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venerdì 22 dicembre 2023

Spirited - Magia di Natale (2022)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/12/2023 Qui - Ispirato al Canto di Charles Dickens, ne costituisce un'originale nonché piacevole (per quanto poco digerisca in genere i musical) diversione. Si fantastica infatti di un gruppo di spiriti che da anni converte gente (il loro dietro le quinte è geniale), incappando nell'osso duro interpretato da Ryan Reynolds (sempre a suo agio nella commedia). L'accoppiata protagonista è vincente (Will Ferrell un uragano di simpatia ogni volta) ma ancora di più lo è il mix tra demenzialità, buoni sentimenti e numeri musicali, alcuni dei quali molto orecchiabili ed eseguiti con belle coreografie. Movimentato, lungo (forse troppo) ma ritmato e molto colorato. Un riuscito film natalizio, nonostante i difetti e la mia rimostranza ai musical. Voto: 6+

martedì 15 febbraio 2022

Prossima fermata Fruitvale Station (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/02/2022 Qui - Il primo lungometraggio di Ryan Coogler (colui che dirigerà il riuscito Creed e successivamente l'iconico Black Panther, sempre con Michael B. Jordan, qui protagonista, nel cast), anche sceneggiatore di questo film tratto da un fatto di cronaca dell'inizio del 2009, è opera (dannatamente) sempre attuale, è opera diretta e senza fronzoli. E' nella semplice forza della rappresentazione documentaristica del film il valore positivo dello stesso, che lungi dal santificare Oscar Grant, offre una rappresentazione umana del personaggio in cui gli errori del passato e le difficoltà presenti non lo distolgono dal tentativo di rimettersi in carreggiata. Ecco quindi che la casualità crudele del destino gioca un tiro mancino ai buoni propositi. Purtroppo l'inserimento di una scena tratta dai fatti reali piazzata proprio all'inizio del film rovina completamente il finale per chi non conoscesse la storia, e diminuisce l'impatto drammatico della stessa. Nonostante questo, tuttavia, il messaggio del film passa: belle performance da parte degli attori (soprattutto da parte del figlio d'arte Jordan e dall'onnipresente Octavia Spencer), buona fotografia, discreta realizzazione dei fatti. Nel complesso è un film che poteva essere molto meglio, ma che con un budget a dir poco irrisorio fa quello che doveva fare senza troppi drammi e scene strappalacrime. Giusto finale didascalico. Voto: 6,5

mercoledì 13 ottobre 2021

Onward - Oltre la magia (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/10/2021 Qui - La ricerca del padre ha in questo riuscito (ma non eccezionale) lavoro della Pixar un significato metaforico, si tratta di un racconto di formazione i cui significati sono "stratificati" con simbologie diverse a seconda della fascia di età dello spettatore. Il versante puramente spettacolare è come sempre accade di alto livello, con una magnifica ricostruzione di una società alternativa (l'universo costruito è ricolmo di colori, scenografie suggestive e personaggi con un ricco background) che ha perso la magia a favore della tecnologia (una critica forse leggera nell'economia del film ma giusta). L'espediente è quello solito del viaggio on the road che porta anche alla conoscenza di se stessi, non mancano perciò svariati luoghi comuni sparsi a riempire i vagabondaggi di due fratelli e del loro padre, metà di qua e metà nell'aldilà. Un film che mostra il suo lato emotivo e più divertente nella seconda parte, in quello che è un susseguirsi di crescente azione. L'immaginario fantasy integrato con l'ambiente urbano è arricchito da un percorso rocambolesco che ricorda Indiana Jones, con trabocchetti e trappole. Un'avventura quindi classica, ma appagante, completa ed emozionante come da tradizione Disney. L'utilizzo della magia permette qua e là di sbizzarrirsi in trovate divertente e ben congegnate. E tuttavia, per quanto esso rimanga un buonissimo film (sicuramente meritevole di una candidatura all'Oscar), non ha la forza di imporsi. Qualche forzatura, qualche cliché ed a livello grafico non è un lavoro strepitoso questo (non come altri almeno), però sì, è godibile. Non rimarrà infatti nella storia, ma fa (ed abbastanza bene) il suo sporco lavoro di intrattenimento. A conti fatti, e nonostante tutto, il 22° lungometraggio d'animazione Pixar (il secondo diretto da Dan Scanlon dopo Monsters University del 2013) merita indubbiamente la visione. Voto: 6,5

venerdì 13 agosto 2021

Instant Family (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/08/2021 Qui - Il mestiere del genitore è difficile, quello del genitore affidatario lo è molto di più e se veramente il film in questione prende spunto da una storia vera, allora questo compito meriterebbe anche la beatificazione. Una dramedy discreta che propone tematiche nobili e di grande sensibilità, mettendo in evidenza il difficile rapporto generazionale e genitoriale mostrando un certo garbo, ma anche una evidente enfasi narrativa, capace di rendersi apprezzabile e godibile. Emozionante e spiritosa al tempo stesso grazie alla buona prova di tutto il cast. Mark Wahlberg è una garanzia e la Rose Byrne col suo fare "radical chic" è ben centrata nella parte. Le giovani leve (tra cui Isabela Moner, già ammirata in Soldado) se la cavano discretamente. Il regista Sean Anders, cavalcando il precedente successo ottenuto con la "saga" Daddy's home, dirige così un'altra commedia con al centro le dinamiche familiari puntando sulla brillantezza di talune situazioni e non calcando troppo la mano sul versante drammatico della vicenda, riuscendo a farsi sufficientemente apprezzare. Perché sì, il tessuto narrativo percorre lidi già battuti senza proporre niente di particolarmente originale, ma almeno è sincero nella sua attuazione. Voto: 6

Le streghe (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/08/2021 Qui - Deludente pellicola da un regista da cui ci si aspetta sempre qualcosa in più (dopotutto ha sfornato dei capolavori, lui che ultimamente con Benvenuti a Marwen fece un buon lavoro). Robert Zemeckis anche sceneggiatore insieme a Guillermo Del Toro (con un Alfonso Cuarón in più come produttore) provano a rinvigorire il romanzo di Roald Dahl aggiornandolo al giorno d'oggi con delle aggiunte random nella trama, ma il risultato, al di là della confezione lussuosa, delude. E' la regia ad essere poco incisiva e lo scontro, seppur per gran parte a distanza, tra la Octavia Spencer e la Anne Hathaway non riesce a essere incisivo più di tanto. L'interpretazione della prima è lodevole, anzi, insieme agli effetti visivi (che però rischiano di mangiarsi tutto il film) le uniche cose che si salvano, quella della seconda purtroppo no, snervante nel suo overacting eccessivo. Come al solito è la presenza di Stanley Tucci a portare qualche momento di frivolezza gradevole. Molto infantile e poco divertente è infatti questa storia di streghe e topini. Non si capisce dove voglia andare a parare (non si capisce a chi dovrebbe rivolgersi), una trama (appunto) flebile senza sorprese e tante ingenuità. Il problema di questo film è che non mi ha suscitato nessuna emozione, né paura, né divertimento, né suspense, non ricordo bene la trasposizione cinematografica precedente (quella del 1990), ma scommetto fosse migliore di questa nuova (non necessaria) versione. Peccato perché io a Del Toro e a Zemeckis vorrei pure bene, e tanto, ma questo è, un quasi fallimento. Voto: 4,5

martedì 30 giugno 2020

Ma (2019)

Titolo Originale: Ma
Anno e Nazione: USA 2019
Genere: Thriller, Horror
Produttore: Jason Blum, Tate Taylor, John Norris
Regia: Tate Taylor
Sceneggiatura: Scotty Landes, Tate Taylor
Cast: Octavia Spencer, Diana Silvers, Juliette Lewis, Luke Evans
McKaley Miller, Missi Pyle, Gianni Paolo, Dante Brown
Tanyell Waivers, Corey Fogelmanis, Allison Janney
Dominic Burgess, Tate Taylor
Durata: 98 minuti

Octavia Spencer in un thriller targato Blumhouse.
Una donna solitaria permette a un gruppo di ragazzi di fare festa nella sua cantina. Presto la padrona di casa rivelerà il suo vero volto.

martedì 9 luglio 2019

Get on Up - La storia di James Brown (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/03/2019 Qui - Poco conosciuto, poco pubblicizzato, la sua uscita in patria è passata in sordina, in Italia ancor di più, meriterebbe però più attenzione. Perché Get on Up - La storia di James Brown (Get on Up), film biografico del 2014 diretto da Tate Taylor, è un omaggio davvero notevole, non solo musicalmente (anche se per farlo sceglie uno stile ultra-canonico, sulla falsariga del pluripremiato Ray) di Mr. Dynamite/Soul Brother Number One/The King of R&B (uno dei suoi tanti soprannomi, tutti citati durante la pellicola). Prodotto da Brian Grazer e, curiosamente, da Mick Jagger omaggiato in un episodio dei tantissimi che Taylor ricorda della vita di Brown, il film infatti celebra benissimo Il Padrino del Soul, seppur attraverso un riepilogo delle sue più famose Hit in un contesto fondamentalmente più discografico che biografico. Difatti pur essendo calibrato, Tate Taylor (già regista del sorprendente The Help) mischia anche troppo i periodi temporali e non riesce ad andare oltre la più convenzionale delle confezioni, in cui il contenuto musicale (più che conosciuto e non solo dai fan) ha la netta prevalenza su quello personale del protagonista, interpretato da un (lui sì invece) ottimo Chadwick Boseman. The Black Panther infatti, si cala anima e corpo nei panni di James Brown (anche grazie al trucco), riuscendo a compiere quella trasformazione fisica e, soprattutto, mimica che in precedenza era riuscita (con tanto di Oscar) a Jamie Foxx nel già citato Ray, trascinando quasi da solo il film, alternando efficacemente il binomio genio-sregolatezza del suo personaggio, rendendolo coerente in tutte le epoche, come un uomo con un bisogno insaziabile di eccellenza musicale, successo popolare, rispetto e amore. Il problema nasce quando cercando di snocciolare più aneddoti possibile della tumultuosa vita di James, la sceneggiatura si perda per strada un po' di personaggi: il manager che praticamente sparisce ad un tratto dalla narrazione, la sfera sentimentale, appena accennata e comunque penalizzata da troppe ellissi, il legame con i figli, inesistente.

sabato 6 luglio 2019

Gifted - Il dono del talento (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/03/2019 Qui - Crescere un bambino non è mai facile. Decidere quello che sarà meglio per lui è il dilemma che accomuna tutti i genitori. Se poi questo bambino ha un dono eccezionale e a soli sette anni riesce a risolvere con facilità sconcertante equazioni molto complesse, la situazione diventa ancora più difficile. Questo è quello che deve affrontare il Frank Adler di Gifted - Il dono del talento (Gifted), film drammatico americano del 2017 diretto da Marc Webb, che si prende cura da anni della nipotina Mary, figlia di sua sorella, un vero genio matematico, che l'ha affidata a lui prima di togliersi la vita. L'uomo negli anni ha insegnato alla nipotina tutto quello che sa e ha cercato di farla vivere in maniera semplice a prescindere dal suo incredibile talento con i numeri. Per curare anche la capacità di relazionarsi con i suoi coetanei di Mary, Frank la iscrive alla scuola primaria. Sin dal primo giorno però le capacità della piccola attirano l'attenzione della maestra che segnala il suo caso per una borsa di studio che le permetterebbe di frequentare una scuola prestigiosa per ragazzi geniali. Da questo momento iniziano i problemi. Infatti, torna nelle vite dei due Evelyn, madre di Frank e nonna di Mary, che ha intenzione di coltivare e sfruttare il dono della nipote, come a suo tempo fece con quello della figlia. Naturalmente le posizioni di Evelyn e Frank sono diametralmente opposte e ciò li porta inevitabilmente in un'aula di tribunale per discutere l'affidamento della piccola. Tutto ciò avrà ripercussioni nella vita di tutti, ma in particolare della piccola Mary, il cui mondo viene sconvolto dalle decisioni degli adulti che la circondano. La storia di Gifted sembra una di quella già viste mille volte al cinema con un bambino genio protagonista da gestire e da crescere tra mille difficoltà, dubbi e reticenze, ma questo film, che ricorda un po' Kramer contro Kramer e E io mi gioco la bambina, dove i dialoghi sono scritti con gusto e i personaggi sono meno banali di quanto possa sembrare, si distingue per saper alternare in modo misurato dramma e commedia, lacrima e risata, arrivando a formare un prodotto tecnicamente perfetto.

giovedì 27 giugno 2019

La forma dell'acqua (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/02/2019 Qui - E' uno di quei registi verso cui è difficile provare disaffezione, una volta che hai iniziato ad amarlo, e quel regista è Guillermo del Toro, lui che, nel corso della sua carriera raramente ha perso qualche colpo (anche come produttore), e pur quando ha dato vita a pellicole che non hanno riscontrato un favore totalizzante, come nel caso del suo film più recente, Crimson Peak, si è sempre trattato di ottime produzioni che non hanno minimamente scalfito l'affetto e l'adorazione dei fan. Questo perché il regista messicano è uno che crede fortemente in quello che realizza, e ciò rende autoriali tutti i suoi lavori, tratteggiando una linea comune che è in grado di unire opere anche molto diverse tra loro. L'ultimo incredibile suo lavoro è La forma dell'acqua (The Shape of Water), film del 2017 ovviamente da lui diretto, un racconto fantastico ambientato nell'America degli anni '60. Siamo nel 1962, e l'America è in piena Guerra Fredda con l'Unione Sovietica. In un laboratorio scientifico di Baltimora arriva una misteriosa creatura, catturata dal temibile colonnello Strickland (Michael Shannon). Elisa Esposito (Sally Hawkins) è una donna delle pulizie che lavora all'interno della struttura e casualmente nota questo particolare essere marino, dalle sembianze quasi umanoidi, che lo rendono un perfetto mix tra un uomo e un pesce. La donna purtroppo è muta, ed incuriosita da questa creatura, per la quale prova anche compassione per via del fatto che viene tenuta in cattività, inizia ad entrare di nascosto nella sala in cui risiede questo strano essere, riuscendo incredibilmente a comunicare con lui. Di un racconto quindi di fantasia più sfrenata ci parla il film, eppure, anche se questo film per questo non riflette assolutamente una storia possibile nel mondo reale (anzi, questa storia è delicata e toccante da emozionare nel profondo lo spettatore), tutto quello che troviamo nella pellicola (e con tutto intendo ogni singolo dettaglio) è semplicemente perfetto. Una pellicola che vale la pena vedere (e rivedere) per tanti motivi, ma che tenta comunque di nascondere anche qualche difetto (essi ci sono e fanno perdere sicuramente mezzo voto). Innanzi tutto, è bene dire che l'idea su cui si fonda il film non è affatto originale, fermo restando che il regista riesce comunque ad intrattenere lo spettatore con una regia particolarmente incisiva. Si può notare infatti un palese richiamo al film d'animazione Disney "La Bella e la Bestia" (ma anche a qualcun altro prodotto simile), anche se il contesto è molto differente. Lei, una donna di bell'aspetto, lui, un essere che di umano ha poco e niente. Eppure, potrebbe sorprendere quanto la creatura possa risultare più umana di quanto si possa pensare.

martedì 14 maggio 2019

Il diritto di contare (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/03/2018 Qui - Segregazione razziale, emancipazione e conquista dello Spazio, ecco le tre tematiche così apparentemente diverse che fanno da collante a questo "originale" e interessante (anche storicamente) film. Perché tutti questi temi ne Il diritto di contare (2016), titolo italiano dell'americano Hidden Figures (che gioca sul doppio significato Figure nascoste/Cifre nascoste) e diretto da Theodore Melfi (già regista del bel St. Vincent), non solo vengono trattati in modo appunto originale ma anche in modo convincente. Il film infatti, ben costruito, a tratti avvincente, e che ha il grande merito di trattare un argomento sgradevole e avvilente come quello del razzismo con una dose di ironia difficile da riscontrare in opere che trattano questo tema (senza per questo apparire superficiale o scontato), con grande abilità e maestria porta i riflettori sulla storia vera e inedita di tre brillanti donne afroamericane che sono riuscite a integrarsi e imporsi in un'ambiente tipicamente maschile (e maschilista) sfidando pregiudizi e discriminazioni razziali di ogni tipo. Anche perché il film, arrivato certamente con un tempismo perfetto per la data situazione politica e sociale che stiamo attraversando, non è il classico "pippone" sulle discriminazioni razziali e di genere, non ci sono scene di violenza agghiacciante, nessuno è schiavizzato e, soprattutto, la colonna sonora è super allegra. Tanto che già la prima scena del film setta il tono, i colori e lo spirito dei 120 minuti successivi, niente è come ci si potrebbe aspettare e di sicuro ci sarà da divertirsi. Questo grazie al regista che in tal senso confeziona una pellicola intimamente ottimista, riuscendo comunque a trattare con grazia e senza superficialità il problema dell'emancipazione sociale e della conquista dei pari diritti civili da parte dei cittadini afroamericani. Infatti, puntando la camera su tre eroine "sconosciute", il regista fa emergere tutte le caratteristiche brillanti e notevoli di queste donne (la loro tenacia, il coraggio, la perseveranza e la determinazione), evitando tuttavia di appesantire la pellicola con dosi abbondanti di retorica o moralismi che ne avrebbero snaturato il contenuto. Mantenendo sempre una debita leggerezza tipica della commedia, e sdrammatizzando alcune situazioni Il diritto di contare risulta così un prodotto pienamente riuscito, che racconta di una storia inedita e lo fa senza pietismi ma puntando piuttosto sul messaggio finale, intrinsecamente ottimista e costruttivo, che lascia agli spettatori.

sabato 27 aprile 2019

Babbo bastardo 2 (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/01/2018 Qui - Era il 2003 quando sugli schermi di tutto il mondo uscì una delle commedie natalizie più anticonformiste, irriverenti ed ironiche di sempre. Ora a distanza di 13 anni dal primo Babbo Bastardo ecco nuovamente ritornare un fantastico Billy Bob Thornton nel suo sequel, Babbo bastardo 2 (Bad Santa 2), commedia del 2016 diretta da Mark Waters. Peccato che, seppur il film è meno divertente del primo film, anche se ugualmente sboccato, irriverente e maleducato, che assicura una visione soddisfacente e di discreta dinamicità, esso convinca solo a metà. Se infatti nel primo film l'atmosfera malsana, volgare e scorretta, ma anche emozionante e riflessiva che regnava lo aveva contraddistinto in modo piacevole e originale esaltando pubblico e critica, questo secondo atto, fuori tempo massimo, riporta quei tipici momenti, ma solo in determinate parti e determinati momenti. Ovvero i primi minuti e l'ultima mezz'ora (tranne forse i sentimentalismi finali e i volgari titoli di coda, che si potevano evitare), che rispettano onestamente lo spirito del primo film. Quella a non funzionare è difatti la parte centrale, quella dove il protagonista, che ha ceduto ancora una volta ai propri istinti e che entra in una squadra di improbabili delinquenti formata da una donna che si scoprirà essere la madre (un'inguardabile Kathy Bates, utile solo per spiegare in parte l'origine del nichilismo del figlio) e il nano del primo episodio (Tony Cox), con l'obbiettivo di scassinare la cassaforte di un'associazione di beneficenza che non redistribuisce l'intero ricavato della propria attività, condita solo di volgarità scurrile a volontà, con dialoghi senza senso snervanti e sesso go a go (tra cui incredibile è la presenza in questo della fantasmagorica Christina Hendricks).

domenica 10 marzo 2019

The Divergent Series: Allegiant (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/05/2017 Qui - Allegiant, un titolo che assieme a Divergent ed Insurgent (di cui trovate la recensione qui) sicuramente genera una certa curiosità anche solo a sentirlo per la prima volta, per chi invece ha visto gli altri due episodi, un film che cattura la voglia di vedere il proseguo della storia, vista la buona (ma non eccelsa) qualità dei due episodi predecessori. Ma non so se dipende da una grossolana e spartana trasposizione dai libri da cui la serie è tratta, però in questo episodio si perde tutto ciò che di positivo avevo visto fino ad ora. Aleggiano, prevedibilmente, l'aria stantia e la calma piatta proprie della puntata interlocutoria, di transizione, di preparazione alla gran "battaglia finale" che, presumibilmente, vedremo nel capitolo conclusivo, Ascendant. La sceneggiatura è infatti a tratti raccapricciante con certe svolte davvero assurde o contorte. E anche se nel complesso si percepisce uno sforzo registico maggiore per mano di Robert Schwentke, ci sono difatti alcune buone soggettive e più movimenti di macchina, un uso dei colori più importante, c'è più fantascienza insomma, i momenti ridicoli sono davvero molti, colpa forse della fonte da cui proviene lo script, che mai ha davvero sorpreso o spiazzato. Perché The Divergent Series: Allegiant, film del 2016, ambientato nuovamente in un futuro distopico post apocalittico, è un concentrato interessante ma senza polpa, che quasi sembra spegnere qualsiasi scintilla accesa nei due precedenti capitoli. Dato che in Allegiant, come anche la trama (che in certi momenti coinvolge completamente lo spettatore, altre volte sembra ingolfarsi e annoiarlo) ci dice, diverse cose sono pure ed altre contaminate. Poiché anche se le ambientazioni e molti effetti speciali meritano sicuramente una lode, assieme agli sceneggiatori, poco o niente funziona davvero, a partire proprio dalla trama stessa, sicuramente pochino affascinante ma deludente.

domenica 24 febbraio 2019

Padri e figlie (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/02/2017 Qui - Padri e figlie (Fathers and Daughters), film del 2015 diretto da Gabriele Muccino, è una bella ed emozionante commedia drammatica che grazie alla sua originale costruzione cinematografica capace di far coesistere due spazi temporali (a distanza di 25 anni) incastrando a mosaico momenti dell'infanzia e della vita adulta di una figlia nel difficile rapporto col padre che con tenacia cerca di crescerla dopo la tragica morte della madre. riesce nell'intento di coinvolgere. Il regista infatti, senza retorica affronta un tema profondo e complesso muovendo i personaggi con grande maestria avvalendosi di interpreti di grandissimo spessore, Russell Crowe (che è anche produttore esecutivo), Amanda Seyfried, Aaron Paul, Diane Kruger, Octavia Spencer e Jane Fonda. Certo non mancano i tipici espedienti 'Mucciniani', le frenetiche corse dei protagonisti, le urla isteriche per strada, i pianti silenziosi, il dramma più puro, ma la qualità dei contenuti riesce a farceli digerire facilmente. Il fruitore è accompagnato attraverso le difficoltà affettive della protagonista (una sorprendete Amanda Seyfried), comprendendo  la sua paura del passato e del futuro, il suo senso di solitudine, l'incapacità di amare. Interessante e ben costruito è lo sviluppo della storia su un doppio piano temporale che vede da un lato il rapporto di un padre con la sua bambina e dall'altro il rapporto di una donna con se stessa e con la sua insana tendenza all'autolesionismo. Sentimenti ben descritti e ben caratterizzati grazie al lavoro del regista e soprattutto alla grande interpretazione della protagonista.

sabato 5 gennaio 2019

Black or White (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2016 Qui - Black or White è un delicato ed interessante film drammatico del 2014 diretto da Mike Binder. Film in cui si racconta di un uomo di mezza età, rimasto prematuramente vedovo, il quale deve continuare ad occuparsi ormai da solo della nipote di colore, figlia della a sua volta ed anzi tempo defunta figlia. Da questo momento la famiglia nera imparentata col padre di colore della piccola (padre che, del resto, mai si è preso una responsabilità della piccola in quanto troppo occupato a drogarsi ed, in alternativa, a disintossicarsi) si fa avanti con la pretesa di occuparsi della bimba con la motivazione di non farle scordare le proprie reali origini. Da qui si evolverà una serie di battaglie legali condotte in tribunale da entrambe le parti sino ad una soluzione intelligente e giusta tesa solo al bene della piccola. Naturalmente, in questa delicata situazione verranno allo scoperto le tensioni interrazziali e altre problematiche di difficile soluzione. Questa commedia, piacevole e divertente, attraverso un clima piuttosto sereno ed ironico in alcune sue parti, affrontando, principalmente il delicato tema dell'affidamento di un minore, e per giunta orfano, è intrisa di buoni e sani principi che, seppure scontati, inducono comunque lo spettatore a riflettere quanto per un bambino sia necessario ed influente l'ambiente in cui cresce e che lo forma. Pertanto, si riesce a comprendere nel corso dell'intera vicenda quanto siano sterili e dannose le controversie portate avanti dai vari contendenti, per lo più quando dettate dal semplice orgoglio personale o per un puro e semplice puntiglio, ma in ogni caso a danno del minore che poi è l'unico elemento a soffrire dell'intera situazione.

sabato 22 dicembre 2018

The Divergent Series: Insurgent (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/04/2016 Qui - The Divergent Series: Insurgent è un film del 2015 ambientato in un futuro distopico post apocalittico, sequel di Divergent del 2014, ed è la trasposizione cinematografica del romanzo Insurgent del 2012, scritto da Veronica Roth, secondo della serie costituita da tre libri. L'ultimo capitolo diviso in due parti cinematografiche, la prima da questo mese al cinema (Allegiant), la seconda parte nel 2017. Questo secondo film però soffre un po' della "sindrome da capitolo intermedio", infatti c'è molta poca azione di quella che mi aspettavo e quella che c'è è finta, sognata, onirica, ma soprattutto c'è più introspezione e sentimentalismi, il regista, non Neil Burger, regista del primo capitolo, al suo posto è arrivato Robert Schwentke (Un amore all'improvviso, RED, R.I.P.D. - Poliziotti dall'aldilà), si aggrappa agli occhi enormi e carismatici della bellissima Shailene Woodley, ai suoi dolori di crescita e all'abusato conflitto interiore del «chi tocco muore». Solo il mistero della scatola magica tiene teso almeno il filo della tensione riuscendo ad essere efficace anche se l'elemento più importante, quello che alla fine è risultato il più 'gossippato', il più d'effetto, è l'appassionante bacio tra Shailene Woodley e Theo James (Tris e Quattro: già dai nomi si capisce che erano fatti l’uno per l’altro), vincitore ai Teen choice award 2015 come miglior bacio in un film. Se questa è stata la cosa più interessante potete quindi immaginare come il film si muoverà, tra lacrime, amore, sentimenti, contrasti, abbandoni, umori, liti, tradimenti, rivelazioni e azione (veramente poca secondo il mio parere anche se spettacolare ed anche se superiore al primo) ma nonostante ciò sempre ai Teen choice award 2015, Shailene Woodley ha vinto il premio come miglior attrice in un film d'azione. Per il sequel di "Divergent", ritroviamo la stessa ambientazione post-apocalittica, le rovine di una Chicago distopica, ma la posta in gioco rispetto al precedente è altissima, nel cast infine nessun cambio, solo una new entry, Octavia Spencer nel ruolo di Johanna, leader dei pacifisti.