Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/09/2023 Qui - Scuderia di fumetti con giusto un paio di cavalli di razza, la DC continua però a dar battaglia sul piano filmico e prova anche lei a creare, seppur con fatica, un proprio universo parallelo. Stavolta tocca a Black Adam, ex schiavo similegizio che diventa per magico volere un super(anti)eroe. La storia è quella che è, cioè insignificante, nonostante qualche velleitario tentativo di articolare e complicare l'etica dei protagonisti (in questo senso i personaggi di contorno risultano essere piuttosto inutili come supereroi). Il comparto botti e ultrasuoni reca però qualche soddisfazione, così come non delude il massiccio Dwayne "The Rock" Johnson, a suo agio nei panni di questo granitico eroe. L'intrattenimento è infatti garantito (si segue bene, non annoia e mantiene un buon ritmo), anche se i dialoghi non hanno una grande ironia da esibire. Non ci resta che aspettare l'immancabile sequel e/o spin-off. Voto: 6
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venerdì 29 settembre 2023
Black Adam (2022)
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The Woman King (2022)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/09/2023 Qui - Film storico in salsa avventurosa che descrive il Regno di Dahomey in Africa, sotto il Re Ghezo, e la battaglia con la tribù Oyo vinta grazie all'esercito di "amazzoni" Agojie (in un universo parallelo progenitrici delle Dora Milaje, la guardia reale del Wakanda). Il focus della regista Gina Prince-Bythewood (che ha diretto The Old Guard) è sulla forza di queste guerriere e sul loro ruolo prominente (in questo senso perfetto il cast), la vicenda è comunque storicamente abbastanza accurata, nonostante qualche omissione "tattica". Il respiro vuole essere quello epico dei grandi film del genere, è ben girato, violento il giusto, le scene di massa funzionano e le location africane son sempre affascinanti, ma sconta la durata monstre e qualche lentezza. Voto: 6
giovedì 31 agosto 2023
Air - La storia del grande salto (2023)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/08/2023 Qui - Non è chiaramente un film sul mitico Michael Jordan che non compare mai in primo piano e non spiccica una parola. Ma è un film sul successo che il suo nome ha portato su di un semplice paio di scarpe. Un film che è l'ennesimo centro nella vita registica di Ben Affleck: mentre come attore continua a convincere poco (il suo presidente della Nike è un po' troppo strano ed anticonformista per sembrare credibile). La storia che racconta ha sì i classici crismi dell'American Dream ma anche la forza di esaltare la caparbietà di un uomo (un Matt Damon decisamente in parte) che aveva visto prima di altri la strada giusta da percorrere e l'intuizione di "rappresentare" il futuro campione MJ disegnandone una figura materna forte dalla chiara visione imprenditoriale (l'ottima Viola Davis). Non sarà un capolavoro di pellicola ma è un lavoro godibile, ben calato nel proprio tempo ma anche nel nostro (visto che l'impero Jordan non si è interrotto come la sua carriera cestistica, ma continua ancora oggi). Per essere un film che parla in fondo di scartoffie di mercato, di incontri e conversazioni ha un rimo travolgente che non ti lascia respiro. L'arrivare subito al punto focale senza perdersi in lungaggini è un pregio. Voto: 7
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martedì 31 maggio 2022
The Suicide Squad - Missione suicida (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2022 Qui - Dopo un discreto David Ayer, che però solo grazie ad alcune maestranze
(compresa l'Harley Quinn della inebriante Margot Robbie) riuscì a non
troppo sfigurare, è James Gunn a buttarsi a capofitto dirigendo la sua
versione della Squadra Suicida, e la differenza c'è e si vede, è infatti
decisamente migliore. Egli infatti, che dopo l'ottima doppietta al servizio della Marvel (Guardiani della Galassia), non si fa tanti problemi a passare al franchise rivale della DC, riesce a giocare come pochi, forse nessuno,
sugli stereotipi dei film supereroistici e rigirarli come vuole. Battute
al fulmicotone, dialoghi brillanti e certamente non proprio
politicamente corretto. Con personaggi del genere bisogna giocare in
questo modo, rendendolo vivace nelle scene action pompate come si deve.
Cambiata completamente la rotta e gli sbagli del precedente film vengono
rimediati in pieno. Con un film sicuramente esagerato ed inverosimile
ma di sicuro intrattenimento. Tante belle invenzioni visive e non solo
che rendono irriverente e adorabilmente sopra le righe non solo la
squadra (con alcuni super-eroi davvero bizzarri e divertenti) ma tutta
la vicenda, volontà palesemente evidente nell'epilogo surreale fra le
strade dell'isola. E al netto di qualche scelta di scrittura
discutibile, un film divertente, coloratissimo, adrenalinico, alquanto ben riuscito. Voto: 7
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sabato 20 novembre 2021
Ma Rainey's Black Bottom (2020)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/11/2021 Qui - Ciò che funziona come spettacolo teatrale non per forza si traduce in un
ottimo film, un'affermata pièce non necessariamente può essere adattata
con successo in un altrettanto lungometraggio e questo titolo ne è
l'esempio. Viola Davis e lo scomparso Chadwick Boseman offrono due
formidabili interpretazioni (specialmente la protagonista, lui è molto
bravo ma quando entra in scena "Ma" tutto ciò che è le attorno scompare,
è Viola a rubare lo show e dimostrare di avere il perfetto physique du
role per il personaggio). Detto ciò, si salvano quasi solo le
performance dei due attori. Il film (diretto da George C. Wolfe, che cose migliori in precedenza ha fatto, vedasi soprattutto Qualcosa di buono) è semplicemente noioso e poco
coinvolgente, la storia poteva benissimo essere raccontata in un corto
di 25-30 minuti, e il ritmo narrativo è sballato per me. Pesante
per 80 minuti mentre il finale, la cosa di gran lunga più interessante e
da approfondire, troppo frettoloso e poco curato. Precisamente: sono
quattro eventi piuttosto importanti ma presentati in neanche 7 minuti di
tempo sullo schermo per lasciar spazio ad estenuanti e poco originali
monologhi sulla religione e il razzismo (per fortuna c'è un po' di bella
musica blues). Da vedere? Solo per la grande Viola Davis e
per l'ultima commovente prova di Chadwick Boseman. Nota finale, dopo
aver visto questo "statico" film, la conferma che ingiustificati i 2
premi Oscar vinti, non solo perché concorrevano contro il Pinocchio di Matteo Garrone nettamente superiore, ma sinceramente ci sono pochissimi
costumi, e il trucco? Come a voler premiare il film solo per il fatto di
avere un cast di persone di colore, mah. Voto: 5
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mercoledì 13 novembre 2019
Widows - Eredità criminale (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/11/2019 Qui
Tema e genere: Un heist movie declinato al femminile che ha come punti cardine la miseria umana e la sete di potere. Ma è anche un thriller drammatico, purtroppo però sin troppo smaccato e dalla tesi prevedibile per convincere minimamente.
Tema e genere: Un heist movie declinato al femminile che ha come punti cardine la miseria umana e la sete di potere. Ma è anche un thriller drammatico, purtroppo però sin troppo smaccato e dalla tesi prevedibile per convincere minimamente.
Trama: A Chicago quattro donne, rimaste vedove dopo l'uccisione dei rispettivi mariti, si uniscono per scampare da debiti e minacce, e organizzano una rapina.
Recensione: Una Chicago attuale ma colma di irregolarità governative, stile Capone d'annata (dove il 18° distretto diventa l'oggetto dei desideri di due sponde, nessuna delle quali dedita a legge e onestà, nessuna delle quali presumibilmente avulsa di quattrini), è la location della quale si serve Steve McQueen per adattare, cinematograficamente parlando, l'omonima (e anonima) serie tv degli anni '80, aiutato dalla sceneggiatura di Gillian Flynn, non una qualunque, già scrittrice del romanzo Gone Girl e poi sceneggiatrice della trasposizione cinematografica diretta da David Fincher, ma non basta, tremenda delusione. Perché certo, non si può dire che manchi il materiale narrativo, in questo guazzabuglio convulso, serioso ed altamente improbabile che segna il ritorno in regia di Steve McQueen, un cineasta fino ad ora assai apprezzato con Shame, Hunger e soprattutto 12 Anni Schiavo, pellicole notevoli in grado di azzerare quasi la sua iniziale imbarazzante omonimia provocata dal suo nome "impegnativo", qui alla sua prima clamorosa débâcle (almeno secondo il presente punto di vista), ma molte, troppe, sono le cose che qui non funzionano: a partire dalla costruzione dei personaggi, concatenati l'un l'altro da un filo di combinazioni e probabilità assurdi. I due, anzi tre (c'è pure il grande vecchio Robert Duvall) politici coinvolti nella sporca vicenda sono così laidi, beceri e corrotti da apparire come caricature quasi comiche, Liam Neeson, marito della protagonista Viola Davis, è un delinquente incallito ed impenitente, ma viene celebrato al funerale con gli onori che si riservano ad un eroe nazionale, la coppia tra l'altro si scopre afflitta in precedenza da un grave lutto da intolleranza razziale (che accozzaglia incontrollata di carne sul fuoco..) mai elaborato che ha finito per dividerli, ancora, come se non bastasse, il colpo messo a segno comporta tutta una serie di circostanze "ad orologeria" tanto fantasmagoriche ed improbabili, che pare trovarci in un film di fantascienza, tanto risultano campate per aria le vicissitudini delle quattro serissime donne coinvolte, casalinghe frustrate e al verde a causa degli scellerati consorti.
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martedì 9 luglio 2019
Get on Up - La storia di James Brown (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/03/2019 Qui - Poco conosciuto, poco pubblicizzato, la sua uscita in patria è passata in sordina, in Italia ancor di più, meriterebbe però più attenzione. Perché Get on Up - La storia di James Brown (Get on Up), film biografico del 2014 diretto da Tate Taylor, è un omaggio davvero notevole, non solo musicalmente (anche se per farlo sceglie uno stile ultra-canonico, sulla falsariga del pluripremiato Ray) di Mr. Dynamite/Soul Brother Number One/The King of R&B (uno dei suoi tanti soprannomi, tutti citati durante la pellicola). Prodotto da Brian Grazer e, curiosamente, da Mick Jagger omaggiato in un episodio dei tantissimi che Taylor ricorda della vita di Brown, il film infatti celebra benissimo Il Padrino del Soul, seppur attraverso un riepilogo delle sue più famose Hit in un contesto fondamentalmente più discografico che biografico. Difatti pur essendo calibrato, Tate Taylor (già regista del sorprendente The Help) mischia anche troppo i periodi temporali e non riesce ad andare oltre la più convenzionale delle confezioni, in cui il contenuto musicale (più che conosciuto e non solo dai fan) ha la netta prevalenza su quello personale del protagonista, interpretato da un (lui sì invece) ottimo Chadwick Boseman. The Black Panther infatti, si cala anima e corpo nei panni di James Brown (anche grazie al trucco), riuscendo a compiere quella trasformazione fisica e, soprattutto, mimica che in precedenza era riuscita (con tanto di Oscar) a Jamie Foxx nel già citato Ray, trascinando quasi da solo il film, alternando efficacemente il binomio genio-sregolatezza del suo personaggio, rendendolo coerente in tutte le epoche, come un uomo con un bisogno insaziabile di eccellenza musicale, successo popolare, rispetto e amore. Il problema nasce quando cercando di snocciolare più aneddoti possibile della tumultuosa vita di James, la sceneggiatura si perda per strada un po' di personaggi: il manager che praticamente sparisce ad un tratto dalla narrazione, la sfera sentimentale, appena accennata e comunque penalizzata da troppe ellissi, il legame con i figli, inesistente.
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martedì 2 aprile 2019
Barriere (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 24/10/2017 Qui - Valutare un film come Barriere non è affatto facile. Quello di Denzel Washington, alla sua terza regia dopo Antwone Fisher (2002) e The Great Debaters: Il potere della parola (2007) e qui nelle vesti di attore e regista, è un lavoro, l'adattamento cinematografico (del 2016) dell'opera teatrale del 1983 Fences di August Wilson (accreditato come sceneggiatore del film nonostante sia morto nel 2005) e vincitrice del premio Pulitzer per la drammaturgia, che nella sostanza rimane prigioniero della sua impostazione teatrale soprattutto nella regia che concede molto poco, come poche sono l'escursioni all'esterno delle quattro mura di casa e del cortiletto posteriore, piccoli palcoscenici dove si sviluppano e si sviscerano in un profluvio di parole, le vicende ed i caratteri dei personaggi. E non amando molto le impostazioni teatrali l'ho trovato molto spesso noioso, causa anche la durata forse eccessiva che appesantisce la visione. Perché se Steve Jobs, Carnage o Birdman, avevano nel loro manico la storia avvincente, l'intrigo e il coinvolgimento, qui niente di tutto ciò. D'altronde anche se Barriere è un film intenso, molto parlato e ben recitato (che offre in ogni caso bei momenti e buoni spunti) è irrimediabilmente teatrale. E non si capisce quindi come abbia fatto a meritarsi la candidatura all'Oscar, e non si spiega neanche come Viola Davis abbia fatto a vincere l'Oscar come migliore attrice non protagonista, non perché lei non è brava, anzi, è un'ottima interprete ma il ruolo non mi è sembrato un ruolo tale da meritare un simile riconoscimento. Certo, ci sono scene emotivamente struggenti impreziosite dalla bravura degli attori (giacché certamente Washington e la Davis fanno la parte del leone), ma come detto prima è un film prigioniero della sua stessa struttura teatrale nella verbosità e nella ridondanza dei dialoghi. Barriere difatti si muove fra il sublime ed il noioso allo stesso tempo, e l'unico motivo di interesse diventa il tema.
venerdì 15 marzo 2019
Prisoners (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/06/2017 Qui - Di Denis Villeneuve, uno dei registi che in questo periodo è molto apprezzato da critici e cinefili, ho visto solamente l'eccezionale Sicario e probabilmente a conti fatti il suo più importante lavoro insieme ad Arrival, ovvero La donna che canta, con cui è stato candidato all'Oscar al miglior film straniero, ma dopo aver visto anche Prisoners, film del 2013 diretto dal regista canadese e interpretato da Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal, posso affermare che nel futuro potremo tranquillamente fare affidamento su di lui, perché anche questo affascinante thriller ha tutti gli ingredienti necessari per essere uno dei film thriller tra i più riusciti degli ultimi anni, anche se attinge a qualche stereotipo del genere e sebbene il tema del rapimento di bambini sia anche troppo sfruttato nei thriller made in USA. Ma la pellicola, permeata da una sensazione di tensione ed inquietudine dal primo all'ultimo fotogramma, si rivela a conti fatti (meglio che in The Captive: Scomparsa) un ottimo prodotto di intrattenimento che mantiene quel che promette (tensione e colpi di scena dall'inizio alla fine), sapendo farsi perdonare altresì la durata abbondante (146 minuti, che non devono comunque spaventare, dato che non ci si annoia affatto e si resta col fiato sospeso per riuscire a capire come andrà a finire) con l'assenza di scene o personaggi ridondanti, poiché la sceneggiatura non ha quasi niente fuori posto. D'altronde uno dei punti di forza del film è senz'altro lo sviluppo della trama, che ci porta sempre sul punto di prendere una decisione, salvo sconfessarci dieci minuti dopo, è colpevole, o no? E cosa significa quell'indizio? Ebbene, notevole è come il regista costruisca un vero e proprio "labirinto" di ipotesi ed immagini, non casualmente, visto quanto sarà ricorrente nel film quella stessa immagine.
giovedì 14 marzo 2019
Blackhat (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/06/2017 Qui - Premettendo che di certo non mi aspettavo un film al livello di Heat: La sfida o Collateral (alcuni dei suoi migliori del suo genere action), ma da Michael Mann, uno dei maestri del moderno cinema d'azione, però, forse, qualcosa di più sì. Perché Blackhat (dal quale mi aspettavo di più), film action drammatico del 2015 (con protagonista Chris Hemsworth) scritto, diretto e prodotto dal regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense, è una pellicola soltanto sufficiente. Michael Mann infatti non è secondo a nessuno in quanto a regia (e genere), dato che sa scegliere i momenti giusti in cui alzare il ritmo, riesce a far riflettere e catturare l'attenzione dello spettatore, insomma, sa bene come creare una pellicola avvincente e ben realizzata. Però, questo film, mi lascia una sensazione di pellicola anonima, un film sufficiente, ma nulla più. Certo, riuscire a riproporre uno scontro avvincente ed interpretato in modo magnifico, come quello tra Jamie Foxx e Tom Cruise in Collateral, era altamente difficile, però per tutto il film ho aspettato che la tensione salisse, ho atteso che arrivasse il colpo di scena o un qualcosa che riuscisse a conquistarmi come altre pellicole che ho visto di Michael Mann (che non ha fatto solo bei film d'azione, ma anche thriller e film biografici belli come Insider ed Alì), attesa, purtroppo, vana. Anche se, nonostante tutto, credo che la pellicola obbiettivamente meriti ampiamente una sufficienza, dato che la pellicola, nonostante difatti duri più di due ore, non annoia e si segue senza troppi (inqualificabili) problemi.
mercoledì 6 marzo 2019
Suicide Squad (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/04/2017 Qui - Nonostante io adori l'universo Marvel, già seguire il suo di universo è qualcosa di tremendamente difficile, ora che io riesca anche a seguire quello della DC diventa alquanto complicato, ma poiché il mondo dei fumetti e quello dei comic-movie mi piace da sempre non potevo non seguirlo, per cui dopo Arrow e Flash (a cui aggiungiamo Supergirl) in versione serial televisivo, ecco che dopo il discreto L'Uomo d'Acciaio del 2013, che seppur non esente da difetti mi era piaciuto, e Batman v Superman: Dawn of Justice, che purtroppo non ho visto ma probabilmente avrei voluto già prima vedere perché un clamoroso (e alquanto sorprendente) spoiler c'è nell'introduzione del film in questione, ecco finalmente Suicide Squad (visto grazie a Infinity premiere). Film del 2016 scritto e diretto da David Ayer (regista del più che riuscito Fury con Brad Pitt), terzo in ordine di uscita nonché temporale dell'universo DC, che come detto contiene uno spoiler, poiché dal film che segue le vicende dopo i fatti accaduti nel film di Zack Snyder, scopriamo infatti che Superman (il mio eroe preferito e secondo me quello più forte di tutti) è morto. Per questo e per tanto, non solo io ho mandato il boccone amaro giù, ma un ente governativo segreto, gestito da Amanda Waller (donna pragmatica e senza scrupoli) e chiamato Argus, crea (promettendo loro una riduzione di pena se riusciranno a sconfiggere una oscura forza malefica che potrebbe distruggere la Terra) una task force composta da super criminali. Del gruppo mal assortito, affidato alla responsabilità del militare Rick Flag, fanno parte l'infallibile e tormentato cecchino Deadshot, la sensuale e svitata compagna di Joker, Harley Queen, il ladro scassinatore Capitan Boomerang, il mostruoso Killer Croc, cannibale dalle sembianze di un coccodrillo, il riluttante El Diablo, giovane ispanico capace di emettere fuoco, la spadaccina giapponese Katana (a proposito di quest'ultima, sia lei, Waller e Deadshot li ho già avuto modo di 'conoscerli' in Arrow, che in verità non è proprio il massimo). Il loro nemico è l'antica strega Incantatrice, che si è impossessata del corpo dell'archeologa June Moon. E con poco allenamento, nessun piano, vaghe promesse in caso di vittoria e una capsula esplosiva in corpo che li convince a non disertare, la squadra che si autodefinisce suicida è così mandata sul campo. Non tutto però è così semplice come sembra all'apparenza e lo squadrone dovrà presto farà i conti con un'inaspettata situazione.
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