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venerdì 30 giugno 2023

The King's Man - Le origini (2021)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2023 Qui - Ho amato il primo film originale (un po' tanto meno il secondo) e ho visto questo (prequel e terzo) episodio sulle origini con poche aspettative, ma la presenza in regia di Matthew Vaughn garantiva fiducia. C'è la Storia (sì la Storia, quella che si studia sui libri), una sceneggiatura non brillante ma capace di tenere alto ritmo/azione/divertimento. Un film che intrattiene e che riserva una paio di sorprese, si avvale di discrete interpretazioni (con Ralph Fiennes a tirare la carretta per tutti) e di qualche scena ben realizzata (la cura negli aspetti tecnici poi è decisamente alta, costumi e scenografie Top). E tuttavia il capitolo più debole della trilogia, si notano infatti alcune ingenuità nella trama, ma ampiamente alla portata del coinvolgimento che sapevano produrre i primi due film, con adrenalina e spettacolarità d'azione che nascondono i difetti (che qui sono: eccesso di patriottismo e rappresentazione a tratti troppo macchiettistica di alcuni popoli) e ne esaltano l'aspetto visivo, portandolo a ottenere, piuttosto agevolmente, una valutazione positiva. Voto: 6+

venerdì 13 agosto 2021

Le streghe (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/08/2021 Qui - Deludente pellicola da un regista da cui ci si aspetta sempre qualcosa in più (dopotutto ha sfornato dei capolavori, lui che ultimamente con Benvenuti a Marwen fece un buon lavoro). Robert Zemeckis anche sceneggiatore insieme a Guillermo Del Toro (con un Alfonso Cuarón in più come produttore) provano a rinvigorire il romanzo di Roald Dahl aggiornandolo al giorno d'oggi con delle aggiunte random nella trama, ma il risultato, al di là della confezione lussuosa, delude. E' la regia ad essere poco incisiva e lo scontro, seppur per gran parte a distanza, tra la Octavia Spencer e la Anne Hathaway non riesce a essere incisivo più di tanto. L'interpretazione della prima è lodevole, anzi, insieme agli effetti visivi (che però rischiano di mangiarsi tutto il film) le uniche cose che si salvano, quella della seconda purtroppo no, snervante nel suo overacting eccessivo. Come al solito è la presenza di Stanley Tucci a portare qualche momento di frivolezza gradevole. Molto infantile e poco divertente è infatti questa storia di streghe e topini. Non si capisce dove voglia andare a parare (non si capisce a chi dovrebbe rivolgersi), una trama (appunto) flebile senza sorprese e tante ingenuità. Il problema di questo film è che non mi ha suscitato nessuna emozione, né paura, né divertimento, né suspense, non ricordo bene la trasposizione cinematografica precedente (quella del 1990), ma scommetto fosse migliore di questa nuova (non necessaria) versione. Peccato perché io a Del Toro e a Zemeckis vorrei pure bene, e tanto, ma questo è, un quasi fallimento. Voto: 4,5

martedì 28 aprile 2020

The Children Act - Il verdetto (2017)

Titolo Originale: The Children Act
Anno e Nazione: Regno Unito 2017
Genere: Drammatico
Regia: Richard Eyre
Sceneggiatura: Ian McEwan
Cast: Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead
Ben Chaplin, Eileen Walsh, Anthony Calf
Durata: 98 minuti

Emma Thompson e Stanley Tucci nel dramma tratto dal romanzo di Ian McEwan.
Un giudice affronta il caso di un ragazzo malato che rifiuta una trasfusione di sangue per motivi religiosi.

mercoledì 18 settembre 2019

A Private War (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/09/2019 Qui
Tema e genere: Adattamento cinematografico dell'articolo Marie Colvin's Private War, uscito nel 2012 su Vanity Fair, scritto da Marie Brenner.
Trama: Vita e morte di Marie Colvin, giornalista americana dell'inglese Sunday Times specializzata nel coprire i conflitti più sanguinosi (anche se spesso dimenticati) del mondo.
RecensioneA Private War, come anticipato, costituisce l'autobiografia della statunitense Marie Colvin che esercitò la professione di reporter di guerra per il quotidiano Sunday Times dal 1985 sino però al 2012, anno della sua morte ad Homs, in Siria, nel corso di un bombardamento aereo. E la pellicola ovviamente presenta la figura di questa abile e coraggiosa donna, donna che rischiò la propria vita molteplici volte nel corso della sua carriera di inviata speciale: sempre presente nei luoghi in cui si verificavano scontri bellici, quali quelli in Sri Lanka, Cecenia, Iraq, Afghanistan, ed ultimo in Siria, ella dimostrò di avere coraggio battendosi e denunciando in prima persona con i suoi articoli le crudeltà, le violenze, ed i raggiri politici a discapito delle popolazioni inermi, vittime innocenti di guerre cruente ed inammissibili. Insignita di molti riconoscimenti per il suo operato e famosa per indossare costantemente una benda "da pirata" sull'occhio sinistro perso durante un attacco in Sri Lanka, in quest'opera cinematografica ella viene presentata non solo dal punto di vista professionale, ma anche da quello della propria vita privata. Lo spettatore, così, viene ad apprendere della sua relazione sentimentale (poi terminata) con un collega giornalista/scrittore, dei suoi svariati incontri occasionali dovuti al suo continuo viaggiare e mai risiedere a lungo in un luogo, la sua collaborazione, ma soprattutto la sua profonda amicizia, con il britannico fotografo freelance Paul Conroy, incontrato "casualmente" in Afghanistan, il suo desiderio, purtroppo per lei mai realizzato, di diventare madre e la sua propensione a bere talvolta qualche bicchiere di troppo. Insomma, A Private War, come biopic, risulta, dunque, una pellicola completa e non soltanto meramente biografica, forse, probabilmente anche un poco romanzata da parte del suo regista Matthew Heineman, ma assai interessante per le molteplici sfaccettature che egli presenta sullo schermo di questo affascinante ed intelligente personaggio femminile (simile ma diverso da una delle più importanti figure del ruolo, Martha Gellhorn), dal cui ritratto emerge soprattutto che, accanto alla natura ed al carattere forte e coraggioso, esisteva anche una parte profondamente umana e quanto mai reale di donna provvista di debolezze, d'inquietudini e di saltuari scatti d'ira, una donna dalla vita complessa e a tratti contraddittoria, ma realmente mossa dal desiderio di servire la verità e, in questo, cercare di cambiare le cose. È davvero "privata" la guerra di Marie, perché è una guerra anche con se stessa.

domenica 26 maggio 2019

Transformers: L'ultimo cavaliere (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/06/2018 Qui - Ogni volta è sempre la stessa storia, perché è innegabile che ogni film di Michael Bay si "trasformi" in un caso mediatico ogni qualvolta, con la critica che continua a stroncarlo senza ritegno, mentre al box office si registrano (immancabilmente) incassi altissimi, ma come spesso accade in questi casi, la verità sta sempre nel mezzo. Perché anche se nel corso degli anni (a eccezione del primo film, che risulta ancora oggi un perfetto mix di intrattenimento, scene d'azione e idee visive) i capitoli di Transformers hanno sempre vissuto nel limbo della mediocrità (quel luogo dove a fine visione già ci si era scordati di quanto appena visto), Transformers: L'Ultimo Cavaliere (Transformers: The Last Knight), quinto capitolo della serie datato 2017, pur non esente da difetti (anzi, ce ne sono tanti), è forse il miglior film dei Transformers (sempre escludendo la pellicola d'esordio e sempre non discostandosi molto dalla sua costante mediocrità), riuscendo altresì dove il quarto aveva fallito (praticamente quasi in tutto). Già con il precedente (buon) lavoro, 13 Hours, Bay (alla soglia dei 57 anni) aveva scoperto un oggetto mistico e dai grandi poteri cinematografici: la sceneggiatura. Anche se, nonostante questa venisse a mancare in altri lavori, il risultato finale è sempre riuscito a regalare grande intrattenimento (infatti anche qui, come nei precedenti, senza dubbio ci si diverte, indubbiamente gli effetti speciali sono eccezionali, anche se esagerati). Perché si sa, la sceneggiatura se applicata con sapienza anche a un prodotto ormai testato (e con delle proprie logiche che vivono al di fuori di ogni sistema, come la saga dei Transformers) ne arricchisce il racconto. Tuttavia, l'inserimento di questa nuova rotella in una macchina perfettamente oliata avviene con qualche intoppo. Perché è innegabile che qui, anche se l'intrattenimento rimanga comunque elevato e godibile, essa non venga usata in modo del tutto consono, facendo risultare uno dei migliori film della saga in un film solamente sufficiente e fortunatamente non totalmente bocciabile.

martedì 7 maggio 2019

La Bella e la Bestia (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/02/2018 Qui - A nemmeno tre anni dall'apprezzabile e discreta, perché cupa, meno fiabesca e poco musical, versione francese della celebre fiaba con Vincent Cassel e Léa Seydoux, ecco l'ennesima riproposizione in salsa Disney de La Bella e la Bestia (Beauty and the Beast), il (comunque bellissimo) classico che nella versione animata giunse nel 1991 alla nomination all'Oscar come miglior film. Una riproposizione che però non sortisce in parte l'effetto voluto, perché anche se la storia ricalca fedelmente (troppo) l'originale, visto che le novità si esauriscono nell'invenzione di due piccole back story per i protagonisti e nel nuovo adattamento delle parole delle canzoni, a mancare in questa (almeno personalmente deludente) pellicola, è precisamente la magia, quella che dovrebbe rapire lo spettatore e farlo immergere in una favola senza tempo accompagnandolo nella straordinaria storia di un principe, di un incantesimo, di un odio che si trasforma in amore capace di spezzare ogni apparenza, ogni superficiale impressione, ed invece manca tutto ciò, manca un'anima a questo film che, seppur tecnicamente ineccepibile, ben girato, con le musiche passate alla storia, le scene corali, tutto molto ben fatto ma senza trasmettere nulla in più allo spettatore che si vede scorrere la pellicola senza riuscire davvero ad apprezzarne il senso, il focus, giacché non scocca quella scintilla di magia tra film e spettatore, non c'è un vero coinvolgimento, è tutto molto approssimativo, molto superficiale, quasi sbrigativo. Questo live action del 2017 infatti, diretto da Bill Condon, se tuttavia merita appunto un'ampia sufficienza grazie ad un comparto tecnico notevole, grazie a scenografie ed effetti speciali di prim'ordine, senza dimenticare gli scontati ottimi costumi, non riesce insomma a ricreare quella magia e quel coinvolgimento dovuti a film del genere, anche perché il cuore e il pathos dell'originale non si avvertono.

lunedì 25 marzo 2019

George Romero Day - Monkey Shines: Esperimento nel terrore (1988)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/09/2017 Qui - Ho sempre desiderato una scimmietta, tipo quella de Una Notte da Leoni, ma anche quella del film Ace Ventura con Jim Carrey oppure quella "sfortunata" nel film di Indiana Jones (se odio i datteri lo si deve soprattutto per quel motivo), certamente non quella che in Monkey Shines: Esperimento nel terrore (Monkey Shines: An Experiment in Fear), film del 1988 diretto e sceneggiato da George A. Romero, di cui questa rassegna ad opera della combriccola di blogger (di cui lista trovate a fine post) gli rende onore dopo la sua recente dipartita (avvenuta il 16 luglio scorso), a causa di un esperimento alquanto controverso ha comportamenti non totalmente consoni e distruttivi. Il film infatti, del regista ex settantenne, comunemente definito Re degli zombie, giacché i suoi film prevalentemente sui morti viventi hanno ridefinito e portato i suddetti film di genere ad un livello qualitativamente più alto, è un fanta-thriller (non certamente un horror in piena regola) sul tema della violenza indotta da una sperimentazione scientifica indifferente a limiti etici e al rispetto degli individui. Monkey Shines difatti, che non avevo in ogni caso mai visto (al contrario ovviamente dei suoi piccoli grandi e geniali capolavori) è un film completamente diverso dallo zombie-movie sofisticato a cui aveva abituato il proprio pubblico. Ma a testimoniare il suo genio, sforna ugualmente uno splendido e suggestivo thriller psicologico, seppur atipico e poco "Romeriano" vista la forte componente drammatica mentre è misera quella sociale/horror, che occhieggiando nientemeno che a La Finestra sul Cortile di Hitchcock, trascina lo spettatore rapito nei meandri allucinanti della mente umana e non solo. Giacché le cose migliori della pellicola (che in ogni caso non è stata per me facilissima da vedere) sono proprio quelle inerenti al dramma vissuto dal protagonista, costretto su una sedia a rotelle per colpa di un grave incidente. Regista (molto abile anche nel definire i caratteri dei personaggi) e attore sono infatti bravi nel rappresentare la sofferenza, la rabbia repressa e l'impotenza di chi vive una situazione simile. E ne ha da vendere Allan (Jason Beghe), da prestante e atletico ragazzone a paralitico in sedia rotelle in pochissimo tempo. In balia di una madre assillante, che mette a servizio del figlio un'infermiera, ossessiva e bisbetica (Christine Forrest), che diventa una sua fida confidente, e abbandonato dalla sensuale fidanzata (Janine Turner) sprofonda nella depressione totale.

mercoledì 27 febbraio 2019

Il caso Spotlight (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/02/2017 Qui - Tratto da una sconcertante storia vera, Il caso Spotlight (Spotlight, 2015) di Thomas McCarthy è un film che rientra a pieno titolo nel cosiddetto 'cinema liberal' americano, impegnato e progressista, intento a mettere in luce scandali nascosti, a scoperchiare vasi di pandora sigillati da mura di omertà insormontabili. E quando una certa idea di giornalismo si incrocia con un certo modo di fare cinema, il risultato è pressoché scontato, ovvero eccezionale. La conferma viene da questa pellicola, superlativa prova autoriale e attoriale. Un eccellente film inchiesta che, candidato a sei Oscar, ne ha portati a casa due, tra cui quello più importante, ossia miglior film, ma anche come miglior sceneggiatura originale, nonostante questo film, co-scritto e diretto da Tom McCarthy (Mr Cobbler e la bottega magica, Mosse vincenti, L'ospite inatteso) è basato su fatti realmente accaduti. Inchiesta che replica e amplifica tematiche trattate nel 1976 da Tutti gli uomini del presidente, dato che il riferimento filmico più immediato è il film di Alan Pakula, date le evidente assonanze narrative tra i due film. Infatti, la storia di entrambi i film nasce e si sviluppa all'interno di una redazione di un giornale, poi li accomuna il fatto che un gruppo di giornalisti si getta anima e corpo su un caso dai chiari risvolti socio-politici, che poi arriva a coinvolgere insospettabili uomini di potere, infine, si racconta di fatti realmente accaduti. Fatti che in questo caso sembrano frutto di fantasia, e invece come spesso accade nel mondo degli umani la realtà supera spesso la fantasia. La pellicola infatti, narra le vicende reali venute a galla dopo l'indagine (tramite un gruppo di giornalisti investigativi conosciuti come "spotlight") del quotidiano The Boston Globe sull'arcivescovo Bernard Francis Law, accusato di aver coperto molti casi di pedofilia avvenuti in diverse parrocchie. Indagine che valse il Premio Pulitzer di pubblico servizio al quotidiano nel 2003 e aprì a numerose indagini sui casi di pedofilia all'interno della Chiesa cattolica. Il giornale difatti denunciò questo scandalo dei preti pedofili e la collusione della alte sfere ecclesiastiche, portando letteralmente alla luce un numero molto elevato di abusi di minori. Tutto a fondo e ad ogni costo, nonostante l'oscuramento mediatico dell'attentato alle torri gemelle.

venerdì 18 gennaio 2019

Joker: Wild Card (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/08/2016 Qui - Joker: Wild Card (2015) è un remake, che in questi periodi va tanto di moda, del film Black Jack del 1986 con Burt Reynolds. A loro volta son tratti dal romanzo Heat di Goldman (vincitore di due premi Oscar, migliore sceneggiatura originale nel 1970 per il film Butch Cassidy e nel 1977 l'Oscar alla migliore sceneggiatura non originale per il film Tutti gli uomini del presidente) del 1985, anche se in questo caso scrive anche la sceneggiatura del film. Un film diretto da Simon West, che diresse il mitico Con Air del 1997 con Nicolas Cage in forma smagliante (la sua carriera da regista di film cominciò proprio da lì) e regista anche di Lara Croft: Tomb Raider (il primo tratto dal famosissimo videogioco), Chiamata da uno sconosciuto, Professione assassino e I mercenari 2, entrambi con protagonista Jason Statham (lo stesso di questa pellicola) e Stolen di nuovo con Cage. Ma tornando al film in questione Joker: Wild card racconta di Nick Wild, compulsivo giocatore d'azzardo, che si guadagna da vivere fornendo protezione come accompagnatore, proteggendo ricchi scommettitori che cercano fortuna a Las Vegas. E' anche un po' un tutto fare: li protegge, li aiuta a far la figura dei duri per conquistare le donne e li guida alla scoperta della città che lui sogna prima o poi di lasciare. Il suo lavoro però prende una piega differente, trasformandosi in guerra personale, quando Holly, una sua vecchia compagna, viene brutalmente violentata e picchiata da un mafioso principe dell'azzardo e dai suoi scagnozzi. Inizierà così una pericolosa vendetta. Joker: Wild card, con tutte le sue migliori intenzioni è però un film a fasi alterne, a volte ci regala momenti di pura azione avvincenti, a volte casca davvero malamente nel ridicolo. Il punto debole è anche qui, come tanti altri (sceneggiatori) che credono che bastino poche inquadrature per trasmettere al pubblico il "vissuto" di un personaggio che vogliono trasporre da un libro appunto in immagini (dimenticando quasi sempre che al cinema lo spettatore deve essere condotto per mano con vari flash-back, non può essere abbandonato a se stesso cercando di inquadrare la storia e il retroterra che ne consegue senza nessun aiuto) nella sceneggiatura che fa acqua davvero spesso, e i dialoghi sono talvolta imbarazzanti e superficiali. Un film infatti non è un libro dove una pagina si può rileggere, dove si può anche tornare qualche capitolo indietro, un film deve trasmettere alla perfezione e immediatamente allo spettatore il suo significato se vuole che la visione sia piacevole. Nel caso di questo film dove sono le tensioni che travolgono il povero Nick Wild? Solo nel finale ne scopriamo alcune, chi tipo di persona è Nick Wild? anche in questo caso tocca a noi immaginarlo. Il film perciò non riesce ad impressionare, vi è una chiara volontà del regista di creare un'atmosfera malinconica e decadente (la musica Blue Christmas di Elvis Presley è perfetta) ma purtroppo ne riesce una 'cozzaglia' condita dallo stile trash dei picchia-duro non coerente ne spiazzante.

giovedì 3 gennaio 2019

Le regole del caos (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/06/2016 Qui - Le regole del caos (A Little Chaos) è un posato, delicato, intenso ed anche romantico film (per le atmosfere e le ambientazioni non tanto per il flirt fra i due protagonisti principali) del 2014 diretto ed interpretato dal compianto Alan Rickman. La storia che viene raccontata è ambientata nel 1682 in Francia, durante il massimo splendore del regno di Luigi XIV. In questo periodo sono anche narrate le vicende della giovane e laboriosa donna, Sabine de Barra (Kate Winslet), paesaggista nelle campagne e nei giardini francesi. Nel cast della pellicola spiccano i nomi, oltre che (del già citato) Alan Rickman (l'amatissimo Severus Piton di Harry Potter, regista e interprete del Re Sole), della bravissima Kate Winslet appunto, volitiva e talentuosa donna nel film ma anche straordinaria attrice, e di Matthias Schoenaerts (già visto quest'anno in Chi è senza colpa e Suite Francese). Senza dimenticare la presenza anche di Stanley Tucci nel ruolo di Philippe, Duca d’Orleans, anche se, va detto: relegato ad una parte abbastanza marginale nell'economia del film. Al palazzo di Versailles fervono nuovi preparativi: il re Sole (che sta trasferirsi con la sua corte proprio a Versailles) vuole un nuovo giardino che celebri la bellezza ed il fascino della sua corte. Viene così indetto un bando per trovare l’architetto/paesaggista che affiancherà André Le Notre (Schoenaertsil "giardiniere di corte". E’ lo stesso André Le Notre a condurre la scelta ed inaspettatamente si vede presentare una persona che non si aspettava: un architetto e paesaggista donna. Madame Sabine De Barra è una donna forte, orgogliosa amante della natura, dei fiori e dei giardini poco amante invero delle regole e dei canoni. André Le Notre decide inizialmente di scartare il lavoro di Sabine, ma ne è rimasto talmente impressionato da rifletterci sopra e tornare sulla sua decisione. Perché anche se al primo incontro a corte Sabine viene guardata con notevole diffidenza e distacco (lei non è nobile e non può permettersi abiti fastosi) soprattutto da André (che sembra alquanto infastidito della sua presenza) e nonostante il disappunto e la diffidenza iniziale e forse conscio della sua bravura, sceglie proprio lei per realizzare uno dei giardini principali del nuovo palazzo, la sala da ballo all'aperto (La sala di Rockwork Grove). Il progetto di Sabine non è solo grandioso, oltre i canoni ma è anche innovativo. Tuttavia la realizzazione di questo progetto deve far fronte a numerosi ostacoli, prima di tutto il tempo, ma malgrado (e forse proprio grazie) al poco tempo a disposizione, il valore della ricerca artistica individuale di Sabine, del suo "little chaos" sarà presto riconosciuto anche da Le Notre, l'ambiente, le ritrosie verso il fatto che l'architetto sia una donna ed i sentimenti stessi che si frappongono fra Sabine ed André. Di questi sentimenti, sembra rendersi consapevole la moglie di André, che sebbene sia infedele, ambiziosa e miri soltanto al potere si dimostra gelosa nei confronti del marito tanto da metter in atto un piano di vendetta.

mercoledì 3 ottobre 2018

Gambit (2012)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 05/10/2015 Qui - Gambit, film del 2012, è andato in onda qualche tempo fa su canale5, ecco di cosa parla e il mio giudizio. Harry Deane (Colin Firth) è un curatore d'aste trattato male dal suo capo arrogante ed è in cerca del colpo della vita più per vendetta che per avidità. Con l'aiuto del "Maggiore" mette su un'abile truffa fondata sull'incompetenza dei potenti e sul talento misconosciuto dei più deboli. Harry deve vendere a Lionel Shaband un falso Monet e portare a casa una dozzina di milioni di sterline. E non solo, forse. Non sono uno scacchiere o stratega, ma so che il gambit è una mossa a sorpresa che favorisce l'avversario sul breve termine perché poi si possa avere un vantaggio tattico sullo stesso nei momenti decisivi della partita. E' il remake del film del 1966 con Michael Caine. Il regista si ritrova per le mani la sceneggiatura dei fratelli Coen che da un po' di tempo a questa parte si producono in esercizi di stile, percorrendo generi vari, in questo caso viene approfondita la parte della commedia, la sceneggiatura è furba e con momenti molto divertenti.