Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/09/2023 Qui - Garbata commedia d'altri tempi, leggera eppure con un suo preciso messaggio d'incoraggiamento nel perseguire i propri sogni. L'andamento è quasi quello di una fiaba, in cui bisogna accettare gli avvenimenti incredibili e lasciarsi cullare dalla tranquillità della sceneggiatura. Messa in scena discreta, che ricostruisce bene l'epoca con colori e costumi, discreta anche la regia, convincenti le interpretazioni: la Lesley Manville sembra sospesa tra una Amélie un po' agee e una suffragetta dal carattere dolce ma deciso, mentre il resto del cast si adopera per adeguarsi all'atmosfera che il film intende ricreare. Un film fatto con un certo gusto, un film personalmente non proprio nelle mie corde, comunque godibile. Voto: 6
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venerdì 29 settembre 2023
sabato 30 luglio 2022
Uno di noi (2020)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/07/2022 Qui - È chiaramente il cinema di Clint Eastwood l'elemento ispiratore
principale di questo "tardo western" che propone personaggi solidi e di
poche parole (la coppia Diane Lane-Kevin Costner, quest'ultimo in stile e versione da Yellowstone, è scelta perfettamente, perché con i loro volti
sappiamo fin da subito che non molleranno, e daranno filo da torcere
alla famiglia che ha rapito il loro nipotino), ben caratterizzati dalla
sceneggiatura e che ricordano quelli del grande attore e regista
americano (seppur in verità è l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo del 2013 scritto da Larry Watson).
Un film con momenti di violenza inaspettata ma ben inseriti
in una storia che si segue piacevolmente, "immersa" negli splendidi
paesaggi del Montana e del Dakota. Non mancano alcuni momenti di stanca e
non tutto torna nello scontro finale, ma registra comunque dei sani
momenti di tensione. Un buon film. Voto: 6
mercoledì 23 giugno 2021
Maleficent - Signora del male (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/06/2021 Qui - Sequel che per certi versi è affascinante, perché approfondisce meglio il mondo magico e fantastico in cui vive la protagonista (una brava Angelina Jolie, senza infamia né lode), ne allarga gli orizzonti e costruisce bene una sotto-trama legata alle origini della sua "razza". Tutta roba sicuramente apprezzabile sì, ma lontanissima dall'essere originale e se visivamente Maleficent 2 è ai livelli del discreto predecessore, non si può dire altrettanto per quello che riguarda i dialoghi, piuttosto flebili e banali, e le caratterizzazioni di alcuni personaggi ingenue e poco incisive (il Re Tontolone che si risveglia dal nulla e non si fa mezza domanda è ridicolo). Il nuovo regista Joachim Rønning (quello del quinto capitolo dei Pirati dei Caraibi ma soprattutto del bel biopic Kon-Tiki) garantisce infatti lo spettacolo visivo, ma oltre a lasciare irrisolto il problema della scarsa consistenza dei personaggi (protagonista esclusa) del film precedente, mette da parte ogni ambiguità optando per uno schematico e scontato scontro tra Bene e Male, con puntuale trionfo dell'unione in pace e dell'armonia universale (la parte dedicata al mondo nascosto sembra guardare in questo senso ad "Avatar"). Quello che più irrita di questo film è difatti la sceneggiatura, alquanto insensata, con uno sviluppo infantile e banale (prevedibile dal primo all'ultimo minuto) dove gli stereotipi abbondano ed annoiano. E se si esclude una sottilmente perfida Michelle Pfeiffer, il resto del cast (compresa Elle Fanning) è assai sottotono (il ruolo di Filippo passa da Brenton Thwaites a Harris Dickinson, inconsistente come il predecessore). Un bel passo indietro rispetto al primo capitolo, decisamente più frizzante e piacevole. Voto: 5,5
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lunedì 1 luglio 2019
Il filo nascosto (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/02/2019 Qui - Non l'avrò forse capito io, molto probabilmente mi sono un po' stufato di certi film stilisticamente, tecnicamente e cinematograficamente impeccabili però senza una storia ugualmente di livello, ma Il filo nascosto (Phantom Thread), film del 2017 scritto, diretto e co-prodotto da Paul Thomas Anderson, non mi è piaciuto. Raramente, anzi no (mi è capitato già parecchie volte), ho visto un film che presenta valori estetici così alti e, nel contempo, pare creare una barriera all'identificazione dello spettatore, quasi fosse un meccanismo che seduce l'occhio e respinge il cuore. Scenografie impeccabili, costruite con uno stile raffinato, una fotografia satura, inquadrature pittoriche, esterni dai colori chiari e interni dove predominano le tonalità bordeaux e i colori caldi dei mobili e dei vestiti. Un film costruito come il suo protagonista: formalmente perfetto, accurato, elegante, controllato. Il sarto Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) è uno degli stilisti più rinomati dell'Inghilterra degli anni '50: la sua casa veste esponenti della casa reale, della nobiltà e del jet set mondiale. I suoi vestiti sono un emblema e un segno distintivo dell'eleganza esclusiva. E' un uomo perfezionista, dominato da esigenze di controllo, incapace (apparentemente) di slanci, che convoglia tutta la sua energia pulsionale nella creazione di modelli di tendenza, lasciando alle relazioni affettive solo le briciole del suo investimento. Vive relazioni effimere con donne che lascia quando richiedono maggiore impegno nella relazione. In questo universo chiuso e autoreferenziale s'inserisce Alma (Vicky Krieps), cameriera di un ristorante che viene "riscattata" da Reynolds e trasformata in una delle sue modelle. La relazione tra i due protagonisti, inizialmente con Alma in una posizione fortemente sottomessa, evolve in modo sorprendente, fino a trasformarsi in un rapporto di dipendenza in cui lo stilista si mostra inerme e indifeso, accettando di mettersi in una posizione subalterna. Il gioco relazionale tra i due protagonisti (con la sorella di Reynolds, Cyril ossia Lesley Manville, socia della maison, nella veste della testimone della supremazia dello stilista e, in seguito, del ribaltamento delle posizioni) è descritto in modo algido e figurativamente rigoroso. L'escamotage di Alma (che non ho intenzione di spoilerare) determina un rovesciamento dei ruoli e del potere all'interno della coppia e attiva nello stilista un nucleo oscuro, una necessità di essere accudito che rivela la persistenza di un conflitto irrisolto con la figura materna.
giovedì 24 gennaio 2019
Romeo & Juliet (2013)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/09/2016 Qui - Romeo & Juliet è l'ennesima trasposizione (come se fosse ancora necessaria) di una delle più note ed appassionanti tragedie Shakespeariane, la storia d'amore più bella di tutti i tempi (anche se io non sono mai stato d'accordo con questa affermazione visto il finale). Ovviamente il film che ripropone questo celeberrimo dramma, presenta alcuni piccoli adattamenti in quanto liberamente tratto dall'opera originale. La pellicola del 2013, infatti, diretta da un regista italiano Carlo Carlei, e sceneggiata dal premio Oscar Julian Fellowes (Gosford Park) riprende alla base il romanzo, forse troppo dato che sembra di assistere ad una pièce teatrale (quasi musical) e non ad un film, ma certe piccolissime innovazioni introdotte nella vicenda stonano un pochino. Questo perché la sceneggiatura invece di soffermarsi alla narrativa e al modo di appassionare e coinvolgere è più attenta alla superficie formale e dunque indotta verso una trasposizione troppo di maniera ed estetizzante. E dunque va bene, fino ad un certo punto, puntare sulla bellezza ultraterrena di attori ed attrici, anche se Hailee Steinfeld appare più appassionata e coinvolta (più che in Ten Thousands Saints) che il solo unicamente appariscente suo partner-bambolotto Douglas Booth, che al contrario pare impegnato unicamente a sfilare in passerella, ma poi la contesa tra due famiglie che rende irraggiungibile il sogno di un amore assoluto che sostituisce i capricci e le naturali ritrosie giovanili, si svilisce in una mera vuota fiera della vanità e del capriccio. In ogni caso la regia è diretta e rappresentata in maniera egregia ma solo l'ambientazione cinquecentesca con delle pregevoli location è l'unico elemento ad elevare un film altrimenti piatto, in cui tutti gli elementi dell'opera di Shakespeare, poetici, ironici o drammatici, risultano semplificati e banalizzati.
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Valentina Corti
giovedì 6 dicembre 2018
Turner (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/02/2016 Qui - Turner (Mr. Turner) è un film del 2014 diretto da Mike Leigh con protagonista Timothy Spall, vincitore al festival di Cannes del premio come miglior interpretazione maschile. Il film evoca gli ultimi 25 anni di vita dell'eccentrico, burbero e antisociale pittore britannico William Turner, uno dei più grandi paesaggisti di sempre, un artista determinante nello sviluppo di quel particolare tipo di pittura. Uno spaccato di vita di un uomo vero nella sua realtà quotidiana, scontrosa, burbera, rozza oserei dire, ma posseduto da principi saldi, forti, che trasmette nelle sue tele. Infatti conduce una vita ai due opposti, se a primo impatto è duro e maschilista, sottosotto è sensibile ed onorevole. Conduce una vita tranquilla, sempre dedito, durante i suoi viaggi a trovare un'ispirazione, e il film si basa su questo. Ma il film è di scarso impatto, non visivo, perché la fotografia, i paesaggi, sono stupendi, ma narrativo, perché già dopo venti minuti, la noia pervade. Una narrazione troppo lunga e statica, all'interno della quale non c'è storia, né esteriore né interiore, ma piuttosto una serie di sketch con il sapore dell’aneddoto, per di più poco correlati tra loro. Dialoghi surreali e senza senso, nessuna scena di interesse. La durata del film, poi, più di 2 ore, è disarmante, stanca. Un pittore che ha difficoltà ad esprimersi al di là del grugnito, che ha un rapporto anaffettivo o di una affettività alla King Kong con i suoi prossimi, che ha reazioni imprevedibili e bizzarre. A nulla vale la buona interpretazione di Spall, quando il ritmo, indicibilmente lento, affossa il film. Un film che esprime poetica e sentimento ma che rimane pedante, sottilmente morboso, grottesco, ipocrita ma soprattutto noioso. Voto: 5,5
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