Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 22/12/2023 Qui - Lord & Miller innovano il genere film dopo film, sempre con progetti nuovi e tecniche originalissime. E questo sequel di quel gioiello di Into the Spider-Verse non fa eccezione: è un film bellissimo, assolutamente al livello del precedente, ricco di trovate visive, scritto benissimo e molto molto divertente: sì perché oltre al mitico duo Lord & Miller in produzione, alla regia (seppur in collaborazione) c'è Kemp Powers, già regista di uno dei pochi recenti bei film Pixar, Soul. Con l'introduzione del multiverso questo secondo capitolo certamente è più ambizioso, anche se l'effetto novità se lo sono giocato sul primo. Tuttavia è veramente straordinario dal punto di vista visivo con l'introduzione di nuovi personaggi che promettono bene per il suo naturale seguito. Perché sì purtroppo, ed è questo uno dei principali difetti, è diviso in due parti, ma per il resto tanta roba. Voto: 8-
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venerdì 22 dicembre 2023
Spider-Man: Across the Spider-Verse (2023)
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lunedì 17 maggio 2021
Bumblebee (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/05/2021 Qui - Molto meno fracassone dei capitoli diretti da Michael Bay, ma non per questo tanto migliore o migliore, diciamo diversamente divertente, la storia è incentrata più sui sentimenti e sul rapporto tra la protagonista (interpretata da Hailee Steinfeld, una della tante bellissime della nuova Hollywood) e il robot (l'Autobot più simpatico di tutti). Ricorda a tratti Il gigante di ferro e Big hero 6, ed anche se l'originalità non è lo scopo della pellicola, la banalità e prevedibilità pesa. Il target di età a cui è rivolto questo film è sicuramente inferiore a quello dei precedenti film sui Transformers, precedenti film che sinceramente non ho mai disprezzato. Travis Knight (regista di quel gioiellino che era Kubo e la spada magica) dirige infatti un nuovo adattamento delle avventure dei "robottoni" Transformers, adattando la storia ai gusti un pubblico adolescenziale. In tal senso lo considero più una fiaba fantasy moderna che un blockbuster d'azione (bel equilibrato comunque il rapporto tra azione, ironia e sentimenti, ed ottimi gli effetti speciali). Personalmente l'ho trovato un po' noioso nella parte centrale, tuttavia l'ambientazione anni '80 (grande l'omaggio al telefilm Alf come la selezione dei brani dell'epoca), il rapporto molto tenero tra il robot e la ragazza che richiama lo Spielberghiano E. T. lo rende godibile dall'inizio alla fine. Ma sì dai, c'è di peggio, gradevole senza impegno. Voto: 6
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sabato 21 settembre 2019
Spider-Man - Un nuovo universo (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/09/2019 Qui
Tema e genere: Film d'animazione che vede per la prima volta l'Uomo Ragno come protagonista, film che, basato sul fumetto del Ragnoverso e sulla serie televisiva The Amazing Spider-Man, racconta di un nuovo giovane Spider-Man che dovrà salvare New York insieme ad altri uomini e donne ragno dei fumetti Marvel provenienti da universi alternativi.
Tema e genere: Film d'animazione che vede per la prima volta l'Uomo Ragno come protagonista, film che, basato sul fumetto del Ragnoverso e sulla serie televisiva The Amazing Spider-Man, racconta di un nuovo giovane Spider-Man che dovrà salvare New York insieme ad altri uomini e donne ragno dei fumetti Marvel provenienti da universi alternativi.
Trama: Punto da un ragno radioattivo, l'adolescente Miles Morales diventa Spider-Man. Ma ce ne sono altri, finché il perfido Kingpin non li riunisce.
Recensione: Avevo già molta voglia di vederlo, già da quando seppi della vittoria all'Oscar, poi vidi L'isola dei cani ed ero curioso di scoprire del come e perché avesse battuto quel piccolo capolavoro, poi vidi Venom, anzi, i titoli di coda di quest'ultimo (una delle sue parti migliori), e il desiderio aumentava, ma è quando ho visto The LEGO Movie 2 che non vedevo l'ora di vederlo, per vedere cosa si erano già inventati gli geniali sceneggiatori Phil Lord e Christopher Miller (sceneggiatori in quell'altro e questo film), per il primo film cinematografico di animazione (dopo parecchi film "live action" e tante serie tv, dove il Ragnoverso ha fatto la sua comparsa dopo quella fumettistica) dedicato all'Uomo ragno. Ebbene, Spider-Man: Un nuovo universo, diretto da Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman, co-prodotto da Columbia Pictures, Sony Pictures Animation e Marvel Entertainment, è un film a dir poco sorprendente. Non solo perché riesce a creare un nuovo mito di Spider-Man su celluloide per la contemporaneità (superando in freschezza e qualità l'intera saga di Amazing Spider-Man con Andrew Garfield e anche il recente Spider-Man: Homecoming con Tom Holland) ma anche perché dimostra molto coraggio. Giacché il protagonista questa volta non è il "solito" Peter Parker, bensì Miles Morales, che per quanto non avrà le origini e la caratterizzazione più originali di sempre (anzi, per niente), riesce a non sfigurare. Ed è così che Spider-Man: Un nuovo universo, è un gioiello davvero imperdibile per chi non ha pregiudizi sul "genere" animato: una gioia per gli occhi e per la mente, una vera goduria per i fans (che colgono ogni riferimento: e chissà quanto vanno in visibilio quando si cita il loro adorato Comic-Con, l'annuale convention/festival di San Diego) ma anche per chi conosce poco o non va matto per cinecomic e universi autoreferenziali in cui bisogna essere super preparati (e ci sono tante citazioni colte, come il più volte citato romanzo dickensiano Grandi speranze). Qui, bambini troppo piccoli esclusi (non tanto perché si spaventino, quanto perché la narrazione e lo stile sono troppo complessi), tutti possono divertirsi e appassionarsi alla vicenda, grazie a una narrazione e a una grafica moderna, mai come in questo caso debitrici del fumetto (come le didascalie per i pensieri, per i rumori, ma con colpi di genio innovativi, o per gli snodi dell'azione) ma anche autonome e ricche di invenzioni e di umorismo (il compagno di stanza al college, che ricorda peraltro Spider-Man: Homecoming). Che poggiano anche sul racconto, reiterato e legato ai fumetti, delle vicende dei singoli "eroi" e allo stile, per ognuno diverso (in bianco e nero, versione Manga o addirittura Looney Toones per il maialino Peter Porker). La "grana visiva" è un trionfo di gag, colori e soluzioni visive (i personaggi che vengono risucchiati dai loro universi) che fanno ringraziare chi ha inventato la Computer Grafica. Esaltando le infinite possibilità della fantasia e delle sue realizzazioni visive, tridimensionalità compresa pure in un universo che nasce (e non rinnega) il bidimensionale. E la colonna sonora, tra rap e hip hop, si sposa benissimo con la storia (attorno alle vicende di Miles c'è il mood giusto di un ambiente black, tra graffiti, bassifondi, inquietudini e desiderio di riscatto).
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venerdì 17 maggio 2019
17 anni (e come uscirne vivi) (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/03/2018 Qui - Prodotto dal James L. Brooks dei mitici Simpsons, 17 anni (e come uscirne vivi), film del 2016 scritto e diretto da Kelly Fremon Craig (al debutto come regista), analizza il percorso di crescita e formazione che dall'adolescenza porta all'età adulta, catturandone la confusione e la complessità che i diciassette anni comportano. Un tema certamente non nuovo nella cinematografia americana, d'altronde The Edge of Seventeen (da titolo originale), è il classico teen movie americano (come uno dei tanti prodotti) adattato all'epoca contemporanea, in cui tutto è regolato dal principio della visibilità (sei non sei qualcuno non sei nessuno), ma questo, forse uno dei più belli (e meno banali) ultimamente prodotti, senza infamia e senza lode (dove non accade molto ma ogni cosa è al suo posto), si mantiene su un livello accettabile (un po' come fu L'A.S.S.O. nella manica), anche se appunto non dice niente di nuovo sul tema. Abbiamo infatti una ragazza brava, ma piena di problemi, molti sono reali, altri solo della sua età (di un'età "tormentata", il classico rito di passaggio, duro, ma necessario), e altresì seguiamo le sue vicende, in definitiva perciò il film è tutto qua. Tuttavia, il modo in cui la pellicola approccia la narrazione e il tema (con una fresca collezione primavera-estate di dialoghi micidiali e battute puntute, ma anche momenti di autentico dolore e malinconia post-puberale), fa di questa pellicola una piacevole novità. In bilico tra commedia e dramma, l'esordiente regista ha trovato infatti il modo di unire ironia, sensibilità e sincerità, raccontando appunto la storia di una ragazza, Nadine, alle prese con le paturnie dell'inadeguatezza e dell'insicurezza, sconvolta prima dalla perdita del padre e poi dalla scoperta che la sua migliore amica (l'unica amica Krista, la Haley Lu Richardson di Split) se la fa con l'odiato fratello (il Blake Jenner del bel Tutti vogliono qualcosa) palestrato e di successo (senza dimenticare il rapporto stravagante che ha/non ha con la madre interpretata da Kyra Sedgwick), in modo adeguato e non convenzionale. Certo, come tanti altri film, il suddetto procede banalmente verso la svolta emotiva e caratteriale della protagonista, che capirà che è lei stessa causa del suo male (dopotutto Nadine è sola anche perché è parecchio antipatica e non fa niente per farsi accettare dagli altri che considera quasi tutti stupidi e superficiali), e cambierà rotta e bersaglio (grazie soprattutto ad un insegnante amico, apparentemente cinico, che però sorprendentemente sarà di grande aiuto) anche sul piano dei sentimenti puntando le sue attenzioni sul coreano innamorato, imbranato, ma teneramente sincero e non sul belloccio arido e materiale che voleva solo fare sesso con lei, ma soprattutto si chiuderà con il classico finale, un finale non trascendentale, però in linea con l'evoluzione narrativa ed emotiva della storia.
domenica 3 febbraio 2019
Barely Lethal (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 24/10/2016 Qui - Non un film brutale, con morti a palate, anzi, non muore nessuno, perché Barely Lethal: 16 anni e spia (Barely Lethal, 2015), film d'azione statunitense diretto da Kyle Newman (l'ossessivo compulsivo di Star Wars regista di Fanboys), è così atipico che i morti non servono, l'azione, anche se poca, c'è ugualmente, però manca la forza e il carattere per meritare una visione, perché questo è davvero un film (che tra i produttori ha anche un certo Brett Ratner) per ragazzini, paragonabile per contenuti, rating e livello di coinvolgimento richiesto da parte dello spettatore agli Spy Kids di Robert Rodriguez, solo con meno coraggio o fantasia e un po' (tanto) più indirizzato a un target esclusivamente femminile. Una roba, anche con tutta la buona volontà, praticamente inguardabile. Comunque qualcosa di buono c'è, non tanto nella trama, ma per altro che scopriremo dopo. La Prescott, a cui in capo c'è Samuel L. Jackson (Nick Fury senza benda), non è una scuola come le altre: è la sede di un'ente para-governativo in cui si addestrano bambini e ragazzi a diventare agenti segreti o future spie ('Perché nessuno sospetterebbe mai di una ragazzina!' niente da obiettare, in effetti), imparando ad affrontare tutte le insidie del loro prossimo mestiere. La protagonista (la migliore in quello che fa), interpretata da Hailee Steinfeld, a 16 anni si rompe le scatole di questa vita e vuole cominciare a vivere normalmente, sicché, approfittando di una missione dove viene catturata la spia nemica (Jessica Alba), si finge morta, si crea una nuova vita e va a vivere con una famiglia, cambiando identità e iscrivendosi al liceo, ma ovviamente i guai la seguiranno anche lì, poiché quel che non si aspetta è che essere un'adolescente popolare al liceo non è proprio una passeggiata, in più cercando di immedesimarsi vedrà film (Mean Girls) e telefilm (Beverly Hills 90210) che farà solo scatenare situazioni imbarazzanti, perché la finzione è una cosa, la realtà un'altra. Insomma morale del film è che l'adolescenza è un campo di battaglia peggiore che la guerra fredda. Trovata che in sé sembra anche interessante, ma si finisce per dire e fare le stesse cose di diversi film di genere.
giovedì 24 gennaio 2019
Romeo & Juliet (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/09/2016 Qui - Romeo & Juliet è l'ennesima trasposizione (come se fosse ancora necessaria) di una delle più note ed appassionanti tragedie Shakespeariane, la storia d'amore più bella di tutti i tempi (anche se io non sono mai stato d'accordo con questa affermazione visto il finale). Ovviamente il film che ripropone questo celeberrimo dramma, presenta alcuni piccoli adattamenti in quanto liberamente tratto dall'opera originale. La pellicola del 2013, infatti, diretta da un regista italiano Carlo Carlei, e sceneggiata dal premio Oscar Julian Fellowes (Gosford Park) riprende alla base il romanzo, forse troppo dato che sembra di assistere ad una pièce teatrale (quasi musical) e non ad un film, ma certe piccolissime innovazioni introdotte nella vicenda stonano un pochino. Questo perché la sceneggiatura invece di soffermarsi alla narrativa e al modo di appassionare e coinvolgere è più attenta alla superficie formale e dunque indotta verso una trasposizione troppo di maniera ed estetizzante. E dunque va bene, fino ad un certo punto, puntare sulla bellezza ultraterrena di attori ed attrici, anche se Hailee Steinfeld appare più appassionata e coinvolta (più che in Ten Thousands Saints) che il solo unicamente appariscente suo partner-bambolotto Douglas Booth, che al contrario pare impegnato unicamente a sfilare in passerella, ma poi la contesa tra due famiglie che rende irraggiungibile il sogno di un amore assoluto che sostituisce i capricci e le naturali ritrosie giovanili, si svilisce in una mera vuota fiera della vanità e del capriccio. In ogni caso la regia è diretta e rappresentata in maniera egregia ma solo l'ambientazione cinquecentesca con delle pregevoli location è l'unico elemento ad elevare un film altrimenti piatto, in cui tutti gli elementi dell'opera di Shakespeare, poetici, ironici o drammatici, risultano semplificati e banalizzati.
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sabato 19 gennaio 2019
The Homesman (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/08/2016 Qui - The Homesman è un atipico e alquanto surreale western del 2014, scritto, diretto, prodotto ed interpretato da Tommy Lee Jones, uno degli attori più conosciuti e bravi di Hollywood ed è per questo motivo che ho visto la pellicola, purtroppo però mi ha deluso e tanto. Perché il film, che è l'adattamento cinematografico di un omonimo romanzo scritto da Glendon Swarthout nel 1988, non convince almeno per metà (o forse di più) ma soprattutto nonostante una tenuta interessante, abbassa la guardia presentando qualche scossone tematico importante e potente ma non in modo impeccabile, anzi, tutto è confuso, tutto si perde, e il finale comunque interessante non collima ma soprattutto non giustifica il racconto. Il regista parte benissimo raccontando la storia di una bella donna che soffre di solitudine nell'America del diciannovesimo secolo. La interpreta Hilary Swank (con la solita grande presenza, lei che in quanto a donne forti ha lasciato un marchio indelebile nella storia del cinema), la quale, sarà per i suoi lineamenti mascolini, sarà per la sua capacità di allevare il bestiame, non riesce proprio a trovarsi marito, anche in un piccolo paesino disperso nella prateria dove le donne sono rare come gli alberi, pur offrendo in dote, oltre alle sue abilità, una fattoria compresa di animali, nessuno se la vuole pigliare. L'altro tema interessante è l'esplorazione della malattia mentale di alcune donne dell'epoca e di come la loro condizione venisse trattata dalla società che non esitava a condannarle all'esilio. Jones racconta proprio la storia di questo esilio in un western on the road in cui tre donne malate vengono scortate dal Nebraska all'Iowa. Il regista ce le presenta osando, si assiste perfino a un infanticidio (per fortuna si vede chiaramente che è solo un bambolotto). Anche un po' a causa di una pesca sfortunata, Hilary Swank si offre di accompagnare le tre pazze (più una e dopo saprete perché) in un luogo dove possano essere curate e seguite meglio, viene subito appoggiata da tutti gli uomini del paese che, purtroppo, sono troppo impegnati a mandare avanti le fattorie e sono dispiaciutissimi di non poter aiutare le signore, alla faccia del coraggio. La Swank deve così farsi da sola tutto il viaggio fino a un reverendo a Hebron, in Iowa.
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domenica 13 gennaio 2019
Ten Thousand Saints (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/07/2016 Qui - Ten Thousand Saints (anche conosciuto con il titolo di 10,000 Saints) è un film drammatico (abbastanza anonimo e insulso) del 2015 diretto e sceneggiato dai coniugi Shari Springer Berman e Robert Pulcini, registi di American Splendor, che ottenne una candidatura come miglior sceneggiatura non originale ai premi Oscar 2004, e negli anni seguenti dirigono i film Il diario di una tata e Un perfetto gentiluomo, mentre nel 2011 ottengono numerose candidature ai premi Emmy per il film televisivo Cinema Verite. Il film, basato su un racconto di Eleanor Henderson, è quello che si dice "un film di formazione", in particolare di quella del protagonista Jude, un adolescente (problematico che vive con la madre adottiva nel Vermont), che dopo la morte per overdose del migliore amico Teddy (con cui "si fa" con qualsiasi cosa trova a portata di mano), si trasferisce a New York, dove vive il padre hippy Les. Qui incontrerà Johnny, fratellastro di Teddy, e soprattutto Eliza (caotica ragazza dei quartieri alti), una ragazzina rimasta incinta (di Tommy, incontrato poco prima di morire), figlia peraltro della donna con cui il padre di Jude ha una relazione. Corre l'anno 1987 e sullo sfondo di una città fatta di droghe, punk e adulti che non vogliono crescere, il ragazzo lotterà per costruirsi una propria identità. Il film è perciò lento e abbastanza noioso ma anche controverso e irritante che comincia negli anni 70 dove Jude è un bambino che viene a scoprire direttamente dal padre Leslie, senza alcun "filtro", che aveva messo incinta una vicina (e a causa di ciò si doveva l'ennesima sfuriata della madre che l'aveva cacciato di casa) e, per di più, nello stesso "colloquio", che lui (Jude) era stato adottato.
sabato 20 ottobre 2018
Tutto può cambiare (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/11/2015 Qui - Tutto può cambiare (Begin Again) è un film del 2013 scritto e diretto da John Carney (autore di Once, stupendo). Dan Mulligan (Mark Ruffalo), produttore musicale in caduta libera, con una figlia adolescente, un matrimonio fallito alle spalle e il vizio della bottiglia, incontra Gretta (Keira Knightley), una cantautrice inglese (autrice di ballate sentimentali) che si esibisce suo malgrado in un locale dell'East Village. Arrivata a New York col fidanzato quasi celebre (interpretato da Adam Levine, leader dei Maroon 5) e la promessa di una vita da spendere insieme, perderà in un baleno ragazzo e sogni. Ubriaco di sventura ma avvinto dalla sua musica, Dan le propone di lavorare insieme per riprendersi il loro posto nel mondo. Romantico e spassoso, Tutto può cambiare non è assimilabile ad una commedia sentimentale (non esplicita il sentimento e non prelude a una relazione sentimentale), è piuttosto una ballata, un componimento pop(olare) costruito intorno a distinti attimi di felicità.
lunedì 17 settembre 2018
3 Days To Kill (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/08/2015 Qui - Per un agente della Cia colpito da una malattia incurabile può essere più facile sopravvivere a combattimenti corpo a corpo e rocamboleschi inseguimenti per le vie di Parigi, che relazionarsi a una figlia adolescente arrabbiata e con l'abitudine di telefonargli nei momenti più improbabili. E' la scoperta che fa Kevin Costner nel thriller action condito da momenti di commedia 3 Days to kill diretto da McG e scritto da Luc Besson (anche coproduttore). Luc Besson da sceneggiatore rimescola thriller e dinamiche familiari, il regista McG invece (nome d'arte di Joseph McGinty Nichol), ha detto sì a 3 days to kill solo e propriamente per il coinvolgimento di Besson, suo grande fan. Nel film (del 2014), Costner è Ethan Renner, agente della Cia che dopo aver scoperto di avere una malattia incurabile decide di andare a Parigi per provare a riconciliarsi con l'ex moglie Catherine (Connie Nielsen) e la figlia, ormai adolescente Zooey (Hailee Steinfeld), che non vede da anni. Trovare un dialogo con l'imprevedibile sedicenne che non perdona al padre la lunga assenza, si rivela più difficile del previsto e le cose si complicano quando arriva Vivi (Amber Heard, in un look tra femme fatale e Bond Girl), 'collega' della Cia, giovane e ambiziosa, che concilia tacchi a spillo e vestiti sexy alla risolutezza di una killer. La donna offre a Ethan una cura sperimentale per la sua malattia, ma in cambio gli chiede aiuto per catturare un pericoloso mercante d'armi, Wolf.
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