Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2022 Qui - The Last Duel, pur imperfetto, poteva far sperare in un ritorno di Ridley Scott ai fasti del passato: speranza puntualmente delusa da questo modesto film. La storia della famiglia Gucci raccontata da Scott (come gli era già successo nel precedente film biografico "Tutti i soldi del mondo") in maniera scolastica, senza infamia né lode. Nonostante un cast di prim'ordine, il regista inglese non riesce a trasmettere il senso della tragedia alla storia, la cui consistenza si assottiglia sempre di più con il passare dei minuti finendo per fare perdere l'interesse verso un mondo di facciata, le cui dinamiche non graffiano. Non un brutto film, intendiamoci, ma un film totalmente inutile, quasi fastidioso nella sua presunzione. Voto: 5,5
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giovedì 27 ottobre 2022
House of Gucci (2021)
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venerdì 16 luglio 2021
The Irishman (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/07/2021 Qui - Quando Martin Scorsese non è impegnato a dire cavolate, ma a lavorare, nel 90% dei casi ne uscirà sempre qualcosa di notevole, è il caso di questo film, che conferma, come se fosse ancora necessario, il talento immenso di un grande regista. Lui che torna nuovamente a rappresentarci un mondo criminale che ci fa sentire ed immaginare atmosfere che non vorremmo mai veramente conoscere, ma che al "cinema" ci attraggono come una calamita. Sappiamo che al di qua dello schermo, non ci fanno troppo male. Quelle storie accadono in America, ma quei personaggi provengono da diverse nazioni lontane e conservano radici a cui rimangono saldamente legati, con propri codici e consolidate ritualità (anche ambiguamente). Una storia di mafia che egli ha raccontato più volte sullo schermo eppure The Irishman l'ho percepito in maniera diversa dagli altri. E' un film cupo, quasi funereo, dai toni crepuscolari e disillusi di un uomo, apice di un triangolo fra il mondo criminale della mafia e il mondo corrotto del sindacato. Frank Sheeran è solo un meccanismo di un sistema perverso, dalle regole fuorilegge applicate con orrenda disinvoltura. Non ci sono esplosioni di violenza incontrollata, quanto la freddezza di un burocrate del crimine, escluso a sua volta dalla propria famiglia che gradualmente scompare dal film per fare ogni tanto capolino nello sguardo muto ma accusatorio della figlia (brava Anna Paquin, dice in tutto due battute nell'intero film, ma quel volto accusatorio nei confronti del padre dice più di mille parole). Passato e presente che si confondono in linee narrative apparentemente differenti e distinte, ma accomunate da una colpa che non darà redenzione e lascerà Sheeran solo e vecchio in un ospizio in compagnia del proprio rimorso verso una scelta che in fondo non ha mai avuto. La fine cinematografica della mafia nella ricostruzione dell'uccisione della discussa e discutibile figura di Jimmy Hoffa. Al di là della stranezza di vedere attori anziani ringiovaniti digitalmente (le cui movenze riflettono tuttavia l'effettiva età, un errore che pesa ai fini del giudizio complessivo e finale), tre ore e mezzo di durata e non sentirle minimamente, ma essere impaziente di proseguire con la visione per vedere come va a finire. Eccellente opera (la critica l'ha celebrata come un nuovo capolavoro, per quanto poi agli Oscar, pure ottenendo 10 nomination, non abbia vinto neanche una statuetta, e in alcuni casi anche giustamente, per quanto la querelle Netflix sì o no abbia probabilmente influito) con i grandi vecchi del cinema americano capaci di un'ultima epocale interpretazione. Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci e gli altri riprendono i panni ricoperti nei grandi film degli anni '70 e '80, lasciandoci immagini di epica decadenza. Per quello che è un grande omaggio al suo cinema e non solo suo. E per quanto non sarà forse ricordato come l'apice della carriera di Martin Scorsese, questo film ne è il punto di arrivo, è la chiusura di un cerchio di pellicola lungo mezzo secolo. Non ai livelli del suo Quei bravi ragazzi o del non suo capolavoro C'era una volta in America, ma ottimo affresco d'epoca e tematiche senza tempo. Voto: 8
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venerdì 3 maggio 2019
Manglehorn (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2018 Qui - Manglehorn (Drammatico, Usa 2014): La favola di redenzione dell'uomo che odia e poi si converte ha senz'altro avuto giorni migliori, perché questo film diretto da David Gordon Green e interpretato da Al Pacino, Holly Hunter e Chris Messina, è un film davvero insulso, lento nel senso negativo del termine e incapace di dare un senso compiuto all'angoscia del protagonista, un protagonista che vive il suo quotidiano perennemente aggrappato al rimorso di una scelta sbagliata, una sliding door errata che lo ha sempre tormentato fino a diventare un uomo arido e misantropo, fino a quando un incontro inatteso cambierà la sua prospettiva. Non certo quella dello spettatore che si ritroverà di fronte ad una "lagna" perpetua che nemmeno un fuoriclasse come Al Pacino riesce a sollevare. Il film infatti, tedioso, risaputo, banale e per lunghi tratti davvero soporifero non fa breccia, non desta meraviglia alcuna (gli inserti onirici non aiutano) e si fa poco apprezzare. Tanto che gli interpreti, per quanto di valore compresa una sufficiente Holly Hunter, possono poco davanti a questo film che risulta inconsistente, vacuo, aleatorio, che nasce male e finisce peggio. Voto: 5
martedì 19 marzo 2019
Conspiracy: La cospirazione (2016)
Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2017 Qui - Conspiracy: La cospirazione (Drammatico, Usa 2016): Inconcepibile è far fare una pessima figura a due mostri sacri di Hollywood, Anthony Hopkins e Al Pacino, a cui aggiungiamo Josh Duhamel, che in questo film si ritrova coinvolto in una lotta di potere tra un corrotto dirigente farmaceutico e il socio del suo stesso studio, poiché questo ordinario thriller (scialbo e senza né capo né coda) non offre nulla di particolare e poi è alquanto noioso nel suo incedere, nonché privo di una reale tensione emotiva. Mettere le due star col pilota automatico, non innalza infatti la qualità, dato che nonostante le potenzialità (registiche e non) che aveva (qui inespresse) e il buon cast (comprendente anche Alice Eve, Malin Akerman, Julia Stiles e Glen Powell), il film non decolla mai. Le troppe forzature e la poca fluidità nella sceneggiatura (inspiegabilmente illogica e insensata) infine non aiuta questa pellicola, poco scorrevole e non avvincente, con musiche e colonna sonora un po' buttate a caso. Anche se in ogni caso il film in sé non è brutto, ma inutile ed evitabile. Poiché Conspiracy è un film irrecuperabile, che avrebbe funzionato benissimo se fosse stato scritto con un minimo di raziocinio. Una vera occasione persa. Voto: 4
martedì 19 febbraio 2019
La canzone della vita: Danny Collins (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/01/2017 Qui - La prima cosa che balza all'occhio in La canzone della vita: Danny Collins, film drammatico-musicale del 2015, è la presenza nel cast del mitico Al Pacino, ed è per questo che mi sono avvicinato a questa opera d'esordio del regista Dan Fogelman. Film che, così come dicono i titoli di coda, è ispirato ad una storia vera (del cantante folk Steve Tilston), quella di un anziano cantante (Pacino), dedito all'uso di droga ed alcol, con una compagna molto più giovane di lui, che scopre fortuitamente che John Lennon in tempi ormai andati gli aveva inviato una lettera di riconoscimento ed allerta al successo sfrenato. Lettera di poche parole che servono però al protagonista per mettere in discussione la propria vita, dandogli il coraggio di cercare il proprio figlio abbandonato quando era piccolo ma oggi gravemente malato. Denny trova la forza quindi di assistere il figlio, di aiutare nuora e nipotina, e si rimette a scrivere canzoni (cosa che non ha potuto fare più per esigenze dello showbiz, sotto indicazioni del suo manager, un bravissimo Christopher Plummer), ma sarà davvero in grado di vivere a pieno la seconda occasione che la vita sembra regalargli? Forse sì, forse no, comunque la pellicola parte molto bene, è ben diretta ed il regista esordiente almeno nell'ambito tecnico da una buona prova, funziona e gira benone per tutto il tempo in cui Al Pacino esegue il numero della 'vecchia rockstar piena di rimorsi' adagiata nel lusso ed infelice. Poi però man mano che si va avanti i piccoli cliché che nelle prime battute erano anche gradevoli diventano enormi, e il film naviga a ritmo ma senza picchi. La seconda parte per esempio dove classicamente il protagonista dovrà trovare la pace interiore è guardabile ad occhi chiusi ed è incernierata in passaggi forzati usati in questa tipologia di film.
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