Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/02/2023 Qui - Mah insomma, speravo in qualcosa di meglio anche se non mi è del tutto
dispiaciuto. Da bocciare di sicuro le scene concitate in cui non si
capisce quasi niente. Trama se non altro con un po' di originalità anche
se non nello sviluppo in cui risulta tutto molto prevedibile sin
dall'inizio e scontato per come si evolve compreso il finale. Una
visione alquanto leggera e divertente a tratti, ma sempre con una
sensazione di fondo che gli manchi qualcosa. Tecnicamente nella media,
recitazione così così. Diciamo che non mi sorprende che il film sia
passato un po' inosservato. Brutto no, insipido più che altro. Gradevole
all'esterno ma con poca sostanza, ecco. Di sicuro nulla di
imperdibile. Doug Liman stavolta, dopo buonissime prove, un po' delude. Voto: 5+
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martedì 28 febbraio 2023
Chaos Walking (2021)
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venerdì 16 dicembre 2022
Pinocchio (2022)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/12/2022 Qui - Da Robert Zemeckis proprio non me l'aspettavo, va bene che con Le streghe il campanello d'allarme era già scattato, ma scendere così in
basso sembrava impossibile, e invece tutto maledettamente vero (abbiamo perso anche lui?), non
volevo crederci però se non brutta è sicuramente inutile ed evitabile
questa versione "umana ma non tanto" del classico Disney di Pinocchio.
Quasi copia/incolla della prima versione ma senza un briciolo di magia.
Un leggero tentativo di raccontare qualcosa del passato di Geppetto per
poi passare sui binari conosciuti. A parte la fata "turca" ovviamente,
molto utile veramente. Ne viene fuori un film artificioso, poco ispirato
e pure poco disneyano. La CGI ha alti e bassi, alcune trovate si
comprendono poco e fondamentalmente è un prodotto più annacquato del
precedente. Da salvare il solo Tom Hanks come Geppetto. Voto: 5
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mercoledì 27 ottobre 2021
Harriet (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2021 Qui - The Birth of a Nation, 12 anni schiavo, Django Unchained, giù giù fino a Il colore viola: il filone è quello. Storia vera di Harriet Tubman che, nata schiava, scappa iniziando una battaglia che porterà alla liberazione di centinaia di altri schiavi. Un buon film, che purtroppo paga i suoi difetti. Se la storia ha infatti il pregio di dare risalto a un personaggio storico facendolo uscire dai confini americani, la messa in scena non osa granché e si affida a una scansione del racconto molto tradizionale attraverso immagini convenzionali. Tutto è da copione nella visione della Kasi Lemmons (per lo più attrice, era in Candyman), bene e male sono facilmente riconoscibili e non messi in discussione e l'assenza di dubbi impedisce un coinvolgimento emotivo, perché non si teme davvero mai per la sorte della protagonista, eroina senza macchia e senza paura guidata dai suoi ideali e dalle visioni mistiche (per cui fu soprannominata Mosè) che la aiutano a evitare i pericoli e a superare con successo ogni difficoltà. La carne al fuoco potrebbe quindi essere tanta, ma sceneggiatura e regia si limitano a illustrare la vicenda senza scalfire l'icona e non dando risalto alle ombre che potrebbero infondere verità alla cartolina. Se l'intento didattico quindi è raggiunto, l'agiografia non si scampa e il cinema sonnecchia. Un valore aggiunto è dato dall'interpretazione della britannica Cynthia Erivo (era in Widows), per la sua prova candidata all'Oscar come Migliore Attrice Protagonista, e dalla colonna sonora che si tinge di gospel ma imprime personalità solo nei titoli di coda, con la discreta "Stand Up", anch'essa candidata all'Oscar (nel 2020). Non male, sicuramente da vedere, ma sa comunque di occasione sprecata. Voto: 5,5
mercoledì 13 novembre 2019
Widows - Eredità criminale (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/11/2019 Qui
Tema e genere: Un heist movie declinato al femminile che ha come punti cardine la miseria umana e la sete di potere. Ma è anche un thriller drammatico, purtroppo però sin troppo smaccato e dalla tesi prevedibile per convincere minimamente.
Tema e genere: Un heist movie declinato al femminile che ha come punti cardine la miseria umana e la sete di potere. Ma è anche un thriller drammatico, purtroppo però sin troppo smaccato e dalla tesi prevedibile per convincere minimamente.
Trama: A Chicago quattro donne, rimaste vedove dopo l'uccisione dei rispettivi mariti, si uniscono per scampare da debiti e minacce, e organizzano una rapina.
Recensione: Una Chicago attuale ma colma di irregolarità governative, stile Capone d'annata (dove il 18° distretto diventa l'oggetto dei desideri di due sponde, nessuna delle quali dedita a legge e onestà, nessuna delle quali presumibilmente avulsa di quattrini), è la location della quale si serve Steve McQueen per adattare, cinematograficamente parlando, l'omonima (e anonima) serie tv degli anni '80, aiutato dalla sceneggiatura di Gillian Flynn, non una qualunque, già scrittrice del romanzo Gone Girl e poi sceneggiatrice della trasposizione cinematografica diretta da David Fincher, ma non basta, tremenda delusione. Perché certo, non si può dire che manchi il materiale narrativo, in questo guazzabuglio convulso, serioso ed altamente improbabile che segna il ritorno in regia di Steve McQueen, un cineasta fino ad ora assai apprezzato con Shame, Hunger e soprattutto 12 Anni Schiavo, pellicole notevoli in grado di azzerare quasi la sua iniziale imbarazzante omonimia provocata dal suo nome "impegnativo", qui alla sua prima clamorosa débâcle (almeno secondo il presente punto di vista), ma molte, troppe, sono le cose che qui non funzionano: a partire dalla costruzione dei personaggi, concatenati l'un l'altro da un filo di combinazioni e probabilità assurdi. I due, anzi tre (c'è pure il grande vecchio Robert Duvall) politici coinvolti nella sporca vicenda sono così laidi, beceri e corrotti da apparire come caricature quasi comiche, Liam Neeson, marito della protagonista Viola Davis, è un delinquente incallito ed impenitente, ma viene celebrato al funerale con gli onori che si riservano ad un eroe nazionale, la coppia tra l'altro si scopre afflitta in precedenza da un grave lutto da intolleranza razziale (che accozzaglia incontrollata di carne sul fuoco..) mai elaborato che ha finito per dividerli, ancora, come se non bastasse, il colpo messo a segno comporta tutta una serie di circostanze "ad orologeria" tanto fantasmagoriche ed improbabili, che pare trovarci in un film di fantascienza, tanto risultano campate per aria le vicissitudini delle quattro serissime donne coinvolte, casalinghe frustrate e al verde a causa degli scellerati consorti.
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giovedì 22 agosto 2019
7 sconosciuti a El Royale (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 21/08/2019 Qui
Tema e genere: Film corale dall'impronta decisamente pulp, un thriller drammatico di Tarantiniana memoria.
Tema e genere: Film corale dall'impronta decisamente pulp, un thriller drammatico di Tarantiniana memoria.
Trama: Sette sconosciuti, ognuno con un segreto da seppellire, si incontrano al El Royale, un fatiscente hotel dall'oscuro passato sul lago Lahoe. Nel corso di una fatidica notte, tutti avranno un'ultima occasione di redenzione prima che tutto vada all'inferno.
Recensione: All'El Royale si può scegliere di soggiornare in California o in Nevada, dato che il motel, un tempo rifugio di gente dello spettacolo, mafiosi, politici e ricconi, si trova esattamente a metà tra i due stati e una linea rossa segna il confine nel bel mezzo della hall di ingresso. È il 1969 e qui si ritrova una strana serie di personaggi, tutti con qualche segreto, come del resto il luogo che li ospita. Un venditore di aspirapolvere dalla curiosità sospetta, un prete con problemi di memoria (un memorabile Jeff Bridges), una corista di colore in cerca del successo da solista, una hippy dai modi bruschi che si trascina dietro un sacco dal contenuto poco chiaro e un fucile. Ad accoglierli solo un giovane concierge che combatte i suoi incubi in modi poco ortodossi e che di sicuro sa più di quello che dice. A loro, più avanti, si unirà il carismatico leader di una setta (Chris Hemsworth, davvero inquietante e convincente anche lontano dai suoi ruoli di supereroi). La trama del film di Drew Goddard (un amante degli esercizi di stile e delle citazioni, come aveva già dimostrato in Quella casa nel bosco) è un complesso gioco di incastri di destino tra personaggi tutti in cerca di qualcosa e disposti a tutto per ottenerlo. L'approccio metanarrativo e sofisticato del regista, del resto, sfrutta tutti gli espedienti stilistici a disposizione (voce narrante, suddivisione in capitoli, scene che si ripetono da punti di vista differenti) per mantenere un registro che appare più ironico che drammatico a dispetto della violenza e degli orrori che ben presto iniziano a susseguirsi. L'anno in cui la vicenda si svolge (a parte un breve prologo) è il 1969 e il regista sfrutta a piene mani gli spunti della cronaca: dalle sette assassine nello stile di Charles Manson, alle cospirazioni politiche, dalle tensioni razziali e tra i sessi alla criminalità organizzata. Il tutto mescolato in un crescendo di colpi di scena, rivelazioni e morti a sorpresa dal tono sempre più truculento. Raccontare nel dettaglio la storia significherebbe prima di tutto disinnescare il gioco di intelligenza che resta alla fine il maggior pregio del film, un po' latitante invece sul piano del coinvolgimento emotivo, a dispetto del gran cast che schiera e le situazioni estreme che le backstory rivelano poco alla volta. Il film ricorda a tratti (anche nel florilegio verbale) la filmografia di Quentin Tarantino, senza mai raggiungere analoga brillantezza e forza dirompente, forse perché resta sempre il sospetto che anche i temi più sociali e politici siano più che altro un pretesto. Ciò non toglie che, una volta partito il jukebox (e la colonna sonora, complice la professione di cantante di una dei protagonisti, è davvero fenomenale), non si smetta mai di ballare, fino all'escalation finale, una resa dei conti che sfiora il patetico senza affogarci dentro e regala qualche momento di emozione vera.
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