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venerdì 16 luglio 2021

The Irishman (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/07/2021 Qui - Quando Martin Scorsese non è impegnato a dire cavolate, ma a lavorare, nel 90% dei casi ne uscirà sempre qualcosa di notevole, è il caso di questo film, che conferma, come se fosse ancora necessario, il talento immenso di un grande regista. Lui che torna nuovamente a rappresentarci un mondo criminale che ci fa sentire ed immaginare atmosfere che non vorremmo mai veramente conoscere, ma che al "cinema" ci attraggono come una calamita. Sappiamo che al di qua dello schermo, non ci fanno troppo male. Quelle storie accadono in America, ma quei personaggi provengono da diverse nazioni lontane e conservano radici a cui rimangono saldamente legati, con propri codici e consolidate ritualità (anche ambiguamente). Una storia di mafia che egli ha raccontato più volte sullo schermo eppure The Irishman l'ho percepito in maniera diversa dagli altri. E' un film cupo, quasi funereo, dai toni crepuscolari e disillusi di un uomo, apice di un triangolo fra il mondo criminale della mafia e il mondo corrotto del sindacato. Frank Sheeran è solo un meccanismo di un sistema perverso, dalle regole fuorilegge applicate con orrenda disinvoltura. Non ci sono esplosioni di violenza incontrollata, quanto la freddezza di un burocrate del crimine, escluso a sua volta dalla propria famiglia che gradualmente scompare dal film per fare ogni tanto capolino nello sguardo muto ma accusatorio della figlia (brava Anna Paquin, dice in tutto due battute nell'intero film, ma quel volto accusatorio nei confronti del padre dice più di mille parole). Passato e presente che si confondono in linee narrative apparentemente differenti e distinte, ma accomunate da una colpa che non darà redenzione e lascerà Sheeran solo e vecchio in un ospizio in compagnia del proprio rimorso verso una scelta che in fondo non ha mai avuto. La fine cinematografica della mafia nella ricostruzione dell'uccisione della discussa e discutibile figura di Jimmy Hoffa. Al di là della stranezza di vedere attori anziani ringiovaniti digitalmente (le cui movenze riflettono tuttavia l'effettiva età, un errore che pesa ai fini del giudizio complessivo e finale), tre ore e mezzo di durata e non sentirle minimamente, ma essere impaziente di proseguire con la visione per vedere come va a finire. Eccellente opera (la critica l'ha celebrata come un nuovo capolavoro, per quanto poi agli Oscar, pure ottenendo 10 nomination, non abbia vinto neanche una statuetta, e in alcuni casi anche giustamente, per quanto la querelle Netflix sì o no abbia probabilmente influito) con i grandi vecchi del cinema americano capaci di un'ultima epocale interpretazione. Robert De NiroAl PacinoJoe Pesci e gli altri riprendono i panni ricoperti nei grandi film degli anni '70 e '80, lasciandoci immagini di epica decadenza. Per quello che è un grande omaggio al suo cinema e non solo suo. E per quanto non sarà forse ricordato come l'apice della carriera di Martin Scorsese, questo film ne è il punto di arrivo, è la chiusura di un cerchio di pellicola lungo mezzo secolo. Non ai livelli del suo Quei bravi ragazzi o del non suo capolavoro C'era una volta in America, ma ottimo affresco d'epoca e tematiche senza tempo. Voto: 8

mercoledì 7 luglio 2021

Due occhi diabolici (1990)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/07/2021 Qui - Discreto film diretto da due mostri sacri del cinema come George A. Romero e Dario Argento ad omaggiare un maestro della letteratura come Edgar Allan Poe (originariamente gli episodi dovevano essere quattro, con un Stephen King e un John Carpenter in più, ma per fortuna o per sfortuna non se ne fece più nulla). Romero dirige il primo episodio, che si inspira al racconto "La verità sulla vicenda del signor Valdemar" per poi elaborarlo in modo molto personale. Il risultato non è dei più esaltanti, bene gli effetti, il finale (dove compare la solita critica al capitalismo tanto cara al regista), e la famosa scalinata con le urla dello sventurato Valdemar. Il ritmo invece non è molto alto e alcune scelte dell'autore americano non mi sono piaciute molto, la trama inoltre sa di già visto e alcune incongruenze concludono il quadro di un episodio godibile (in cui menzionare comunque la buona prova di Adrienne Barbeau, musa ed ex moglie di Carpenter) ma che poteva essere sviluppato meglio. L'episodio di Argento è più curato, e nel complesso risulta superiore al segmento precedente. La trama è maggiormente fedele all'opera originale ("Il gatto nero"), alcune scene sono davvero indovinate, Harvey Keitel è in grande forma (quasi in forma I duellanti) e la colonna sonora, elemento (a volte) costante nei film del regista romano, è discreta. La regia infatti riesce a regalare delle scene e delle sequenze interessanti ed affascinanti, riuscendo a mantenere alta la tensione e l'attenzione nello spettatore fino ad un finale veramente convincente (e gli effetti speciali curati da Tom Savini davvero ottimi). Purtroppo una parte centrale troppo confusionaria e tirata per le lunghe limitano la riuscita del prodotto. Nonostante ciò, strano ma vero, dal confronto fra i due cineasti, quello ad avere la sorte migliore è proprio il nostro connazionale (paradossalmente proprio colui accusato d'aver rovinato anni prima "Martin"). In generale quindi Due occhi diabolici è un film carino e da vedere, soprattutto per gli amanti (come me) dei due autori e dell'horror. Sfortunatamente nessuno dei due episodi riesce ad imprimere al meglio il marchio dello scrittore statunitense, e le trovate personali dei registi non riescono a colmare questa mancanza. Parecchie anche le défaillance, che vanno a inficiare sul prodotto nonostante alcuni colpi da maestro dei registi e le tante citazioni presenti. Voto: 6

lunedì 22 marzo 2021

I duellanti (1977)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/03/2021 Qui - Grande esordio "in costume" per il talentuoso Ridley Scott che un paio d'anni dopo sfornò due perle della fantascienza, da non credere sia lo stesso regista che racconta questa amara storia d'onore (o presunto tale) e rivalità, un eterno scontro nato praticamente per nulla che coinvolge due militari e li accompagna oltre il tempo e le guerre. Egli infatti fa capolino sulla scena cinematografica con una pellicola dall'indubbia bellezza formale, che incornicia immagini splendide e le mette al servizio di un racconto dal ritmo lento ma incalzante, grazie anche alla narrazione fuori campo. Mostrando appunto e fin da subito una grande padronanza della camera (specie nelle tenzoni all'arma bianca, seguite a mano) ed una propensione all'utilizzo di una grande fotografia (qui di Lyndoniana memoria, con il dovuto rispetto). La storia del duello senza fine è affascinante e fa pensare alla sostanziale stupidità sia del valore dell'onore (prettamente testosteronico) sia delle guerre che si protraggono infinite (non a caso il tutto è ambientato nel quindicennio della guerre sans fin napoleonica). Una storia lenta, anche fredda (risentendo forse dell'ispirazione letteraria, da Joseph Conrad), ma piacevole perché racconta qualcosa di diverso e con un occhio, anche un po' critico, verso quel periodo storico travagliato (nonostante tutto è un gran film). Nervoso e senza requie Harvey Keitel, elegante Keith Carradine. Esordio col botto, dunque, per un autore che, da quel momento in poi, ci avrebbe abituato (quasi esclusivamente) a film altrettanto (ognuno a modo suo) interessanti. Voto: 7

venerdì 29 maggio 2020

Pulp Fiction (1994)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/05/2020 Qui - Il lavoro totale di Tarantino, un'opera completa e quasi perfetta ormai entrata di diritto nell'immaginario collettivo mondiale. Malgrado non sia, a mio parere, il migliore del regista né il mio preferito fra i suoi film, mi rendo conto (adesso più che prima) di come Pulp Fiction sia un lavoro straordinario, realizzato da un giovane 30enne che all'attivo aveva un solo film. In questa epopea pulp tutto funziona, dalla commistione di svariati generi, al fortissimo black humour, dalle scene di violenza eccessiva ai brillantissimi dialoghi fra le varie star presenti (da Samuel L. Jackson a John Travolta, da Uma Thurman a Bruce Willis, da Tim Roth ad Harvey Keitel e da Christopher Walken a Ving Rhames) fino ad arrivare alle tante citazioni e curiosità che il cineasta americano ha infilato in questa sua scanzonata storia. Fra risate, nostalgia, frasi ormai storiche e tanto altro Tarantino nel 1994 ci regalò questa perla del cinema contemporaneo, un'opera imperdibile per gli appassionati della settima arte e non. Voto: 8

giovedì 4 luglio 2019

Two Men in Town (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/02/2019 Qui - Two Men in Town (Dramma, Francia, USA, 2014): Gioca di accumuli e rimandi questo film di Rachid Bouchareb. La base di partenza è il poliziesco di produzione italo-francese Due contro la città (Deux hommes dans la ville), scritto e diretto da José Giovanni nel 1973: due pezzi da novanta, Jean Gabin e Alain Delon, alla loro ultima collaborazione, e un ritratto poco allegro del sistema giudiziario transalpino. Alle prese con un'altra coproduzione internazionale dopo il non del tutto riuscito Just Like a Woman, il regista sceglie quindi l'impervia strada del remake, cercando (presumibilmente) di aggiornare e di traslocare geograficamente le suggestioni di quel film: il confine messicano, l'immigrazione clandestina, l'impossibilità della redenzione, l'ottusità e la crudeltà dei tutori dell'ordine e via discorrendo. Narrativamente si intreccia un po' di tutto, dalla coppia senza futuro ex-galeotto afroamericano e messicana onesta e lavoratrice, al (fragile) appiglio religioso di William, aggrappato con tutte le proprie forze a un islam davvero troppo lontano dalla Mecca, fino alle strizzatine d'occhio al western. A prescindere da una perdonabile prevedibilità narrativa, inutilmente sottolineata da una struttura circolare (così l'incipit finisce per fagocitare il finale, visivamente meno efficace), Two Men in Town sembra quasi accontentarsi dell'idea di fondo, di un canovaccio comunque trito e ritrito, e di un cast sulla carta più che interessante. Funziona abbastanza la strana coppia Forest Whitaker/Brenda Blethyn, sembra sottoutilizzato Harvey Keitel (anche Ellen Burstyn), mentre è il caratterista Luis Guzmán l'ago della bilancia, la cartina tornasole di un film che mette insieme troppi cliché e che forza la mano su alcuni decisivi snodi narrativi: emblematica, in questo senso, la sequenza di Teresa (Dolores Héredia) e Terence (Luis Guzmán), protagonisti di un pestaggio scritto e girato a dir poco frettolosamente. Costellato qui e là da qualche spunto poi lasciato evaporare, Two Men in Town non riesce a essere pienamente un western moderno, un poliziesco di frontiera e nemmeno un dramma sociale, finendo per essere sopraffatto dalla propria retorica. Il regista sembra quasi dimenticare le potenzialità dell'ambientazione e alcune basilari necessità narrative di un revenge movie, lasciandoci a bocca asciutta dal punto di vista visivo, e sperperando inoltre due attori talentuosi e una storia potenzialmente accattivante, ci lascia l'amaro in bocca per quello che poteva essere e che non è assolutamente stato. Voto: 5+

giovedì 27 dicembre 2018

Youth: La giovinezza (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 18/04/2016 QuiYouth: La giovinezza (Youth) è un film del 2015 scritto e diretto da Paolo Sorrentino. Il regista dopo l'Oscar per La Grande Bellezza ci riprova, ma come il precedente film, secondo me, fa un gigantesco buco nell'acqua. Personalmente molto deludente anche se visivamente bello. Ma cercando di trovare qualcosa di positivo infatti devo purtroppo affossare questo film che ritengo sopravvalutato come l'illustre pellicola precedente. E' chiaro che quando parliamo di Sorrentino e i suoi film c'è una spaccatura enorme, tra chi piace o no, tra chi lo giudica un grande regista chi un'accattone, uno che senza un'idea chiara confeziona film senza una logica, senza una vera trama, riuscendo però in modo abbastanza incredibile, agli occhi di sopraffini intellettuali, ad essere così tanto apprezzato. Secondo me lui è un furbetto, si avvale di trucchetti che ad un certo numero di persone può piacere ad altri no, come me. Si avvale infatti di un cast eccezionale, qualche scena bollente e qualche nudo (non solo femminile), ambientazioni favolistiche e naturali impagabili, musiche sopraffine, recitazioni di tutto rispetto e qualche altro mezzuccio per imbastire un tavola ricca ma vuota e senza senso, riuscendo comunque a farsi apprezzare. Ritroviamo praticamente lo stesso incipit della Grande Bruttezza italiana, personaggi vuoti interiormente ed esteriormente senza una direzione, tristi che non sanno più vivere, che si lasciano andare in modo inesorabile al tempo che passa. Come due amici da moltissimo tempo che ora, ottantenni, stanno trascorrendo un periodo di vacanza in una specie di hotel nelle Alpi svizzere. Questa "Spa" di lusso nascosta tra le montagne svizzere fa da sfondo alle umane vicende di ospiti non proprio comuni: Fred (Michael Caine), un compositore e direttore d’orchestra famoso ma in pensione, che non ha alcuna intenzione di tornare a dirigere un'orchestra anche se a chiederglielo fosse la regina Elisabetta d'Inghilterra, un attore hollywoodiano (Paul Dano) in cerca di ispirazione, Mick (Harvey Keitel) un regista affermato ma ormai al capolinea, che sta lavorando al suo nuovo e presumibilmente ultimo film per il quale vuole come protagonista la vecchia amica e star internazionale Brenda Morel (Jane Fonda), ma anche una giovane moglie tradita e lasciata e, addirittura, “Miss Universo” in soggiorno speciale. Soprattutto i due amici, che hanno una forte consapevolezza del tempo che sta passando, sanno che il loro futuro si va velocemente esaurendo e decidono di affrontarlo insieme. Guardano con curiosità e tenerezza alla vita confusa dei propri figli, all'entusiasmo dei giovani collaboratori di Mick, agli altri ospiti dell’albergo, a quanti sembrano poter disporre di un tempo che a loro non è dato. Ma la vita riserverà ai due un futuro non proprio luminoso.