Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2022 Qui - Fa piacere scoprire che due individui facciano da registi, sceneggiatori e attori principali di un loro film (non era successo con i precedenti della coppia Justin Benson e Aaron Moorhead, compreso Spring e V/H/S: Viral), il tutto con l'ausilio di un budget sicuramente non gargantuesco. Il fatto è che il film coniuga, sapientemente, una personale rielaborazione Lovecraftiana con le deformazioni spazio-temporali della fantascienza classica: il risultato è una pellicola dalle buone soluzioni visive, arricchita da una gestione della tensione ragguardevole. Gli spezzoni tonitruanti di chiusura rientrano nel pacchetto e non compromettono quanto visto in precedenza. Non male, anche se paradossalmente tenderei a rivalutare Synchronic (che verrà dopo), da me non valutato sufficientemente e che probabilmente era meglio centrato, anche perché personalmente, nonostante gli indubbi pregi, non è un film che mi ha coinvolto particolarmente, né rientra tra quelli che rivedrei, resta comunque un'opera interessante che merita almeno una visione. Voto: 6
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mercoledì 30 novembre 2022
lunedì 30 novembre 2020
Under the Silver Lake (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2020 Qui - Un oggetto stranissimo questo Under the Silver Lake, quasi indecifrabile come genere anche se abbastanza vicino al noir, che funge un po' da collante ad un storia piena di rimandi e suggestioni, di eventi grotteschi e onirici. Troppa grazia? Probabilmente si, ma certamente troppa carne sul quell'attraente fuoco che il giovane e talentuoso regista di It Follows, ovvero David Robert Mitchell, dimostra di saper rincalzare bene, tra citazioni spudorate (La finestra sul cortile di Hitchcock), ed emulazioni da sballo e una storia galvanizzante quanto fumosa (una Los Angeles che sotto la patina nasconde un sotto-mondo di personaggi stravaganti e bizzarri, di complotti e serial killer, di rimandi al cinema ed al passato in particolare), ma pure un protagonista (Andrew Garfield) assai in parte e motivato (anche se personaggio senza un contesto preciso è, che segue indizi e intuizioni, ma di cui non sappiamo quasi nulla, quasi come il personaggio di un videogioco). Certo, chiudere il cerchio a quel punto, quando si sono fatti smuovere pure i massimi sistemi, è una grande incognita, ed il thriller bislacco e confusionario rimane in sospeso o indecifrato, ma a tutti gli effetti lo spettacolo risulta godibile, incomprensibile, assai attraente e glamour, forte di una splendida colonna sonora elettrizzante da serata ad effetto in terrazza snob. Non proprio all'altezza di It Follows, insomma, sia come realizzazione che soprattutto come idea iniziale, però non male. E comunque se si è alla ricerca di un film coerente e ben strutturato, in cui ogni scena ha un senso preciso, allora è questo un film da evitare, se invece si è alla ricerca di un film (dalla durata di 2 ore) che sta tra l'angoscia e l'ironia, con una carrellata incredibile di ragazze bellissime (Riley Keough, Callie Hernandez, Riki Lindhome, Sydney Sweeney, Grace Van Patten), alcune scene decisamente horror e altre da commedia postmoderna, dialoghi e idee originali e spesso assurdi, allora è questo un film assolutamente da vedere. Voto: 6+
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mercoledì 12 giugno 2019
Song to Song (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 24/10/2018 Qui - Speravo in un cambiamento, un'evoluzione, o quantomeno un lieve discostamento. Niente da fare. Siamo sempre fermi nello stesso identico punto. Perché esattamente come il suo predecessore, questo film dice poco. Perché già con il vacuo e noioso Knight of Cups, Terrence Malick aveva iniziato a mostrare primi segni di cedimento, e con Song to Song, film del 2017 scritto e diretto dal leggendario regista statunitense, le cose non sembrano essere migliorate. Certo, rispetto ai film precedenti (soprattutto l'ultimo) la trama è più lineare ed è chiaro fin da principio dove si voglia andare a parare, ma mai come in questo film tutti gli attori sono ridotti a bellissimi archetipi spersonalizzati, simboli in movimento che in un flusso di coscienza forzatamente poetico si fanno portatori di una morale sintetica e ingannevole, che cerca di sublimare la banalità del messaggio attraverso l'utilizzo della forma. Una forma pretenziosa e ricercata (attraverso immagini sublimemente e lentamente riprese della natura, attraverso location in generale e personaggi, esteticamente sempre molto attraenti) e con numerosi e continui flash back troppo elevata ed affatto necessaria al significato del film (assimilabile nel concetto dell'amore nel suo evolversi e nelle sue diverse sfaccettature ed incongruenze) e pertanto l'opera si appesantisce notevolmente, divenendo "costruita" e poco diretta (d'altronde il regista costruisce questa storia con le stesse ed identiche modalità con cui ha creato le sue pellicole precedenti, ovvero solo tramite immagini e suoni). Insomma un trionfo, quasi eccessivo, dell'estetica che (nuovamente), sì, appaga l'occhio dello spettatore (dopotutto anche qui sempre eccezionale è la fotografia di Emmanuel Lubezki), ma poiché esso viene (nuovamente) ripetuto in continuazione senza aggiungere nulla di nuovo, lo tedia anziché affascinarlo. Perché non possono le immagini sostituire una storia affascinante ma inconcludente come questa, quella di BV (Ryan Gosling), un musicista che cerca il successo con l'aiuto della compagna (Rooney Mara) e del suo produttore Cook (Michael Fassbender, che nel frattempo irretisce la cameriera Rhonda ovvero Natalie Portman) le cui esistenze si intrecciano in un mondo di seduzioni e tradimenti.
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domenica 26 maggio 2019
Alien: Covenant (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/06/2018 Qui - Sesto episodio della saga cinematografica di Alien (ottavo se contiamo i due spin-off) e secondo prequel della stessa dopo il discusso Prometheus, Alien: Covenant, film di fantascienza del 2017 diretto da Ridley Scott, è un film ambizioso ma solo parzialmente riuscito e che in parte condivide molte delle perplessità espresse in occasione dell'uscita del precedente episodio (per sapere vi basta cliccare qui, nel post che raggruppa l'intera saga tranne ovviamente quest'ultimo capitolo). Il film infatti, seppur sufficientemente gradevole in parte, ha un sacco di difetti, parecchie mancanze dal punto di vista registico e alcune scelte nella sceneggiatura non propriamente condivisibili, inoltre i contenuti filosofico-esistenziali accennati appunto in Prometheus (subito riproposti tramite un algido flashback che ci mostra il momento della presa di coscienza dell'androide David, e in cui fa una breve apparizione Guy Pearce) che tuttavia nella sua incompiutezza e furbizia furono sufficientemente in grado, nel bene e nel male, di suscitare un dibattito e di far arrovellare gli appassionati con tutta una serie di interrogativi, non vengono minimamente approfonditi, e se qualcosa esce, lasciano il tempo che trovano, relegando così il franchise al suo punto basso. Alien: Covenant difatti, sequel di un prequel che assomiglia a un reboot ma non lo è, non solo è una combinazione squilibrata e indefinita di slasher spaziale non particolarmente ispirato e fantascienza filosofica da quattro soldi, ma è anche troppe cose insieme e qualcosa di già visto. Proprio perché il film, un ibrido che ripercorre personaggi e dinamiche di "Alien" e "Prometheus", sembra un lungo déjà-vu, che combina una fusione dei due film (e non solo quelli due), facendolo così risultare un patchwork mal riuscito. Anche perché a parte il buon inizio (che mette contenuti interessanti sul fuoco e prosegue poi con una sequenza movimentata che non ci si aspetta di trovare nei primi minuti di un film), è sempre la stessa storia, quella di una navicella spaziale che in missione di colonizzazione e a seguito di una misteriosa interferenza audio, il capitano e l'equipaggio, decidono di atterrare, su un pianeta fino a quel momento escluso dalla mappatura di quel settore del cosmo. Un pianeta che se a prima vista sembra un paradiso, è in verità un mondo oscuro e pericoloso, e dove David, l'androide sopravvissuto alla spedizione Prometheus (ed "unico" abitante del luogo), cela oscuri segreti.
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mercoledì 15 maggio 2019
La La Land (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/03/2018 Qui - Premetto che il musical è il genere cinematografico che meno apprezzo, per il quale, solitamente, non ho il minimo interesse, tanto che non ne ho mai fatto mistero di questa mia avversione. Tuttavia nel corso degli anni alcuni li ho visti e li ho anche un po', anzi, abbastanza amati, non ultimo il discreto Les Misérables, senza dimenticare tra i pochi davvero apprezzati, Chicago, Moulin Rouge!, Mary Poppins, Sweeney Todd, The Blues Brothers e Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (ed alcuni altri di cui non ricordo il titolo), altri invece come Into the woods e soprattutto High School Musical tremendamente odiati. Poi ci sono quelli visti, che per alcuni sono oggettivamente (non solo soggettivamente) capolavori ma per me solo "interessanti". Perciò non che mi aspettassi granché da La La Land, film del 2016 scritto e diretto da Damien Chazelle, ma devo però ammettere che il suddetto, grazie a molti elementi, può tranquillamente far parte della prima categoria. Perché sinceramente, che cos'è un genere se non una semplice etichetta quando ci si trova dinnanzi ad una regia di certi livelli? Una regia che oltre a strizzare l'occhio ai grandi classici del genere e non solo, ha la capacità di integrare al musical puro (anche se fortunatamente a farla da padrone non sono le canzoni, che qui non sono assolutamente superflue e messe un po' a caso ma davvero, più che altresì meglio di altre occasioni, asservite alla narrazione) una storia solida e discretamente sfaccettata. Non a caso le due ore di musica che fa da contorno, non protagonista assoluta, alla bella, magica e credibile storia d'amore tra i protagonisti (che ha un finale non troppo prevedibile), passano piacevoli tra sogno e realtà. Proprio perché questo film è composto da elementi che messi insieme danno vita ad una storia semplice, reale ma che circondata da un'aura di magia grazie soprattutto alla chimica tra i protagonisti, alla fotografia (più tantissimi altri aspetti tecnici) e ad una regia fatta di piani sequenza che sono uno dei punti forti del film, si fa amabilmente apprezzare.
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venerdì 5 aprile 2019
Blair Witch (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/11/2017 Qui - Blair Witch (Horror, USA, 2016): Doveva chiudere la mia settimana horror, ma questa pellicola mi ha lasciato davvero senza parole per quanto è brutta, e quindi sollevata dall'incarico. The Woods infatti (giacché il film fu annunciato con questo titolo, e sarebbe forse stato meglio), sequel (più remake) di The Blair Witch Project: Il mistero della strega di Blair (1999), è davvero un film imbarazzante per pochezza e per noia. Se l'originale difatti era decoroso, genuino e ha avuto il pregio di rilanciare un genere, ossia il mockumentary, pur non essendo granché pauroso o dinamico, almeno riusciva a trasmettere una certa inquietudine, quasi venti anni dopo però la stessa formula risulta inutile e noiosa, anzi, in questo caso peggiorata. Giacché in questo remake (sequel non si sa) non c'è tensione, non ci sono scene inquietanti, praticamente non succede nulla, la fotografia scurissima non fa vedere niente e la narrazione segue per filo e per segno quella dell'originale (e tutto quindi risulta già visto e rivisto). Il film stesso e il finale poi, che doveva essere invece la parte migliore del film, è qualcosa di osceno, dato che se doveva fornire maggiori informazioni sulla foresta e sulla strega, essa non lo fa per niente. Come al solito inoltre il cast è abbastanza scarso e i personaggi sono affetti dalla sindrome dei film horror, scarsa o nulla capacità di autoconservazione e zero furbizia. Ma la colpa è forse della sceneggiatura, piena di errori o comunque trovate poco sensate, con ero spaventi, zero ansia o suspense, nonostante i realizzatori hanno avuto 16 anni per mettere su una storia coinvolgente, e il risultato è stato invece il nulla più totale. A tal proposito fa davvero rabbia la pessima regia (più di una volta non si capisce nemmeno quale dei protagonisti è in scena, o chi sta facendo cosa), da Adam Wingard infatti (regista del bellissimo The Guest), non me lo sarei mai aspettato un film così vuoto e inconcludente. Anche perché è ormai ora di dire basta a questi mockumentary riciclati. Perché se The blair witch project poteva essere una novità nel panorama cinematografico di 18 anni fa, ora è tutto prevedibile e noioso. Anche se la colpa maggiore di quest'ultimo film, quest'altro flop, è la mancanza di idee, di attori dinamici e atmosfere inquietanti. Per questo meglio vedere altro. Voto: 4
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