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giovedì 8 febbraio 2024

Killers of the Flower Moon (2023)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/02/2024 Qui - Non un brutto film, anzi, vedendo quello che c'è in giro è decisamente sopra la media (d'altronde stiamo parlando pur sempre di Martin Scorsese), tuttavia tralasciando la perfezione dell'aspetto tecnico e le ottime interpretazioni di Leonardo DiCaprio e Robert De Niro (ma Lily Gladstone non è da meno), il film offre una storia sicuramente interessante (ai più, compreso me, sconosciuta) narrata con uno stile asciutto che senza troppi giri scava a fondo nella cattiveria dell'animo umano e porta sicuramente a riflettere lo spettatore, ma non si può negare che sia un film che le tre ore e mezza le fa sentire tutte. Ecco, Killers of the Flower Moon mi ha dato la sensazione di essere troppo dilatato, troppo lungo per la storia che si prefissava di narrare. Un film crudo, che mostra comunque bene quanto l'essere umano faccia schifo, girato ed interpretato ottimamente, ma purtroppo non un capolavoro e non privo (ahimè) di difetti, perché anche solo tagliare mezz'ora dal mio punto di vista avrebbe giovato e reso la pellicola più digeribile. Una pellicola epica a modo suo e coraggiosa nel non voler accelerare, ma con poco di memorabile, manca tra l'altro un po' di emozione. Però diamo a Scorsese quel che è di Scorsese, che dopo The Irishman fa di nuovo centro con questo grande film, che a fronte delle 10 candidature agli Oscar meriterebbe di vincerne alcuni. Voto: 7,5 [Prime Video]

lunedì 31 luglio 2023

Pet Sematary (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2023 Qui - L'originale Cimitero vivente del 1989 è di tutt'altra pasta, esplorando di più il lato emotivo e psicologico dei personaggi. Questo rifacimento non è male, anche in virtù del fatto che tenta di proporre qualcosa di più elaborato in termini di tensione, cambiando anche alcuni aspetti del primo film che appaiono interessanti e che culminano in un finale ad hoc. Nel complesso però è un'opera troppo uniformata agli horror commerciali di questi anni con non pochi difetti. Comunque la realizzazione è buona, una giusta dose di tensione è in grado di trasmetterla. Forse quello che mi ha convinto meno è il montaggio, dove tutto appare frettolosamente imbastito, privo di fronzoli ma anche troppo sbrigativo. Certo l'immagine finale del film, che chiude il cerchio con quella iniziale, non è male, ma dai registi di Starry Eyes, imperfetto finché si vuole, ma molto più interessante, mi aspettavo qualcosa di più, peccato. Voto: 6

mercoledì 27 ottobre 2021

Bombshell - La voce dello scandalo (2019)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/10/2021 Qui - Come la serie The Loudest VoiceBombshell di Jay Roach racconta (non benissimo e non dettagliatamente in confronto alla succitata ben migliore miniserie) lo scandalo dello sfruttamento sessuale, con abusi fisici e psicologici, che ha coinvolto Roger Ailes, guru e capo di Fox News, braccio televisivo armato della destra conservatrice americana. Le tappe della vicenda sono narrate inseguendo la verosimiglianza attraverso il trucco che trasforma i volti degli attori per renderli simili agli originali, con una operazione "mimetica" riuscita che resta però piuttosto in superficie (esagerato l'Oscar per il make up). Tre donne protagoniste con punti di vista differenti, sull'abuso sessuale negli ambienti di lavoro e sulle ripercussioni psicologiche derivanti, un film denuncia che tuttavia risulta poco avvincente nonostante le buone prove delle tre attrici (Charlize TheronNicole Kidman e Margot Robbie) e di John Lithgow quasi irriconoscibile nei panni di Ailes. Perché la vicenda in verità qui viene raccontata con un taglio abbastanza ambiguo, a metà strada tra la commedia della prima parte (un po' fuori luogo, come anche le rotture della quarta parete) ed appunto il dramma di denuncia. In generale è una pellicola che fa discretamente il suo dovere, ovvero informare se non sensibilizzare su di un fatto di cronaca scandaloso scegliendo la strada della spettacolarizzazione cinematografica (evitabile certa retorica, ma il messaggio è comunque chiaro). Tuttavia pur essendoci parecchi spunti di riflessioni non tutti sono trattati in maniera adeguata, di conseguenza non è uno di quei film che lascia particolari tracce. Tanto che, film interessante, ben diretto (dal regista di All the Way e soprattutto L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo) ed interpretato, ma resta la sensazione di un'occasione persa per un "dietro le quinte" più incisivo. Voto: 6+

mercoledì 9 giugno 2021

Ai confini della realtà (1983)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/06/2021 Qui - Un film che viene oggi ricordato più che per il suo valore artistico, per la grave tragedia che colpì la produzione, rientrando in quel ristretto gruppo di opere considerate "maledette". Durante le riprese del primo episodio Time Out girato da John Landis (tra l'altro l'unico frutto di una sceneggiatura originale, a cura dello stesso regista, gli altri sono remake di puntate della serie), l'attore Vic Morrow (padre di Jennifer Jason Leigh) morì insieme a due bambini Vietnamiti a causa di un grave incidente, un elicottero militare precipitò da una altezza di dieci metri e si rovesciò su un lato decapitando lui e uccidendo le due giovanissime comparse, il regista fu accusato di omicidio involontario insieme al pilota dell'elicottero ma l'inchiesta giudiziaria non ebbe poi un seguito rilevante. Ed è un peccato, perché a parte questa tragica vicenda il film, seppur abbastanza ordinario, è godibile e valido. Non posso fare il paragone con la serie televisiva che questo prodotto omaggia, ma la visione mi ha sufficientemente soddisfatto. Quattro grandi registi si cimentano nel girare ognuno un episodio che cerca di focalizzarsi su un elemento sovrannaturale, un qualcosa che in qualche modo si estranei dalla realtà. Ci riescono in gran parte, ma non tutti gli episodi hanno lo stesso effetto. L'episodio di Landis, il primo, verte sul contrappasso ai danni di un convinto razzista. L'idea è semplice, la messa in scena efficace e interessante, peccato soltanto per un finale letteralmente troncato a metà. L'episodio di Steven Spielberg, il secondo (dove i reclusi di un ospizio tornano all'infanzia), è (e mi spiace dirlo, perché sapete quanto io l'adori, qui) ai confini del guardabile, almeno in un contesto del genere, infantile e mieloso, sembra quasi una versione collaudo del futuro "Hook - Capitan Uncino", è il più debole dei quattro. Joe Dante gira la terza storia riuscendo ad unire il cartone animato con il contesto reale, grazie anche alla collaborazione ottima di Rob Bottin che cura gli effetti speciali. Il regista analizza le turbe e i disagi di un bambino isolato perché diverso, e quindi viziato affinché venga tenuta a bada la sua ira. Riflessione interessante che si coadiuva benissimo con il comparto tecnico strepitoso. Forse un pochino fiacco il finale. L'ultimo episodio girato da George Miller (che parla di un passeggero isterico in un aereo che ha un incubo) è un cult che mi pare fosse stato tratto da un racconto di Richard Matheson (tra l'altro questo e il terzo episodio saranno ripresi anche dai Simpson in due speciali di Halloween, e questo quarto, nella versione Simpson, è tra l'altro bellissimo). Bravissimo John Lithgow e atmosfera surreale\horror tratteggiata alla perfezione. Finale azzeccato e beffardo che si ricollega al prologo (che era più adatto forse a Creepshow che a Twilight Zone, ma comunque godereccio), in cui appare Dan Aykroyd ed è un gran piacere. Insomma, come tutti gli horror o film ad episodi finisce per risultare discontinuo e non sempre convincente, ma si merita la sua visione, anche come stimolo per chi ancora non conosce la serie, di andare a cercarla e vederla (cosa che prima o poi io farò), perché a quanto pare è un autentico cult degli anni sessanta. Voto: 6

martedì 16 luglio 2019

Miss Sloane - Giochi di potere (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2019 Qui
Tema e genere: Thriller politico che tramite una spietata protagonista solleva il velo sull'industria sotterranea e potente delle lobby.
Trama: Una lobbysta aggressiva e vincente abbandona la sua potente agenzia per dedicarsi (per puro interesse) a una nobile causa: la battaglia contro le armi. Sempre con il suo stile spregiudicato.
RecensioneMiss Sloane è un film inizialmente complesso (ma sempre con un ritmo veloce e ottimi dialoghi) ma pian piano si chiariscono come in un puzzle i vari elementi di una battaglia senza esclusione di colpi. La protagonista (lobbista straordinaria, la più ricercata a Washington) è una donna che ha eliminato la propria femminilità (che certo non è riscoperta, istinti a parte, negli appuntamenti a pagamento), dalla battuta sarcastica, che non guarda in faccia a nessuno per ottenere quel che vuole. Come capirà la giovane ma già esperta collega, che le confida un fatto privato e che tale dovrebbe rimanere. Infatti, la protagonista, anche attraverso sistemi non proprio eticamente irreprensibili, userà tutte le sue armi (ed assi nella manica) a disposizione per raggiungere il suo obbiettivo (che in questo caso però è sia nobile che giusto, far approvare la legge sul controllo delle armi), ma, si sa, il troppo accanimento e la sovraesposizione oltre a compromettere i rapporti umani possono portare gli avversari ad alzare il tiro: compromessa, vulnerabile e sotto inchiesta da parte del Senato, Miss Sloane potrebbe finalmente aver trovato pane per i suoi denti. Diretto dal britannico John Madden (Shakespeare in LoveMarigold Hotel, tra gli altri), Miss Sloane è un film dall'ingranaggio rodatissimo, sorretto da una Jessica Chastain ancora una volta sontuosa e supportato da un ensemble di comprimari di prim'ordine. Oscillando con buon ritmo tra il ritratto di una figura professionale borderline e ambigua (al netto di ben più di qualche stereotipo) e la cifra dello spy-thriller politico, con tanto di tecniche di sorveglianza, pedinamenti, doppiogiochismi e via dicendo, il film procede spedito verso l'obiettivo. Un intrattenimento di più che discreto livello, che ricalca in un certo modo opere tutto sommato affini come Le idi di marzo di George Clooney o format centrati sul lavoro d'equipe e sull'isteria di alcune professioni (vedi The Newsroom di Aaron Sorkin), con tanto di (prevedibile) ribaltamento finale e chiusura "con sorpresa" abbastanza forzata e a dir poco inverosimile, ma, tutto sommato, va bene anche così. Il film infatti, a un certo punto inizia ad accumulare colpi di scena, forse troppi e troppo in fretta, però si fa apprezzare, anche nel finale ad effetto, grazie a una lucidità (venata di pessimismo sulla democrazia americana) nell'affronto di temi delicati, a sceneggiatura e dialoghi scritti con grande arguzia e brillantezza, a una regia funzionale ma non piatta e a un'attrice meravigliosa come Jessica Chastain. Difatti, se nel finale alcuni colpi di scena a tamburo battente sembrano far pensare a una chiusura un po' facile e quasi trionfale della vicenda, l'epilogo amaro e dimesso riporta la storia a una dimensione non certo consolatoria, ma di duro attacco a un sistema che mostra il suo lato oscuro.

lunedì 3 giugno 2019

Daddy's Home 2 (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/08/2018 Qui - Non era forse il momento o il periodo giusto di vedere un film natalizio, ma se parliamo del sequel di una divertente commedia come fu Daddy's Home allora era questa forse la migliore occasione che aspettare Natale. Anche perché dopo il primo riuscito film, con la coppia collaudata Will Ferrell/Mark Wahlberg (che confermano la loro sintonia incredibile e l'indiscutibile talento comico, i due attori non sono infatti alla prima collaborazione e si vede), ecco che il divertimento in Daddy's Home 2, film del 2017 diretto da Sean Anders, raddoppia con l'arrivo dei rispettivi padri John Lithgow/Mel Gibson (seppur entrambi leggermente spiazzati e intimiditi). Certo, il primo era più divertente e più cattivo, questo è imprigionato nella solita logica statunitense della commedia buonista natalizia per famiglie con il lieto fine zuccheroso obbligatorio, ma c'è anche da dire che funziona (se non migliore del precedente, quanto meno sugli stessi livelli), ha un ottimo ritmo, moltissime gag divertenti e gli attori fanno un grandioso gioco di squadra. Non solo i due mattatori ma anche i due "vecchi" che calzano comunque a pennello, giacché rispecchiando quello che sono i loro figli, poiché come nel primo film si notano le differenze di rapporto che hanno con i figli e i nipoti, i loro comportamenti creano situazioni divertenti che fanno apprezzare il film. Un film che tra incidenti con la macchina per la neve finta, voli sulle slitte-gommoni, si dipana mettendo sempre più in evidenza le differenze tra le due famiglie, ma naturalmente come in tutte le commedie natalizie che si rispettino non può che esserci il riavvicinamento e il finale con la canzone cantata tutti insieme al cinema che riunisce tutti.

sabato 9 marzo 2019

The Accountant (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 06/05/2017 Qui - Parto subito dicendo che The Accountant, film del 2016 diretto da Gavin O'Connor, è un film senza molto senso ed anche troppo lungo ma che si lascia tranquillamente vedere. Dato che il film riesce a trovare la giusta commistione tra azione, thriller, disagio psichico e, in conseguenza, familiare. Infatti, The Accountant tratta un tema delicatissimo e da almeno trent'anni attualissimo, l'autismo. Ma, come è spesso avvenuto nelle finzioni cinematografiche che hanno trattato questo tema, tra tutti Rain Man (1988) di Barry Levinson, con due eccezionali e straordinari Tom Cruise e Dustin Hoffman, che ha vinto tutto quello che c'era da vincere (compreso l'Oscar 1989 come miglior Film) l'autismo assume una connotazione da super-poteri, di qualità mentali-geniali, di capacità fisiche e intellettive che pochi esseri umani posseggono, insomma, qualcosa che raramente esiste nella drammatica realtà quotidiana di una delle peggiori malattie mentali dei nostri tempi, che strappa impietosamente la persona (bambino o adulto che sia) dalle relazioni socio-familiari e relazionali-affettive, che la isolano dentro una cappa di vetro infrangibile e invalicabile. Eppure nonostante la poca credibilità questo è un discreto e originale action-thriller, grazie soprattutto alla sceneggiatura e storia, tanto originali quanto coraggiose nonché efficaci. La storia interessante, che ha molti flashback e déjà-vu, che narra di Christian Wolff (Ben Affleck), un genio matematico che ha più affinità con i numeri che con le persone, che lavora sotto copertura in un piccolo studio come contabile freelance per alcune delle più pericolose organizzazioni criminali del pianeta. E nonostante abbia la Divisione anti-crimine del Dipartimento del Tesoro alle costole, Christian accetta l'incarico di un nuovo cliente, una società di robotica dove una delle contabili ha scoperto una discrepanza nei conti di milioni di dollari. Ma non appena Christian (che ha imparato benissimo a difendersi e non solo) inizia a svelare il mistero e ad avvicinarsi alla verità, il numero delle vittime inizia e continuerà a crescere.

lunedì 28 gennaio 2019

I toni dell'amore: Love Is Strange (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/10/2016 Qui - I toni dell'amore: Love Is Strange (Love Is Strange) film del 2014 diretto da Ira Sachs, è un'opera di rara delicatezza e sensibilità che fa riflettere su argomenti riguardanti la vita di tutti e di un mondo quello omosessuale, sempre in guerra con la società, alla costante ricerca dei propri diritti. Come quelli di Ben (John Lithgow) e Jorge (Alfred Molina), due 'anziani' omosessuali che stanno insieme da 40 anni, che approfittando delle nuove leggi sul matrimonio gay, finalmente si sposa. Celebrano il loro matrimonio tra parenti e amici in armonia ma, il passo costerà caro a George poiché subito dopo perderà il suo posto di direttore di un coro e senza lavoro tutto cambia nella loro vita. Saranno difatti costretti a vendere l'appartamento a Manhattan, dovranno separarsi e affrontare una nuova vita ospiti di parenti e amici. Come conseguenza il loro rapporto ne risentirà, fino ad un finale piuttosto mesto. I toni dell'amore è perciò un film ricco di sentimenti ed emozioni, anche se il titolo italiano mi sembra un po' maldestro, anche se l'originale "Love is strange" forse non era facilissimo da rendere con un'espressione che non fosse "L'amore è strano". Titolo a parte, il film è una commedia di buon livello, perché anche se la loro evidenza di un amore costante e profondo, arricchito di ricordi, può fare da catalizzatore positivo sui problemi del nipote di Ben e forse anche sui genitori, in crisi della media età, il film non da per questo messaggi ma racconta della vita e dell'amore alle varie età, con brevi momenti di commozione.

sabato 19 gennaio 2019

The Homesman (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/08/2016 Qui - The Homesman è un atipico e alquanto surreale western del 2014, scritto, diretto, prodotto ed interpretato da Tommy Lee Jones, uno degli attori più conosciuti e bravi di Hollywood ed è per questo motivo che ho visto la pellicola, purtroppo però mi ha deluso e tanto. Perché il film, che è l'adattamento cinematografico di un omonimo romanzo scritto da Glendon Swarthout nel 1988, non convince almeno per metà (o forse di più) ma soprattutto nonostante una tenuta interessante, abbassa la guardia presentando qualche scossone tematico importante e potente ma non in modo impeccabile, anzi, tutto è confuso, tutto si perde, e il finale comunque interessante non collima ma soprattutto non giustifica il racconto. Il regista parte benissimo raccontando la storia di una bella donna che soffre di solitudine nell'America del diciannovesimo secolo. La interpreta Hilary Swank (con la solita grande presenza, lei che in quanto a donne forti ha lasciato un marchio indelebile nella storia del cinema), la quale, sarà per i suoi lineamenti mascolini, sarà per la sua capacità di allevare il bestiame, non riesce proprio a trovarsi marito, anche in un piccolo paesino disperso nella prateria dove le donne sono rare come gli alberi, pur offrendo in dote, oltre alle sue abilità, una fattoria compresa di animali, nessuno se la vuole pigliare. L'altro tema interessante è l'esplorazione della malattia mentale di alcune donne dell'epoca e di come la loro condizione venisse trattata dalla società che non esitava a condannarle all'esilio. Jones racconta proprio la storia di questo esilio in un western on the road in cui tre donne malate vengono scortate dal Nebraska all'Iowa. Il regista ce le presenta osando, si assiste perfino a un infanticidio (per fortuna si vede chiaramente che è solo un bambolotto). Anche un po' a causa di una pesca sfortunata, Hilary Swank si offre di accompagnare le tre pazze (più una e dopo saprete perché) in un luogo dove possano essere curate e seguite meglio, viene subito appoggiata da tutti gli uomini del paese che, purtroppo, sono troppo impegnati a mandare avanti le fattorie e sono dispiaciutissimi di non poter aiutare le signore, alla faccia del coraggio. La Swank deve così farsi da sola tutto il viaggio fino a un reverendo a Hebron, in Iowa.

martedì 18 settembre 2018

Questi sono i 40 (2012)

Mini recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/09/2015 Qui - Questi sono i 40 (USA, 2012), andato in onda qualche tempo fa in seconda serata su Canale5. Dopo anni di matrimonio, Pete (Paul Rudd) vive in casa con la moglie Debbie (Leslie Mann) e le loro due figlie, Charlotte di otto anni e Sadie di 13. Quando la situazione economica comincia a vacillare a causa delle cattive acque in cui naviga la sua etichetta discografica, i due cercano il modo migliore per sopravvivere e godersi il resto della loro vita...prima che si uccidano a vicenda. Il loro rapporto è in crisi per una serie di motivi tra cui problemi sul lavoro e vita sessuale. A questo si aggiungono dei non buoni rapporti con i reciproci padri. Pensare a un futuro che li veda ancora a lungo insieme non sembra essere la cosa più facile. La pellicola è un poco convenzionale spin-off del film Molto incinta, sempre scritto e diretto da Judd Apatow, che si occupa della crisi di mezza età di Debbie e Pete, ovvero la coppia di amici dei protagonisti del film precedente. Nel cast c'è anche Megan Fox. Commedia oversize (134 minuti) che cede un po' nel finale ma di cui non si avverte la lunghezza. Una riflessione sorridente ma non superficiale sulle coppie consolidate. Voto: 6