Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2022 Qui - Un vero e proprio sequel, chiamato a cancellare il film di Paul Feig (le
donne acchiappafantasmi del 2016) e che da subito si dimostra
realizzato con cura ed affetto, non per altro dedicato al compianto
Harold Ramis. Il fan service fatto bene. Film per ragazzi è vero,
ma anche per chi è stato ragazzo in quegli anni, nostalgia carogna.
Questo Legacy, o Afterlife come dir si voglia, omaggia,
corrobora e
ringiovanisce una delle serie più iconiche del cinema con riverenza e
delicatezza. Easter egg, citazioni più o meno dirette: funziona più o
meno tutto senza essere stucchevole (e il rischio, tutto sommato poteva
esserci). Reitman (Jason, figlio) ringrazia Reitman (Ivan, padre) con
una commedia action per niente melensa ma carica di simboli e di tributi
ai ruggenti anni '80. Si lascia guardare, un po' con emozione, un po'
con nostalgia, un po' con ruffianeria. È come guardare l'album di
famiglia ma su Google Photo. E' probabile che ai più grandi sarà scesa
(ad un certo punto) la lacrimuccia (come me). Tra tutti gli attori
spicca Mckenna Grace, non la prima volta che la
vedo prendere possesso della scena in maniera così autoritaria.
Nonostante tutto (nonostante alcuni piccoli difetti), e nel complesso,
un discreto prodotto ludico ben confezionato. Gradevole e dinamico,
intrattiene discretamente senza particolari (e rilevanti) mancanze.
Voto: 6,5
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martedì 31 maggio 2022
mercoledì 9 giugno 2021
Ai confini della realtà (1983)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/06/2021 Qui - Un film che viene oggi ricordato più che per il suo valore artistico, per la grave tragedia che colpì la produzione, rientrando in quel ristretto gruppo di opere considerate "maledette". Durante le riprese del primo episodio Time Out girato da John Landis (tra l'altro l'unico frutto di una sceneggiatura originale, a cura dello stesso regista, gli altri sono remake di puntate della serie), l'attore Vic Morrow (padre di Jennifer Jason Leigh) morì insieme a due bambini Vietnamiti a causa di un grave incidente, un elicottero militare precipitò da una altezza di dieci metri e si rovesciò su un lato decapitando lui e uccidendo le due giovanissime comparse, il regista fu accusato di omicidio involontario insieme al pilota dell'elicottero ma l'inchiesta giudiziaria non ebbe poi un seguito rilevante. Ed è un peccato, perché a parte questa tragica vicenda il film, seppur abbastanza ordinario, è godibile e valido. Non posso fare il paragone con la serie televisiva che questo prodotto omaggia, ma la visione mi ha sufficientemente soddisfatto. Quattro grandi registi si cimentano nel girare ognuno un episodio che cerca di focalizzarsi su un elemento sovrannaturale, un qualcosa che in qualche modo si estranei dalla realtà. Ci riescono in gran parte, ma non tutti gli episodi hanno lo stesso effetto. L'episodio di Landis, il primo, verte sul contrappasso ai danni di un convinto razzista. L'idea è semplice, la messa in scena efficace e interessante, peccato soltanto per un finale letteralmente troncato a metà. L'episodio di Steven Spielberg, il secondo (dove i reclusi di un ospizio tornano all'infanzia), è (e mi spiace dirlo, perché sapete quanto io l'adori, qui) ai confini del guardabile, almeno in un contesto del genere, infantile e mieloso, sembra quasi una versione collaudo del futuro "Hook - Capitan Uncino", è il più debole dei quattro. Joe Dante gira la terza storia riuscendo ad unire il cartone animato con il contesto reale, grazie anche alla collaborazione ottima di Rob Bottin che cura gli effetti speciali. Il regista analizza le turbe e i disagi di un bambino isolato perché diverso, e quindi viziato affinché venga tenuta a bada la sua ira. Riflessione interessante che si coadiuva benissimo con il comparto tecnico strepitoso. Forse un pochino fiacco il finale. L'ultimo episodio girato da George Miller (che parla di un passeggero isterico in un aereo che ha un incubo) è un cult che mi pare fosse stato tratto da un racconto di Richard Matheson (tra l'altro questo e il terzo episodio saranno ripresi anche dai Simpson in due speciali di Halloween, e questo quarto, nella versione Simpson, è tra l'altro bellissimo). Bravissimo John Lithgow e atmosfera surreale\horror tratteggiata alla perfezione. Finale azzeccato e beffardo che si ricollega al prologo (che era più adatto forse a Creepshow che a Twilight Zone, ma comunque godereccio), in cui appare Dan Aykroyd ed è un gran piacere. Insomma, come tutti gli horror o film ad episodi finisce per risultare discontinuo e non sempre convincente, ma si merita la sua visione, anche come stimolo per chi ancora non conosce la serie, di andare a cercarla e vederla (cosa che prima o poi io farò), perché a quanto pare è un autentico cult degli anni sessanta. Voto: 6
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venerdì 3 aprile 2020
1941 - Allarme a Hollywood (1979)
Titolo Originale: 1941
Anno e Nazione: USA 1979
Genere: Azione, Commedia, Guerra
Produttore: Buzz Feitshans
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Robert Zemeckis, Bob Gale
Cast: Dan Aykroyd, Ned Beatty, John Belushi, Lorraine Gary
Murray Hamilton, Christopher Lee, Tim Matheson, Toshirō Mifune
Warren Oates, Robert Stack, Treat Williams, Lionel Stander
Murray Hamilton, Christopher Lee, Tim Matheson, Toshirō Mifune
Warren Oates, Robert Stack, Treat Williams, Lionel Stander
Durata: 105 minuti
Steven Spielberg dirige una grottesca commedia sull'isteria americana a seguito del bombardamento di Pearl Harbor, con un grande cast in cui spiccano i futuri "Blues Brothers" John Belushi e Dan Aykroyd.
Un gruppo assortito di militari più o meno valorosi si adopera per difendere le coste della California da una immaginaria invasione giapponese, in un clima surreale fra panico e vera e propria follia.
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martedì 9 luglio 2019
Get on Up - La storia di James Brown (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/03/2019 Qui - Poco conosciuto, poco pubblicizzato, la sua uscita in patria è passata in sordina, in Italia ancor di più, meriterebbe però più attenzione. Perché Get on Up - La storia di James Brown (Get on Up), film biografico del 2014 diretto da Tate Taylor, è un omaggio davvero notevole, non solo musicalmente (anche se per farlo sceglie uno stile ultra-canonico, sulla falsariga del pluripremiato Ray) di Mr. Dynamite/Soul Brother Number One/The King of R&B (uno dei suoi tanti soprannomi, tutti citati durante la pellicola). Prodotto da Brian Grazer e, curiosamente, da Mick Jagger omaggiato in un episodio dei tantissimi che Taylor ricorda della vita di Brown, il film infatti celebra benissimo Il Padrino del Soul, seppur attraverso un riepilogo delle sue più famose Hit in un contesto fondamentalmente più discografico che biografico. Difatti pur essendo calibrato, Tate Taylor (già regista del sorprendente The Help) mischia anche troppo i periodi temporali e non riesce ad andare oltre la più convenzionale delle confezioni, in cui il contenuto musicale (più che conosciuto e non solo dai fan) ha la netta prevalenza su quello personale del protagonista, interpretato da un (lui sì invece) ottimo Chadwick Boseman. The Black Panther infatti, si cala anima e corpo nei panni di James Brown (anche grazie al trucco), riuscendo a compiere quella trasformazione fisica e, soprattutto, mimica che in precedenza era riuscita (con tanto di Oscar) a Jamie Foxx nel già citato Ray, trascinando quasi da solo il film, alternando efficacemente il binomio genio-sregolatezza del suo personaggio, rendendolo coerente in tutte le epoche, come un uomo con un bisogno insaziabile di eccellenza musicale, successo popolare, rispetto e amore. Il problema nasce quando cercando di snocciolare più aneddoti possibile della tumultuosa vita di James, la sceneggiatura si perda per strada un po' di personaggi: il manager che praticamente sparisce ad un tratto dalla narrazione, la sfera sentimentale, appena accennata e comunque penalizzata da troppe ellissi, il legame con i figli, inesistente.
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