Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/11/2023 Qui - Sam Raimi reinterpreta i grandi classici dei fumetti e film di supereroi (sarà un caso che anni dopo si sia dato alla serie de "L'Uomo Ragno"?), con un personaggio che è un po' Batman, un po' Fantasma dell'Opera, un po' Uomo Invisibile, naturalmente nello stile spettacolare e violento che contraddistingue(va) il regista. E così ci troviamo di fronte a un thriller-fantastico spettacolare nella messinscena, visivamente "tecnico" e d'impatto, violento quanto basta, ingegnoso ed avvincente. Uno di quei bei film anni '90 quando non si abusava con la CGI. Il film ovviamente non è esente da difetti, come alcune forzature davvero pesanti nella sceneggiatura o delle situazioni troppo ironiche che smorzano il climax tormentato che tanto si addice a questo personaggio (buona, oltre che doverosamente sopra le righe, la prova di Liam Neeson, sorprendente quella della Frances McDormand). Comunque, escluse queste pecche il film è da vedere almeno una volta, per scoprire questo anti-eroe affascinante ingiustamente dimenticato (divertente il cameo del mitico Bruce Campbell). Voto: 7
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lunedì 13 novembre 2023
Darkman (1990)
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Azione,
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Horror,
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Liam Neeson,
Sam Raimi,
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Thriller fantascientifico
lunedì 17 maggio 2021
La ballata di Buster Scruggs (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/05/2021 Qui - Davanti agli occhi dello spettatore una mano sfoglia un libro a partire dalla copertina e dal frontespizio: così comincia l'ultimo film dei fratelli Joel e Ethan Coen, un film ad episodi che illustra la grande epopea americana della conquista del West da molti punti di vista diversi e soprattutto, riuscendo a comprendere molti generi diversi in un film che, si potrebbe paradossalmente affermare, non è affatto un film western. Dalla commedia con canzoni dell'esilarante episodio iniziale al bellissimo (per dialoghi e atmosfere) racconto horror-gotico finale, passando attraverso il bucolico dell'episodio del cercatore d'oro (con il vecchio Tom Waits) o il drammatico-patetico della vicenda del teatrino ambulante di Liam Neeson, il film è un continuo variare di generi e di temi, una teoria di personaggi i più vari e pittoreschi che possiamo immaginare, alcuni comici, altri di una tenerezza che commuove. E tutto questo sulla linea di un libro di racconti del vecchio West. La ballata di Buster Scruggs (candidato a 3 Oscar nel 2019) è l'ennesima conferma dell'inossidabile talento dei fratelli Coen, capaci come pochi a riplasmare le coordinate dei generi e che, in questa antologia, sintetizzano sei pillole in cui si addensano i fantasmi di un mondo passato e le eterne ossessioni di questi due grandi autori. Qualche pecca ogni tanto, ma risultato notevole. Voto: 7
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martedì 5 maggio 2020
Men in Black: International (2019)
Titolo Originale: Men in Black: International
Anno e Nazione: USA 2019
Genere: Azione, Fantascienza, Commedia, Avventura
Produttore: Laurie McDonald, Walter F. Parkes
Regia: F. Gary Gray
Sceneggiatura: Art Marcum, Matt Holloway
Cast: Chris Hemsworth, Tessa Thompson, Liam Neeson
Emma Thompson, Rebecca Ferguson, Les Twins
Spencer Wilding, Ariana Grande, Rafe Spall
Emma Thompson, Rebecca Ferguson, Les Twins
Spencer Wilding, Ariana Grande, Rafe Spall
Durata: 105 minuti
Chris Hemsworth e Tessa Thompson nel quarto capitolo della saga.
Molly
corona il sogno di entrare nell'agenzia segreta. Al fianco di un collega
deve smascherare una spia nella filiale di Londra.
venerdì 31 gennaio 2020
Sette minuti dopo la mezzanotte (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2020 Qui
Tema e genere: Un fantasy, una favola, un dramma, un groppo in gola che non scende per un'ora e 40 minuti. L'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo del 2011 è infatti una parabola sulla morte, sul dolore, sulla perdita e sulla forza necessaria per affrontarli.
Trama: Un ragazzino, sofferente per la malattia della madre, vive un'esperienza fantastica.
Recensione: Trasfigurando metaforicamente la realtà nel fantasy, alla stregua del "recente" Babadook o The Monster o de Il Labirinto del Fauno, diretto da quel Del Toro che ha tenuto a battesimo Juan Antonio Bayona il quale già affrontò le conseguenze di traumi infantili in The Orphanage, A Monster Calls, più ancora degli esempi qui citati (in cui l'elemento fantastico funziona come una sorta di seduta di psicoanalisi permanente per il piccolo protagonista, che si ritrova ad affrontare l'evento più traumatico possibile nella vita di un bambino: la morte di un genitore), lascia esterrefatti per la maturità e la sincerità con cui riesce ad affrontare i grandi temi quali la morte, il lutto, il senso di perdita, di ingiustizia e di colpa, la solitudine, il rimorso e il desiderio di rinascita senza il benché minimo accenno di retorica, senza una nota stonata, senza una parola che possa suonare artificialmente affettata, anche quando si tratta dell'ultima parola detta sul letto di morte (il confronto tra madre e figlio è da pelle d'oca). A maggior ragione se si considera il target a cui il film si rivolge per cui l'esigenza di servirsi di un linguaggio semplice che però non semplifica, non banalizza ma al contrario risulta esemplare per metterne in luce la complessità e le infinite sfaccettature. Conor si sveglia in preda al panico nel cuore della notte mentre nella camera a fianco la madre sta morendo di tumore finché una di quelle notti, 7 minuti dopo la mezzanotte, gli fa visita un mostro a forma di albero (c'è Liam Neeson dietro il motion capture), un tasso, che in altrettanti momenti gli racconterà tre storie.
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giovedì 30 gennaio 2020
Un uomo tranquillo (2019)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/01/2020 Qui
Tema e genere: Specie di revenge movie, ma anche e soprattutto remake in salsa hollywoodiana di un film del 2014, ad opera dello stesso regista.
Trama: Quando Nels Coxman, pacifico autista di un mezzo spazzaneve, vede la vita di suo figlio stroncata da un'overdose, il suo tranquillo mondo va in pezzi. Incapace di rassegnarsi all'accaduto, l'uomo si mette sulle tracce dell'organizzazione criminale che gestisce il traffico di droga nel villaggio, eliminando uno a uno gli uomini che sono legati alla morte del ragazzo.
Recensione: Il senso di certe operazioni è incomprensibile, soprattutto quando Hans Petter Moland decide di rifare l'opera che l'ha reso celebre e fatto apprezzare, quando decide di ripetere abbastanza fedelmente il plot della pellicola originale, ma senza riuscire a farlo uguale, anzi, perché Cold Pursuit (anche in inglese, oltre a quello italiano, il titolo è più brutto in confronto all'originale) è un film annacquato se confrontato con il suo padre cinematografico. Questo remake infatti non possiede o perlomeno si vede solo a tratti, l'umorismo glaciale dell'omonimo norvegese. Di glaciale c'è sicuramente il paesaggio (nel primo film fondamentale ed indimenticabile, qui tuttavia riesce poco a farsi notare), ma l'alternarsi fra serio e commedia nera si amalgama male. Con l'intento di modificare la sceneggiatura con un humor meno nordico, Un uomo tranquillo finisce difatti per diventare una stonata via di mezzo tra un film dei Coen e la trilogia di Taken. Da una parte dovrebbe far ridere, con lo sketch ad esempio dei nomi dei vari personaggi che vengono fatti sparire man mano che muoiono, da qui anche il divertente gioco di parole del titolo norvegese (In ordine di sparizione), ma dall'altro siamo ben lontani dal gusto grottesco di Fargo.
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mercoledì 13 novembre 2019
Widows - Eredità criminale (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/11/2019 Qui
Tema e genere: Un heist movie declinato al femminile che ha come punti cardine la miseria umana e la sete di potere. Ma è anche un thriller drammatico, purtroppo però sin troppo smaccato e dalla tesi prevedibile per convincere minimamente.
Tema e genere: Un heist movie declinato al femminile che ha come punti cardine la miseria umana e la sete di potere. Ma è anche un thriller drammatico, purtroppo però sin troppo smaccato e dalla tesi prevedibile per convincere minimamente.
Trama: A Chicago quattro donne, rimaste vedove dopo l'uccisione dei rispettivi mariti, si uniscono per scampare da debiti e minacce, e organizzano una rapina.
Recensione: Una Chicago attuale ma colma di irregolarità governative, stile Capone d'annata (dove il 18° distretto diventa l'oggetto dei desideri di due sponde, nessuna delle quali dedita a legge e onestà, nessuna delle quali presumibilmente avulsa di quattrini), è la location della quale si serve Steve McQueen per adattare, cinematograficamente parlando, l'omonima (e anonima) serie tv degli anni '80, aiutato dalla sceneggiatura di Gillian Flynn, non una qualunque, già scrittrice del romanzo Gone Girl e poi sceneggiatrice della trasposizione cinematografica diretta da David Fincher, ma non basta, tremenda delusione. Perché certo, non si può dire che manchi il materiale narrativo, in questo guazzabuglio convulso, serioso ed altamente improbabile che segna il ritorno in regia di Steve McQueen, un cineasta fino ad ora assai apprezzato con Shame, Hunger e soprattutto 12 Anni Schiavo, pellicole notevoli in grado di azzerare quasi la sua iniziale imbarazzante omonimia provocata dal suo nome "impegnativo", qui alla sua prima clamorosa débâcle (almeno secondo il presente punto di vista), ma molte, troppe, sono le cose che qui non funzionano: a partire dalla costruzione dei personaggi, concatenati l'un l'altro da un filo di combinazioni e probabilità assurdi. I due, anzi tre (c'è pure il grande vecchio Robert Duvall) politici coinvolti nella sporca vicenda sono così laidi, beceri e corrotti da apparire come caricature quasi comiche, Liam Neeson, marito della protagonista Viola Davis, è un delinquente incallito ed impenitente, ma viene celebrato al funerale con gli onori che si riservano ad un eroe nazionale, la coppia tra l'altro si scopre afflitta in precedenza da un grave lutto da intolleranza razziale (che accozzaglia incontrollata di carne sul fuoco..) mai elaborato che ha finito per dividerli, ancora, come se non bastasse, il colpo messo a segno comporta tutta una serie di circostanze "ad orologeria" tanto fantasmagoriche ed improbabili, che pare trovarci in un film di fantascienza, tanto risultano campate per aria le vicissitudini delle quattro serissime donne coinvolte, casalinghe frustrate e al verde a causa degli scellerati consorti.
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martedì 29 ottobre 2019
Operation Chromite (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/10/2019 Qui
Tema e genere: War movie basato sugli eventi della battaglia di Incheon, che darà una spinta importante per la fine della guerra di Corea.
Trama: Douglas MacArthur, generale dell'Esercito degli Stati Uniti, e otto membri delle truppe sudcoreane guidate da un tenente della Marina mettono in atto l'operazione segreta denominata "raggi X". Portare a termine l'operazione significa dare il via alla cruciale battaglia di Incheon.
Recensione: Nel 1950, durante la Guerra di Corea, il comandante delle forze "occidentali", Douglas MacArthur, progetta un'operazione coraggiosa, uno sbarco presso la città di Incheon, con lo scopo di tagliare i rifornimenti verso le posizioni più avanzate delle truppe nordcoreane e poter respingere il nemico verso nord. Per rendere possibile l'operazione, si avvale di un gruppo di 15 uomini, i quali devono recarsi ad Incheon ed infiltrarsi tra i militari nordcoreani, per carpire informazioni e compiere azioni preliminari. Il film mostra, con lunghe sequenze di azione, le imprese dei quindici. Nonostante l'inizio caotico (avendo tutti le stesse divise non è chiaro quali siano gli infiltrati e quali i soldati nordcoreani) la trama procede con linearità, alternando alle sequenze di azione, il racconto delle fasi di preparazione all'operazione, con l'attenzione puntata sul generale statunitense. Fin qui tutto nella media, l'aspetto del film che rimane un po' indigesto, è l'eccessiva "ideologizzazione", condita da abbondante retorica. I personaggi del film sono di due tipi. I buoni, sudcoreani o americani, animati da spirito di solidarietà, rispettosi dei legami familiari, legati alla propria terra, i cattivi, i comunisti, spietati, incuranti dei legami affettivi, boriosi e prepotenti. Il film non riconosce mezze misure. Ai nostri occhi ciò può apparire assai sgradevole, ma non si deve dimenticare che il film è stato prodotto in Corea del Sud, e ciò può essere conseguenza del clima di inimicizia tra il nord ed il sud della penisola asiatica. I personaggi appaiono stereotipati, proprio per questa rigida dicotomia. Nessun attore spicca sugli altri per bravura (neanche il buon vecchio Liam Neeson, che qui è, sfortunatamente, solo il classico specchietto per le allodole). Buone le ricostruzioni di divise ed ambienti. Un film che ha premesse interessanti, narrazione "insipida" e reso in parte sgradevole da un'eccessiva ideologizzazione. Un film insomma mediocre, di cui decisamente si avrebbe fatto volentieri a meno.
giovedì 27 giugno 2019
The Silent Man (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2019 Qui - Questa è la vera storia di "Gola profonda", e no, non si parla di Linda Lovelace, protagonista dell'omonimo porno-cult, ma dell'uomo (Mark Felt, vice-direttore dell'FBI) "silenzioso" che, nell'America che si apprestava a rieleggere Richard Nixon per il secondo mandato, portò alla luce e fu la fonte anonima (la "Gola profonda", appunto) del famoso scandalo conosciuto come Watergate. Peter Landesman, giornalista investigativo prima che regista, lo aveva già dimostrato nel suo film d'esordio, Parkland, confermandolo poi nel successivo Concussion (Zona d'ombra con Will Smith): l'oggetto del suo cinema è da ricercarsi sempre dietro le pieghe delle verità, negli angoli nascosti di vicende realmente accadute. Ispirato ai libri dello stesso Mark Felt e di John O'Connor, The Silent Man (The Mark Felt: The Man Who Brought Down the White House) potrebbe essere perciò considerato "il dietro le quinte del dietro le quinte" di Tutti gli uomini del Presidente, opera che mai come in questi anni di cinematografia (si pensi anche a The Post di Steven Spielberg) sta tornando alla ribalta. Più nello specifico, però, il regista è interessato a soffermarsi sull'uomo dietro il "sussurratore" e, soprattutto, sul momento cruciale vissuto all'interno dell'FBI all'indomani della morte di J. Edgar Hoover (che guidava il Bureau dal 1935): la Casa Bianca colse la palla al balzo per poter finalmente mettere mano sull'istituzione che, fino a quel momento, da statuto era sempre stata indipendente e libera da qualsiasi forma di controllo governativo. È questo, senza dubbio, l'aspetto più interessante del film, che si concentra sul difficile momento di Felt (i più lo immaginavano sarebbe stato il naturale successore di Hoover) chiamato a dover sottostare a L. Patrick Gray (Marton Csokas), nuovo direttore e uomo vicino a Nixon, primo informatore della Casa Bianca allo scoppio del caso Watergate. Peccato che la sceneggiatura talvolta fin troppo verbosa, che cerca di condensare concetti e informazioni (anche molto tecniche) dentro sguardi e momenti di alta tensione dialogica, non sempre sia perfettamente chiara ed efficace.
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giovedì 20 giugno 2019
L'uomo sul treno: The Commuter (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2018 Qui - Oramai siamo abituati al binomio Liam Neeson/Action Movie e a quanto pare ci stiamo abituando anche al sodalizio artistico che il regista e l'attore hanno iniziato. Sono infatti quattro i film realizzati dal regista Jaume Collet-Serra con il roccioso attore nordirlandese e possiamo individuare un elemento chiave che accomuna ognuno di essi: l'adrenalina. In ognuno di questi film il regista spagnolo (che ha anche diretto il sorprendente survival movie Paradise Beach) sceglie con molta attenzione l'ambientazione e tra interno ed esterno vi è sempre un senso di claustrofobia che inchioda chi guarda i suoi film. Ebbene, è proprio questo il punto forte di questo regista, che con una buona tecnica e tanta intelligenza riesce a dare qualcosa in più a delle storie che, altrimenti, risulterebbero noiose e scontate. L'uomo sul treno: The Commuter (The Commuter), film del 2018 diretto appunto da Jaume Collet-Serra, film che gira intorno (che fa da premessa e da fulcro attorno a cui ruota una trama che ci trascinerà in un turbinio di eventi imprevedibili e di azioni altrettanto inaspettate) alla fatidica domanda: "Fareste una piccola cosa, che avrà delle conseguenze per uno sconosciuto, in cambio di una lauta ricompensa?", è infatti diviso a metà nella mia testa, diviso in due parti, due generi che sembrano stranamente cozzare l'uno con l'altro. Giacché dopo un attenta visione non ho potuto fare altro che lodarne la regia e la buona interpretazione di Liam Neeson per poi, però, criticare negativamente quasi tutto il resto. Il regista infatti gioca molto bene con l'impostazione "classica" del thriller per presentare la storia del film. Tutta la prima parte (a partire dall'ottimo montaggio iniziale, che riesce, in modo originale e convincente, a rendere lo scorrere del tempo uguale giorno dopo giorno) è molto fluida, ben strutturata a far emergere la quotidianità e ripetitività dell'essere pendolari (il titolo originale della pellicola), non solo, getta molto bene le basi anche del "giallo da camera" per antonomasia e in odore di Orient Express e di matrice hitchcockiana: un uomo, un treno, tanti passeggeri tutti sospettati, un (doppio) mistero da risolvere. Lo spettatore scopre pian piano che la situazione si fa sempre meno tranquilla e sempre più tesa, angosciante, (apparentemente) senza via d'uscita. Da una tensione silenziosa, emotiva si passa a un'inquietudine che si vede sullo schermo, tutta messa in scena, forse troppo. Una volta presentato effettivamente il "caso", si passa quindi alla seconda parte.
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venerdì 14 giugno 2019
Entourage (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/10/2018 Qui - Non conosco la serie tv omonima della HBO (di cui questo ne è l'adattamento e la sua continuazione) ma questo film è una commedia divertente, graffiante per certi versi, dinamica e condita con dialoghi spiritosi e ben scritti. Cast convincente, una marea di cameo, regia affidabile e ritmo narrativo che non cala mai, assicurando così una visione fluida e simpatica. Entourage infatti, film del 2015 diretto da Doug Ellin (che offre un divertente spaccato caricaturale di quello che è la vita di molte star del cinema), è un film leggero, uno di quei film da gustarsi senza troppi pensieri ma che ha dalla sua parte l'abilità di riuscire ad incastrare secondo dopo secondo un quantitativo di attori e volti noti di Hollywood davvero impressionante. Il film difatti, che narra le vicende di Vincent Chase e del suo Entourage alle prese con un nuovo film in cui Vinny sarà, oltre che protagonista, anche regista, attraverso una confezione patinata e scintillante, un ritmo dinamico e un intreccio semplice e brillante, racconta efficacemente il mondo di Hollywood, futile e votato all'eccesso (tra sesso, capricci, alcol, droga e musica disco). Non sorprende in tal senso che la regia opulenta e frenetica di Doug Ellin (al cinema con Amore tra le righe e alla tv con la regia della serie), sia metafora della routine di chi succhia fino all'ultimo sorso e senza vergogna il fantomatico sogno americano, e che la suddetta piccante commedia sia soprattutto (attraverso la sdrammatizzazione dello stress della vita quotidiana e della routine hollywoodiana) una critica al sistema e al mondo del cinema che si auto-cita e parla di sé in prima persona. Teatro delle peripezie del chiassoso gruppo di protagonisti è infatti un promiscuo e incurante microcosmo fatto di feste da sballo in ville napoleoniche, in cui un'auto da sogno è un piccolo presente e tutto è apparentemente lecito. Una realtà talmente distante da quella di chi guarda solletica sicuramente il voyeurismo spettatoriale, suscitando al contempo incredulità, coinvolgimento e un pizzico d'invidia. L'approccio immersivo della regia, a tal proposito, fa sì che il pubblico si lasci contagiare volentieri dalla spensierata superficialità con cui Vince e compari vivono l'attimo e (non) affrontano le sfide, spesso grottesche, cui la narrazione li sottoporrà (e che porterà il gruppo dove mai si sarebbe mai aspettato finisse).
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Ronda Rousey
giovedì 6 giugno 2019
Silence (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 19/09/2018 Qui - La libertà di professare un credo religioso (o di non professarlo ovviamente) dovrebbe essere un diritto inalienabile di ogni individuo, in qualsiasi società umana. Tanto più che alla base di ogni religione vi sono principi di pace, di tolleranza, di carità, di rispetto verso gli altri. Eppure nei secoli le più crudeli guerre e le più efferate persecuzioni si sono costantemente compiute in nome e per il predominio di una fede religiosa sull'altra. Quest'ultima opera di Martin Scorsese, Silence, pellicola del 2016 diretta dal grande regista statunitense, tratta dal romanzo (scritto nel 1966) dello scrittore giapponese Shusaku Endo, affronta per l'appunto l'argomento di tali contraddizioni, rievocando la vicenda di alcuni missionari cristiani portoghesi giunti nel 1600 in Giappone allo scopo di far convertire le popolazioni locali, di religione buddista, alla dottrina cristiana, finendo per scatenare in tal modo con la loro opera la feroce reazione di notabili e dignitari giapponesi, che, temendo un inquinamento spirituale delle tradizioni locali, mandarono a morte tra atroci supplizi molti individui. Alla vista di tali atrocità alcuni dei missionari preferirono abiurare la religione cristiana pur di salvare la vita dei condannati renitenti alla apostasia. Per questo Silence è sicuramente un film affascinante, denso, a tratti epico, intrigante, con frequenti e drammatiche scene di torture violente e insopportabili che finiscono per colpire più la coscienza che non gli occhi di chi guarda, però appare spesso in palese contraddizione tra il condannare l'uso della violenza in tutte le religioni, e l'esaltazione comunque del cristianesimo come fede portante e necessaria per il genere umano. Un film quindi molto crudo sia nella sua rappresentazione sia nel suo contenuto: le torture fisiche inflitte ai sudditi "traditori" da parte delle alte cariche giapponesi erano terribili e vengono descritte da Scorsese in maniera esplicita e dettagliata, pertanto la pellicola risulta quanto mai veritiera e come un documento storico vero e proprio sull'andamento dei fatti a quei tempi. Il film, dunque, risulta ben fatto e assai dettagliato e riproducente l'atmosfera ed i costumi dell'epoca in maniera perfetta (grazie alla scenografia di Dante Ferretti) ma purtroppo Scorsese ha costruito un'opera, seppur concettualmente potente, cinematograficamente debole.
mercoledì 6 marzo 2019
Run All Night: Una notte per sopravvivere (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 01/04/2017 Qui - Dopo il poco convincente ma discreto thriller Unknown e il più dozzinale ma accettabile Non-stop, la coppia vincente Liam Neeson attore e Jaume Collet-Serra regista, si ritrova in un serrato (e più che discreto) thriller notturno, Run All Night: Una notte per sopravvivere (Run All Night, 2015), ambientato lungo un'unica concitata notte, durante la quale un piccolo malvivente alcolizzato e vedovo, allontanato dal figlio ormai adulto e con moglie e prole al seguito, deve adoperarsi affinché quest'ultimo non venga ucciso dopo essere stato testimone di una strage perpetrata a sangue freddo a danno di una banda di trafficanti di droga albanesi da parte del giovane ambizioso figlio del boss dei boss, nonché amico di gioventù ed attuale datore di lavoro del nostro sventurato protagonista. Run All Night appare fin dall'inizio serrato e convincente nel suo intreccio sulla carta dozzinale e stravisto, ma congegnato e girato con perizia e senso del ritmo, con qualche guizzo estetico e qualche riflessione etica interessante. Questa pellicola difatti ha un impianto tecnico di buon livello, bella infatti la regia, la fotografia e le musiche, così come le coreografie dei combattimenti. Il tutto coadiuvato da un buon montaggio e interpretazioni discrete da parte di tutto il cast, cui spicca tra tutti Ed Harris che qui ricopre un ruolo da cattivo/non cattivo che mi è piaciuto molto, un personaggio che dimostra una grande umanità dietro all'involucro di orgoglio di cui è ricoperto, Liam Neeson invece interpreta un character differente dai suoi soliti degli ultimi anni, interpreta infatti un villain in cerca di redenzione che nel contesto funziona alla grande.
giovedì 14 febbraio 2019
Un milione di modi per morire nel West (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 20/12/2016 Qui - Un milione di modi per morire nel West (A Million Ways to Die in the West), pellicola del 2014 scritta, diretta ed interpretata da Seth MacFarlane, è una divertente commedia (anche geniale), ma tremendamente demenziale e infantile nonché forzata. Questo perché il creatore dei Griffin, al contrario di Ted e il suo seguito (Ted 2) dove era riuscito a trasformare in cinema, in una commedia semplice e divertente, la sua comicità e il suo nonsense unico, non riesce a fare la stessa cosa. Qua infatti ci sono moltissimi difetti a cominciare dalla prima cosa, il suo personaggio, personaggio che proprio per la scelta di interpretarlo lui stesso non funziona alla perfezione anche perché lui non è un attore. Anche gli altri personaggi però sono costruiti malissimo e ultra-stereotipati e la sceneggiatura definirla banale è dire poco. Certo, cosa vuoi di più, è pur sempre una commedia demenziale, però pure se vuoi fare cinema demenziale deve esserci sempre una sceneggiatura (anche stupida) che regga e dei personaggi che facciano cose inerenti alla storia che vivono. Qui invece si lascia andare alla sua comicità lasciando da parte ogni credibilità e inevitabilmente il suo film perde ritmo e sinceramente questi 110 minuti (troppi per un film del genere) non scorrono con ritmo come in Ted. Tre cose però funzionano nel film che racconta la semplice storia di un vile contadino, che appena lasciato dalla sua ragazza, si allena per diventare un asso del grilletto con l'aiuto della moglie di un noto pistolero, sperando così di riconquistare la sua amata, anche se pian piano comincerà a nutrire nei suoi confronti sentimenti che vanno ben al di là dell'amicizia, ovvero Charlize Theron, non tanto il suo personaggio solo lei, il fatto che i due personaggi principali parlino e critichino continuamente il loro periodo storico come se fosse già passato e fossero nel presente (colpo di genio classico nella sua comicità) e il montaggio di due o tre scene che mi ha fatto capire che la sua comicità con flashback o stacchi veloci di regia potrebbe funzionare anche al cinema oltre che in tv, anche se le scene splatter di "visceri e sangue" non hanno lo stesso effetto comico che possono avere nelle animazioni virtuali.
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giovedì 27 dicembre 2018
Third Person (2013)
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Vinicio Marchioni
mercoledì 14 novembre 2018
Taken 3 (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/01/2016 Qui - Altro film con protagonista l'inossidabile Liam Neeson, l'ultimo capito dell'adrenalinica e vendicativa saga action di Luc Besson, Taken 3: l'ora della verità. La pellicola (del 2015) è il sequel di Taken - La vendetta ed è il terzo film della saga iniziata nel 2008 con Io vi troverò. Dopo aver girato mezzo mondo per salvare sua figlia da una banda di malviventi e dopo aver sterminato i padri albanesi di questi, Bryan Mills si trova ad affrontare una situazione totalmente diversa, perché dopo aver lottato per difendere i suoi affetti più cari, in Taken 3, dovrà darsi da fare per salvare soprattutto se stesso. Accusato ingiustamente per il brutale omicidio della moglie (l'ex-moglie Lenore viene trovata morta e sanguinante nel suo letto), Mills si dà alla fuga braccato da implacabili agenti della CIA, dell'FBI e della polizia di Los Angeles. Consumato dalla rabbia, il suo unico scopo è quello di rintracciare i veri assassini, dimostrare la sua innocenza, esigere la sua vendetta e proteggere l'unica cosa che conta per lui ora, sua figlia Kim. Sarà mai possibile per l'ex agente speciale Bryan Mills trovare un po' di pace? Raggiunto a domicilio dai super cattivi di turno, sempre armati e sempre pestati dai pugni analogici di Neeson, è ancora una volta coinvolto, provocato, richiamato alle armi e costretto a mettere al proprio posto il nemico tra esplosioni e colpi di pistola, inseguimenti e deragliamenti. Uomo di cinema, convertito all'industria, il regista e produttore francese Besson emerge dal suo arsenale un thriller coi muscoli, senza nessuna ambizione artistica ma con una grande visione commerciale. Taken 3, diretto ancora da Olivier Megaton, che abbandona lo stile prettamente thriller e trasforma la trama in un giallo dalle tinte noir, concentrandosi maggiormente sulle indagini che sull'azione. reitera una formula efficace (vendetta, violenza, happy end), aggiornata col sergente aneddotico di Forest Whitaker e incarnata da uno spendibile Liam Neeson, un agente fuori tempo massimo, precipitato in un'avventura fracassona, che minaccia una volta di troppo quello che lui ha di più caro, la sua 'bambina'.
La preda perfetta (2014)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 26/01/2016 Qui - La preda perfetta è un film del 2014, basato sul romanzo Un'altra notte a Brooklyn (A Walk Among the Tombstones) del 1992. L'investigatore privato Matt Scuder (interpretato da Liam Neeson, sempre in tiro, eccezionale, perfetto nel ruolo), è un ex poliziotto (del Dipartimento di Polizia di New York), divenuto investigatore privato senza licenza (operando al di fuori della legge). Ha lasciato la polizia a causa di uno scontro a fuoco, in cui morì una bambina. La sua esistenza è divenuta tormento interiore, c'è l'alcol e la sua lotta per uscire dall'alcolismo, che si trova però a dover risolvere un omicidio. Accetta con riluttanza di aiutare un trafficante di droga a dare la caccia agli uomini che hanno rapito e poi brutalmente e barbaramente assassinato la moglie, l'investigatore privato scopre che non si tratta della prima volta che questi uomini hanno commesso lo stesso tipo di perverso reato...né sarà l'ultima. Sul confine indecifrabile tra giusto e sbagliato, Scudder intraprende una ricerca tra vicoli e quartieri malfamati di New York (che compongono lo sfondo del film) per rintracciare i brutali killer prima che possano uccidere di nuovo.
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