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lunedì 31 gennaio 2022

Lovely Boy (2021)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2022 Qui - Giovane musicista promettente affonda in un mare di droga, ce la farà a riemergere? Si rimane un po' sconcertati di fronte alla limitatezza di idee di questo film che (esclusa l'ambientazione moderna nel mondo della musica trap, che comunque aborro) racconta la solita storia col medesimo iter successo/dipendenza/recupero. Andrea Carpenzano fornisce di certo una convincente prova ma, a parte il classico messaggio incoraggiante sulla possibilità di uscire fuori dal tunnel in qualsiasi momento, viene da chiedersi cosa ci sia di veramente coinvolgente in una storia come tante. Regia (di Francesco Lettieri) che cerca di fare qualcosa e si appoggia in prevalenza ai suoni, ma non basta, anche perché questi (insieme ad insensate canzoni) irritano non poco. Voto: 4,5

martedì 7 aprile 2020

A un metro da te (2019)

Titolo Originale: Five Feet Apart
Anno e Nazione: USA 2019
Genere: Drammatico, Sentimentale
Produttore: Justin Baldoni, Cathy Schulman
Regia: Justin Baldoni
Sceneggiatura: Mikki Daughtry, Tobias Iaconis
Cast: Haley Lu Richardson, Cole Sprouse, Moisés Arias, Kimberly Hebert Gregory
Parminder Nagra, Claire Forlani, Emily Baldoni, Cynthia Evans
Gary Weeks, Sophia Bernard, Cecilia Leal
Durata: 108 minuti

Romantico teen-movie con Haley Lu Richardson e Cole Sprouse.
Sebbene la malattia li costringa a tenere le distanze, due adolescenti trovano il modo di amarsi.

mercoledì 11 settembre 2019

Darkest Minds (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 10/09/2019 Qui
Tema e genere: Adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Alexandra Bracken, un thriller fantascientifico ambientato in un futuro distopico.
Trama: Un'epidemia ha ucciso il 98% dei bambini. Quelli rimasti acquisiscono superpoteri pericolosi e per questo vengono rinchiusi in campi speciali.
Recensione: Una nuova saga distopica teen è tra noi (come se non ce ne fossero già abbastanza), parlo ovviamente della saga e del film Darkest Minds (The Darkest Minds) della regista Jennifer Yuh Nelson (Kung Fu Panda 2 e 3, quest'ultimo co-diretto), film che come per i suoi più noti precedenti (Hunger Games e Maze Runner su tutti) si presenta come l'adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Alexandra Bracken edito nel 2012. Un film ambientato nel solito e indefinito futuro distopico, un film dove il futuro e la libertà sono in mano a dei ragazzi poco più che adolescenti, ma dai grandi poteri. Un film in cui una giovane ragazza di nome Ruby, che possiede una delle capacità più potenti e pericolose, decisa a sopravvivere riesce a evadere dal campo e ad unirsi ad un gruppo di altri ragazzi in fuga. Un film in cui codesti ragazzi saranno inseguiti dal governo (o da chissisìa) per poterli nuovamente rinchiudere e sfruttarli. Un film insomma banale, praticamente un déjà vu. Non è un caso che guardando Darkest Minds si ha l'impressione che la storia non valga molto, che si tratti di un miscuglio abbastanza ben riuscito di Hunger Games, La quinta onda, Beautiful Creatures con una forte tendenza verso Divergent. L'idea quindi di un futuro distopico in cui i ragazzi hanno acquisito poteri straordinari che li obbligano a vivere sotto stretta sorveglianza, divisi per colore in caste in base alle loro abilità e la presenza di una protagonista femminile che è più straordinaria di tutti gli altri e che sviluppa grandi doti di leadership e sacrificio personale per il bene di tutti è davvero trita e ritrita, e la storia è canonizzata a tal punto che anche quelli che dovrebbero essere veri e propri colpi di scena risultano davvero scontati. Però non solo Darkest Minds (tra l'altro prodotto dai produttori di Stranger Things) non è brutto un film, anzi, ha una bella colonna sonora, un cast interessante, anche se nessuno mette insieme l'interpretazione della vita creando personaggi iconici, ed è supportato da una forte chiarezza compositiva della scena che rende davvero gradevole la fotografia, ma è un qualcosa che cerca in qualche modo di evolversi, di portare il genere ad un livello successivo, e ci riesce. La narrazione, il linguaggio, le immagini, tutto nel film si discosta sempre più dai film precedenti, tingendosi di tinte più cupe e popolandosi di personaggi più crudeli. Sulla scia degli altri film young adult ambientati in un futuro distopico dove un gruppo di ragazzi è costretto a lottare per la propria libertà, Darkest Minds presenta infatti fin da subito delle atmosfere più forti, un linguaggio più duro e soprattutto delle scelte narrative e stilistiche più potenti e cruente. Sfruttando immagini più crude, quasi senza censure, il film si avvicina maggiormente al thriller, piuttosto che a un racconto destinato ad un pubblico più giovane. La costruzione stessa della trama è complessa e si basa su diversi snodi fondamentali, che ribaltano in continuazione le parti, trasformando l'avventura dei protagonisti sempre in qualcos'altro: se all'inizio lo scopo della giovane Ruby era la sopravvivenza, nel corso del film la ragazza dovrà imparare a riconoscere i buoni dai cattivi e a capire di chi fidarsi, perché non sempre un bel faccino con gli occhi azzurri rappresenta l'alleato migliore. Darkest Minds quindi, si inserisce sì perfettamente in quel filone di film iniziato nel 2012 con Hunger Games che racconta di un mondo in un tempo non bene identificato, dove il futuro dei sopravvissuti e la difesa della libertà è in mano a dei ragazzi poco più che adolescenti, tuttavia la sua diversità è proprio nel linguaggio scelto, nel modo di mostrare e raccontare le difficoltà e gli ostacoli che i giovani protagonisti sono costretti ad affrontare.

venerdì 30 agosto 2019

Tuo, Simon (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/08/2019 Qui
Tema e genere: Adattamento cinematografico del romanzo Non so chi sei, ma io sono qui (Simon vs. the Homo Sapiens Agenda) di Becky Albertalli, un dramma sull'accettazione, sia da parte di sé stessi che degli altri.
Trama: Simon Spier non è così semplice: il giovane non ha ancora rivelato ai suoi familiari e amici di essere gay, sopportando ogni giorno il peso del segreto. Decide così di esporsi solo nel mondo virtuale, iniziando a flirtare online con un compagno di liceo di cui non conosce l'identità e che si nasconde sotto lo pseudonimo di "Blue", ma qualcosa va storto.
Recensione: Raccontare un tema scottante e di attualità come l'omosessualità al cinema è diventato esercizio molto complesso e di grande responsabilità, soprattutto se si intende farlo con originalità, leggerezza quanto basta e senza cadere nella retorica più bassa e in pregiudizi. Rischi in cui sono incappati diversi autori, ma nei quali invece non cade sorprendentemente (perché produttore sì di Riverdale, ma anche e soprattutto sceneggiatore di telefilm fatti con lo stampino) Greg Berlanti in questa sua terza pellicola. Una pellicola, ispirata ad un famoso (?) romanzo, molto ambiziosa che tratta un tema così duro e controverso, come l'omosessualità appunto, con toni leggeri e spensierati, ottenuti grazie alla fusione tra le dinamiche di una dramma e quelle di una commedia adolescenziale. Il risultato è dunque una film molto gradevole e capace di creare empatia ed emozioni nelle spettatore, pur nella sua semplicità. Nel cast troviamo Nick Robinson (attore giovane ma già ammirato in Jurassic World e Noi siamo tutto), Katherine Langford (la star del serial targato Netflix Tredici), Jennifer GarnerAlexandra ShippJosh DuhamelMackenzie LintzKeiynan Lonsdale (Wally West in The Flash). Simon è un ragazzo di diciassette anni come tanti nella sua cittadina e nel suo liceo: ha le sue passioni, un gruppo di amici, gioie, dolori e problemi come tutti. Il giovane, però, ha un segreto che nasconde a tutti, ovvero che è gay, una verità che reprime dentro di sé fino al giorno in cui inizia uno scambio di mail con un altro ragazzo anonimo il quale a sua volta gli confessa di essere omosessuale. Tra i due nasce così una bella amicizia virtuale che spinge Simon a confessare i propri orientamenti sessuali alla famiglia e agli amici. Ma tale scelta porta il protagonista ad affrontare conseguenze inaspettate e dure da affrontare. La parola chiave del film di Greg Berlanti, come detto sopra, è "semplicità". Un termine che se a primo impatto può suonare limitativo e volto a sminuire un'opera, in questo caso assume un significato positivo in quanto lo stile pulito e senza fronzoli del regista e la storia lineare e tutt'altro che contorta fanno di Tuo, Simon un film efficace e scevro da qualsiasi forma di retorica e luoghi comuni. Una semplicità presente durante l'intero svolgimento della storia e che si riversa, oltre che sul succitato stile registico, soprattutto in un plot diretto e immediato nel trasmettere a chi guarda i tormenti, il disagio e le emozioni di Simon e di tutte le altre figure che lo circondano e che sembrano vivere in sintonia con il protagonista. Proprio la scrittura dei personaggi rappresenta il grande punto di forza del lavoro del regista dal momento che ognuno di essi sembra essere un tassello inserito nei punti giusti e funzionale a diversi risvolti di un intreccio che, seppur prevedibile nel suo sviluppo, non annoia mai e riesce nel suo intento di trasmettere un messaggio di speranza e tolleranza. Tuo, Simon, in conclusione, è un film che fa della sua ingenuità e purezza carte molto utili e preziose da mettere sul tavolo a servizio di una tematica molto profonda.

martedì 9 luglio 2019

Noi Siamo Tutto (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/03/2019 Qui - Maddy (Amandla Stenberg) è una ragazza diciassettenne affetta da una grave forma di immunodeficienza e costretta a vivere reclusa in casa, senza contatti relazionali al di fuori della mamma medico e di un'infermiera amica con figlia al seguito. L'arrivo di una nuova famiglia nel vicinato, nella persona del giovane Olly (Nick Robinson), le farà scoprire l'amore e l'urgenza di viverlo indipendentemente dalla malattia. Sulla scia letterario-cinematografica del filone "Sick-Lit", che ha già regalato Colpa delle stelle, ed ora Noi Siamo Tutto, un film (del 2017) che si inserisce nella fascia delle storie dedicate agli young adult, ma che spesso coinvolgono e appassionano sia i giovanissimi sia fasce di età più mature, la regista Stella Meghie attinge dall'omonimo romanzo di Nicola Yoon per rinnovare l'incanto dell'amore che va oltre l'ostacolo della malattia. Impresa che non le riesce del tutto, nonostante le premesse accattivanti, nonostante Everything, Everything (da titolo internazionale) riesca ugualmente nell'intento, facendoci immedesimare nella vita di Maddy, dandoci il suo punto di vista e facendoci scoprire il suo coraggio, un coraggio che l'ha accompagnata nei suoi diciotto anni di vita e malattia e che ora le permetterà di rischiare tutto per amore di Olly, ma forse soprattutto per amore di se stessa. Questo anche grazie alla bravura della giovane interprete che riesce a regalare al suo personaggio la giusta quantità di grazia, cupezza e leggerezza. Una prova, la sua, buona anche se non eccellente, così come quella del suo giovane collega. Entrambi però riescono a rendere abbastanza credibili i loro personaggi e riescono a far in modo che ci sia una certa empatia.

venerdì 7 giugno 2019

Very Good Girls (2013)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/09/2018 Qui - Very Good Girls (Dramma, Usa 2013): Il motivo per cui ho visto questo film è lampante, Dakota Fanning ed Elizabeth Olsen, e in questo senso la scena iniziale, con le due amiche che corrono nude verso il mare, risulta decisamente apprezzata, peccato che poi cominci il film, un dramma adolescenziale profondamente tedioso e privo di qualsiasi spunto originale, mal scritto e peggio interpretato dalle protagoniste e da tutto il cast, comprendente di Demi MooreClark GreggRichard DreyfussEllen BarkinPeter Sarsgaard e Boyd Holbrook. Da quel momento infatti si ha la chiara sensazione di trovarci di fronte a un film di rara piattezza e di disarmante banalità, in cui tematiche e personaggi vengono messi in scena senza il minimo approfondimento o una costruzione narrativa degna di questo nome, e così è. Il film difatti, che racconta di due amiche che decidono di perdere la verginità prima di andare al college e che incredibilmente si innamorano dello stesso ragazzo (facendo così partire un patetico triangolo amoroso), è un progetto mal concepito e peggio realizzato, con una sceneggiatura priva di qualsiasi spunto originale e una messa in scena scolastica in ogni sua componente, che non rende giustizia né ai propri celebrati interpreti né agli importanti temi che cerca vanamente di affrontare. E quindi per colpa di un'imperdonabile pochezza di idee e contenuti, si ha la sensazione di aver assistito a un imperdonabile spreco di tempo e risorse, cosa che viene purtroppo confermata dalla visione di questa mediocre pellicola. Voto: 3

lunedì 18 marzo 2019

Quel fantastico peggior anno della mia vita (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/07/2017 Qui - E' risaputo oramai che fare e produrre un film sulla malattia non è mai facile, solo in rare eccezioni escono buoni film, addirittura peggio è quando alla suddetta viene quasi "appiccicato" il classico dramma romantico di formazione che fa scendere di livello, soprattutto se non ottimamente argomentato, la pellicola. Non è il caso di Quel fantastico peggior anno della mia vita (Me & Earl & the Dying Girl), film del 2015 diretto da Alfonso Gomez-Rejon e basato sull'omonimo romanzo di Jesse Andrews (che ha curato anche la sceneggiatura), poiché nonostante essa va comunque ad allungare la lista di quei film appartenenti a quel filone narrativo che prende il nome di "teenager cancer movie", in cui il tema principale è appunto la malattia terminale giovanile, ormai diventata punto saldo di formazione adolescenziale in ambito letterario oltre che cinematografico, che va quindi ad aggiungersi a titoli 50 e 50 e Colpa delle stelle, lo fa però in modo intelligente e per niente banale, così da farsi posto tra questi "classici" del genere. La pellicola infatti, vincitrice del premio del pubblico e del gran premio della giuria al Sundance Film Festival 2015 (creato oltre trent'anni fa da Robert Redford e vera istituzione del cinema indipendente o "arthouse", l'unico festival personalmente interessante), grazie ad un curioso mix di commedia per teenager, con un inizio quasi demenziale, e "cancer movie", ed evitando altresì una serie di trappole, dai toni melodrammatici alla facile strada della storia d'amore, in cui invece il dramma si stempera sempre in un'ironia che blocca sul nascere la retorica, riesce a districarsi bene e a risultare convincente.

sabato 9 febbraio 2019

La quinta onda (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/11/2016 Qui - Dopo aver visto questo film, mi è venuto subito in mente la risposta di Monica Brizzi del blog Il mondo di M. al mio commento (di tre settimane fa) che l'avrei visto, lei che aveva letto i libri da cui è tratto e anche la pellicola credo, e mi consigliava di lasciar perdere e che forse non mi sarebbe piaciuto. Ebbene nonostante ciò, l'ho visto comunque, perché come sapete io i film li vedo a prescindere da giudizi, però in questo caso aveva probabilmente ragione, poiché nonostante La quinta onda (The 5th Wave), film fantascientifico del 2016 diretto da J Blakeson, adattamento del romanzo La quinta onda (The 5th Wave, 2013), primo dell'omonima trilogia di romanzi scritti da Rick Yancey, aveva dalla sua buone premesse, è un film (il libro, anzi, i libri, qui la sua recensione, sono comunque tutto un'altra cosa) decisamente mediocre, ma anche se certamente parecchio imperfetto, è per lo meno decente (migliore di alcuni e non peggiore di altri), perché riesce a essere un po' originale e parzialmente scorrevole. La quinta onda ovviamente non è un capolavoro e non è il film dell'anno, neanche lo sfiora, ma è il film giusto per una serata divertente, e quindi penso che lo si possa vedere, ovviamente consapevoli della sua portata piuttosto limitata, sia narrativamente che visivamente. In ogni caso la trama della pellicola è semplice, e ciò è già passabile anche se dannatamente scontata come sempre quando si tratta di futuri distopici, si parla infatti di un attacco alieno verso la terra, durante la quale la razza umana viene colpita e decimata da varie 'onde': prima la corrente elettrica viene soppressa, poi vengono scatenati terremoti, quindi si diffonde un virus, alla fine arrivano loro, gli alieni, per invadere la terra e uccidere gli ultimi umani rimasti in vita, prima con il risveglio degli alieni che erano stati innestati tempo prima in alcuni umani, e poi con uno stratagemma davvero sorprendente, che i ragazzi addestrati dall'esercito per cacciare e uccidere coloro che sono posseduti dagli alieni, riusciranno a scoprire, scopriranno infatti che non tutto è come sembra. In tutto questo, una giovane americana, Cassie (interpretata da Chloë Grace Moretz), cerca di sopravvivere e salvare il fratello minore. E quando la situazione precipita, l'aiuto arriverà proprio da dove e da chi non si sarebbe mai aspettata.

domenica 3 febbraio 2019

Boyhood (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/10/2016 Qui - Dopo aver visto tramite Premium Play film potenti come Interstellar, La teoria del tutto e Unbroken, ora è il turno di un film unico nel suo genere (dopo saprete il perché), un drammatico racconto di formazione, anche se non eccezionalmente appassionante e coinvolgente come mi aspettavo, ma bello e intenso, ovvero (come se già dal titolo non fosse ovvio) Boyhood, film indipendente del 2014 scritto e diretto da Richard Linklater. Questo film, come già detto, ha una particolarità interessante, è infatti un esperimento cinematografico unico, un esperimento più che lodevole, è la prima volta nel cinema che si utilizza il tempo, non quello cinematografico ma quello reale, per costruire un film. Poiché se ancora non lo sapeste, per raccontare la crescita di Mason (interpretato da Ellar Coltrane) e il rapporto con i genitori divorziati (interpretati da Ethan Hawke e Patricia Arquette), il regista ha impiegato 12 anni, la lavorazione del film è infatti cominciata nel 2002 e conclusa nel 2013, questo perché il cast e la storia per essere più vera possibile è cresciuta e invecchiata assieme. Ogni anno, per dodici anni, Linklater, senza far ricorso a trucchi, ha radunato la stessa troupe e lo stesso cast per girare alcune scene, al fine di seguire la crescita dei personaggi a pari passo con quella reale degli attori. Il film però non è affatto un documentario, semplicemente segue le vicende di una famiglia americana come ce ne sono sicuramente a migliaia. Davvero incredibile. Ma Boyhood, in ogni caso, è molto più di un period movie sugli ultimi 12 anni degli Stati Uniti ed è molto più di un romanzo di formazione. È addirittura molto più di un particolare esperimento cinematografico, è un grandissimo affresco sull'essere ragazzi americani oggi, partendo dalle radici, dalla formazione individuale, un racconto fondato quasi tutto sul concetto di famiglia, non tanto come nucleo ma come elemento centrale nella "boyhood", l'età tra gli 8 e i 20 anni. C'è un paese intero e il suo spirito per come è vivo oggi nella storia per nulla clamorosa di Mason. Una storia normalissima e semplice, come tante. Qui infatti non ci sono colpi di scena, niente eccede, tutto è assolutamente ordinario. Come la vita del giovane Mason, ragazzo sensibile e con una spiccata propensione all'arte, che vive con la madre e la sorella e vede occasionalmente il padre (che rimane comunque vicino ai ragazzi) che si è separato dalla famiglia. Il film quindi segue la sua storia dai primi anni di scuola fino alla fine del college, raccontando il rapporto con i genitori divorziati, i traslochi, le nuove scuole, i matrimoni falliti della madre (che ha la tendenza a trovare nuovi mariti non eccezionali), il rapporto conflittuale con la sorella Samantha, la nuova relazione del padre, seguendo anche l'evoluzione degli oggetti d'uso quotidiano, tecnologici e non, e i cambiamenti culturali, sociali e politici degli anni.

mercoledì 23 gennaio 2019

Maze Runner: La fuga (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/09/2016 Qui - Maze Runner: La fuga (Maze Runner: The Scorch Trials) è una pellicola di fantascienza ambientata in un futuro distopico, e prende il nome dal romanzo La fuga: Maze Runner (The Scorch Trials) scritto nel 2010 da James Dashner, e sequel del film Maze Runner: Il labirinto, di cui avevo già parlato quasi un anno fa in questo post. Il film, del 2015 diretto da Wes Ball, lo stesso del primo capitolo, riprende esattamente da dove si era interrotto, con i protagonisti che erano riusciti dopo mille peripezie ad uscire indenne dal quasi mistico labirinto ma quello che già avevamo intravisto e che loro capiscono all'inizio del film è che quello era solo un primo test, Thomas era infatti convinto che la fuga dal labirinto avrebbe ridato la libertà a lui e ai compagni, ma invece era solo una prova e ora che ne sono evasi devono confrontarsi con la realtà, non prima però di un'altra evasione. Sembra infatti che da una prigione all'aria aperta i ragazzi siano finiti in una al chiuso, fatta di regole, una nella quale non sono liberi e di cui capiscono e sanno poco. Ci vorrà una fuga per trovarsi realmente nel mondo esterno e scoprire il motivo di tanta segretezza, tanti problemi e di un simile controllo. Ma a rendere più difficile la missione e l'attraversamento di una Terra devastata dalle radiazioni solari e da una malattia mortale, ci saranno le macchinazioni di un gruppo denominato 'cattivo', anche se le loro intenzioni non sono chiare. Maze Runner è sicuramente una delle saghe teen più atipiche, se nelle altre (Divergent/Insurgent e Hunger Games) le componenti fondamentali sono giocate con l'elemento amoroso e con la messa in scena di una società apparentemente perfetta ma con lati oscuri, nella saga di James Dashner tutta la tensione si deve a una "primitività" dell'ambientazione (il labirinto, un deserto post apocalittico) e alla quasi assenza dell'amore, comunque presente ma in maniera meno invadente. Il primo film proprio per questo mi era piaciuto tantissimo, anche per una certa originalità e anche per una certa maturità nelle sequenze, nelle immagini e nei dialoghi che sinceramente non mi aspettavo e ciò mi aveva sorpreso moltissimo, aspettavo perciò con ansia questo secondo capitolo ma invece questo sequel abolisce quasi totalmente ciò che c'era di buono nel primo capitolo. Spariti i labirinti infatti, vero (unico) punto di forza estetica, spettacolare del primo capitolo, cade anche ogni pretesa di originalità e iniziativa, crollano i sostegni distintivi di un'opera che così s'ammoscia appiattendosi pericolosamente nell'ammucchiata fantasy teen. Un pericolo che purtroppo la sceneggiatura non è riuscito ad evitare.

sabato 22 dicembre 2018

The Divergent Series: Insurgent (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 02/04/2016 Qui - The Divergent Series: Insurgent è un film del 2015 ambientato in un futuro distopico post apocalittico, sequel di Divergent del 2014, ed è la trasposizione cinematografica del romanzo Insurgent del 2012, scritto da Veronica Roth, secondo della serie costituita da tre libri. L'ultimo capitolo diviso in due parti cinematografiche, la prima da questo mese al cinema (Allegiant), la seconda parte nel 2017. Questo secondo film però soffre un po' della "sindrome da capitolo intermedio", infatti c'è molta poca azione di quella che mi aspettavo e quella che c'è è finta, sognata, onirica, ma soprattutto c'è più introspezione e sentimentalismi, il regista, non Neil Burger, regista del primo capitolo, al suo posto è arrivato Robert Schwentke (Un amore all'improvviso, RED, R.I.P.D. - Poliziotti dall'aldilà), si aggrappa agli occhi enormi e carismatici della bellissima Shailene Woodley, ai suoi dolori di crescita e all'abusato conflitto interiore del «chi tocco muore». Solo il mistero della scatola magica tiene teso almeno il filo della tensione riuscendo ad essere efficace anche se l'elemento più importante, quello che alla fine è risultato il più 'gossippato', il più d'effetto, è l'appassionante bacio tra Shailene Woodley e Theo James (Tris e Quattro: già dai nomi si capisce che erano fatti l’uno per l’altro), vincitore ai Teen choice award 2015 come miglior bacio in un film. Se questa è stata la cosa più interessante potete quindi immaginare come il film si muoverà, tra lacrime, amore, sentimenti, contrasti, abbandoni, umori, liti, tradimenti, rivelazioni e azione (veramente poca secondo il mio parere anche se spettacolare ed anche se superiore al primo) ma nonostante ciò sempre ai Teen choice award 2015, Shailene Woodley ha vinto il premio come miglior attrice in un film d'azione. Per il sequel di "Divergent", ritroviamo la stessa ambientazione post-apocalittica, le rovine di una Chicago distopica, ma la posta in gioco rispetto al precedente è altissima, nel cast infine nessun cambio, solo una new entry, Octavia Spencer nel ruolo di Johanna, leader dei pacifisti.