Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2024 Qui - Rapsodico e dilatato come tipico dello stile del regista ma intrinsecamente più impervio e "cinese" dell'universale e fruibile Al di là delle montagne (che non a caso mi ha convinto e mi è piaciuto di più). Appare evidente in particolare come il non possedere alcune coordinate storico-economiche ma anche elementi tematici della precedente filmografia di Jia Zhangke renda complesso orientarsi nel tessuto narrativo di un film sorretto comunque da una messinscena di rigoroso controllo. Notevole la crescita (perfino in termini empatici) del personaggio di Zhao Thao, di impassibile intensità emotiva. Ritmi e coinvolgimento non sono ad altissimi livelli, ma non ci si annoia. Un buon film. Voto: 6,5 [RaiPlay/Prime Video]
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mercoledì 31 gennaio 2024
martedì 28 febbraio 2023
The Outfit (2022)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/02/2023 Qui - Una storia intricata di chiara matrice teatrale che si svolge in un
unico ambiente, con i ritmi e la preponderanza dei dialoghi propri del
genere. Un sarto, anzi un tagliatore, dimesso e quasi servile, fa da ago
della bilancia per una vicenda di gang contrapposte che trovano nel
laboratorio di sartoria un punto di appoggio per i loro traffici.
Apparentemente discorsivo e dall'aplomb elegante, è contrappuntato da
inaspettati e continui colpi di scena che il debuttante regista Graham Moore sa
ben distribuire senza rinunciare alla giusta dose di violenza propria
dei gangster movie. Qualche piccola forzatura non inficia sulla riuscita
generale, va anche dato atto che non era facile dare un buon ritmo ad
un film girato solo in un unico ambiente e con pochi attori, attori di
grande valore peraltro, su tutti Mark Rylance. Certo, stringe più di un occhio ad opere già viste, in particolare "tarantiniane", ma si lascia ben guardare. Voto: 6,5
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venerdì 30 settembre 2022
I molti santi del New Jersey (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/09/2022 Qui - Non ho mai visto una puntata de "I Soprano", lo so è una grave mancanza a cui ho intenzione di provvedere, anche se le tante stagioni realizzate un po' mi bloccano nell'intraprendere questo viaggio. Di certo il fatto di non aver visto la serie tv (di cui questo film è il suo prequel, che utilizza le rivolte di Newark del 1967 come sfondo per narrare le tensioni tra la comunità italoamericana e quella afroamericana) mi ha privato di tante emozioni e probabilmente lo avrei apprezzato di più viste le molteplici citazioni, però prendendolo come un normale film sulla mafia devo dire che è buono anche se non buonissimo, lontano anni luce dai capolavori a cui si ispira (tipo "Quei bravi ragazzi"). Non c'è nessun aspetto, né tecnico o registico né recitativo, che mi sento di elogiare ed al contempo nessun aspetto che mi sento di bocciare (Ray Liotta nel duplice ruolo del padre del protagonista e del suo gemello, in una delle sue ultime apparizioni, fa comunque effetto rivedere). L'ho guardato, mi è piaciuto e lo dimentico, almeno fino a quando non mi servirà ricordare. Voto: 6,5
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sabato 30 luglio 2022
The Gentlemen (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/07/2022 Qui - Finalmente torna il Guy Ritchie dei vecchi tempi (Aladdin non era per lui dopotutto), con questo gangster movie frenetico e dalla sceneggiatura ad incastro.
In questo senso egli è il Tarantino della malavita inglese: con questa
(rinnovata, rinforzata) impressione si esce dalla visione di The
Gentlemen, pellicola che rinverdisce i fasti del passato, della prima
produzione del regista britannico riportando in superficie la sua
attitudine eccellente verso un
cinema che unisce intrattenimento roboante e tensione ai massimi
livelli con una punta di vivace ironia in una confezione assolutamente
impeccabile. The Gentlemen è poi una prova di indiscutibile efficacia
per una manciata di interpreti più o meno celebri. Certo, c'è molto di
già visto e innumerevoli sono le
variazioni sul tema della guerra fra boss della droga, colpisce peraltro
la totale mancanza dell'elemento della legge, ma la giustizia nella
trama del film percorre strade tutte sue. A questo proposito è dunque
inutile attendersi anche una decisa o illuminante morale (ma si era già
rilevato in apertura come intrattenimento, tensione e ironia fossero
gli ingredienti principali della ricetta del lavoro). Quasi due ore di
durata che passano rapidissime. Voto: 6,5
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martedì 14 dicembre 2021
No Sudden Move (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/12/2021 Qui - Un thriller dalle evidenti tinte noir, ma anche un gangster movie e film
di denuncia. Un qualcosa di semplice che diventa sempre più complesso
ed articolato dove delinquenti di piccola/media caratura si imbattono in
gioco più complessi, avendo la presunzione anche di dominarli e
manipolarli. Steven Soderbergh è perfettamente a suo agio (come lo era
stato in parte ne La truffa dei Logan) con una storia che prende binari
precisi, rispettando i cliché del genere, ma mettendo a nudo tematiche
attuali anche se il film è ambientato negli anni '50, i suoi riflessi
come il potere delle corporation, l'intreccio della legalità con
l'illegalità e le tensioni razziali sono attuali ancora oggi (insomma, un buon esercizio di stile). Cast di
prim'ordine (c'è anche Matt Damon in una parte importante, ma non accreditata) con Don Cheadle e Benicio Del Toro sugli scudi. Voto: 6,5
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venerdì 27 agosto 2021
Brother (2000)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/08/2021 Qui - Il primo e (ancora) ultimo film di Takeshi Kitano girato in terra americana. Un film meno romantico, più politico e più tradizionale dei precedenti, ma un noir comunque notevole. Kitano e lo Yakuza-Movie, attraverso stragi e bagni di sangue profondi messaggi e riflessioni sulla natura e la crudeltà umana. Egli (anche qui nelle doppie vesti di attore e regista) dipinge il mondo degli yakuza come un mondo complesso, naturalmente dominato dalla violenza e dal sangue, ma anche un mondo dove conta moltissimo l'onore, il rispetto, la fedeltà e il coraggio, e spesso in alcuni personaggi, come per esempio il miglior amico di Kitano, è veramente difficile inquadrarlo nella posizione del cattivo seppur fa parte di una "famiglia" di assassini. Un film coinvolgente, dove (appunto) tutti i personaggi sono estremamente interessanti e tutti hanno veramente qualcosa da dire. Su tutto e tutti domina un senso di solitudine e di fatalità dove, però, nell'ultima parte affiora una voglia di riscatto morale. Ma siamo in un noir, e questo riscatto avverrà solo dopo un bagno di sangue e non prima (attenzione: parziale spoiler in arrivo!) di una simbolica rinuncia alla vendetta. Film molto violento, freddo, ma (come ho già detto) anche piuttosto notevole. Colpiscono l'eleganza della messinscena in generale e i toni freddi della fotografia (grazie ai quali, però, risaltano ancora di più i momenti di violenza) che usa soprattutto colori funerei e colpisce anche l'apparente lentezza della narrazione che trasmette l'inquietante sensazione che tutte le situazioni possano degenerare da un momento all'altro. E, nonostante tutto, il regista lascia scorrere, in filigrana, una vena di salutare ironia che non guasta mai. Brother non è tuttavia uno dei migliori film di Takeshi Kitano, la violenza un po' troppo parossistica ed esasperata, ed è anche un film che forse non riesce a dire completamente tutto ciò che vorrebbe, ma può bastare. Brother per gli amanti del noir e dello yakuza-movie è imprescindibile. Voto: 6+
Sonatine (1993)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/08/2021 Qui - Uno dei migliori film (di quelli fin qui visti) di Takeshi Kitano, capace di fondere con consumata esperienza brutalità e innocenza, sangue e romanticismo. Una pellicola che si snoda attraverso una narrazione a tratti molto lenta per poi esplodere in accelerazioni improvvise ed inaspettate. Egli scava nei suoi personaggi, analizza le cause della loro inquietudine e della loro tristezza. Il suo viso è perfetto per interpretare Murakawa, stanco yakuza e uomo disilluso, desideroso di abbandonare una vita che conosce troppo bene e dalla quale appare ostico affrancarsi. La sua fuga è destinata ad arenarsi su una spiaggia di Okinawa, qui insieme agli ultimi fidati uomini della sua banda troverà un non luogo, apparentemente fuori dal tempo e sconosciuto alle ferree leggi della criminalità, un posto dove rifugiarsi e potersi illudere che il fato sia in vena di deroghe. Il deserto dei tartari di questo Ronin moderno è un'oasi di pace, dove l'attesa viene ingannata in maniera giocosa, con scherzi e giochi infantili. L'abitudine alla violenza degli yakuza si trasforma, rigenerata da una semplice capanna sulla spiaggia e dal rumore delle onde, un luogo di pace che purtroppo sarà anch'esso raggiunto da un destino scritto molto tempo prima e che ritufferà nel suo mondo Murakawa, costretto ad affrontare quella realtà angosciante cancellata in maniera illusoria dalla permanenza sull'arenile. Il linguaggio cinematografico del regista/attore non è tra i più semplici, ma affascina grazie ad una poetica sanguinaria e malinconica, l'attitudine alla tragedia è ancora una volta resa mirabilmente in un finale che non ti aspetti e che colpisce con veemenza (la colonna sonora è quasi assente e la fotografia è sempre ottima). Decisamente un grandissimo lavoro, che unisce con sorprendente lucidità abbondanti dosi di violenza ad una poetica di fondo che rende/renderà Takeshi Kitano un autore unico nel suo genere. Voto: 7
venerdì 16 luglio 2021
The Irishman (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/07/2021 Qui - Quando Martin Scorsese non è impegnato a dire cavolate, ma a lavorare, nel 90% dei casi ne uscirà sempre qualcosa di notevole, è il caso di questo film, che conferma, come se fosse ancora necessario, il talento immenso di un grande regista. Lui che torna nuovamente a rappresentarci un mondo criminale che ci fa sentire ed immaginare atmosfere che non vorremmo mai veramente conoscere, ma che al "cinema" ci attraggono come una calamita. Sappiamo che al di qua dello schermo, non ci fanno troppo male. Quelle storie accadono in America, ma quei personaggi provengono da diverse nazioni lontane e conservano radici a cui rimangono saldamente legati, con propri codici e consolidate ritualità (anche ambiguamente). Una storia di mafia che egli ha raccontato più volte sullo schermo eppure The Irishman l'ho percepito in maniera diversa dagli altri. E' un film cupo, quasi funereo, dai toni crepuscolari e disillusi di un uomo, apice di un triangolo fra il mondo criminale della mafia e il mondo corrotto del sindacato. Frank Sheeran è solo un meccanismo di un sistema perverso, dalle regole fuorilegge applicate con orrenda disinvoltura. Non ci sono esplosioni di violenza incontrollata, quanto la freddezza di un burocrate del crimine, escluso a sua volta dalla propria famiglia che gradualmente scompare dal film per fare ogni tanto capolino nello sguardo muto ma accusatorio della figlia (brava Anna Paquin, dice in tutto due battute nell'intero film, ma quel volto accusatorio nei confronti del padre dice più di mille parole). Passato e presente che si confondono in linee narrative apparentemente differenti e distinte, ma accomunate da una colpa che non darà redenzione e lascerà Sheeran solo e vecchio in un ospizio in compagnia del proprio rimorso verso una scelta che in fondo non ha mai avuto. La fine cinematografica della mafia nella ricostruzione dell'uccisione della discussa e discutibile figura di Jimmy Hoffa. Al di là della stranezza di vedere attori anziani ringiovaniti digitalmente (le cui movenze riflettono tuttavia l'effettiva età, un errore che pesa ai fini del giudizio complessivo e finale), tre ore e mezzo di durata e non sentirle minimamente, ma essere impaziente di proseguire con la visione per vedere come va a finire. Eccellente opera (la critica l'ha celebrata come un nuovo capolavoro, per quanto poi agli Oscar, pure ottenendo 10 nomination, non abbia vinto neanche una statuetta, e in alcuni casi anche giustamente, per quanto la querelle Netflix sì o no abbia probabilmente influito) con i grandi vecchi del cinema americano capaci di un'ultima epocale interpretazione. Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci e gli altri riprendono i panni ricoperti nei grandi film degli anni '70 e '80, lasciandoci immagini di epica decadenza. Per quello che è un grande omaggio al suo cinema e non solo suo. E per quanto non sarà forse ricordato come l'apice della carriera di Martin Scorsese, questo film ne è il punto di arrivo, è la chiusura di un cerchio di pellicola lungo mezzo secolo. Non ai livelli del suo Quei bravi ragazzi o del non suo capolavoro C'era una volta in America, ma ottimo affresco d'epoca e tematiche senza tempo. Voto: 8
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lunedì 12 ottobre 2020
C'era una volta in America (1984)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/10/2020 Qui - Non avevo ancora avuto l'occasione di omaggiare Ennio Morricone, così quando c'è stata la possibilità di rivedere questo film non c'ho pensato due volte. Tuttavia non so quale versione sia stata trasmessa in tv, ma grazie a Sky ho potuto rivederlo nella sua versione estesa nonché restaurata, dalla durata record di 4 ore, ed è stato qualcosa di incredibile. C'era una volta in America, che definirlo un gangster-movie risulta in fondo riduttivo quanto non debitamente appropriato, diretto da uno dei più grandi registi italiani di tutti i tempi (che ha saputo raccontare l'America meglio degli americani stessi), è uno di quei 9-10 film talmente belli che è quasi un dispiacere giudicarli e commentarli. Comunque, nella versione completa, con le parti ritrovate ed aggiunte, il film acquista ancora di più le sembianze di una grande epica di un'amicizia nata e tramontata nell'America del proibizionismo, salvo sfociare in un finale bello e ammantato di mistero, in bilico tra realtà e fantasia. La precisione nel dettaglio di Leone è forse, insieme alle (straordinarie) musiche di Ennio Morricone (una in particolar modo), la principale nota di merito di un film (anche gli attori però fanno la loro parte, fra i grandi Robert De Niro, James Woods e altri, convincono anche le donne, soprattutto Jennifer Connelly da piccola è di una dolcezza unica, assolutamente deliziosa) la cui lunghezza certo non ne agevola la visione se non a più riprese, e rende a volte frammentario il racconto. Resta però un film che ha fatto scuola, una sorta di grande romanzo che voleva essere anche un omaggio di Sergio Leone ad una visione del cinema come grande incubatore di racconti e di atmosfere. Ma qualunque cosa voleva essere, è stata ed è, anche così (e nonostante piccoli difettucci), rimane una gioia per gli occhi, per le orecchie, e in qualche parte per il cuore. Voto: 8,5
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venerdì 17 luglio 2020
5 è il numero perfetto (2019)
Titolo Originale: 5 è il numero perfetto
Anno e Nazione: Italia, Belgio, Francia 2019
Genere: Drammatico, Noir, Thriller, Gangster
Produttore: Marina Alessandra Marzotto
Mattia Oddone, Elda Ferri
Mattia Oddone, Elda Ferri
Regia: Igort
Sceneggiatura: Igort
Cast: Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso, Iaia Forte
Lorenzo Lancellotti, Vincenzo Nemolato, Mimmo Borrelli
Angelo Curti, Nello Mascia, Gigio Morra, Emanuele Valenti
Lorenzo Lancellotti, Vincenzo Nemolato, Mimmo Borrelli
Angelo Curti, Nello Mascia, Gigio Morra, Emanuele Valenti
Durata: 98 minuti
Toni Servillo, Valeria Golino e Carlo Buccirosso nell'opera prima di Igort, tratta da una sua graphic novel.
Un ex sicario della camorra torna in azione dopo l'omicidio di suo figlio.
martedì 30 giugno 2020
L'immortale (2019)
Titolo Originale: L'immortale
Anno e Nazione: Italia 2019
Genere: Gangster, Drammatico
Produttore: Riccardo Tozzi, Marco Chimenz
Gina Gardini, Giovanni Stabilini
Gina Gardini, Giovanni Stabilini
Regia: Marco D'Amore
Sceneggiatura: Marco D'Amore, Leonardo Fasoli
Maddalena Ravagli, Francesco Ghiaccio, Giulia Forgione
Maddalena Ravagli, Francesco Ghiaccio, Giulia Forgione
Cast: Marco D'Amore, Salvatore D'Onofrio, Giuseppe Aiello
Giovanni Vastarella, Marianna Robustelli, Martina Attanasio
Gennaro Di Colandrea, Nello Mascia, Aleksej Gus'kov, Salvatore Esposito
Giovanni Vastarella, Marianna Robustelli, Martina Attanasio
Gennaro Di Colandrea, Nello Mascia, Aleksej Gus'kov, Salvatore Esposito
Durata: 113 minuti
Grande successo nelle sale per il film diretto e interpretato da Marco D'Amore che racconta la storia personale di Ciro di Marzio, uno dei grandi protagonisti di "Gomorra - La serie".
venerdì 29 maggio 2020
Pulp Fiction (1994)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/05/2020 Qui - Il lavoro totale di Tarantino, un'opera completa e quasi perfetta ormai entrata di diritto nell'immaginario collettivo mondiale. Malgrado non sia, a mio parere, il migliore del regista né il mio preferito fra i suoi film, mi rendo conto (adesso più che prima) di come Pulp Fiction sia un lavoro straordinario, realizzato da un giovane 30enne che all'attivo aveva un solo film. In questa epopea pulp tutto funziona, dalla commistione di svariati generi, al fortissimo black humour, dalle scene di violenza eccessiva ai brillantissimi dialoghi fra le varie star presenti (da Samuel L. Jackson a John Travolta, da Uma Thurman a Bruce Willis, da Tim Roth ad Harvey Keitel e da Christopher Walken a Ving Rhames) fino ad arrivare alle tante citazioni e curiosità che il cineasta americano ha infilato in questa sua scanzonata storia. Fra risate, nostalgia, frasi ormai storiche e tanto altro Tarantino nel 1994 ci regalò questa perla del cinema contemporaneo, un'opera imperdibile per gli appassionati della settima arte e non. Voto: 8
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Uma Thurman,
Ving Rhames
martedì 24 marzo 2020
Non ci resta che il crimine (2019)
Titolo Originale: Non ci resta che il crimine
Anno e Nazione: Italia 2019
Genere: Commedia, Fantastico, Gangster
Produttore: Fulvio Lucisano, Federica Lucisano
Regia: Massimiliano Bruno
Sceneggiatura: Massimiliano Bruno, Andrea Bassi, Nicola Guaglianone, Menotti
Cast: Alessandro Gassmann, Marco Giallini, Edoardo Leo, Gianmarco Tognazzi
Ilenia Pastorelli, Massimiliano Bruno, Emanuel Bevilacqua
Antonello Fassari, Fabio Ferri, Marco Conidi
Ilenia Pastorelli, Massimiliano Bruno, Emanuel Bevilacqua
Antonello Fassari, Fabio Ferri, Marco Conidi
Durata: 98 minuti
Marco Giallini, Edoardo Leo, Alessandro Gassmann e Gianmarco Tognazzi nella commedia di Massimiliano Bruno.
Tre amici viaggiano indietro nel tempo e incontrano la Banda della Magliana.
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venerdì 19 luglio 2019
Gotti - Il primo padrino (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/06/2019 Qui
Tema e genere: Gangster movie/film biografico del regista/attore Kevin Connolly, che racconta l'ascesa e la caduta del famoso John Gotti, personaggio legato alla Mafia che tanto imperversò dagli anni '70 ai primi anni dei '90 quando egli finì in carcere dove circa un decennio dopo morì per un tumore alla gola.
Trama: Dopo aver organizzato un sanguinoso colpo nelle strade di Manhattan all'inizio degli anni '80, Gotti diventò il capo della famiglia criminale dei Gambino, assicurandosi un posto nei libri di storia. Ripercorrendo gli eventi cruciali che hanno definito la sua carriera criminale durante gli anni '70, e le conseguenze di quei giorni di gloria, il film presenta il ritratto di un uomo il cui percorso è stato segnato da violenza, ambizione e amore per la famiglia.
Recensione: Aveva quasi tutto (più o meno, perché regia, cast e quant'altro solo di media qualità) per fare per quanto possibile un buon lavoro. Tuttavia, una sceneggiatura fiacca, un montaggio poco congeniale e una recitazione che non brilla hanno reso questo film un prodotto inefficace. Se si dovesse infatti riassumere questo film in una sola frase, questa sarebbe "Ma dove si voleva arrivare?". Sì, perché in questo film, sebbene si voglia far capire che il personaggio di John Gotti sia stato nell'universo mafioso una sorta di innovatore, un uomo che ha sempre cercato di mantenere un distacco tra la sua professione e la sua famiglia, amato da tutti poiché coinvolto nella sua comunità, non coglie il punto. L'intenzione si perde in una serie di cliché che non fanno davvero capire il personaggio, e di ciò si deve far carico anche l'interpretazione di John Travolta, un po' stanca forse, forse non supportata da una sceneggiatura brillante. Se fosse stato supportato in maniera più efficace, il film avrebbe potuto avere un riscontro migliore, senza risultare invece in circa 2 ore di profonda lentezza. Eppure John Travolta ce la mette tutta, si vede, traspare dallo schermo la volontà di fare qualcosa di buono e di efficace. Forse, l'ennesimo film a tema mafioso che aderisce a svariati elementi di film già visti e rivisti come Quei Bravi Ragazzi, basti pensare alla colonna sonora, al montaggio di alcune scene o alla scelta di bucare la quarta parete all'inizio e alla fine del film. Questo è un meccanismo cinematografico interessante dal punto di vista narrativo ma che può funzionare solo in certi contesti, e in Gotti - Il primo Padrino sembra una forzatura. Il problema non è solo che la sceneggiatura salti continuamente, incessantemente e confusamente tra le ere della vita del gangster John Gotti coprendo i più disparati periodi temporali (dagli anni '70 ai '90), infatti gran parte del film fila così, con racconti sconnessi dove i personaggi parlano per di più di cose che non vediamo accadere, ma il guaio vero e proprio è che il regista usa talmente tanti punti di vista per approcciarsi al personaggio che alla fin dei conti il film non riesce ad averne uno vero e proprio. Gotti così, più che un film vero e proprio sembra un elenco degli eventi malavitosi che lo hanno visto coinvolto, a cui però manca un filo narrativo vero e proprio e, soprattutto, una vera e propria anima, risultando freddo e asettico. In tal senso la prima ora e mezza passa in maniera quasi soporifera, un fatto strano dato il tema che tratta. Ma neanche la seconda migliora la situazione, anzi. Infatti a conti fatti, questa ennesima pellicola sulla Mafia o, più precisamente, su un personaggio mafioso, è mediocre e trascurabile, televisiva nell'impianto e piuttosto inconcludente. Ma non è certamente il peggior film mai realizzato, è piuttosto un gangster movie sottotono, che pone l'accento sulla lussuosa vita del protagonista, piuttosto che sui fatti che l'hanno resto tristemente famoso. Ci dovrebbe davvero essere l'idea che Gotti sia diverso da tutti gli altri, ma il film oltre a dirlo a parole non ce lo fa capire. E questo nonostante abbia dei dialoghi indubbiamente ben scritti, acuti e intelligenti. Non è un film noioso Gotti, ma in più di un caso non si capisce cosa voglia dirci, sconfinando nella chiusa in una sorta di apologia che probabilmente vorrebbe essere un tocco di complessità, ma riesce solo ad essere maldestra. Tanto che non si spiega come abbia fatto questa anche piuttosto deludente pellicola, a fronte di sei candidature a non vincere nemmeno un Razzie Awards.
Trama: Dopo aver organizzato un sanguinoso colpo nelle strade di Manhattan all'inizio degli anni '80, Gotti diventò il capo della famiglia criminale dei Gambino, assicurandosi un posto nei libri di storia. Ripercorrendo gli eventi cruciali che hanno definito la sua carriera criminale durante gli anni '70, e le conseguenze di quei giorni di gloria, il film presenta il ritratto di un uomo il cui percorso è stato segnato da violenza, ambizione e amore per la famiglia.
Recensione: Aveva quasi tutto (più o meno, perché regia, cast e quant'altro solo di media qualità) per fare per quanto possibile un buon lavoro. Tuttavia, una sceneggiatura fiacca, un montaggio poco congeniale e una recitazione che non brilla hanno reso questo film un prodotto inefficace. Se si dovesse infatti riassumere questo film in una sola frase, questa sarebbe "Ma dove si voleva arrivare?". Sì, perché in questo film, sebbene si voglia far capire che il personaggio di John Gotti sia stato nell'universo mafioso una sorta di innovatore, un uomo che ha sempre cercato di mantenere un distacco tra la sua professione e la sua famiglia, amato da tutti poiché coinvolto nella sua comunità, non coglie il punto. L'intenzione si perde in una serie di cliché che non fanno davvero capire il personaggio, e di ciò si deve far carico anche l'interpretazione di John Travolta, un po' stanca forse, forse non supportata da una sceneggiatura brillante. Se fosse stato supportato in maniera più efficace, il film avrebbe potuto avere un riscontro migliore, senza risultare invece in circa 2 ore di profonda lentezza. Eppure John Travolta ce la mette tutta, si vede, traspare dallo schermo la volontà di fare qualcosa di buono e di efficace. Forse, l'ennesimo film a tema mafioso che aderisce a svariati elementi di film già visti e rivisti come Quei Bravi Ragazzi, basti pensare alla colonna sonora, al montaggio di alcune scene o alla scelta di bucare la quarta parete all'inizio e alla fine del film. Questo è un meccanismo cinematografico interessante dal punto di vista narrativo ma che può funzionare solo in certi contesti, e in Gotti - Il primo Padrino sembra una forzatura. Il problema non è solo che la sceneggiatura salti continuamente, incessantemente e confusamente tra le ere della vita del gangster John Gotti coprendo i più disparati periodi temporali (dagli anni '70 ai '90), infatti gran parte del film fila così, con racconti sconnessi dove i personaggi parlano per di più di cose che non vediamo accadere, ma il guaio vero e proprio è che il regista usa talmente tanti punti di vista per approcciarsi al personaggio che alla fin dei conti il film non riesce ad averne uno vero e proprio. Gotti così, più che un film vero e proprio sembra un elenco degli eventi malavitosi che lo hanno visto coinvolto, a cui però manca un filo narrativo vero e proprio e, soprattutto, una vera e propria anima, risultando freddo e asettico. In tal senso la prima ora e mezza passa in maniera quasi soporifera, un fatto strano dato il tema che tratta. Ma neanche la seconda migliora la situazione, anzi. Infatti a conti fatti, questa ennesima pellicola sulla Mafia o, più precisamente, su un personaggio mafioso, è mediocre e trascurabile, televisiva nell'impianto e piuttosto inconcludente. Ma non è certamente il peggior film mai realizzato, è piuttosto un gangster movie sottotono, che pone l'accento sulla lussuosa vita del protagonista, piuttosto che sui fatti che l'hanno resto tristemente famoso. Ci dovrebbe davvero essere l'idea che Gotti sia diverso da tutti gli altri, ma il film oltre a dirlo a parole non ce lo fa capire. E questo nonostante abbia dei dialoghi indubbiamente ben scritti, acuti e intelligenti. Non è un film noioso Gotti, ma in più di un caso non si capisce cosa voglia dirci, sconfinando nella chiusa in una sorta di apologia che probabilmente vorrebbe essere un tocco di complessità, ma riesce solo ad essere maldestra. Tanto che non si spiega come abbia fatto questa anche piuttosto deludente pellicola, a fronte di sei candidature a non vincere nemmeno un Razzie Awards.
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giovedì 11 luglio 2019
La ruota delle meraviglie - Wonder Wheel (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/04/2019 Qui - La ruota delle meraviglie - Wonder Wheel (Dramma, Usa 2017): Lo dico subito, il film è assolutamente guardabile, se non avessi mai visto altri film di Woody Allen potrei dire che aveva un paio di spunti interessanti e mi è piaciuta molto l'ambientazione di Coney Island e i costumi, ma, avendo visto altri lavori del vecchio Woody, questo non è valso la visione (o almeno non del tutto). Non c'è infatti assolutamente nulla di nuovo da vedere che non abbia stradetto e straripetuto in tutti i suoi film precedenti. E insomma passi la prima volta, passi la seconda (e in pochi anni) ma alla terza dico basta. Difatti non vi è più nulla di nuovo nelle opere di Woody. Lo dico con rammarico perché i suoi lavori sono sempre tecnicamente curati e beneficiano dell'interpretazione di grandi star, qui ad esempio Kate Winslet per la prima volta. E' però difficile catalogare questa sua ultima fatica, che racconta di un bagnino che ripercorre una storia che potrebbe essere filtrata dalla sua fervida immaginazione: una coppia, formata dal giostraio di mezza età Humpty e dalla moglie Ginny, un'ex attrice che lavora come cameriera, vive sul lungomare, la loro esistenza scorre tra alti e bassi fino al giorno in cui i due ricevono la visita dell'alienata figlia Carolina, in fuga dai gangster, con tutte le conseguenze del caso, più che in altre occasioni (i precedenti simili per esempio, ovvero Magic in the Moonlight e Cafè Society, i miei primi due "passi", decisamente migliori, almeno come coinvolgimento od emozione), al di fuori del mero bozzetto di un'epoca o del tipico esercizio di stile fine a se stesso: la didascalica per quanto sentita rappresentazione di tempi gloriosi, le difficoltà del ménage famigliare, il peso del fato, la commedia che si fa tragedia, la bizzarria dell'amore in tutte le sue declinazioni sono cose che abbiamo ampiamente già visto e che oggi non suscitano quasi più nessuna emozione. E' vero, l'Allen senile è stato anche capace di sorprenderci con (rare) pellicole superiori alla media, non è il caso di questo Wonder Wheel, film prevedibile (ed alquanto noioso in alcuni punti) dall'inizio alla fine. Il cast de La ruota delle meraviglie è quasi ineccepibile ed è, probabilmente, la nota più lieta del film. Difficile trovare sbavature nella prova di un Jim Belushi in stato di grazia, forse a tratti eccessivo ma convincente nel ruolo del tragicomico "sconfitto". Ancor più arduo muovere critiche alla Winslet, sempre molto brava, però mi sembra che il suo personaggio così nevrotico (che come una ruota panoramica gira e gira ma non va da nessuna parte) sia un po' troppo simile da quello interpretato da Cate Blanchett in Blue Jasmine, film che in verità non mi piacque granché. Buona anche la prova della giovane Juno Temple, Justin Timberlake invece senza voto. Il ritorno al dramma di Woody Allen, però e nel complesso, non lascia il segno. I personaggi, tutti ben descritti e, nel complesso, ben interpretati, costituiscono infatti il solo asse portante di una pellicola che si trascina stancamente senza mai entusiasmare troppo. La pochezza della trama, inoltre (che tra le sue fila ha un irritante bambino piromane), pare soffocata da una fotografia talmente accesa che, paradossalmente, oscura più di quanto illumina. E quindi stavolta decisamente rimandato il film ed il regista. Voto: 5
lunedì 8 luglio 2019
Gangster Land (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/03/2019 Qui - Gangster Land (Azione, Usa 2017): Questo film, classificabile come gangster-movie, prova a raccontare un periodo storico e un personaggio (il braccio destro di Al Capone, un certo Jack McGurn), che pur se di secondo piano, è molto intrigante (il tutto tramite il suo punto di vista). La sua trasformazione da tranquillo e sportivo uomo di famiglia a spietato criminale è impressionante e ci ricorda come è facile anche per una persona mite, degradarsi e scivolare inesorabilmente nel male, quando si verificano degli eventi che cambiano la vita e il modo di intenderla. Purtroppo però il film, diretto da Timothy Woodward Jr. con Sean Faris, Milo Gibson, Jason Patric, Jamie-Lynn Sigler e Peter Facinelli (a tal proposito un cast sottotono), nonostante una discreta qualità di aderenza alla realtà, non racconta nulla di nuovo in termini di storia, ed è lontanissimo anni luce da illustri predecessori, che appartengono al medesimo filone, ma hanno ben altro spessore. Colpa non solo della breve durata, che non da la possibilità allo spettatore di conoscere davvero i personaggi e i loro background, ma anche di tanto altro. Gangster Land comincia con una delle peggiori scene di boxe girate in un film: il regista avrebbe dovuto guardar bene Toro scatenato per capire come eseguirla. Inoltre ciò che alla fine impedisce al film di superare la propria mediocrità sono gli stereotipi che la sceneggiatura trattiene, dai modi e le usanze dei personaggi italo-americani, alla pochezza con cui affronta la faida tra la mafia irlandese e quella italiana. I vincoli di budget del film sono perfettamente evidenti, un limite che non permette forse alla trama di potersi divincolare da una certa monotonia espositiva, seguita da uno dei finali più anticlimatici e noiosi visto in un film gangster, che avrebbe dovuto culminare con la dirompente strage celeberrima. Invece Gangster Land si rivela una miscela indigesta e malconfezionata, che tenta di fondere il genere gangster con il noir ma che invece non possiede né la ferocia dell'uno né l'aplomb dell'altro. Voto: 4
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