Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2024 Qui - Appare come un prequel deludente del già insoddisfacente Secret Team 355. Un film d'azione insipido, che sfiora il ridicolo in certi passaggi, con un cast di talento mal utilizzato per una sceneggiatura priva di idee nuove e piena di stereotipi, anche nella componente visiva, culminando in un finale volgare e senza risoluzione. Il film tenta di fondere l'action movie femminile con un dramma familiare, ma i due generi si sovrappongono malamente durante tutto il film, risultando spesso confusi e poco incisivi. Si distinguono solo le scene di combattimento e l'interpretazione di Jessica Chastain, che è sempre eccellente e convincente nel suo ruolo, ma per il resto è un'opera piuttosto deficitaria. Voto: 4,5 [Netflix]
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venerdì 31 maggio 2024
Ava (2020)
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mercoledì 31 maggio 2023
Tredici vite (2022)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/05/2023 Qui - Bisogna ammettere che, nonostante la vicenda sia nota, il senso dello spettacolo appartiene alla poetica di Ron Howard, che filma una pellicola tecnicamente ragguardevole soprattutto nelle scene all'interno della grotta. Peccato che la sceneggiatura poggi troppo sulla potenza delle scene madri, rischiando di annoiare in qualche fase di raccordo. Peccato anche che la spettacolarizzazione non solo tolga solidità al tutto, c'è tanta didascalicità, ma in confronto a The Cave (che aveva peraltro già ben riportato la vicenda) perdi di autenticità, mancando perciò di profondità. Tredici vite è comunque diretto con competenza e interpretato con professionalità, ma risulta meno coinvolgente del previsto. Alla fine l'intrattenimento è garantito, tanto basta. Voto: 6
venerdì 28 aprile 2023
After Yang (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/04/2023 Qui - Chissà che in un futuro non molto lontano non accada davvero ciò che ci mostra questo interessante sci-fi, sorta di satira sui rapporti umani compromessi dall'ipertecnologia (un dramma quando una IA guida smette di colpo di funzionare). Purtroppo tuttavia, nonostante l'atmosfera straniante ben ricostruita, l'idea di base non viene supportata in maniera adeguata: l'azione è sostituita da dialoghi sulla riscoperta delle cose anche più banali e, per quanto ciò sia funzionale allo scopo del film, alla lunga ci si annoia. Da un regista ambiguo e originale già dal nome, l'americano di origini sudcoreane Kogonada, After Yang si rivela un film dalle ottime intenzioni, ma dalla riuscita solo teorica, affossato come si rivela da una freddezza di fondo che contagia anche gli interpreti, pressoché imbalsamati a partire da un Colin Farrell pietrificato senza convincenti motivazioni. Le tematiche, in testa quella sulla inesorabilità dei cicli di vita che segna una fine anche per le macchine, sono infatti affascinanti e stimolanti, la narrazione difatti decisamente meno convincente ed appassionante. Voto: 5,5
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Gli spiriti dell'isola (2022)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/04/2023 Qui - All'inizio sembra una "semplice" commedia nera. Col passare dei minuti la tragedia monta sempre di più fino a un finale più nero di ciò che sembra in apparenza. La metafora è chiara (d'altronde i richiami alla guerra civile sono espliciti e ripetuti) ma si parla anche di solitudine e quindi dell'infelicità umana. Molto ironico e grottesco, carico di nonsense nella parte iniziale, dove domina un senso di profondo smarrimento per l'imprevista rottura di amicizia, il film prende pieghe più cupe e fosche, distruttive da una parte ed autodistruttive dall'altra, in una spirale senza scampo dove probabilmente l'unica speranza è fuggire ed andare in quell'Irlanda falcidiata dal conflitto civile. Il sempre ottimo Martin McDonagh gira un film sorprendente e originale che ha nei bizzarri dialoghi il suo punto di forza. Per fortuna non è solo un film di genere grottesco ma che apre a diversi significati andando a pescare da tradizioni celtiche, vecchie leggende o altro. Un mix affascinante, mai noioso e che non cade nel ridicolo malgrado alcune scelte dei protagonisti sembrino fuori di testa (o poco credibili). Gli esiti del secondo tempo, con tanto di inaspettati dettagli gore, possono lasciare perplessi, ma il tono quasi fiabesco degli ultimi snodi e il bellissimo finale sciolgono qualsiasi riserva. Aggiungiamo i bellissimi scenari e un grande (come sempre) Brendan Gleeson (ma tutti gli altri non scherzano affatto). A mio avviso non è ai livelli di In Bruges e soprattutto di Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, che personalmente reputo due grandissimi film (in particolar modo il secondo), ma rimane comunque un film da vedere. Un film il cui fascino sta che nel grottesco e nell'assurdo riesce a parlare sia di una piccola dinamica umana, sia di una grande dinamica sociale. Ti incolla scena dopo scena, è ciò che il vero cinema può riservare malgrado sia una storia molto semplice e lenta. Voto: 7+
venerdì 16 dicembre 2022
The Batman (2022)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/12/2022 Qui - Trilogia di Christopher Nolan inarrivabile, difficile anche per Robert
Pattinson venire dopo Christian Bale perché il confronto è chiaramente
improponibile, però Matt Reeves riesce a proporre un film diverso dai
Batman a cui siamo stati abituati, un noir moderno con una storia di
mistero a sorreggerla, temi cupi e freddi che lasciano sempre una
sensazione di degrado. Interessante ed intensa è infatti questa
rivisitazione dell'eroe pipistrello figlia del pessimismo odierno, nella
quale gadget e orpelli fantascientifici lasciano spazio a una
rappresentazione più realistica e scarna del mito di Batman. Il ruolo più centrale della polizia richiama la serie tv Gotham mentre
nello schermo si citano ampiamente pellicole come Saw, Il corvo e Seven.
Bravo comunque Robert Pattinson che trasmette la malinconia di un eroe antieroe, saggia
la decisione di non scegliere altre superstar per i ruoli di supporto, a
parte un irriconoscibile Colin Farrell, più simile al Robert De Niro de Gli
intoccabili. E insomma ho apprezzato (nonostante alcune scelte
discutibili e poco coerenti), certamente più (perché obbiettivamente
pessimo) del Batman di Zack Snyder.
La durata non è un problema, ma diciamo che il film non è così
intrigante come auspicabile, speravo in qualcosa di meglio, e tuttavia
abbastanza riuscito, coinvolgente e non annoia nonostante non ci sia
molta azione. Voto: 6+
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sabato 30 luglio 2022
The Gentlemen (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/07/2022 Qui - Finalmente torna il Guy Ritchie dei vecchi tempi (Aladdin non era per lui dopotutto), con questo gangster movie frenetico e dalla sceneggiatura ad incastro.
In questo senso egli è il Tarantino della malavita inglese: con questa
(rinnovata, rinforzata) impressione si esce dalla visione di The
Gentlemen, pellicola che rinverdisce i fasti del passato, della prima
produzione del regista britannico riportando in superficie la sua
attitudine eccellente verso un
cinema che unisce intrattenimento roboante e tensione ai massimi
livelli con una punta di vivace ironia in una confezione assolutamente
impeccabile. The Gentlemen è poi una prova di indiscutibile efficacia
per una manciata di interpreti più o meno celebri. Certo, c'è molto di
già visto e innumerevoli sono le
variazioni sul tema della guerra fra boss della droga, colpisce peraltro
la totale mancanza dell'elemento della legge, ma la giustizia nella
trama del film percorre strade tutte sue. A questo proposito è dunque
inutile attendersi anche una decisa o illuminante morale (ma si era già
rilevato in apertura come intrattenimento, tensione e ironia fossero
gli ingredienti principali della ricetta del lavoro). Quasi due ore di
durata che passano rapidissime. Voto: 6,5
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lunedì 28 febbraio 2022
Miss Julie (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/02/2022 Qui - Impossibile non salvare la bravura del cast (tre interpreti, Jessica Chastain, Colin Farrell e Samantha Morton, mica
pizza e fichi), la caratterizzazione ambigua dei rispettivi personaggi e
i costumi, mentre tutto il resto rimane avvolto in una nube di mistero:
che senso ha portare avanti per due ore un'idea che, per quanto
interessante, viene sviluppata con contenuti tanto esigui da poterne
realizzare a stento un corto? Un alternarsi di desiderio, repulsione,
verità, menzogna, sadismo, masochismo senza alcun filo logico, che
lascia assolutamente staccati perché impossibile da comprendere nel
turbinio confuso della loro schizofrenia galoppante. Dialoghi inutili
che si protraggono all'infinito (secondo un'impostazione dannatamente
teatrale, ma da copione) per giungere alla conclusione che servi o
padroni si è nell'anima. Fallimentare, è quest'opera di Liv Ullmann (che quest'anno ritirerà l'Oscar alla carriera). Voto: 4,5
mercoledì 23 giugno 2021
Artemis Fowl (2020)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/06/2021 Qui - Speravo che la Disney avesse imparato dai propri errori, del come non fare un film/fantasy, e invece dopo il fallimentare/brutto Nelle pieghe del tempo essa maldestramente ci ricasca. Artemis Fowl è infatti un'opera priva di brio e di qualsivoglia coordinata creativa. E' sbalorditivo il modo in cui questo adattamento (dell'ennesima saga fantasy per ragazzi) riesca a rivelarsi respingente su qualsiasi fronte narrativo, rendendo indigesto il tentativo di comprensione che uno spettatore ignaro prova disperatamente a mettere in atto nei suoi confronti. Errori di sceneggiatura, con accelerazioni senza senso, brusche frenate. Zero umorismo, se non quello involontario, di cui è pieno. Brutto da subito, errato nel casting (il giovane protagonista non brilla per simpatia), patetico in alcuni momenti (nel senso che ti vergogni per loro), scioccamente confuso in altri, noioso e scontato sempre, e quando finalmente finisce, parte un'interminabile serie di "scene finali", insopportabili. Una storia che non coinvolge mai (personaggi piattissimi), e qui ci vedo della colpa anche in Kenneth Branagh, uno che qualche passo falso in carriera lo ha commesso ma che arriva da un passato di teatro e sa cosa sia la qualità. Che prendersi non troppo sul serio in film di questo genere va bene, ma qui mi sembra che l'attore, regista e sceneggiatore britannico abbia diretto proprio svogliatamente, non mettendo la sua impronta e lasciando andare attori (non basta infilare nel cast una Judi Dench a caso) e mediocre sceneggiatura per i fatti loro. Cerca soltanto di emulare (malamente) altre pellicole del genere, ma fallisce miseramente e ne sancisce la condanna all'anonimato e alla mediocrità. Da dimenticare. Voto: 3
Dumbo (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/06/2021 Qui - Remake in live action del classico Disney del 1941 con protagonista il dolcissimo elefantino volante, che con l'inarrivabile originale ha però ben poco da spartire. Poi all'epoca la Disney calcava la mano sulla tragedia della separazione madre figlio (Dumbo, Bambi, etc), qui è presente, ma annacquato. Nell'originale Dumbo non ha amici, tranne il topo (un po' imbranato peraltro), qui invece è circondato da amici. I personaggi del circo sono dalla sua parte (tranne uno), tutti uomini peraltro. Non si capisce nemmeno perché venga tenuto diviso dalla madre una volta diventato famoso. Nell'originale i cattivi erano gli uomini, gli adulti, che più che essere cattivi erano distanti. Qui invece il cattivo è stupido, piatto e insignificante (povero Michael Keaton). L'unica cosa che funziona è la magia di Dumbo, l'elefante volante, ma non basta a rendere eccezionale questo film. Un film che commuove ben poco, di cui cast di nomi altisonanti, è in gran parte messo lì solo come specchietto per le allodole (Colin Farrell ed Eva Green al minimo sindacale, solo il redivivo Danny DeVito, già calzante in Jumanji: The Next Level, si salva). Molto meglio il comparto tecnico, la regia e le scenografie circensi nelle quali vediamo forse le uniche cose "burtoniane" del film (malriuscita tuttavia la scena degli elefanti rosa). A proposito di Tim Burton, regista di questo adattamento fedele ma privo del cuore necessario, con una sceneggiatura riempitiva e piena di cliché, da lui mi aspettavo sinceramente di più (con Miss Peregrine andò decisamente meglio). Voto: 5,5
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mercoledì 13 novembre 2019
Widows - Eredità criminale (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/11/2019 Qui
Tema e genere: Un heist movie declinato al femminile che ha come punti cardine la miseria umana e la sete di potere. Ma è anche un thriller drammatico, purtroppo però sin troppo smaccato e dalla tesi prevedibile per convincere minimamente.
Tema e genere: Un heist movie declinato al femminile che ha come punti cardine la miseria umana e la sete di potere. Ma è anche un thriller drammatico, purtroppo però sin troppo smaccato e dalla tesi prevedibile per convincere minimamente.
Trama: A Chicago quattro donne, rimaste vedove dopo l'uccisione dei rispettivi mariti, si uniscono per scampare da debiti e minacce, e organizzano una rapina.
Recensione: Una Chicago attuale ma colma di irregolarità governative, stile Capone d'annata (dove il 18° distretto diventa l'oggetto dei desideri di due sponde, nessuna delle quali dedita a legge e onestà, nessuna delle quali presumibilmente avulsa di quattrini), è la location della quale si serve Steve McQueen per adattare, cinematograficamente parlando, l'omonima (e anonima) serie tv degli anni '80, aiutato dalla sceneggiatura di Gillian Flynn, non una qualunque, già scrittrice del romanzo Gone Girl e poi sceneggiatrice della trasposizione cinematografica diretta da David Fincher, ma non basta, tremenda delusione. Perché certo, non si può dire che manchi il materiale narrativo, in questo guazzabuglio convulso, serioso ed altamente improbabile che segna il ritorno in regia di Steve McQueen, un cineasta fino ad ora assai apprezzato con Shame, Hunger e soprattutto 12 Anni Schiavo, pellicole notevoli in grado di azzerare quasi la sua iniziale imbarazzante omonimia provocata dal suo nome "impegnativo", qui alla sua prima clamorosa débâcle (almeno secondo il presente punto di vista), ma molte, troppe, sono le cose che qui non funzionano: a partire dalla costruzione dei personaggi, concatenati l'un l'altro da un filo di combinazioni e probabilità assurdi. I due, anzi tre (c'è pure il grande vecchio Robert Duvall) politici coinvolti nella sporca vicenda sono così laidi, beceri e corrotti da apparire come caricature quasi comiche, Liam Neeson, marito della protagonista Viola Davis, è un delinquente incallito ed impenitente, ma viene celebrato al funerale con gli onori che si riservano ad un eroe nazionale, la coppia tra l'altro si scopre afflitta in precedenza da un grave lutto da intolleranza razziale (che accozzaglia incontrollata di carne sul fuoco..) mai elaborato che ha finito per dividerli, ancora, come se non bastasse, il colpo messo a segno comporta tutta una serie di circostanze "ad orologeria" tanto fantasmagoriche ed improbabili, che pare trovarci in un film di fantascienza, tanto risultano campate per aria le vicissitudini delle quattro serissime donne coinvolte, casalinghe frustrate e al verde a causa degli scellerati consorti.
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mercoledì 17 luglio 2019
Il sacrificio del cervo sacro (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 11/06/2019 Qui
Tema e genere: Presentato in concorso al Festival di Cannes 2017, dove ha vinto il Prix du scénario, premio che viene assegnato alla miglior sceneggiatura dei film presentati in concorso nella selezione ufficiale, il film è un thriller drammatico che riprende alcuni elementi del mito greco del sacrificio di Ifigenia.
Tema e genere: Presentato in concorso al Festival di Cannes 2017, dove ha vinto il Prix du scénario, premio che viene assegnato alla miglior sceneggiatura dei film presentati in concorso nella selezione ufficiale, il film è un thriller drammatico che riprende alcuni elementi del mito greco del sacrificio di Ifigenia.
Trama: Un carismatico chirurgo è costretto a fare un sacrificio impensabile quando la sua esistenza inizia a cadere a pezzi a causa del comportamento sempre più sinistro e misterioso dell'adolescente che ha preso sotto la sua ala protettiva. Il processo sarà dilaniante e le conseguenze gravi.
Recensione: Si ricompone la coppia regista/interprete Yorgos Lanthimos e Colin Farrell di The Lobster, in un film che in comune con il precedente ha il senso del "weird", del mistero soprannaturale nascosto tra le sue pieghe, e un senso dell'estetica cinematografica molto lineare e pulito. Il regista infatti, punta nuovamente tutto sul racconto distopico dallo stile straniato, algido, nel quale i sentimenti vengono espressi rigidamente, il sesso consumato attraverso lo sguardo posato su corpi inerti e l'ipocrisia serpeggiante in ogni ambiente. Il regista infatti, facendosi aiutare dal ruolo centralissimo di una colonna sonora che procede a colpi di dissonanze, punta tutto su un'estetica raggelata che è il suo marchio di fabbrica. Ma stavolta l'esito del racconto (al contrario del bellissimo precedente), che per gran parte sembra quasi seguire una pista gialla, che quasi naufraga miseramente in un finale leggermente ridicolo, non convince. Non tutto difatti sembra filare, con momenti in cui il meccanismo di tensione crescente e di tragedia annunciata perde il ritmo, con pause che dilatano l'attesa. A proposito del finale, che svelare (seppur immaginabile dalla trama) non è corretto e pertanto si tralascia la parte conclusiva del film in cui si spiega chiaramente l'andamento dell'intera vicenda che prende spunto direttamente dalla tragedia classica di "Ifigenia in Aulide" di Euripide. Il regista Lanthimos, in pratica (come spesso gli capita, egli infatti non è un regista diretto, giacché tutte le sue opere vengono caricate di significati ed immagini ricercate per consegnare allo spettatore in maniera contorta il proprio messaggio e la propria concezione negativa sulla natura umana ingenerale), trasporta l'opera o, più precisamente, il concetto espresso dall'autore greco ai giorni nostri, caricandola di metafore, però, poco comprensibili perché occorrerebbe effettivamente conoscere bene il testo originale. Ed è un problema non di poco conto, perché le scene disperate di tortura fisica e psicologica, le patetiche strategie di sopravvivenza dei condannati alla "maledizione", i calcoli spietati di chi ha la responsabilità di prendere decisioni inumane si perdono in un catalogo di sgradevolezze che culminano nell'atroce roulette mortale, epilogo sadico ed ambiguo che lascia perplessi. Il sacrificio del cervo sacro vuole raccontare una tragedia moderna, quella di un uomo le cui certezze si sgretolano quando viene messo davanti alle conseguenze tragiche dei suoi errori, ma non emerge mai davvero la volontà di inscenare questa suddetta tragedia e resta solo un revenge movie che pur essendo ben orchestrato non è mai fonte di stimoli e suggestioni ma solo di reazioni effimere e contingenti. In tal senso non aiuta il perseguimento estenuante di una perfezione formale sempre più ricercata, che sempre più spesso ultimamente sembra far capolino tra i grandi indagatori morali dell'arte cinematografica mondiale, tra questi il regista, che è seguace ed erede. Formalità che è senz'altro assai ambiziosa, nel casting e nell'impianto di ogni singola scena, ognuno ci può vedere riferimenti, palesi o impliciti, a grandi autori, ma perlopiù soffocante.
domenica 7 luglio 2019
End of Justice - Nessuno è innocente (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/03/2019 Qui - Dopo aver sorpreso tutti con la sua potente opera prima Lo sciacallo - Nightcrawler, Dan Gilroy è tornato dietro la macchina da presa con End of Justice - Nessuno è innocente (Roman J. Israel, Esq.), un film ancora una volta incentrato su un personaggio principale complesso e stratificato. Se il suo esordio era un thriller notturno e inquietante, in questo secondo lungometraggio, il regista che ha scritto e diretto questo film del 2017, opta per lo stesso genere, ma dandogli un contorno giudiziario ancor più politico: il protagonista, interpretato da Denzel Washington, è un avvocato di Los Angeles che ha sempre lottato per le cause dei più deboli, oltre ad essere un impegnato attivista per i diritti civili. Per le sue convinzioni e per combattere la sua battaglia per la giustizia, trascura la famiglia e la sua vita privata. Tuttavia, l'idealismo che ha contraddistinto la sua esistenza viene messo seriamente in discussione quando il suo socio in affari ha un attacco di cuore e a lui viene offerto un posto in un prestigioso studio legale gestito dal ricco e ambizioso George Pierce (Colin Farrell), uno "squalo" sostenitore di valori morali ben diversi da quelli che Israel ha sempre onorato. Due mondi completamente opposti, entreranno così in collisione, influenzandosi l'un l'altro. Nonostante l'appeal da film vecchio stampo, pronto a riproporre sul grande schermo uno schema consolidato, End of Justice si rivela una sorpresa. Il regista riesce infatti a scardinare i presupposti del legal thriller (anche questo un genere amatissimo soprattutto negli anni '80/'90) regalando allo spettatore un'esperienza cinematografica atipica. Perché più che concentrarsi sulle dinamiche strettamente giudiziarie e le pratiche da tribunale, il regista lascia difatti spazio al personaggio di Denzel Washington, quel Roman J. Israel che domina la scena con la propria contraddittoria presenza. Si tratta di un personaggio sopra le righe pieno di tic e di bizzarria, il che si sposa perfettamente con l'attitudine, potremo dire "gigionesca" dell'attore. Con quel faccione intenso che riempie l'inquadratura ad ogni scena e le movenze nevrotiche che fanno sembrare Israel talmente spostato da sembrare autistico, anche perché le battute che pronuncia si direbbero uscite da uno stato di dissociazione dalla realtà, Lui da veramente un'ottima prova.
domenica 9 giugno 2019
Animali fantastici e dove trovarli (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 08/10/2018 Qui - Solo il più ingenuo dei Babbani poteva pensare che il mondo magico e remunerativo creato da J. K. Rowling avesse terminato il suo percorso sul grande schermo nel 2011 con l'ultimo episodio di Harry Potter. Se i fan di J. R. R. Tolkien sono rimasti sorpresi quando Peter Jackson ha tirato fuori una trilogia da un romanzo breve come Lo Hobbit, è ancor più spiazzante l'idea di trarre ben cinque film dal compendio magizoologico della scrittrice inglese, uno dei libri di testo di Hogwarts. La nuova serie spin-off interamente diretta da David Yates infatti, già regista degli ultimi quattro Harry Potter (e di The Legend of Tarzan), che si prepone di rileggere l'ultimo secolo di storia americana e mondiale in chiave fantasy (e con lo stesso tono dark degli ultimi quattro capitoli di Harry Potter, i più "maturi"), e in cui inevitabilmente forte è il legame con la saga potteriana, pur trovandoci in un'altra epoca e in un altro continente, non mancano difatti riferimenti a nomi e luoghi già conosciuti, ci porta a conoscere da vicino il personaggio di Newt (finora solo poco più di un nome) e le avventure che lo vedono protagonista all'epoca della scrittura della sua guida, giacché diverse storyline si intrecciano a partire dall'arrivo del protagonista a New York. E in tal senso sgombriamo subito il campo da ogni possibile equivoco, Animali fantastici e dove trovarli (Fantastic Beasts and Where to Find Them), film del del 2016 diretto dal regista britannico, è un bel film (indubbiamente apprezzabile e piacevole), che sicuramente avrà mandato in brodo di giuggiole i fan storici della saga e avrà incantato le nuove generazioni, ma il suo risultare sottile in molti aspetti, fa sì che non riesca a coinvolgere il pubblico con la sua magia (che qui, quella vera e propria, manca). Infatti la profusione degli effetti speciali (nonostante essi siano di ottima fattura), la trama in fin dei conti poco consistente, i colpi di scena alcune volte abbastanza prevedibili e l'interpretazione degli attori non proprio eccezionale, non mi ha fatto apprezzare fino in fondo questo film, nonostante alcune scene esilaranti e rese magnificamente (tra tutte quelle all'interno della valigetta di Scamander, dove magicamente ha ricostruito una riserva portatile per le specie di animali da lui catturati, ma anche quelle con protagonista lo Snaso, simpatico cleptomane che crea non pochi inconvenienti).
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venerdì 7 giugno 2019
L'inganno (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/09/2018 Qui - L'inganno (Dramma, Usa 2017): Che dire di questo film, indubbiamente elegante e molto ricercato dal punto di vista visivo (bella la fotografia, accurata l'ambientazione d'epoca, eleganti i costumi, belle le poche musiche rarefatte sovrastate efficacemente dai sussurri della natura e dai rumori d'ambiente, pregevoli le frequenti riprese notturne negli interni realizzate al lume delle candele), però la pur apprezzabile regia di Sofia Coppola appare più che altro un mero esercizio di stile (evidenti i rimandi, sbiaditi, al cinema di Kubrick e di Malick). E poi la prova degli attori delude non poco. Se si può considerare appena sufficiente quella delle attrici (da Nicole Kidman ad Elle Fanning, fino a Kirsten Dunst, anche se poi è solo il personaggio di quest'ultima riesce ad emergere veramente nei confronti degli altri, che rimangono troppo essenziali per carpirne le sfumature), Colin Farrell conferma in questo caso le sue non eccellenti doti espressive. Ma dove il film delude maggiormente è nella sua parte più importante, la sceneggiatura (che racconta di un soldato unionista mezzo morto che viene aiutato e curato dalle ragazze di una scuola femminile della Confederazione, tuttavia la presenza del maschio attiverà giochi pericolosi e rivalità interne al gruppo), che appare spesso di una sciatteria improponibile, quasi inverosimile, soprattutto nelle parti che imponevano un minimo di documentazione scientifica (e in tal senso non basta una seconda parte abbastanza coinvolgente a riscattare una prima soporifera, buia e asfittica). Certo, complessivamente non si può dire che Sofia abbia fatto un brutto film (film che è bene precisare è il remake de La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel, perché ispirato allo stesso romanzo), ma nemmeno si può esaltarne tanto la confezione, perché esso è raffinato ma altrettanto prigioniero della sua forma ricercata. E' come se la figlia di Francis Ford Coppola fosse in qualche misura convinta che la forma possa prevalere sulla sostanza, e che l'eleganza della messa in scena e dell'inquadratura, indubbie, possa coprire i vuoti di una sceneggiatura, specialmente nella prima parte, piatta e lenta. Anche le fasi più tese e concitate del plot sono in qualche modo schematiche e hanno qualcosa di superficiale. Il finale poi interviene a rafforzare l'idea che l'immagine debba contare più del resto, ma è sempre così? No, infatti menomale che in Marie Antoniette c'era anche una solida sceneggiatura a dare sostanza, perché esattamente come nella serie Picnic at Hanging Rock (simile quasi in tutto a questo The Beguiled) qui la forma non è sufficiente a farne un gran film, anzi, la delusione è tagliente e velenosa. Voto: 5+
mercoledì 10 aprile 2019
Premonitions (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 07/12/2017 Qui - Non è certamente un capolavoro Premonitions (Solace), film del 2015 che segna l'esordio alla regia di Afonso Poyart, ma porta con sé qualcosa di accattivante. Perché a sto filmetto una volta accettato il comodo espediente della chiaroveggenza, giacché esso si tratta di un thriller psicologico i cui protagonisti sono un investigatore e un killer, entrambi dotati del "dono" della premonizione, il che rende più difficile al primo catturare il secondo, gli si può rimproverare poco o nulla. L'indagine sul killer che non lascia tracce infatti, funziona alla grande, il ritmo è perfetto, i personaggi sono scritti bene e le interpretazioni sono discrete (a parte i due investigatori, un sempre e comunque magnetico Jeffrey Dean Morgan e la bella Abbie Cornish, che appaiono piuttosto "imbustati" e poco credibili nel ruolo). Ovviamente però non tutto è oro quello che luccica, e infatti, nonostante una certa linearità nella narrazione che però fa virare rapidamente verso altre direzioni la storia, che spingono altresì lo spettatore verso una certa riflessione, il film risente certamente di una certa schematicità specialmente quando si mette in gioco questioni morali e una tematica forte come l'eutanasia, perché essi non vengono snocciolati come si deve, vista la loro importanza ai fini del racconto.
venerdì 11 gennaio 2019
The Lobster (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 28/07/2016 Qui - The Lobster è un sorprendente, intrigante e drammatico film fantascientifico del 2015, scritto e diretto da Yorgos Lanthimos, regista greco al debutto in un film in lingua inglese. Di questo film ultimamente ne ho sentito parlare parecchio, specialmente in modo positivo, e quindi ho deciso di vederlo, non solo perché in programmazione su Sky, ma perché il soggetto del film è veramente così curioso e assurdo ma eccezionale che spinto dalla curiosità non potevo difatti perderlo. Questa grottesca fiaba moderna, presentata a Cannes dove ha vinto il Premio della giuria, che rappresenta (in maniera divertente ma anche crudele) il rapporto di coppia e il suo problematico e indissolubile legame con la società, parte infatti da un soggetto, un'idea davvero innovativa e sorprendente. In una distopica società futura (non tanto poi in effetti), dopo una certa età alle persone non è più ammesso essere single, chi rimane solo è difatti obbligato a passare quarantacinque giorni in un lussuoso ma al contempo grigio hotel, qui dovrà trovare una persona con la quale terminare insieme il resto della vita, altrimenti sarà trasformato in un animale a scelta e potrà diventare così fruttuoso almeno per la nuova specie. C'è ovviamente chi non accetta questa imposizione e si ribella scappando nel bosco adiacente l'hotel per rivendicare la propria volontà solitaria. E vista l'impossibilità di creare una coppia in quel contesto grigio e quasi opprimente, David, il protagonista, fugge così nel bosco e si unisce al gruppo di solitari ribelli che si nascondono per sfuggire all'obbligo di accoppiamento. Però anche fra i solitari ci sono delle regole, una soprattutto non permette la formazione coppie, ma l'uomo infrangendo ogni regola, paradossalmente si innamora di una donna, sfortunatamente però la leader del gruppo se ne accorge e la punisce, facendola accecare. Dopo questo fatto il protagonista cercherà e proverà ugualmente di stare con lei, e nonostante le evidenti difficoltà ci riuscirà, più o meno. Basta questo per capire perché questo film ha riscosso certi favori, perché fa sorgere dubbi e domande così interessanti che spiazzerebbero chiunque, io per esempio sarei già spacciato, dovrei solo scegliere in quale animale trasformarmi, già per trovare l'anima gemella non basta una vita intera figuriamoci 45 giorni. E poi non una relazione di interessi, ma l'amore, quello vero, perché se fingi vieni punito. Insomma nessuna speranza.
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sabato 5 gennaio 2019
Storia d'inverno (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/06/2016 Qui - Storia d'inverno (Winter's Tale) è un inusuale ed enigmatico film d'amore del 2014, scritto, diretto (fa infatti il suo debutto alla regia) e prodotto da Akiva Goldsman (sceneggiatore di A beautiful mind, Il codice da vinci, Hancock, Io sono leggenda, Mr & Mrs smith). La pellicola è la trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo di Mark Helprin, scritto nel 1983. Come per molti film di Goldsman, siamo di fronte ad un genere misto: "Storia d’Inverno" infatti è una via di mezzo tra il film sentimentale, fantasy e la tipica fiaba. La città di New York è subissata da venti artici, notti buie e luci bianche. La vita degli abitanti ruota intorno alla più grande casa mai costruita e non esiste niente che ne possa scalfire la vitalità. In questo contesto fantastico, una notte d'inverno Peter Lake (Colin Farrell), orfano e grande meccanico, tenta di rapinare un palazzo-fortezza nel quartiere di Upper West Side. Sebbene creda che la residenza sia vuota, trova ad attenderlo Beverly Penn (Jessica Brown Findlay), la giovane figlia dei proprietari che sta per morire. Ha inizio così una storia d'amore che viaggia indietro nel tempo grazie a un cavallo bianco volante. Un film che si presenta quindi "strano" (e lo è sicuramente) a tratti perfino difficile da comprendere, ma comunque molto romantico. Però il film, a metà tra il biblico ed il fiabesco, si dipana lungo due (uggiose) ore senza che mai possa realmente emozionare e scalfire quel suo cuore di ghiaccio (narrativo, estetico, programmatico). Qua si blatera di destini da compiere, di disegni generali, di miracoli (e miracolose ridicolaggini, a partire dal poppante gettato in mare aperto a bordo di una scialuppa-giocattolo), di grandi unici amori che trascendono il tempo lo spazio la malattia e la morte, di lotte tra bene e male con tanto di angeli custodi, demoni e finanche Lucifero in persona (Will Smith! e non c'è niente da ridere, purtroppo), di stelle e luci che rifrangono la volontà dell'Universo.
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