Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/11/2021 Qui - Già architetta di riconosciuto talento, Bernadette da 20 anni si dedica unicamente a marito e figlia, ma è inquieta, insonne, scostante con gli altri. L'idea di un viaggio in Antartide riuscirà a dare un nuovo corso alla sua vita? Prima parte ravvivata dalle battute misantrope della protagonista, mentre la seconda è impreziosita da splendidi paesaggi ma anche appesantita da troppi dialoghi e dalla retorica sulla difficile scelta femminile tra carriera e famiglia, che però appare poco centrata in questo caso. A metà strada fra commedia e dramma è un film che può contare soprattutto su una bravissima Cate Blanchett, perfettamente calata in un personaggio folle e geniale dai tratti smaccatamente "Alleniani". La vicenda, di per sé piuttosto bizzarra e non pienamente sviluppata, si rivela infatti un pretesto per raccontare la determinazione di una donna libera, indipendente, alla ricerca della propria realizzazione ed emancipazione. Non un'opera memorabile ma può contare su alcuni momenti efficaci, anche se la sensazione è quella di un film a metà. In questo senso Che fine ha fatto Bernadette? (adattamento cinematografico del romanzo del 2012 Dove vai Bernadette?, scritto da Maria Semple) è sicuramente un film più curioso che riuscito, e quasi certamente non uno dei migliori lavori del bravo regista Richard Linklater, che ultimamente ci aveva abituati fin troppo bene. Voto: 6
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martedì 9 novembre 2021
venerdì 30 agosto 2019
Effetto Lucifero (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/08/2019 Qui
Tema e genere: Film drammatico incentrato sull'esperimento carcerario di Stanford, condotto nel 1971 dallo psicologo statunitense Philip Zimbardo presso l'Università di Stanford.
Trama: Ventiquattro studenti vengono scelti per un esperimento che li trasformerà in maniera casuale in guardie e prigionieri in una finta prigione situata nel seminterrato dell'università, ma le guardie abuseranno del loro potere.
Recensione: L'importanza del contesto ambientale in cui si trovano determinati individui è fondamentale e riesce più di ogni altro fattore ad influenzarne le condotte. Il cosiddetto "Effetto Lucifero" si occupa di studiare il processo secondo cui l'aggressività dell'individuo è fortemente influenzata dal contesto in cui egli si trova. Lo sa molto bene il professore di psicologia Philip Zimbardo (lo interpreta un risoluto Billy Crudup) della Stanford University che cerca ventiquattro cavie retribuite tra giovani studenti o disoccupati, per poter provare che tra guardie e ladri, il particolare contesto in cui entrambi sono costretti a vivere, li pone dinanzi ad una deviazione di comportamento che li fa sviare dal comportamento più razionale, sia da una parte che dall'altra, accentuando i contrasti, le tensioni, e favorendo da una parte l'abuso di posizione, e dall'altro il tentativo di fuga. Il professore pianifica, distribuisce i ruoli a suo arbitrio, sceglie la location appropriata per ricreare l'atmosfera carceraria. E già dai primi giorni le guardie, stressate dalla possibilità di non essere temute, cominciano a sconfinare in comportamenti che vanno ben al di là dei limiti rigorosamente previsti e concordati con il professore stesso. E i prigionieri, vessati e maltrattati, pianificano modalità di fuga, tentativi di ribellione, opere di convincimento da parte di tutti coloro che, per varie ragioni, al contrario di loro scelgono la via della remissività per affrontare le avversità ben più ostiche di quanto preventivato. Forte di due personalità attoriali carismatiche, per quanto ancora molto giovani, come il diabolico Ezra Miller e il più angelico Tye Sheridan (non dimenticando affatto tutti gli altri), The Stanford Prison Experiment è un film sulla teoria che lascia il posto alla pratica, all'azione, all'esplicitarsi di ciò che già era previsto, ma che nella concretezza dei fatti supera ogni possibilità teorica, moltiplicandone l'effetto distorsivo e deviato. Un film, non l'unico girato su questa singolare esperienza, non ho visto gli altri, ma tuttavia questo mi sembra ben fatto e ben recitato, scioccante e terribilmente istruttivo possibilmente da vedere.
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giovedì 30 maggio 2019
20th Century Women (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/07/2018 Qui - Partiamo subito con un appunto importante, il titolo inglese era probabilmente più adeguato e sicuramente più originale (non a caso è quello che ho preferito mettere) di quello scelto dalla distribuzione italiana, ovvero Le donne della mia vita, giacché il film 20th Century Women, film del 2016 scritto e diretto da Mike Mills, seppur è un racconto di formazione adolescenziale (dove le "sue" donne forti e indipendenti lo aiuteranno a crescere in una delle fasi più difficili dell'essere umano ma anche il racconto di una madre e di un figlio, del cambiamento che sta alla base della giovinezza), è soprattutto il racconto di tre donne, di tre età diverse, di tre concezioni della femminilità e dell'essere donna negli anni settanta, un periodo di forti cambiamenti. Un racconto in tal senso però innocuo (senza moralismi), semplice (il film infatti non ha una vera trama, che è come dire la vita stessa) e alquanto originale (insolito e interessante è il modo di raccontare). Giacché questo film di formazione di un quindicenne con madre single di 55 anni che ritiene utile coinvolgere nella sua crescita e maturazioni alcuni personaggi conviventi nella sua casa, tutti ben tratteggiati anche nella loro storia personale e rapportati al periodo storico (a cavallo tra gli anni '70 e '80, che delinea l'inizio di un cambiamento sociologico molto forte che si otterrà solo negli anni '80), è presentato in un modo piuttosto lontano dagli schemi tradizionali di oggi, ricordando in tal senso il periodo, colorato e bizzarro, degli anni '70. La pellicola infatti, una storia nostalgica, ma senza piagnistei, anzi piena di brio, di una singolare maternità, di una famiglia allargata ante litteram, e quindi essenzialmente di una lunga serie di scene aneddotiche, dove il regista mostra le passioni e paure semi sepolte di questi personaggi interessanti (e interpretati egregiamente), che hanno una vita e un passato profondo e complicato, di cui veniamo man mano a conoscenza, che altresì ci porta all'interno di un mondo affascinante e profondo, dove varie storie si intrecciano in una grande casa americana, cela spesso (e sorprendentemente) un sottile senso dell'umorismo che rende tutto molto divertente.
domenica 26 maggio 2019
Alien: Covenant (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/06/2018 Qui - Sesto episodio della saga cinematografica di Alien (ottavo se contiamo i due spin-off) e secondo prequel della stessa dopo il discusso Prometheus, Alien: Covenant, film di fantascienza del 2017 diretto da Ridley Scott, è un film ambizioso ma solo parzialmente riuscito e che in parte condivide molte delle perplessità espresse in occasione dell'uscita del precedente episodio (per sapere vi basta cliccare qui, nel post che raggruppa l'intera saga tranne ovviamente quest'ultimo capitolo). Il film infatti, seppur sufficientemente gradevole in parte, ha un sacco di difetti, parecchie mancanze dal punto di vista registico e alcune scelte nella sceneggiatura non propriamente condivisibili, inoltre i contenuti filosofico-esistenziali accennati appunto in Prometheus (subito riproposti tramite un algido flashback che ci mostra il momento della presa di coscienza dell'androide David, e in cui fa una breve apparizione Guy Pearce) che tuttavia nella sua incompiutezza e furbizia furono sufficientemente in grado, nel bene e nel male, di suscitare un dibattito e di far arrovellare gli appassionati con tutta una serie di interrogativi, non vengono minimamente approfonditi, e se qualcosa esce, lasciano il tempo che trovano, relegando così il franchise al suo punto basso. Alien: Covenant difatti, sequel di un prequel che assomiglia a un reboot ma non lo è, non solo è una combinazione squilibrata e indefinita di slasher spaziale non particolarmente ispirato e fantascienza filosofica da quattro soldi, ma è anche troppe cose insieme e qualcosa di già visto. Proprio perché il film, un ibrido che ripercorre personaggi e dinamiche di "Alien" e "Prometheus", sembra un lungo déjà-vu, che combina una fusione dei due film (e non solo quelli due), facendolo così risultare un patchwork mal riuscito. Anche perché a parte il buon inizio (che mette contenuti interessanti sul fuoco e prosegue poi con una sequenza movimentata che non ci si aspetta di trovare nei primi minuti di un film), è sempre la stessa storia, quella di una navicella spaziale che in missione di colonizzazione e a seguito di una misteriosa interferenza audio, il capitano e l'equipaggio, decidono di atterrare, su un pianeta fino a quel momento escluso dalla mappatura di quel settore del cosmo. Un pianeta che se a prima vista sembra un paradiso, è in verità un mondo oscuro e pericoloso, e dove David, l'androide sopravvissuto alla spedizione Prometheus (ed "unico" abitante del luogo), cela oscuri segreti.
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domenica 19 maggio 2019
Jackie (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/04/2018 Qui - Nella sua ultima opera Pablo Larraín (artefice del bellissimo No: I giorni dell'arcobaleno ma anche del personalmente deludente Neruda) elabora il ritratto di Jackeline Lee Bouvier e lo fa attraverso il resoconto di una intervista che la vedova del presidente americano rilasciò a un giornalista della rivista Life poche settimane dopo il tragico evento. Jackie infatti, film biografico del 2016 diretto dal regista cileno, rievoca i pochi giorni precedenti l'omicidio di Kennedy durante la campagna elettorale del 1963 a Dallas, l'omicidio stesso, nonché la complessa organizzazione dei suoi funerali, in cui le ragioni di stato dei politici e dell'apparato di sicurezza si scontrarono duramente con il dolore di Jackeline e il suo desiderio di seguire a piedi il feretro del marito. Il ritratto che ne esce è quello di una donna al tempo stesso fragile e determinata, molto attenta a evidenziare il ruolo che aveva avuto alla Casa Bianca a fianco del presidente, nonostante fosse a conoscenza delle numerose frequentazioni di Kennedy sia con altre donne, sia con personaggi oscuri della criminalità organizzata, e dei non idilliaci rapporti che intercorrevano tra lei e i tanti rappresentanti della famiglia del marito. Il ritratto di una donna bella, giovane, colta, aristocratica, che due colpi di carabina alla testa del celebre coniuge, insieme al suo vestito rosa macchiato di sangue, consegnarono alla storia. Tuttavia il film, che nel 2017 ha ricevuto tre candidature ai Premi Oscar nella categoria Miglior colonna sonora, Migliori costumi e Miglior attrice protagonista a Natalie Portman (vincendone nessuno), seppur girato con cura e che si avvale di una comunque buona regia (ma privo di anima, di pathos, di spessore emotivo), non convince e non soddisfa. Nessuna empatia per il personaggio, verboso e noioso quanto basta. Eppure la materia trattata (i giorni immediatamente successivi all'omicidio del presidente JFK visti attraverso la prospettiva della madre dei suoi figli) si prestava a una narrazione intensa, persino epica. Invece è come se sul film spirasse un vento gelido che immobilizza i protagonisti e li devitalizza, li "congela" in una dimensione di immobilità spirituale, ancor prima che fisica.
mercoledì 27 febbraio 2019
Il caso Spotlight (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/02/2017 Qui - Tratto da una sconcertante storia vera, Il caso Spotlight (Spotlight, 2015) di Thomas McCarthy è un film che rientra a pieno titolo nel cosiddetto 'cinema liberal' americano, impegnato e progressista, intento a mettere in luce scandali nascosti, a scoperchiare vasi di pandora sigillati da mura di omertà insormontabili. E quando una certa idea di giornalismo si incrocia con un certo modo di fare cinema, il risultato è pressoché scontato, ovvero eccezionale. La conferma viene da questa pellicola, superlativa prova autoriale e attoriale. Un eccellente film inchiesta che, candidato a sei Oscar, ne ha portati a casa due, tra cui quello più importante, ossia miglior film, ma anche come miglior sceneggiatura originale, nonostante questo film, co-scritto e diretto da Tom McCarthy (Mr Cobbler e la bottega magica, Mosse vincenti, L'ospite inatteso) è basato su fatti realmente accaduti. Inchiesta che replica e amplifica tematiche trattate nel 1976 da Tutti gli uomini del presidente, dato che il riferimento filmico più immediato è il film di Alan Pakula, date le evidente assonanze narrative tra i due film. Infatti, la storia di entrambi i film nasce e si sviluppa all'interno di una redazione di un giornale, poi li accomuna il fatto che un gruppo di giornalisti si getta anima e corpo su un caso dai chiari risvolti socio-politici, che poi arriva a coinvolgere insospettabili uomini di potere, infine, si racconta di fatti realmente accaduti. Fatti che in questo caso sembrano frutto di fantasia, e invece come spesso accade nel mondo degli umani la realtà supera spesso la fantasia. La pellicola infatti, narra le vicende reali venute a galla dopo l'indagine (tramite un gruppo di giornalisti investigativi conosciuti come "spotlight") del quotidiano The Boston Globe sull'arcivescovo Bernard Francis Law, accusato di aver coperto molti casi di pedofilia avvenuti in diverse parrocchie. Indagine che valse il Premio Pulitzer di pubblico servizio al quotidiano nel 2003 e aprì a numerose indagini sui casi di pedofilia all'interno della Chiesa cattolica. Il giornale difatti denunciò questo scandalo dei preti pedofili e la collusione della alte sfere ecclesiastiche, portando letteralmente alla luce un numero molto elevato di abusi di minori. Tutto a fondo e ad ogni costo, nonostante l'oscuramento mediatico dell'attentato alle torri gemelle.
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sabato 22 dicembre 2018
Blood Ties: La legge del sangue (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/04/2016 Qui - Blood Ties: La legge del sangue (Blood Ties) è un quasi inedito e drammatico thriller del 2013, infatti il film in Italia è arrivato nel mercato direct to video solo nel 2015, trasmesso da Sky. Un aneddoto particolare sul regista Guillaume Canet, che ha scritto, diretto e prodotto il film (presentato fuori concorso alla 66ª edizione del Festival di Cannes), la pellicola è il remake di un film del 2008 Les liens du sang, dove Guillaume Canet era protagonista. Il protagonista principale di questo film è invece Clive Owen, di tutto rispetto l'incredibile, stupendo cast femminile, nonostante il livello della produzione, tre bellissime e meravigliose donne, Zoe Saldana, Mila Kunis e Marion Cotillard. Il film, ambientato a Brooklyn negli anni '70, è la storia di due fratelli, uno criminale, l'altro poliziotto. Chris e Frank sono due fratelli che hanno preso strade diverse nella vita. Chris (Clive Owen, bravissimo e calato nella parte quasi perfettamente) è un criminale, un avanzo di galera (letteralmente), che è appena uscito di prigione dopo aver scontato una lunga pena per un omicidio, mentre Frank (Billy Crudrup) il fratello minore è un un onesto poliziotto dalla faccia pulita e dalla morale di ferro, ma che non è mai andato a trovarlo mentre era detenuto. Cresciuti sempre in contrasto ed in lotta per guadagnarsi l'amore e la fiducia del loro padre, che li ha allevati da solo, e che sembra preferire Chris, finiranno con lo scontrarsi, nonostante la volontà di non ferire il padre anziano e malato (James Caan). La speranza di Frank, che ha tentato, invano, di aiutare Chris per vederlo cambiato e pulito, credendo nella possibilità che il fratello possa restare lontano dal mondo del crimine, è però destinata a scontrarsi con la dura realtà. Probabilmente e ingiustamente snobbato dal pubblico, merita un recupero questo noir americano di Guillame Canet, non tanto per la storia: si tratta di un melodramma familiare a tinte fosche, remake (forse effettivamente non necessario) di una pellicola recente, cointerpretata dallo stesso regista. Il film si segnala piuttosto per la pregevole ambientazione "settantiana", la buona caratterizzazione dei personaggi e la scelta del cast, con il ruolo del protagonista affidato a Billy Cudrup, un bravissimo attore.
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