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martedì 28 febbraio 2023

Chaos Walking (2021)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/02/2023 Qui - Mah insomma, speravo in qualcosa di meglio anche se non mi è del tutto dispiaciuto. Da bocciare di sicuro le scene concitate in cui non si capisce quasi niente. Trama se non altro con un po' di originalità anche se non nello sviluppo in cui risulta tutto molto prevedibile sin dall'inizio e scontato per come si evolve compreso il finale. Una visione alquanto leggera e divertente a tratti, ma sempre con una sensazione di fondo che gli manchi qualcosa. Tecnicamente nella media, recitazione così così. Diciamo che non mi sorprende che il film sia passato un po' inosservato. Brutto no, insipido più che altro. Gradevole all'esterno ma con poca sostanza, ecco. Di sicuro nulla di imperdibile. Doug Liman stavolta, dopo buonissime prove, un po' delude. Voto: 5+

venerdì 30 settembre 2022

Perdita Durango (1997)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/09/2022 Qui - C'è di tutto in questa stravagante opera di Álex de la Iglesia (soprannominato non per caso, e qui il primo vero assaggio, il Quentin Tarantino spagnolo) che attinge un po' da Oliver Stone, un po' da David Lynch ed un po' da Robert Rodriguez (da una violenza spinta al massimo fino a degli spiazzanti sfoci nel grottesco, senza contare l'alone surreale) e in effetti non sarebbe neanche male se non fosse per una durata estesa a più del necessario e per una sceneggiatura spesso e volentieri sfilacciata, l'intrattenimento è comunque garantito grazie alle prove schizzate della bella (e super sexy) Rosie Perez e di Javier Bardem (con un taglio di capelli improponibile, quasi peggio di quello in "Non è un Paese per Vecchi"), entrambi liberi di sbizzarrirsi (e scopare) a più non posso. Non mancano colpi di scena, vendette, sparatorie e sangue a ettolitri, ma parliamo di una pellicola molto ridondante, capace di intrattenere appunto con gusto, ma comunque inferiore agli altri film del regista spagnolo (ricordiamo il suo ultimo El Bar), un buon esperimento, però niente di più. Ma pur non essendo del tutto riuscito, Perdita Durango è un delirante e bizzarro cocktail di sesso, morte e violenza che merita senz'altro un'occhiata. Voto: 6+

lunedì 28 febbraio 2022

The Grudge (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/02/2022 Qui - Reboot del remake (statunitense) del film di Takashi Shimizu. Certamente ha qualche momento valido dal punto di vista tensivo, grazie a Jumpscare abbastanza azzeccati, ma sembra tutto fine a sé stesso poiché la novità è ormai spenta e appare come un flebile ricordo. Bisogna dire che anche l'affastellamento narrativo non è stata una buona soluzione perché seguire linee diverse non sempre è facile, rischiando di entrare in confusione o mettere troppe parentesi tra uno snodo e l'altro. Il (notevole) cast fa la propria parte senza grandi pecche (la Andrea Riseborough se la cava più che dignitosamente), così pure la regia (del personalmente sconosciuto Nicolas Pesce) che non mostra deficienze evidenti, anche se non ha particolarità da vantare e la visione scivola via in maniera cadenzata, senza annoiare ma senza esaltare più di tanto. Non possedendo quella marcia in più che non lo condanni all'anonimato. Voto: 5+

sabato 20 novembre 2021

The Midnight Sky (2020)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/11/2021 Qui - George Clooney porta sullo schermo il libro d'esordio, La distanza tra le stelle (Good Morning, Midnight), di una giovane autrice americana, Lily Brooks-Dalton. La storia, con lo sfondo dell'impianto fantascientifico, è una riflessione sulle fasi che precedono la fine dell'esistenza e sui bilanci di una vita intera, in cui rimpianti e rimorsi spesso sembrano prevalere sulle soddisfazioni vere. Il regista (non alle prime armi, e diligente mestierante, si ricordi Suburbicon) cerca di rendere il travaglio emotivo dei personaggi lavorando sui primi piani e sui giochi di ombre (non solo Augustin, ma anche gli astronauti di Aether che tornano a casa senza essere riusciti a comunicare con nessuno, ignari di quanto sta succedendo sulla Terra) e non rinuncia ad alcune sequenze spettacolari (quelle nello spazio a tratti ricordano quelle di Gravity), che gli sono valse addirittura una candidatura agli Oscar per gli effetti speciali, ma alla fine manca quella scintilla che renda il film veramente memorabile. Mancano, almeno in parte, tensione narrativa e coinvolgimento emotivo, ogni tanto però qualche emozione fa capolino, specie nel finale. Non male, ma neanche troppo bene. Opera comunque godibile e meritevole di visione. Voto: 6

giovedì 30 settembre 2021

Godzilla vs. Kong (2021)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/09/2021 Qui - Avevo molto apprezzato Kong - Skull Island, di meno i due Godzilla (soprattutto il secondo, decisamente mediocre, che il primo, firmato Gareth Edwards, non mi era affatto dispiaciuto), questo seguito congiunto non mi ha impressionato più di tanto. Lo spettacolo di certo non manca quando escono fuori i due colossi, ma era doveroso visti i soldi spesi (200 milioni di budget a disposizione dell'Adam Wingard anche di The ABCs of Death), il problema è quando non ci sono loro due. Gli episodi precedenti (soprattutto l'ultimo) sembrano non aver insegnato molto per quanto riguarda la parte umana. Ancora una volta infatti è questo il punto debole. La computer grafica può sopperire ad alcune carenze dal punto di vista delle idee (gli scontri tra mostri sono piacevoli, anche se ormai sanno un po' di déjà-vu, cambiando solo i combattenti), ma non può fare nulla con i protagonisti in carne e ossa, spesso poco sopportabili. Il risultato quindi, seppur vedibile nel complesso, non può soddisfare come avrebbe potuto con un minimo di cura in più. Lo scontro tra Godzilla e Kong meritava difatti di meglio. Perché va bene che da questo prodotto non ci aspetterebbe nulla più di un film pieno di combattimenti ignoranti, scene esagerate e spettacolari, ed una trama basica ma funzionale, esattamente quello che il film offre, però di più si poteva sicuramente fare. Voto: 5,5

giovedì 14 novembre 2019

The Nun - La vocazione del male (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 14/11/2019 Qui
Tema e genere: Spin-off di The Conjuring - Il caso Enfield, ed è incentrato sul demone con sembianze di suora Valak, antagonista del film citato.
Trama: Una giovane suora di clausura si toglie la vita in un'abbazia della Romania. Dal Vaticano per far luce sull'evento vengono mandati un prete con un burrascoso passato alle spalle e una giovane novizia sulla soglia dei voti. Insieme sveleranno il profano segreto dell'ordine, mettendo a repentaglio non solo le loro vite ma anche la loro fede e le loro anime.
Recensione: The Nun, di fatto il terzo spin-off della celebre saga horror di The Conjuring, doveva rispondere con chiarezza sulle origini di Valak, la nefasta e tenebrosa suora spesso indagata dai coniugi Warren e protagonista di The Conjuring - Il Caso Enfield (la storia si svolge circa vent'anni prima e narra dunque le origini della diabolica creatura, per poi ricongiungersi solo nel finale alla pellicola di riferimento, della quale riprende dinamiche e atmosfere sovrannaturali). L'ha fatto, anche se rimangono ancora nel dubbio molte cose, peccato che poi l'abbia fatto anche in modo alquanto deludente. Anzi, di più, se dopo la seconda costola dedicata alla bambola demoniaca Annabelle avevo sperato che la saga continuasse sulla buona strada, purtroppo qui non accade, giacché The Nun rimane forse troppo anonimo e standardizzato rispetto ai capitoli colleghi. E' infatti un passo indietro per l'intero franchise e un'occasione mancata per il grande potenziale a disposizione del regista. Il prequel diretto da Corin Hardy tende difatti troppo a slegarsi, a farci perdere il filo del discorso, infognandosi in scene di poco senso che si preoccupano più di trascinare vagonate di cliché che di trovare quel pizzico di originalità tanto anelata. Che poi non è tanto la trama abbastanza scontata e prevedibile o i cliché (che comunque non possono mancare) a non convincere, quanto il fatto che più che di un film horror lo si può considerare un gotico racconto del terrore dai toni quasi fantastici, che cercando ingenuamente di trarre giovamento nell'accostamento con Dracula di Bram Stoker sbaglia (soprattutto introducendo inizialmente una certa inutile ironia). Malgrado le suggestive ambientazioni, ricreate da una curata scenografia, e qualche buona idea visiva offerta da regia ed effetti speciali, mancano infatti i momenti di vero spavento e anche la tensione non riesce mai a raggiungere livelli particolarmente elevati. Neanche le prove attoriali del cast sono particolarmente ispirate, né Demián Bichir, né Taissa Farmiga (sorella della Vera e nota soprattutto per i suoi ruoli nella serie televisiva antologica AHS), né gli altri (da Charlotte Hope a Jonas Bloquet) offrono più del dovuto. Tuttavia a risollevare parzialmente le sorti di un film che difficilmente resterà nei cuori degli amanti del genere horror e della saga di The Conjuring in particolare, ecco una colonna sonora, dal sapore medievale ed epico, davvero interessante, e una presenza, quella della suora indemoniata, discretamente impattante. Nel complesso però l'impressione finale è che questo film sia stato una forzatura, fatto in fretta e furia per accontentare un desiderio della fan base che però, ne sono convinto, avrebbe aspettato volentieri ancora del tempo pur di vedere un film degno del franchise a cui appartiene. Di meglio ci si aspetta dai prossimi.

domenica 26 maggio 2019

Alien: Covenant (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/06/2018 Qui - Sesto episodio della saga cinematografica di Alien (ottavo se contiamo i due spin-off) e secondo prequel della stessa dopo il discusso Prometheus, Alien: Covenant, film di fantascienza del 2017 diretto da Ridley Scott, è un film ambizioso ma solo parzialmente riuscito e che in parte condivide molte delle perplessità espresse in occasione dell'uscita del precedente episodio (per sapere vi basta cliccare qui, nel post che raggruppa l'intera saga tranne ovviamente quest'ultimo capitolo). Il film infatti, seppur sufficientemente gradevole in parte, ha un sacco di difetti, parecchie mancanze dal punto di vista registico e alcune scelte nella sceneggiatura non propriamente condivisibili, inoltre i contenuti filosofico-esistenziali accennati appunto in Prometheus (subito riproposti tramite un algido flashback che ci mostra il momento della presa di coscienza dell'androide David, e in cui fa una breve apparizione Guy Pearce) che tuttavia nella sua incompiutezza e furbizia furono sufficientemente in grado, nel bene e nel male, di suscitare un dibattito e di far arrovellare gli appassionati con tutta una serie di interrogativi, non vengono minimamente approfonditi, e se qualcosa esce, lasciano il tempo che trovano, relegando così il franchise al suo punto basso. Alien: Covenant difatti, sequel di un prequel che assomiglia a un reboot ma non lo è, non solo è una combinazione squilibrata e indefinita di slasher spaziale non particolarmente ispirato e fantascienza filosofica da quattro soldi, ma è anche troppe cose insieme e qualcosa di già visto. Proprio perché il film, un ibrido che ripercorre personaggi e dinamiche di "Alien" e "Prometheus", sembra un lungo déjà-vu, che combina una fusione dei due film (e non solo quelli due), facendolo così risultare un patchwork mal riuscito. Anche perché a parte il buon inizio (che mette contenuti interessanti sul fuoco e prosegue poi con una sequenza movimentata che non ci si aspetta di trovare nei primi minuti di un film), è sempre la stessa storia, quella di una navicella spaziale che in missione di colonizzazione e a seguito di una misteriosa interferenza audio, il capitano e l'equipaggio, decidono di atterrare, su un pianeta fino a quel momento escluso dalla mappatura di quel settore del cosmo. Un pianeta che se a prima vista sembra un paradiso, è in verità un mondo oscuro e pericoloso, e dove David, l'androide sopravvissuto alla spedizione Prometheus (ed "unico" abitante del luogo), cela oscuri segreti.

lunedì 25 febbraio 2019

The Hateful Eight (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/02/2017 Qui - Il fattore più sorprendente del cinema di Quentin Tarantino è la sua capacità di mettere in scena, con estrema e ammirabile originalità, delle tipologie di trame sostanzialmente vecchie e ormai standardizzate in 120 anni di vita della settima arte. La vicenda che ci presenta in questo suo ottavo lungometraggio, intitolato The Hateful Eight (2015, visto in anteprima su Sky grazie ad Extra ma andrà comunque in onda stasera 6 febbraio 2017 su Sky Cinema Uno e sul canale speciale Hits dedicato a Tarantino) è difatti un retaggio e un mescolamento di strutture narrative e archetipi che già sono stati portati sul grande schermo in passato da altri registi, niente di così nuovo e sensazionale quindi se analizziamo la grammatica del film o se studiamo le strutture soggiacenti che ne plasmano la forma e danno vita ai contenuti. Ma questo suo ispirarsi a altre pellicole va oltre la citazione (e l'autocitazione) fine a se stessa, Tarantino infatti sa bene come utilizzare il cinema che più ama, sa rimescolare tra loro le varie situazioni e le singole trame, sfornando sempre un prodotto nuovo e dall'aspetto accattivante. Lo aveva fatto in passato e lo ha fatto ancora adesso in questo splendido western che va di diritto a collocarsi tra le più belle pellicole che abbia mai girato, anche se non a livello degli altri suoi capolavori. E nel giocare a mescolare tra loro i vari ingredienti, Tarantino riesce così a generare una creatura del tutto particolare, a fondare addirittura un nuovo genere, essa si traveste da Western, ma di quel preciso cinema non porta che l'estetica ed i suoni, la musica del maestro Ennio Morricone (vincitore per di un Premio Oscar più che meritato) e qualche riferimento storico piazzato accuratamente nei momenti opportuni. La storia degli 8 protagonisti è un thriller in tutto e per tutto, che prende forma sequenza dopo sequenza fino a palesarsi come tale una volta che la vicenda giunge ad una precisa maturazione e tocca le vette più alte di pathos. Il film si apre benissimo con un lungo piano sequenza accompagnato dalla superba colonna sonora di Morricone, che fa già presagire le atmosfere horror\thriller che ci aspettano. Poi si prosegue con una serie di dialoghi, forse un po' prolissi (che capisco possano stancare un po'), tra i primi quattro protagonisti, durante i quali vengono chiariti fatti e relazioni che diverranno poi essenziali per il resto del film. Finalmente si arriva al vero cuore pulsante del film, l'emporio di Minnie (probabilmente un nome "disneyano" non a caso), in cui si svolgerà tutto il resto del film, dove un cacciatore di taglie sta portando la sua prigioniera a Red Rock per consegnarla alla giustizia ma dove all'interno della locanda stessa trova degli strani individui e sente lo strano sentore che nessuno è chi dice di essere, e da qui in poi sarà paranoia e suspense costante, fino allo scoppiettante e violentissimo finale che ci ripaga della lunga attesa (per la cronaca è persino più violento di quanto prevedessi, e più "divertente", sono sicuro che Tarantino era euforico mentre lo girava).

domenica 10 febbraio 2019

Le belve (2012)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/11/2016 Qui - A metà tra il thriller appassionato e il western contemporaneo, Le belve (Savages), film del 2012 diretto da Oliver Stone, basato sull'omonimo romanzo di Don Winslow, risulta un coinvolgente e piacevole spettacolo d'intrattenimento, ma nel complesso una pellicola troppo banale e pasticciata. Il 'ritorno' del regista coincide con un film dai toni più 'spensierati' e con storie di narcotrafficanti, agenti corrotti, sparatorie, sangue e belle donne, non proprio il massimo. Ma anche se non tutto è convincente e perfettamente riuscito, si può comunque apprezzare (almeno sufficientemente) il suo lato adrenalinico, avvincente e godibile. L'opera infatti, è ineccepibile, montaggio dinamico e vivace, fotografia accaldata e iperrealista, dialoghi surreali, ritratto di tanti personaggi diversi tra loro (molto sfaccettati, seppur poco credibili), estetica patinata e attenta ai dettagli, cast molto efficace. Tuttavia, i pregi vengono presto offuscati dai rilevanti difetti. Partendo da l'improbabile plot, dove troviamo a Laguna Beach, nel sud della California, due amici, un imprenditore buddista (Aaron Taylor-Johnson, discreto attore, quest'anno al suo terzo 'incontro' dopo Godzilla e Avengers: Age of Ultron) e un ex marine (Taylor Kitsch, anch'esso visto e piaciuto nella seconda stagione di True Detective e in Lone Survivor), che mettono in piedi la più grande piantagione di marijuana degli Stati Uniti. Ma oltre all'attività, i due condividono anche l'interesse e l'amore per la bella (anzi bellissima e sensuale) Ophelia (Blake Lively) e hanno il sostegno di un poliziotto corrotto (John Travolta, decisamente più in parte che ne Io sono vendetta) ma l'impresa è presto messa in discussione dall'interesse dei narcotrafficanti messicani, con a capo la spietata Elena (Salma Hayek), inseparabile dal suo braccio destro Lado (Benicio Del Toro). Faranno perciò di tutto per salvare il salvabile, ma soprattutto la fanciulla che verrà 'inspiegabilmente' rapita.