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giovedì 3 ottobre 2019

Hell or High Water (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/10/2019 Qui
Tema e genere: Western moderno dai caratteri esistenzialisti firmato David Mackenzie.
Trama: Due fratelli, un ex detenuto e un padre divorziato, si confrontano con il rischio chiusura della fattoria di famiglia nel Texas e decidono di collaborare per mettere a segno una serie di rapine. Un uomo di legge, però, segue le loro tracce ed è determinato a fermarli.
Recensione: Finalmente completata la trilogia informale ideata da Taylor Sheridan che tratta della moderna frontiera americana. Infatti, dopo l'ottimo Sicario e il discreto I segreti di Wind River, ecco l'ultimo buon capitolo finale, anche se è questo in verità il secondo dei tre. Comunque dettagli a parte, con Hell or High Water, primo film prodotto da Netflix a ricevere una candidatura all'Oscar come miglior film, lo sceneggiatore statunitense coadiuvato dal regista britannico David Mackenzie (regista tra l'altro del bellissimo Perfect Sense con Eva Green) chiude il suo cerchio. Appunto con un western contemporaneo ad alto ritmo (che comunque si prende i suoi tempi nel far decollare la storia) e dai caratteri esistenzialisti (in questo è bravo il regista nel soffermarsi sui personaggi, e far capire il movente del crimine, di cui alla fine siamo un po' tutti colpevoli, perché egli non vuole giustificare i misfatti, ma farne comprendere l'origine, nella speranza che qualcosa possa cambiare). Hell or High Water (il cui titolo si riferisce ad un modo di dire: "come hell or high water", che significa "qualunque cosa accada", ma anche "ad ogni costo") è infatti un affascinante western postmoderno in cui al posto dei cavalli ci sono le auto e in cui è fortemente accentuata l'idea della fine di un'epoca (è il caso della scena della transumanza dei capi da bestiame da parte di cowboys che suonano quasi anacronistici), una tragica parabola sull'America, in cui a contare è solo il denaro, in tutte le sue declinazioni. Un film in cui si posa uno sguardo amaro su una società persa e sugli individui che la popolano, una società divisa, ferita, in cui la distinzione tra giustizia e vendetta sommaria è quanto mai labile (agli occhi di un europeo risulta sempre impressionate vedere il numero di persone armate e alcune di loro che, in una sequenza da vero western, si mettono ad inseguire i criminali per farsi, per l'appunto, giustizia da soli). Ma non vi è solo questo: il motore di tutto, com'è reso palese ed evidente, ciò che sta dietro ad ogni cosa è l'avidità delle banche, che, costringendo gli individui a scelte disperate, è all'origine dell'escalation di sangue e violenza del film. Ci sono poi riflessioni non banali circa le contraddizioni di una nazione fondata sul sangue (al pari di molte altre), spazzando via intere popolazioni e specie.

domenica 7 luglio 2019

I segreti di Wind River (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/03/2019 Qui - L'atmosfera affascinante ma inquietante dell'inospitale e monotono (come il ritmo, sebbene questo non implichi un'assenza di tensione, tutt'altro) Wyoming occidentale, dove i visi pallidi hanno confinato da oltre un secolo gli ultimi Arapaho, è forse la protagonista principale di questo insolito ma impeccabile thriller/non thriller, un film ben recitato e con tutti gli ingredienti (seppur già utilizzati altre migliaia di volte ma che non per questo manca di appassionare lo spettatore) al loro posto: begli scenari, buona tensione, dialoghi efficaci e un finale da godere. I segreti di Wind River (Wind River) infatti, che dichiara sin da subito la volontà di contaminare i generi del thriller poliziesco con elementi western, qui egregiamente supportati da una sceneggiatura solidissima e da una profonda introspezione psicologica dei personaggi, è una rilettura interessante e non banale della frontiera americana, con tempi e spazi cinematografici che ricordano i grandi classici del western che fu, richiamandosi invece all'attualità visiva moderna che si rifà ai fratelli Coen. Tuttavia il film non è né uno (un western in tutto e per tutto) né l'altro (ovvero non c'è il grottesco tipico dei due registi), perché anche se a sottolineare ancora di più l'apparenza western di questa pellicola ci sono pure un classico "stallo alla messicana", una fragorosa sparatoria ravvicinata in stile "sfida all'OK Corrall" ed una giustizia sommaria degna dei tempi di Wild Bill Hickok, non è davvero un western, è un film forse di denuncia sociale, in cui l'azione non è molta ed il mistero (del titolo italiano) non è poi proprio tale. E' semmai una pellicola che parla di miseria e di abbrutimento, di amore e, soprattutto, di dolore, in un'epoca in cui anche gli ultimi pellerossa hanno dimenticato le loro antiche tradizioni e forse anche la loro atavica dignità. E infatti, dopo l'ottima prova offerta con la sceneggiatura di Sicario (Hell or High Water mi manca), Taylor Sheridan, che si piazza questa volta dietro la macchina da presa, e che ha scritto e diretto questo film del 2017, uscendone di nuovo vincitore (la pellicola ha vinto il premio per la Miglior regia nella sezione Un Certain Regard a Cannes 2017), ci presenta un'altra (intensa, potente ed affascinante, ma comunque non perfetta) storia di frontiere geografiche e di comunità ai margini del mondo globalizzato.

domenica 26 maggio 2019

Transformers: L'ultimo cavaliere (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/06/2018 Qui - Ogni volta è sempre la stessa storia, perché è innegabile che ogni film di Michael Bay si "trasformi" in un caso mediatico ogni qualvolta, con la critica che continua a stroncarlo senza ritegno, mentre al box office si registrano (immancabilmente) incassi altissimi, ma come spesso accade in questi casi, la verità sta sempre nel mezzo. Perché anche se nel corso degli anni (a eccezione del primo film, che risulta ancora oggi un perfetto mix di intrattenimento, scene d'azione e idee visive) i capitoli di Transformers hanno sempre vissuto nel limbo della mediocrità (quel luogo dove a fine visione già ci si era scordati di quanto appena visto), Transformers: L'Ultimo Cavaliere (Transformers: The Last Knight), quinto capitolo della serie datato 2017, pur non esente da difetti (anzi, ce ne sono tanti), è forse il miglior film dei Transformers (sempre escludendo la pellicola d'esordio e sempre non discostandosi molto dalla sua costante mediocrità), riuscendo altresì dove il quarto aveva fallito (praticamente quasi in tutto). Già con il precedente (buon) lavoro, 13 Hours, Bay (alla soglia dei 57 anni) aveva scoperto un oggetto mistico e dai grandi poteri cinematografici: la sceneggiatura. Anche se, nonostante questa venisse a mancare in altri lavori, il risultato finale è sempre riuscito a regalare grande intrattenimento (infatti anche qui, come nei precedenti, senza dubbio ci si diverte, indubbiamente gli effetti speciali sono eccezionali, anche se esagerati). Perché si sa, la sceneggiatura se applicata con sapienza anche a un prodotto ormai testato (e con delle proprie logiche che vivono al di fuori di ogni sistema, come la saga dei Transformers) ne arricchisce il racconto. Tuttavia, l'inserimento di questa nuova rotella in una macchina perfettamente oliata avviene con qualche intoppo. Perché è innegabile che qui, anche se l'intrattenimento rimanga comunque elevato e godibile, essa non venga usata in modo del tutto consono, facendo risultare uno dei migliori film della saga in un film solamente sufficiente e fortunatamente non totalmente bocciabile.