo Noah Jupe fa un'interpretazione toccante e Lucas Hedges si riconferma il grande talento che è, entrambi nei panni di un LaBeouf targato, rispettivamente, 1995 e 2005 con Shia che interpreta, magistralmente, suo padre), così anche i dialoghi che inquadrano bene il ritratto descritto dalla sceneggiatura, scritta dallo stesso attore, capace di incuriosire e intrattenere discretamente. Discreta è anche la fotografia, sebbene risenta di un'estetica indie. Nel complesso quindi un buon film, in cui il protagonismo dell'attore viene per una volta messo da parte in favore di una messa a nudo che sa di auto-analisi, chissà se anche il vero Shia sia cambiato davvero col tempo. Voto: 6,5

lunedì 14 dicembre 2020

Le Mans '66 - La grande sfida (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2020 Qui - Cinema e motori, gioie (poche) e dolori (molti). A invertire questa tendenza ci prova questa volta il poliedrico regista James Mangold, l'uomo che ha risollevato le sorti del supereroe Wolverine qualche anno fa (2013 e soprattutto 2017) e raccontato ancor prima le gesta di Johnny Cash (2005), adattando per lo schermo (è sua anche la sceneggiatura) la vera storia di Carroll Shelby e Ken Miles e del loro sogno di riuscire a realizzare una macchina in grado di mettere termine al dominio Ferrari nella corsa probabilmente più famosa del mondo negli anni '60, le 24 Ore di Le Mans. Ed ebbene ci riesce, pur non essendo un regista adrenalinico come lo era il compianto Tony Scott, il regista sa il fatto suo, si affida a Christian Bale e Matt Damon, condensa il tutto con un tono agrodolce che non guasta, e fa discretamente centro. Ecco infatti un film che celebra come meglio non si potrebbe l'epica delle corse automobilistiche in un epoca in cui il pilota contava più della tecnologia. Due coraggiosi sognatori la cui vicenda è raccontata da un film appassionante, segnato da appassionanti riprese delle performance sportive ma ricco di dettagli sui personaggi principali dei quali si evidenzia la profonda umanità e il notevole legame reciproco. Un film dallo stile splendidamente classico nel suo modo di concepire valori che esulano da pubblicità e marketing, che aiutano economicamente lo sport nello stesso modo in cui sono in grado di rovinarlo. Non raggiunge la spettacolarità del recente Rush, ma è un film di tutto rispetto che offre un genuino piacere nel vederlo. Certo, ingannevole è il titolo, anche in lingua originale (non è la battaglia fra due colossi), ed è fin troppo evidente la sua natura tronfiamente americana (sugli italiani si è un po' ecceduto in caricature ma, perlomeno, è stata mantenuta una certa integrità di Enzo Ferrari, è Remo Girone ad impersonarlo degnamente, che spicca in due scene) però, al di la di questo, il film riesce a colpire comunque il bersaglio grazie a un ritmo e a un montaggio serratissimo che riesce, nonostante la notevole lunghezza, a mantenere costantemente alta la tensione, anche grazie all'ottimo lavoro sia per scenografia (buone le ricostruzioni d'epoca) e, soprattutto, sonoro che per la fotografia oltre che per il lavoro sui personaggi, splendidamente caratterizzati (tra l'altro due Oscar vinti per il miglior montaggio e il miglior montaggio sonoro). I principali almeno, perché i secondari così così, in ogni caso due ore e mezza niente male. Voto: 7

martedì 11 febbraio 2020

L'uomo dal cuore di ferro (2017)

Titolo Originale: HHhH o The Man with the Iron Heart
Anno e Nazione: Francia, Regno Unito, Belgio, USA 2017
Genere: Thriller, Drammatico, Guerra, Biografico
Produttore: Daniel Crown
Regia: Cédric Jimenez
Sceneggiatura: Audrey Diwan, David Farr, Cédric Jimenez
Cast: Jason Clarke, Geoff Bell, Enzo Cilenti, Thomas M. Wright, Steve Evets
Noah Jupe, Stephen Graham, Mia Wasikowska, Jack Reynor
Rosamund Pike, Jack O'Connell, Volker Bruch, Gilles Lellouche
Durata: 115 minuti

Jason Clarke e Rosamund Pike nell'adattamento del romanzo di Laurent Binet.
1942: due paracadutisti cecoslovacchi sono incaricati di uccidere il turpe ufficiale nazista Reinhard Heydrich.

sabato 13 luglio 2019

Suburbicon (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/05/2019 Qui - L'America e le sue contraddizioni (di ieri e di oggi) sono al centro dell'ultima fatica di George Clooney. Regista di un prodotto interessante e ben strutturato, capace di attirare l'attenzione grazie ad una regia brillante (e non solo). Un film, Suburbicon, film del 2017 diretto dall'attore Premio Oscar, difficile da poter inquadrare in un genere ben definito (diffidate da coloro i quali lo presentano come una commedia), risultato di una commistione di stili ed eventi volti, sì ad intrattenere, ma principalmente a denunciare e far riflettere. Il che non sarebbe un problema se non fosse che il messaggio finale del film, non che sia poco interessante o trito il tema trattato (il problema dell'odio razziale è oramai, quasi, una costante della produzione cinematografia hollywoodiana), ma sembra come se l'intera proiezione sia volta unicamente all'analisi di tale "denuncia" (che arriva dopo 104 minuti di una trama lineare e, sostanzialmente semplice, con incastri facili da comprendere e che impediscono di identificare il tutto come un vero e proprio giallo, ma che si trascina con una calma apparente, al messaggio finale di denuncia), senza dare particolare risalto a tutte le sequenze intermedie, utili solo ad arrivare alla risoluzione finale. La mano dei Coen si percepisce come fonte ispiratrice del progetto, sono loro infatti gli sceneggiatori della pellicola, ma manca nella sostanza di una trama che di originale ha davvero poco, a partire appunto dal messaggio moralistico che pervade il film, ma anche dalla classicità dello script dei fratelli. Con l'unico guizzo dell'amicizia silenziosa, fatta di gesti, dei due bambini in teoria su fronti opposti. Suburbicon propone difatti una critica all'ipocrisia generalizzata della società americana degli anni '50 (e non solo) che tende a celare pulsioni violente e oscure, e in cui la speranza di un mondo finalmente tollerante è affidata ai gesti di un bambino. Un bambino che vive in una strana cittadina americana costruita interamente a tavolino, a misura di una perfetta famiglia bianca americana.

mercoledì 10 luglio 2019

Wonder (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/04/2019 Qui - Sono numerosi i casi in cui il cinema si è confrontato con personaggi aventi una condizione di diversità fisica, causata dalla malattia: Freaks di Tod Browning, The Elephant Man di David Lynch e Dietro la maschera di Peter Bogdanovich sono solo alcuni esempi. Nel nuovo film di Stephen Chbosky, film del 2017, Wonder, è un bambino a dover fare i conti con la propria deformità fisica e a sottoporsi al peso dello sguardo indiscreto e crudele degli estranei. In tal senso il film aveva tutto per essere un drammone strappalacrime, in più ricattatorio, perché si parla appunto di bambini. Invece, pur avendo una tensione emotiva molto evidente, riesce ad essere attento, intelligente, profondo nella rappresentazione della malattia, perché allarga la prospettiva adottando punti di vista tematici validi per tutti: quello della difesa dei diritti del bambino malato, il rapporto con la diversità e una non peregrina riflessione sul bullismo. Il film è inoltre brillantemente diviso, in quattro voci narranti, che raccontano le differenze e le difficoltà del rapporto con Auggie, il protagonista (Jacob Tremblay), un bambino che ha dieci anni e dalla nascita ha una grave anomalia cranio-facciale, bambino che deve affrontare il mondo e andare a scuola dopo aver avuto un'educazione da sua madre a casa, un bambino che tra tante difficoltà deve riuscire a trovare il suo posto nel mondo. La sorella, Via (Izabela Vidovic), al primo anno di High School, poco considerata da una famiglia che pensa solo al fratello di cui forse si vergogna anche un po', Jack Will (Noah Jupe), compagno di scuola, e della sua amicizia difficoltosa con Auggie, e infine Miranda, ex migliore amica di Via. Tante voci, tanti sguardi, a cui se ne attaccano altri: i genitori soprattutto, la madre (Julia Roberts) totalmente affezionata al figlio, ma fragile e preoccupata, il padre (Owen Wilson), il più solido tra tutti e sempre presente per la moglie e i figli, e poi il preside (Mandy Patinkin) e l'insegnante di Auggie, il fidanzato di Via, i bulletti della scuola e Summer, che tra tutti gli amici ha lo sguardo più libero. Ed è questo che emoziona e commuove, il non voler necessariamente esasperare il tema della malattia da lacrima facile, ma emozionando facendo vivere delle situazioni di vita quotidiana in cui forse ciascuno di noi, da genitore o da figlio, si è trovato.

martedì 2 luglio 2019

A Quiet Place - Un posto tranquillo (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/02/2019 Qui - Quando si parla di originalità, soprattutto nel genere horror, negli ultimi anni sono stati davvero pochi i film che hanno superato davvero le mie aspettative. Tra gli innumerevoli cliché, tra i soliti fatti trattati, tra le tantissime storie più o meno uguali è difficile trovare una pellicola che possa dare esito positivo. Con A Quiet Place - Un posto tranquillo (A Quiet Place), film del 2018 diretto da John Krasinski, con protagonisti Emily Blunt e lo stesso Krasinski, le mie aspettative finalmente sono state ben saziate. Fin dall'inizio infatti, si capisce che non ci troviamo di fronte al solito film dell'orrore, che si sta cercando di proporre al pubblico qualcosa di più originale. Dimentichiamoci difatti di quei continui Jumpscare fatti di archi stridenti o tonfi improvvisi, qui il minimo rumore, potrebbe essere l'ultimo suono che senti. Certo, non è la prima volta che capita di poter ammirare in modo così ampio un film sul silenzio, o per essere più precisi sulla totale assenza del suono della voce umana, ne è un esempio lampante La Tartaruga Rossa, dove la totale assenza di voce e della colonna sonora quasi, costituivano un'esperienza cinematografica esemplare e diversa dal solito, ovviamente guardando indietro nel tempo ci accorgiamo dei capolavori del cinema muto e degli omaggi che esso ha ispirato nell'era moderna (ad esempio The Artist), ma aver a che fare con un film horror, un survival e monster movie di nuova generazione, praticamente privo di voce, suoni e rumori (i quali benché presenti sono veramente ridotti all'osso e presenti in pochissime scene chiave del film) rappresenta una vera ed emozionante, nonché originale, sorpresa. L'assenza del suono, come succedeva ne La Tartaruga Rossa, dona maggior spessore alla storia rendendo estremamente più coinvolgente lo svolgersi della trama, anche se qui le scene, a differenza dell'altro (e gli altri), sono spesso benissimo accompagnate dalle ottime musiche di Marco Beltrami, musiche proporzionate al tema centrale del film, per niente enfatizzate e dosate in modo perfettamente equilibrato, senza far perdere quella sensazione di assordante silenzio che circonda lo spettatore. Un silenzio soffocante, dal quale si viene rapidamente coinvolti, rapiti, circondati. Un silenzio pieno di paura, un terrore che paralizza e che rende spaventoso ogni gesto, anche il più comune: A Quiet Place - Un posto tranquillo toglie il respiro. Perché (insieme ai protagonisti del film) si ha paura di fare un passo, un sorriso, di piangere, litigare, amare, vivere. Ed è questo l'orrore più grande di un film raggelante, ma dal grande cuore. Un Monster movie che si distingue per la forza narrativa delle immagini estremamente curate e nel quale non sono i mostri a fare più paura. Un film che mischia diversi generi, dall'horror al post-apocalittico, fino al romanzo familiare, realizzando una pellicola che non rientra in nessuno dei generi che la compongono, ma cerca un linguaggio diverso con un risultato assai gradevole.