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venerdì 30 agosto 2024

One Life (2023)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/08/2024 Qui - La narrazione, che utilizza frequenti flashback nella vita del protagonista, non brilla per innovazione; tuttavia, il film riesce a commuovere lo spettatore, che si trova incapace di restare indifferente di fronte alle scene. Tale impatto è dovuto anche all'eccezionale interpretazione di Anthony Hopkins, splendidamente affiancato dal resto del cast. La qualità tecnica è notevole e le emozioni sono garantite. La vicenda che coinvolge Nicholas Winton infatti, giovane inglese che riuscì a salvare 669 bambini ebrei conducendoli via treno dalla Cecoslovacchia all'Inghilterra, meritava di essere raccontata, ma soprattutto merita d'essere vista. Voto: 7 [Sky]

martedì 27 febbraio 2024

Armageddon Time - Il tempo dell'apocalisse (2022)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/02/2024 Qui - Affresco con note autobiografiche che affonda nel Queens degli anni Ottanta e racconta un momento della vita americana, uno dei tanti, che vede contrapposti privilegi tra un ebreo fortunato e un ragazzo di colore che vive con la nonna. La mano non è pesante, è leggera, suggerisce, accenna e, insieme a una regia dello stesso tenore (ossia mai ingombrante) si preoccupa di testimoniare. Nel farlo, però, finisce inevitabilmente per annoiare: molti i frangenti in cui ci si aspetta una svolta, un cambio di passo, che non arrivano, rendendo difficile visione e memorizzazione dell'opera. Un'opera cui ricostruzione storica è abbastanza curata, benissimo interpretata (svetta Anthony Hopkins) ma poco riuscita. Voto: 5 [Sky]

mercoledì 31 gennaio 2024

The Son (2022)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2024 Qui - Dramma dal decorso piuttosto prevedibile (non-twist finale beffardo compreso) che ruota attorno al ruolo di figlio, provando a sviscerarlo da diversi punti prospettici, che arrivano a smuovere i confini della figura centrale, un Hugh Jackman uomo di successo a cui sfuggono le redini della propria vita familiare (cast mediamente buono, Laura Dern si rivela la migliore in campo). I toni freddi, alternati ai colori azzurro brillante dei ricordi, lavorano bene lo spettatore ai fianchi, rendendo il lavoro complessivamente godibile, senza arrivare al livello del precedente (decisamente migliore) The Father (Anthony Hopkins qui compare solo per un cammeo). Manca infatti di quelle invenzioni di regia che erano uno degli aspetti positivi del precedente (alla trilogia di Florian Zeller manca solo The Mother), senza di quelle The Son rimane un buon dramma familiare, ma senza la forza di elevarsi dalla media. Voto: 6+ [Prime Video]

lunedì 31 gennaio 2022

The Father - Nulla è come sembra (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2022 Qui - Una rappresentazione della demenza senile di devastante potenza, interpretata da un Anthony Hopkins assolutamente da Oscar (poi prontamente vinto), supportato da un cast a sua volta di grande bravura (su tutti Olivia Colman, che non è un'attrice qualunque). Il merito del regista Florian Zeller (al suo esordio alla regia) è di far immedesimare lo spettatore nel degrado mentale del protagonista tramite continui stravolgimenti della narrazione e dei ruoli dei protagonisti, a simboleggiare il labirinto della malattia in cui progressivamente l'anziano non riesce più a districarsi (lo straniamento di Anthony è il nostro straniamento). La sensazione d'impotenza e solitudine, nonché la sofferenza dei familiari, sono rappresentati con grande empatia, realistico e commovente. Un drammone intenso, straziante e a tratti anche abbastanza duro da digerire. Inutile dire che la magnifica prova di Anthony Hopkins tiene in piedi totalmente da sola la storia (la sceneggiatura "teatrale", anch'essa vincitrice di un Oscar), una storia sì "banale" ma che ha il grande merito di farti comprendere il dramma di chi ci passa. Il dramma del perfetto alter ego "maschile" di Julianne Moore, protagonista in Still Alice di una problema similmente debilitante. Voto: 7,5

venerdì 16 luglio 2021

I due papi (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/07/2021 Qui - Il regista brasiliano Fernando Meirelles (del quale ricordo City of God del 2002) e il drammaturgo neozelandese Antony McCarten, autore di "L'ora più buia" e di "Bohemian Rhapsody", confezionano un film intelligente che i due superbi protagonisti rendono suggestivo (un film che ricostruisce un vero/finto rapporto tra Papi e la storia che tutti conosciamo, dimissioni e tutto quanto). Sono Jonathan Pryce (Bergoglio) e Anthony Hopkins (Benedetto XVI) il vero valore artistico di un film con un chiaro impianto teatrale, scritto benissimo e confezionato in una location vaticana ancora più interessante di quella sorrentiniana del Young Pope. Infatti, a riprova, dove il film viene meno (da un punto di vista formale) è nella parte del giovane Bergoglio nell'Argentina del dittatore Videla, non all'altezza di tutto il resto. La sceneggiatura di questo biopic è il vero punto di forza, il suo valore è riuscire a mettere in luce due personalità e due dottrine diverse ma con una leggerezza e uno humour davvero incredibili. Pryce è così bravo che fa dimenticare subito dopo la prima scena la sua interpretazione dell'Alto Passero di GoT, e lo fa senza neppure doversi stravolgere con un trucco pesante. Hopkins è perfetto perché solo lui poteva rendere in questo modo così profondo, nella complessa personalità di Ratzinger, il "rottweiler del Vaticano" e il musicista colto consapevole della sua inadeguatezza a fronteggiare l'enormità dei problemi. Entrambi impegnati in un dialogo lunghissimo (circa due ore) ma capace di rapire letteralmente lo spettatore e di coinvolgerlo dall'inizio alla fine. Pur portando ovviamente avanti un discorso inerente alla fede, il film trascende il contesto religioso e offre un ritratto decisamente umano dei due eminenti personaggi, enfatizzato dalla regia che opta per riprese da simil-reportage. Fiction e attualità, recitazione e documenti veri, tutto in bel connubio interessante. Un film d'impatto, sicuramente, non brillante ma teso alla commozione sincera, inaspettatamente appassionante. Voto: 7,5

venerdì 9 aprile 2021

The Elephant Man (1980)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/04/2021 Qui - Una delle storie più tristi mai portate sul grande schermo, con il giovane David Lynch bravissimo nel non farsi prendere eccessivamente la mano dal melodramma. E con The Elephant Man, a 35 anni egli firma il suo capolavoro (assoluto), un'opera imperniata sul contrasto tra il bene e il male, un apologo (tratto da una storia vera, quella di Joseph Merrick, ragazzo orribilmente deforme dell'Inghilterra vittoriana e del medico che se lo prese a cuore) sul diritto a una vita normale anche per gli ultimi (un personaggio simile a Quasimodo de "Il gobbo di Notre Dame", tanto per farvi un'idea se non avete ancora visto il film). Girato in un bianco e nero che conferisce al film tinte gotiche, The Elephant Man riesce a rimanere sobriamente in equilibrio rispetto a qualsiasi tentazione buonista e a reggere egregiamente il peso degli anni, nonostante qualche allettamento didascalico sulla brutalità del volgo, l'ipocrisia dell'aristocrazia londinese, la rettitudine degli esclusi e via psicologizzando. David Lynch ha saputo così trarre da questa storia la sua pellicola più poetica e struggente, fatta di uno sguardo umanissimo e partecipe da una parte (il medico magistralmente interpretato da Anthony Hopkins) contrapposto alla diffidenza e allo scherno della gente comune dall'altra. Il lento inserimento del reietto John (altrettanto magistralmente interpretato, e da John Hurt) all'interno della vita sociale londinese (fatta di piccoli passi e scoperte quotidiane) colpisce nel segno ed emoziona per il suo carico di grande umanità (si veda, ad esempio, il commovente incontro tra il protagonista e la Signora Kendal, nonché il primo, vero passo di Merrick verso un'esistenza "normale"). Il finale, così dolce e carico di significato, è la perfetta conclusione di un ciclo che si chiude, lasciando nel pubblico una sensazione allo stesso tempo di malinconia e tenerezza, di compassione ed empatia. Ma il film funziona proprio in virtù di questa compiutezza, che lo rende un capolavoro inestimabile. L'andamento lento della vicenda può far storcere il naso a qualcuno o sbadigliare qualcun altro ma non toglie nulla alla portata dell'opera. Un'opera (seppur "sfortunata", ricevette 8 candidature all'Oscar, ma chiuse la serata di gala a mani vuote) davvero da non perdere e da vedersi almeno una volta nella vita, per riflettere e poi commuoversi. Voto: 8

giovedì 30 maggio 2019

Thor: Ragnarok (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/07/2018 Qui - Tra tutti i film dedicati ai supereroi Marvel che rientrano nell'universo espanso della suddetta casa cinematografia e fumettistica, quelli di Thor sono, per quanto mi riguarda i meno convincenti, anche se comunque sempre ben fatti, infondo si parla sempre della Marvel. E anche questo terzo capitolo, sebbene sia dal punto di vista visivo nettamente superiore ai primi due, risulta essere sotto tono sul piano narrativo rispetto alla maggior parte degli altri film appartenenti al MCU. Tuttavia è innegabile ormai constatare che i Marvel Studios sono sinonimo di garanzia di ottimo intrattenimento, e anche qui con Thor: Ragnarok, film del 2017 diretto da Taika Waititi, seppur la trama (dove la mitologia nordica si ammanta di scanzonata space opera mantenendo alla base la struttura classica del peplum, da Spartacus a Il Gladiatore, la saga archetipica del legittimo erede al trono ridotto in schiavitù, esiliato dalla madrepatria e costretto a combattere nell'arena mentre l'usurpatore governa con pugno di ferro), oltre ad essere alquanto banale e per alcuni aspetti superficiale, non aggiunga niente di nuovo all'interno dal panorama supereroistico, in particolar modo in quello Marvel (giacché il suo sviluppo risulta ormai quasi canonico e quindi anche prevedibile), l'obbiettivo è raggiunto. Anche se, per quanto il film riesca ad intrattenere e divertire non poco, grazie agli incredibili effetti speciali e alla grande componente artistica che contraddistingue un minimo questo Thor: Ragnarok, manca quella profondità e genialità in più che la Marvel era sempre riuscita a trovare, perché dopo che la controparte DC ha saputo mostrare i muscoli con Wonder Woman, questa mancanza di idee rischia di far sembrare il loro film fin troppo simili l'uno dall'altro e per questo abbastanza dimenticabili se presi singolarmente, e ciò lo dico da grande fan, della suddetta casa produttrice, che negli ultimi loro film ha notato un po' di pigrizia da parte loro di realizzare qualcosa di nuovo e veramente emozionante. Tant'è che qui si va ad imitare, per alcuni aspetti, un precedente loro successo, ovvero Guardiani della Galassia, impossibile infatti non notare la grande somiglianza tra i due film, soprattutto per la nostalgia influenza degli anni '80, qui sottoforma di colori accesi e tipici di quegli anni, inoltre sono presenti anche vari riferimenti ad essi. Però se in GOTG questa influenza è giustificata e contestualizzata è per questo più che godibile, in questo caso è praticamente infondata e quindi, a parere mio un po' fuori luogo.

domenica 26 maggio 2019

Transformers: L'ultimo cavaliere (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/06/2018 Qui - Ogni volta è sempre la stessa storia, perché è innegabile che ogni film di Michael Bay si "trasformi" in un caso mediatico ogni qualvolta, con la critica che continua a stroncarlo senza ritegno, mentre al box office si registrano (immancabilmente) incassi altissimi, ma come spesso accade in questi casi, la verità sta sempre nel mezzo. Perché anche se nel corso degli anni (a eccezione del primo film, che risulta ancora oggi un perfetto mix di intrattenimento, scene d'azione e idee visive) i capitoli di Transformers hanno sempre vissuto nel limbo della mediocrità (quel luogo dove a fine visione già ci si era scordati di quanto appena visto), Transformers: L'Ultimo Cavaliere (Transformers: The Last Knight), quinto capitolo della serie datato 2017, pur non esente da difetti (anzi, ce ne sono tanti), è forse il miglior film dei Transformers (sempre escludendo la pellicola d'esordio e sempre non discostandosi molto dalla sua costante mediocrità), riuscendo altresì dove il quarto aveva fallito (praticamente quasi in tutto). Già con il precedente (buon) lavoro, 13 Hours, Bay (alla soglia dei 57 anni) aveva scoperto un oggetto mistico e dai grandi poteri cinematografici: la sceneggiatura. Anche se, nonostante questa venisse a mancare in altri lavori, il risultato finale è sempre riuscito a regalare grande intrattenimento (infatti anche qui, come nei precedenti, senza dubbio ci si diverte, indubbiamente gli effetti speciali sono eccezionali, anche se esagerati). Perché si sa, la sceneggiatura se applicata con sapienza anche a un prodotto ormai testato (e con delle proprie logiche che vivono al di fuori di ogni sistema, come la saga dei Transformers) ne arricchisce il racconto. Tuttavia, l'inserimento di questa nuova rotella in una macchina perfettamente oliata avviene con qualche intoppo. Perché è innegabile che qui, anche se l'intrattenimento rimanga comunque elevato e godibile, essa non venga usata in modo del tutto consono, facendo risultare uno dei migliori film della saga in un film solamente sufficiente e fortunatamente non totalmente bocciabile.

mercoledì 15 maggio 2019

Autobahn: Fuori controllo (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/03/2018 Qui - Partendo dalle cose essenziali, bisogna ammettere che Collide (come da titolo originale) non vuole essere un prodotto originale o innovativo, non cerca di essere un prodotto destinato ai cinefili di nicchia e nemmeno una pellicola per cui stracciarsi le vesti. Anche perché Autobahn: Fuori controllo (2016), prodotto da Joel Silver (e da quelli di Matrix e Sherlock Holmes) e diretto dal regista di Welcome to the Punch Ervan Creevy, è un'opera che sembra cercare costantemente il basso profilo, un action-romantico che vorrebbe essere un qualche cosa di diverso dalla massa ma finisce per somigliare a troppi altri film. Eppure questo film d'azione onesto che fa il suo dovere, senza annoiare, e che annovera tra i suoi punti di forza una regia vertiginosamente veloce e un ritmo serrato che cattura lo spettatore e lo catapulta al centro dello spettacolo, è un buon prodotto di puro intrattenimento abbastanza divertente da vedere nonostante alcuni evidenti difetti. Dopotutto gli ingredienti che costituiscono lo script sono quanto di più classici e prevedibili, droga, auto da corsa, soldi e due boss mafiosi pericolosi che si odiano a vicenda e tra i quali scoppia una faida. In mezzo aggiungete una love story che tenga incollato tutto insieme e che funga da motore per il protagonista, Nicholas Hoult, e se poi i boss mafiosi prendono rispettivamente i volti di Ben Kingsley e Anthony Hopkins il gioco è fatto. Ma poiché il film, basato su una buona sceneggiatura composta da pochi dialoghi alquanto diretti e inequivocabili, si erge sulla rapidità con cui le scene si susseguono, di tutti quei problemi non ci si fa caso, d'altronde Autobahn sembra solo voler rispondere alla banale domanda "cosa si è disposti a fare per la persona che si ama?".

mercoledì 10 aprile 2019

Premonitions (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/12/2017 Qui - Non è certamente un capolavoro Premonitions (Solace), film del 2015 che segna l'esordio alla regia di Afonso Poyart, ma porta con sé qualcosa di accattivante. Perché a sto filmetto una volta accettato il comodo espediente della chiaroveggenza, giacché esso si tratta di un thriller psicologico i cui protagonisti sono un investigatore e un killer, entrambi dotati del "dono" della premonizione, il che rende più difficile al primo catturare il secondo, gli si può rimproverare poco o nulla. L'indagine sul killer che non lascia tracce infatti, funziona alla grande, il ritmo è perfetto, i personaggi sono scritti bene e le interpretazioni sono discrete (a parte i due investigatori, un sempre e comunque magnetico Jeffrey Dean Morgan e la bella Abbie Cornish, che appaiono piuttosto "imbustati" e poco credibili nel ruolo). Ovviamente però non tutto è oro quello che luccica, e infatti, nonostante una certa linearità nella narrazione che però fa virare rapidamente verso altre direzioni la storia, che spingono altresì lo spettatore verso una certa riflessione, il film risente certamente di una certa schematicità specialmente quando si mette in gioco questioni morali e una tematica forte come l'eutanasia, perché essi non vengono snocciolati come si deve, vista la loro importanza ai fini del racconto.

Il caso Freddy Heineken (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/12/2017 Qui - La Heineken è un marchio consolidato, in molti abbiamo bevuto, almeno una volta, una birra prodotta dall'azienda olandese. Quel che non tutti sanno, è che il fondatore della casa, Freddy Heineken, nel 1983, venne sequestrato per chiedere un ingente riscatto, e che riscatto, è tutt'oggi la più alta mai versata per una persona di pubblico interesse, 50 mln di dollari (circa 35 mln di corone danesi). Il film Il caso Freddy Heineken (Kidnapping Mr. Heineken) infatti, film del 2015 diretto da Daniel Alfredson (regista scandinavo, che abbiamo conosciuto grazie ai due ultimi capitoli della trilogia Millenium da lui firmati) ci informa di questa incredibile vicenda (di cui è stato scritto un libro e ne è stato tratto questo lungometraggio), un fatto di cronaca molto conosciuto, in cui un gruppo di insospettabili ragazzi precari di Amsterdam (con a capo Jim Sturgess), decidono di mettere a segno (giacché il loro obbiettivo, interpretato da Anthony Hopkins, è uno degli uomini più ricchi al mondo) quello che in seguito sarebbe stato definito il crimine del secolo. Peccato che come spesso capita, anche se il finale apre a scenari diversi, così da distinguersi da molti altri (e far sì che sia più originale, perché è successo davvero), non tutto andrà come previsto. Anche perché narrativamente parlando, il film si perde a metà apparendo a tratti incerto e a tratti scialbo, non sapendo se voler seguire lo stile narrativo di un vero e proprio (thriller) poliziesco in perfetto stile anni '70-'80 o se osare di essere un action movie misto ad un docu-film che percorre fedelmente le tappe del rapimento e le relative conseguenze.

martedì 9 aprile 2019

Go with Me - Sul sentiero della vendetta (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2017 Qui - Go with Me - Sul sentiero della vendetta (Thriller, USA, 2015):  Lascia stupefatti e interdetti la visione di questo film, perché l'ultima fatica di Daniel Alfredson (regista noto soprattutto per aver dato vita a due capitoli della saga Millenium) è un thriller a dir poco mediocre. La pellicola infatti è un riassunto di luoghi comuni cinematografici, il livello è infimo, i dialoghi insignificanti o sentiti centinaia di volte, i personaggi stereotipati (il giovane taglialegna balbuziente Nate impersonato da Alexander Ludwig di Vikings è imbarazzante) e la storia personale di uno dei due "cacciatori", che devono aiutare una giovane donna a liberarsi dalle angherie di un ex poliziotto, non ha nulla a che fare con la trama. Il lungo avvicinamento al cattivissimo Ray Liotta (un po' ridicolo a dir la verità, senza personalità alcuna) vorrebbe creare una suspense che non ha luogo, e tutto sembra buttato lì prendendo a caso una manciata di già visto già sentito senza alcuna originalità. Anche perché il finale è uno dei finali più scontati di sempre, io già avevo capito dove andava a parare prima del viaggio e prima anche di vedere il film. Fuori forma il cast, di Liotta ho già scritto, Julia Stiles perennemente imbronciata non accende alcun interesse, mentre Anthony Hopkins, pur cavandosela (come sempre), resta imprigionato in un personaggio comprensibilmente vendicativo ma irrisolto. Insomma uno dei tanti peggiori thriller che ho visto negli ultimi due anni, con una regia e una sceneggiatura davvero scarse, anche perché la storia non coinvolge, non appassiona, non crea nessun legame tra i personaggi e gli spettatori. Il tutto resta sempre come distaccato, freddo con diversi momenti di inutile staticità. Voto: 4

martedì 19 marzo 2019

Conspiracy: La cospirazione (2016)

Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2017 Qui - Conspiracy: La cospirazione (Drammatico, Usa 2016): Inconcepibile è far fare una pessima figura a due mostri sacri di Hollywood, Anthony Hopkins e Al Pacino, a cui aggiungiamo Josh Duhamel, che in questo film si ritrova coinvolto in una lotta di potere tra un corrotto dirigente farmaceutico e il socio del suo stesso studio, poiché questo ordinario thriller (scialbo e senza né capo né coda) non offre nulla di particolare e poi è alquanto noioso nel suo incedere, nonché privo di una reale tensione emotiva. Mettere le due star col pilota automatico, non innalza infatti la qualità, dato che nonostante le potenzialità (registiche e non) che aveva (qui inespresse) e il buon cast (comprendente anche Alice Eve, Malin Akerman, Julia Stiles e Glen Powell), il film non decolla mai. Le troppe forzature e la poca fluidità nella sceneggiatura (inspiegabilmente illogica e insensata) infine non aiuta questa pellicola, poco scorrevole e non avvincente, con musiche e colonna sonora un po' buttate a caso. Anche se in ogni caso il film in sé non è brutto, ma inutile ed evitabile. Poiché Conspiracy è un film irrecuperabile, che avrebbe funzionato benissimo se fosse stato scritto con un minimo di raziocinio. Una vera occasione persa. Voto: 4