Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/12/2023 Qui - Un film d'animazione capace di esprimere profonda dolcezza e commozione, ma anche una grande lezione di umanità impartita dal più piccolo degli esseri. Marcel the Shell è indubbiamente uno dei prodotti più piacevoli e sorprendenti degli ultimi mesi od anni (e giustamente ha ricevuto la candidatura al miglior film d'animazione agli Oscar, quest'anno). Un prodotto che non eccelle nella tecnica, uno squisito (seppur affatto originale o particolarmente ispirato) ibrido tra stop motion e live action gestito ottimamente dallo staff grazie alla definizione dei modelli (le conchiglie) e grazie a una fotografia alquanto asettica, perfetta per un catalogo Ikea. E' invece nella trama, nella morale del racconto, nei discorsi strampalati ma sinceri di Marcel che l'opera ripone i suoi punti forti e focali. Una concreta disamina sulla quotidianità squarciata che lascia il segno. Efficace e genuina come pochi. Voto: 7
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venerdì 22 dicembre 2023
venerdì 16 luglio 2021
Highwaymen - L'ultima imboscata (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/07/2021 Qui - Film su Bonnie e Clyde (tanti negli anni) senza Bonnie e Clyde che ha come protagonisti i due ranger texani che diedero la caccia e uccisero gli amanti criminali più famosi e iconici della storia americana (spunto interessante: raccontare la storia della più famosa coppia criminale adottando il punto di vista delle forze dell'ordine, con un occhio di riguardo verso il ruolo dei giornali del tempo nel crearne il mito). Più che un film su guardie e ladri questo Highweyman è infatti un guardie, in quanto i ladri si vedono solo a metà e alla fine della storia (in questo senso azzeccata la scelta di mostrare pochissimo i loro volti). La coppia protagonista funziona e riesce a reggere sulle spalle l'intero film. Difatti il pregio principale di questa pellicola di John Lee Hancock (convincente il suo precedente The Founder), oltre all'eccellente ricostruzione scenografica del periodo degli Anni '30, con i miseri accampamenti dei disperati senza lavoro, è l'interpretazione della coppia di appesantiti protagonisti, Kevin Costner e Woody Harrelson, che appaiono convinti e si intendono benone tra loro. Il difetto principale mi pare che sia la lentezza, che porta la durata del film ben oltre le due ore, decisamente troppe per la poca azione reale che si vede. Le indagini risultano così sempre un po' affrettate, lasciando abbondante spazio alla riflessione su possibili parallelismi tra la Grande Depressione e l'attuale, grave, crisi economica mondiale. Niente di male, ma troppa dispersione per un film meno banale di quanto possa sembrare e che arriva senz'altro alla sufficienza. Voto: 6+
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venerdì 30 agosto 2019
Effetto Lucifero (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/08/2019 Qui
Tema e genere: Film drammatico incentrato sull'esperimento carcerario di Stanford, condotto nel 1971 dallo psicologo statunitense Philip Zimbardo presso l'Università di Stanford.
Trama: Ventiquattro studenti vengono scelti per un esperimento che li trasformerà in maniera casuale in guardie e prigionieri in una finta prigione situata nel seminterrato dell'università, ma le guardie abuseranno del loro potere.
Recensione: L'importanza del contesto ambientale in cui si trovano determinati individui è fondamentale e riesce più di ogni altro fattore ad influenzarne le condotte. Il cosiddetto "Effetto Lucifero" si occupa di studiare il processo secondo cui l'aggressività dell'individuo è fortemente influenzata dal contesto in cui egli si trova. Lo sa molto bene il professore di psicologia Philip Zimbardo (lo interpreta un risoluto Billy Crudup) della Stanford University che cerca ventiquattro cavie retribuite tra giovani studenti o disoccupati, per poter provare che tra guardie e ladri, il particolare contesto in cui entrambi sono costretti a vivere, li pone dinanzi ad una deviazione di comportamento che li fa sviare dal comportamento più razionale, sia da una parte che dall'altra, accentuando i contrasti, le tensioni, e favorendo da una parte l'abuso di posizione, e dall'altro il tentativo di fuga. Il professore pianifica, distribuisce i ruoli a suo arbitrio, sceglie la location appropriata per ricreare l'atmosfera carceraria. E già dai primi giorni le guardie, stressate dalla possibilità di non essere temute, cominciano a sconfinare in comportamenti che vanno ben al di là dei limiti rigorosamente previsti e concordati con il professore stesso. E i prigionieri, vessati e maltrattati, pianificano modalità di fuga, tentativi di ribellione, opere di convincimento da parte di tutti coloro che, per varie ragioni, al contrario di loro scelgono la via della remissività per affrontare le avversità ben più ostiche di quanto preventivato. Forte di due personalità attoriali carismatiche, per quanto ancora molto giovani, come il diabolico Ezra Miller e il più angelico Tye Sheridan (non dimenticando affatto tutti gli altri), The Stanford Prison Experiment è un film sulla teoria che lascia il posto alla pratica, all'azione, all'esplicitarsi di ciò che già era previsto, ma che nella concretezza dei fatti supera ogni possibilità teorica, moltiplicandone l'effetto distorsivo e deviato. Un film, non l'unico girato su questa singolare esperienza, non ho visto gli altri, ma tuttavia questo mi sembra ben fatto e ben recitato, scioccante e terribilmente istruttivo possibilmente da vedere.
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mercoledì 19 giugno 2019
Amityville - Il risveglio (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/11/2018 Qui - Amityville - Il risveglio (Horror, Usa, 2017): Veramente poca roba quest'ultimo capitolo dell'interminabile saga di Amytiville (a quanto pare dovrebbe essere questo il diciassettesimo), intendiamoci, non siamo di fronte ad una pellicola malvagia, qualche spavento lo assicura e fortunatamente non annoia, ma non fa nient'altro che seguire sentieri già battuti, non mostrando praticamente nulla per cui valga la pena ricordarlo (forse il culo di Bella Thorne? difficile dimenticarsene effettivamente). Perché certo, come intrattenimento senza pretese è accettabile, si è visto di peggio sinceramente, perché certo, qualche spunto efficace c'è (l'uso dell'ironia, in primis, soprattutto nella geniale scena meta-cinematografica), perché certo, alcuni elementi degni di nota sono da segnalare, come la bravissima Jennifer Jason Leigh, nomination agli Oscar come Attrice non protagonista per il capolavoro western di Quentin Tarantino The Hateful Eight, in Amityville: il Risveglio ha il ruolo di una madre disposta a tutto per la salvezza del proprio figlio, c'è pure il carisma oscuro di Cameron Monaghan, il quale riesce a inquietare con la sola espressività degli occhi, ma non bastano per dare un senso effettivo a un'operazione che si muove su cliché narrativi di vario genere, soprattutto nella seconda parte. Qualche brivido inizialmente il film (dalla struttura narrativa "fotocopia", c'è sempre una nuova famiglia alle prese con la casa infestata e le sue problematiche) lo regala (per intenderci: il film, anche se non crea ansia, fa saltare sulla sedia), ma poi si affloscia nella mediocrità e non riesce più a emozionare, risultando sempre più banale e meno coinvolgente con il passare dei minuti. E, come se non bastasse, la questione legata al coma (ridicola la verosimiglianza medica del soggetto "intubato" con lo "sputo") viene molto superficializzata e usata soltanto per provare a rendere più profonda un'operazione che di profondo ha ben poco. Fortunatamente, Amityville: il Risveglio non si dilunga troppo: la durata è di 85 minuti, sufficienti perché, passata la curiosità iniziale di questa storia, la trama perda completamente interesse, priva di colpi di scena e dove la banalità diventa l'unica entità a impossessarsi di qualcosa. In definitiva, colpa del regista, un certo Franck Khalfoun, colpa di una sceneggiatura inconsistente (seppur "originale", perché non è caso, ma volontà, che la famiglia vada a vivere lì), ma di questo film, abbastanza mediocre, non se ne sentiva veramente il bisogno. Voto: 5
martedì 21 maggio 2019
Blood Father (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/04/2018 Qui - Blood Father (Azione, USA, Francia, 2016): Un film che prova a distinguersi dal minestrone che è diventato questo genere, ma fallisce miseramente, toccando punti di idiozia difficilmente raggiungibili (qui difatti non c'è una storia che non sia stata già vista e rivisitata). La pellicola infatti, adattamento cinematografico del romanzo omonimo scritto da Peter Craig, qui anche co-sceneggiatore e produttore, e nonostante un regista "importante", ovvero quel Jean-François Richet di Nemico Pubblico Nr. 1 e Assault on Precint 13, non offre alcuno spunto per poterci avvincere o sorprendere, nemmeno una tenace tecnica di ripresa che esalta le scene d'azione e le sparatorie sanguinose che attraversano il thriller. D'altronde il film, che si apre con una scena molto interessante, e che ci racconta di un padre che torna in azione per aiutare la figlia finita in un mare di guai con la criminalità, è un prodotto abbastanza bruttino con uno sviluppo banale e scontato. Non c'è inoltre un approfondimento degno di questo nome, il rapporto tra padre e figlia è troppo prevedibile e c'è una serie incalcolabile di banalità e di buchi di sceneggiatura. Senza dimenticare che la ragazza, seppur interpretata dalla bella e brava Erin Moriarty, è troppo antipatica, e il personaggio del padre, interpretato da Mel Gibson (che grazie al fisico culturista non sfigura totalmente, anche se sarebbe meglio continuasse a fare il regista, perché più che discreto è La battaglia di Hacksaw Ridge), è abbastanza squallido. Ancor più deludente il resto, anche il finale che, seppur diverso rispetto ai soliti finali di questi film, l'ho trovato davvero di pessimo gusto, anche se avrebbe avuto il suo effetto, se la resa filmica non fosse stata così scarsa. Ho trovato tristissimo inoltre il ruolo affidato al bravo William H. Macy, e ho trovato tristissimo vederlo relegato nel suo "inutile" ruolo. Tanto che alla fine l'unico aspetto positivo (oltre comunque ad una passabile prova attoriale anche di Diego Luna) è la durata non eccessiva (non arriva neanche 90 minuti). Non a caso Blood Father è probabilmente un un film perfetto per tutti coloro che hanno voglia di staccare la spina per un po', ma non è un film per coloro che cercano anche qualcosa in più rispetto a quello che non si è già visto. Tuttavia non totalmente bocciato ma neanche lontanamente promosso. Voto: 5
lunedì 18 marzo 2019
Quel fantastico peggior anno della mia vita (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/07/2017 Qui - E' risaputo oramai che fare e produrre un film sulla malattia non è mai facile, solo in rare eccezioni escono buoni film, addirittura peggio è quando alla suddetta viene quasi "appiccicato" il classico dramma romantico di formazione che fa scendere di livello, soprattutto se non ottimamente argomentato, la pellicola. Non è il caso di Quel fantastico peggior anno della mia vita (Me & Earl & the Dying Girl), film del 2015 diretto da Alfonso Gomez-Rejon e basato sull'omonimo romanzo di Jesse Andrews (che ha curato anche la sceneggiatura), poiché nonostante essa va comunque ad allungare la lista di quei film appartenenti a quel filone narrativo che prende il nome di "teenager cancer movie", in cui il tema principale è appunto la malattia terminale giovanile, ormai diventata punto saldo di formazione adolescenziale in ambito letterario oltre che cinematografico, che va quindi ad aggiungersi a titoli 50 e 50 e Colpa delle stelle, lo fa però in modo intelligente e per niente banale, così da farsi posto tra questi "classici" del genere. La pellicola infatti, vincitrice del premio del pubblico e del gran premio della giuria al Sundance Film Festival 2015 (creato oltre trent'anni fa da Robert Redford e vera istituzione del cinema indipendente o "arthouse", l'unico festival personalmente interessante), grazie ad un curioso mix di commedia per teenager, con un inizio quasi demenziale, e "cancer movie", ed evitando altresì una serie di trappole, dai toni melodrammatici alla facile strada della storia d'amore, in cui invece il dramma si stempera sempre in un'ironia che blocca sul nascere la retorica, riesce a districarsi bene e a risultare convincente.
domenica 3 febbraio 2019
Barely Lethal (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 24/10/2016 Qui - Non un film brutale, con morti a palate, anzi, non muore nessuno, perché Barely Lethal: 16 anni e spia (Barely Lethal, 2015), film d'azione statunitense diretto da Kyle Newman (l'ossessivo compulsivo di Star Wars regista di Fanboys), è così atipico che i morti non servono, l'azione, anche se poca, c'è ugualmente, però manca la forza e il carattere per meritare una visione, perché questo è davvero un film (che tra i produttori ha anche un certo Brett Ratner) per ragazzini, paragonabile per contenuti, rating e livello di coinvolgimento richiesto da parte dello spettatore agli Spy Kids di Robert Rodriguez, solo con meno coraggio o fantasia e un po' (tanto) più indirizzato a un target esclusivamente femminile. Una roba, anche con tutta la buona volontà, praticamente inguardabile. Comunque qualcosa di buono c'è, non tanto nella trama, ma per altro che scopriremo dopo. La Prescott, a cui in capo c'è Samuel L. Jackson (Nick Fury senza benda), non è una scuola come le altre: è la sede di un'ente para-governativo in cui si addestrano bambini e ragazzi a diventare agenti segreti o future spie ('Perché nessuno sospetterebbe mai di una ragazzina!' niente da obiettare, in effetti), imparando ad affrontare tutte le insidie del loro prossimo mestiere. La protagonista (la migliore in quello che fa), interpretata da Hailee Steinfeld, a 16 anni si rompe le scatole di questa vita e vuole cominciare a vivere normalmente, sicché, approfittando di una missione dove viene catturata la spia nemica (Jessica Alba), si finge morta, si crea una nuova vita e va a vivere con una famiglia, cambiando identità e iscrivendosi al liceo, ma ovviamente i guai la seguiranno anche lì, poiché quel che non si aspetta è che essere un'adolescente popolare al liceo non è proprio una passeggiata, in più cercando di immedesimarsi vedrà film (Mean Girls) e telefilm (Beverly Hills 90210) che farà solo scatenare situazioni imbarazzanti, perché la finzione è una cosa, la realtà un'altra. Insomma morale del film è che l'adolescenza è un campo di battaglia peggiore che la guerra fredda. Trovata che in sé sembra anche interessante, ma si finisce per dire e fare le stesse cose di diversi film di genere.
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