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martedì 30 aprile 2024

As bestas (2022)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2024 Qui - Un thriller che si sviluppa lentamente ma con un'escalation di tensione notevole. La regia di Rodrigo Sorogoyen in questo è superlativa, il resto lo fanno l'ambientazione rurale perfettamente adatta a queste vicende (ispirate da eventi reali), il contesto "duro" della vita da agricoltore e le eccellenti interpretazioni dell'intero cast, con Denis Ménochet e Luis Zahera in particolare, ma anche gli altri sono molto bravi. Il film racconta il conflitto tra chi ha scelto la vita rurale e chi la subisce perché non ha avuto altre possibilità. Una vera e propria guerra che inizia con gesti e parole, crescendo in intensità fino a creare un'atmosfera di ansia e paranoia insostenibile (memorabile la scena iniziale in slow motion che diventa paradigmatica alla fine del film). È un film difficile, ben recitato, con un finale aperto che lascia un sapore amaro. Non raggiunge l'estremo della crudezza né si spinge a colpire nel segno come altri film del genere, ma è sicuramente degno di essere visto. Voto: 7+ [RaiPlay]

sabato 30 luglio 2022

Il capo perfetto (2021)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/07/2022 Qui - Ipocrisia e complotti machiavellici per una graffiante satira sul lato oscuro dell'imprenditoria (l'ambizione di un titolare di una fabbrica di bilance, dove mantenere l'equilibrio non è solo una metafora), con un eccellente Javier Bardem (meglio che nelle sue ultime uscite) nei panni del capo "paterno" che, nei momenti di difficoltà, non si lascia piegare dagli scrupoli (imperdibili certe sue espressioni serafiche sfoggiate nei momenti più critici o imbarazzanti). Fernando León de Aranoa, il regista di Escobar - Il fascino del male, alterna impietosamente gag tragicomiche e climax ansiogeni di esilarante banalità, costruendo un villain tanto odioso da rendersi diabolicamente simpatico. Anche se lo script non è sempre il massimo della precisione, qualche "ritocchino" ad hoc lo riequilibra con successo. I toni sono per lo più quelli della commedia, il ritmo scandito dal decorrere dei giorni della settimana e il sorriso fa spesso capolino. Poi subentra l'aspetto del dramma ma il film rimane molto godibile, ancorché asciutto e ha il pregio di adottare un paio di soluzioni narrative che possono sorprendere. Un film pungente, che diverte con intelligenza grazie a una sceneggiatura ricca di dialoghi scritti in punta di penna, davvero riuscito. Voto: 6,5

martedì 30 novembre 2021

Magical Girl (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2021 Qui - Un padre ama così tanto sua figlia che è pronto a commettere un crimine per esaudire il suo desiderio. Ma il suo errore apparentemente piccolo, porta a una reazione a catena e non c'è modo di fermarla. Pregevole lavoro che osserva l'ineluttabilità del destino e l'incapacità dell'uomo a governarlo, Magical Girl del regista spagnolo Carlos Vermut è opera seducente e dalla struttura narrativa originale. Un'opera misteriosa, che mescola magia, erotismo e psicopatologia, con qualche snodo narrativo poco credibile, ma affascinante e una volta tanto non scontata. Peccato che tutto questo non sia sufficiente a tenere alta l'attenzione per le due ore circa di durata. Lungo il percorso narrativo infatti, che intreccia, in un valzer di ricatti e sangue su piani temporali paralleli e sovrapposti, i destini di tre personaggi apparentemente lontani, si verifica una perdita e una dispersione graduale della suspense e della tensione che, unita a una costruzione altalenante del ritmo, a conti fatti finisce con l'indebolire il racconto e di riflesso la sua trasposizione (il suo "messaggio"). Gli attori sono anche bravi (in particolar modo Bárbara Lennie, vincitrice dell'unico Premio Goya a fronte di 7 nomination nel 2015, già vista in Contrattempo, Tutti lo sanno e Il regno) e il film, sotto l'aspetto puramente estetico, di Cinema, se la cava, ma non tutto funziona bene od impressiona positivamente (compreso il disturbante finale). Voto: 6

mercoledì 17 marzo 2021

Una notte di 12 anni (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 17/03/2021 Qui - Di tutte le dittature sorte in Sudamerica quella Uruguagia è tra le meno note ma non per questo la meno dispotica (stupisce il quasi disinteresse delle altre nazioni nei confronti di una repressione tanto cruenta). Il film di Álvaro Brechner analizza dodici anni di vita, anzi di non vita di tre Tupamaros catturati e segregati nelle fatiscenti prigioni del regime, tra torture e indicibili sofferenze. La quasi assenza di dialoghi costringe il regista a usare espedienti visivi per accentuare il senso dell'orrore: i primi piani dei tre sventurati per esempio, ma anche l'esasperazione di dettagli come il cunicolo angusto o l'altezza della cella, quasi a voler fare entrare anche lo spettatore. L'unica consolazione che il film ci propone è che dalle peggiori avversità possono risorgere i soggetti migliori. La parabola di Pepe Mujica, come Nelson Mandela, sta lì a rappresentarlo. Un film (basato sul libro Memorie dal calabozo. 13 anni sottoterra) schietto e intenso (momenti di grande impatto emotivo che culminano in un finale liberatorio), grazie anche al valido apporto dei tre protagonisti, tra cui spicca per notorietà Antonio de la Torre, coadiuvato dai validi Alfonso Tort e da Chino Darin (figlio di Ricardo). Una pellicola che ha il merito di aprire la mente e di raccontarci o ricordarci l'ennesima vergogna perpetrata da un regime assolutista degenerato, perverso, assassino delle più legittime individualità personali. Una pellicola solo un po' eccessivamente sbilanciata nella sua esageratamente lunga parte conclusiva, ma meritevole di attenzione e nota. Voto: 6,5

venerdì 29 maggio 2020

Il regno (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/05/2020 Qui - C'è qualcosa in questo film (in chiaro scuro) che cattura, sarà la colonna sonora avvincente, sarà la trama che racconta la corruzione politica dall'interno del mondo dei corruttori stessi, sarà il lirismo di fondo. Il ritmo però non sembra reggere la sceneggiatura (che è inevitabilmente prevedibile), i momenti di stanca sono molti, gli attori non sembrano tutti a loro agio (a parte Antonio de la Torre, che se la cava discretamente bene nonostante gli "scatti"). Nemmeno il centralissimo finale, davvero azzeccato e non troppo scontato (incentrato sull'ipocrisia), riesce a sollevare le sorti di un film riuscito solo a metà. Peccato. Il film infatti, è secondo me non all'altezza di Che Dio ci perdoni dello stesso regista Rodrigo Sorogoyen (un ritratto di due poliziotti, tratteggiati con mano sapiente e interpretati benissimo, anche dallo stesso De la Torre) e forse neanche così tanto meritevole dei 7 premi Goya vinti (tra cui quello come miglior regista ed attore protagonista, meritavano in altre occasioni, e colonna sonora, solo questo può starci) nel 2019. Voto: 5

venerdì 31 gennaio 2020

Sette minuti dopo la mezzanotte (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2020 Qui
Tema e genere: Un fantasy, una favola, un dramma, un groppo in gola che non scende per un'ora e 40 minuti. L'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo del 2011 è infatti una parabola sulla morte, sul dolore, sulla perdita e sulla forza necessaria per affrontarli.
Trama: Un ragazzino, sofferente per la malattia della madre, vive un'esperienza fantastica.
Recensione: Trasfigurando metaforicamente la realtà nel fantasy, alla stregua del "recente" Babadook o The Monster o de Il Labirinto del Fauno, diretto da quel Del Toro che ha tenuto a battesimo Juan Antonio Bayona il quale già affrontò le conseguenze di traumi infantili in The OrphanageA Monster Calls, più ancora degli esempi qui citati (in cui l'elemento fantastico funziona come una sorta di seduta di psicoanalisi permanente per il piccolo protagonista, che si ritrova ad affrontare l'evento più traumatico possibile nella vita di un bambino: la morte di un genitore), lascia esterrefatti per la maturità e la sincerità con cui riesce ad affrontare i grandi temi quali la morte, il lutto, il senso di perdita, di ingiustizia e di colpa, la solitudine, il rimorso e il desiderio di rinascita senza il benché minimo accenno di retorica, senza una nota stonata, senza una parola che possa suonare artificialmente affettata, anche quando si tratta dell'ultima parola detta sul letto di morte (il confronto tra madre e figlio è da pelle d'oca). A maggior ragione se si considera il target a cui il film si rivolge per cui l'esigenza di servirsi di un linguaggio semplice che però non semplifica, non banalizza ma al contrario risulta esemplare per metterne in luce la complessità e le infinite sfaccettature. Conor si sveglia in preda al panico nel cuore della notte mentre nella camera a fianco la madre sta morendo di tumore finché una di quelle notti, 7 minuti dopo la mezzanotte, gli fa visita un mostro a forma di albero (c'è Liam Neeson dietro il motion capture), un tasso, che in altrettanti momenti gli racconterà tre storie.

venerdì 31 maggio 2019

Desconocido: Resa dei conti (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2018 Qui - Opera prima del regista spagnolo Dani de la TorreDesconocido: Resa dei conti (El desconocido), film del 2015 interpretato dai premi Goya Luis Tosar (Ma ma: Tutto andrà bene), Javier Gutiérrez Álvarez (La Isla Minima) e Goya Toledo, che ha conteso a Truman la gran parte dei riconoscimenti ai Premi Goya 2016, aggiudicandosi però solo un paio di vittorie nelle categorie tecniche, premi tuttavia significativi come il miglior sonoro e il miglior montaggio, e in effetti il montaggio è frenetico e adrenalinico in questo film (che mescola thriller, azione e dramma) angosciante e ben fatto (che ricorda film americani come Speed o In linea con l'assassino, ma anche il personalmente deludente Locke), che prende lo spettatore dall'inizio in una spirale senza apparente via di uscita, è un film che fa della suspense il suo punto di forza, fedele ai canoni del genere. Per questo il thriller, che racconta di un dirigente di banca deciso e spregiudicato che si ritrova in una situazione altamente letale in compagnia dei suoi due figli, ovvero quando un interlocutore sconosciuto (appunto Desconocido) che per ricatto dice che sull'auto c'è una bomba (cosa che se vera o bluff porterà comunque il protagonista su una strada pericolosa), un film che si ispira al caso spagnolo della vendita delle "Participaciones Preferentes", un prodotto finanziario ad alto rischio venduto da alcune banche spagnole ai propri clienti senza dar loro alcuna informazione, è un thriller adrenalinico e coinvolgente che riesce a coniugare intrattenimento e critica sociale, con una feroce analisi della spregiudicatezza del sistema bancario e delle drammatiche conseguenze umane che ne sono derivate.

mercoledì 29 maggio 2019

La vendetta di un uomo tranquillo (2017)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/06/2018 Qui - Noto soprattutto per il ruolo del detective Pedro nel bel thriller noir La isla mínima di Alberto RodríguezRaúl Arévalo esordisce alla regia con La vendetta di un uomo tranquillo (in originale Tarde para la ira), vincendo quattro premi Goya nel 2017, tra cui miglior film, miglior regista esordiente e miglior sceneggiatura originale. Ed è proprio da quell'incredibile film, in cui si fece discretamente notare, vincitore di altrettanti e più premi Goya che il regista assorbe una certa maestria nella composizione delle atmosfere, nella capacità di inserire gli attori in un quadro/contesto in cui sembrano annaspare, e da cui ne segue le coordinate del genere thriller. Anche se il film non è certo un dramma sentimentale né un heist movie né un thriller poliziesco, bensì ennesima versione sul tema della vendetta, indirizzata sui binari convenzionali del genere quindi non esattamente originale, ma non priva di una propria personalità, piacevole in quanto strutturata narrativamente in maniera interessante e votata, più che alle esplosioni di violenza (che comunque non mancano), ad un'attenta definizione dei personaggi e all'analisi di quel bisogno catartico che diventa urgenza spietata. Il film infatti, è un noir (con improvvisi scatti nervosi, atti a concretizzare la rabbia primordiale covata per anni da uno dei personaggi) in continua tensione, senza pause narrative o segni di cedimento strutturale. Solido come una costruzione in calcestruzzo e tagliente come una lama. La storia certo, anche se all'inizio sembra altro, è per l'appunto la più classica delle vendette (non aiuta in tal senso la traduzione del titolo in italiano, che tende al didascalico, perdendo le sfumature di fatalismo disilluso dell'originale "Tardi per la rabbia"), che racconta la storia di un uomo, di un prima e di un dopo e un determinato avvenimento, ma questo gioco a carte coperte, una specie di partita condotta sul bluff, sull'abilità nel nascondersi e nell'ingannare l'avversario del regista, è davvero sorprendente, spiazzante e coinvolgente.

lunedì 27 maggio 2019

Truman: Un vero amico è per sempre (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 25/06/2018 Qui - L'amicizia è il dono più prezioso di cui un individuo può disporre, ovviamente se sincera, profonda e reciproca ed è quello che il film Truman: Un vero Amico è per Sempre sostiene e rappresenta. Il film infatti ci racconta di due amici di vecchia data che a seguito della malattia di uno si rincontrano a distanza di anni a Madrid e che insieme trascorreranno quattro giorni intensi (insieme all'inseparabile amico a quattro zampe del futuro "deceduto"), in cui e attraverso i toni lievi ed ironici della commedia, dimostreranno come l'amicizia sia più forte di ogni cosa. Difatti, la delicatezza con cui il regista catalano Cesc Gay racconta questa semplice e silenziosa storia di amicizia adulta, matura e involata verso l'ultimo saluto, è il segreto di questa pellicola, pellicola del 2015 che ha giustamente trionfato ai Goya 2016 premiando Javier Cámara e Ricardo Darín come attori, Cesc Gay alla regia e alla sceneggiatura e ovviamente il miglior film. Certo, la trama avrebbe potuto facilmente scivolare nel "patetico", nel pietismo o nel mieloso eccessivi o, almeno, in un qualcosa di "già detto" e dunque di fortemente scontato, giacché inserire un cane e un malato terminale nello stesso film assicura fazzoletti e un'abbondante dose strappalacrime a chiunque si accinga o sia ben propenso alla visione di una pellicola drammatica, invece il regista, grazie anche ad una sceneggiatura che non cede mai il passo al sentimentalismo, alla retorica, ai dialoghi monotonamente rituali che si ripetono gli amici cosiddetti per la pelle e che anzi perfino nei momenti più drammatici della narrazione è scritta con dialoghi pungenti, sferzanti, fatti di sfottò e battute al veleno, ma pronunciati con affettuoso stimolo dell'uno verso l'altro, riesce mirabilmente ed inaspettatamente a presentare una storia quanto mai vera, profonda e per nulla stucchevole: un inno all'amicizia che mai si consuma negli anni ma che, anzi, soprattutto nei momenti più critici, si consolida confermando la sincerità dei sentimenti.

lunedì 20 maggio 2019

Che Dio ci perdoni (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 18/04/2018 Qui - Gli spagnoli ultimamente producono meno horror (o forse ne vedo pochi io), ma stanno sfornando discreti thriller come questo Che Dio ci perdoni (Que Dios nos perdone), film del 2016 diretto da Rodrigo Sorogoyen. Questo thriller infatti, che ricorda altresì alcuni ottimi prodotti di genere made in Usa, e che ricorda anche l'affascinante e riuscito La Isla Minima, è un noir di tutto rispetto, fedele a molti degli stilemi di genere, compresa la durezza senza sconti nella rappresentazione della violenza. Difatti a questa pellicola di genere non manca oggettivamente nulla rispetto a tanti altri, segue i canoni prediletti con zelo, riuscendo tuttavia nello stesso momento a variarne caratterizzazione e tono. Giacché questo noir dall'impostazione classica, è capace di istantanee brutali e di squarci visionari disturbanti, ma è anche attento alla definizione dei caratteri, andando a segno soprattutto per lo spessore dei personaggi. Rodrigo Sorogoyen infatti non comprova solamente la propria conoscenza del filone in questione, bensì arricchisce la già prelibata pietanza con particolari finezze. Non a caso i due protagonisti sono ben caratterizzati, perché non hanno solo la vita da detective ma anche loro hanno i propri segreti e peccati. Come segreti e tanti peccati ha il vero, ambiguo e feroce protagonista della vicenda, un serial killer dalla psiche disturbata e perversa dai tratti comuni quanto inquietanti che se la prende con le donne anziane con una brutalità fuori dal comune. E così, immerso in una realtà sociale incandescente, fra visite papali e crisi sociale con manifestazioni di protesta, si sviluppa una trama avvincente, vivida, sensoriale, a tratti disturbante, che lavora con ritmo incessante fin dalla scena d'apertura, in una corsa che tale rimane anche nei brani della colonna sonora dall'andatura più compassata.

venerdì 12 aprile 2019

Il Clan (2015)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 09/12/2017 Qui - Vincitore per la regia del Leone d'Argento al festival del Cinema di Venezia del 2015, e vincitore del Premio Goya 2016 come miglior film straniero in lingua spagnolaIl Clan (El Clan), film argentino del 2015 scritto e diretto da Pablo Trapero, racconta la storia, apparentemente incredibile ma ahimè drammaticamente vera, della famiglia argentina Puccio, che all'inizio degli anni '80, e precisamente tra il 1982 ed il 1985, organizzava (sotto la protezione del regime) e perpetuava rapimenti e, dopo avere incassato il riscatto dai familiari dell'esponente rapito, lo uccideva a sangue freddo. Saranno poche infatti le vittime a salvarsi da un capo-clan luciferino e dai suoi fedeli parenti, fino a che non torna la democrazia e qualcosa necessariamente cambia. Davvero un grande film, che riflette su responsabilità individuale, etica di gruppo e, in maniera indiretta, memoria collettiva è questo qui. Il film difatti è molto ben diretto dal giovane regista argentino, con uno stile rigoroso, lucido e freddo, riflettendo adeguatamente le azioni e soprattutto il carattere e la personalità del carismatico capo famiglia, il quale costituiva la "mente" principale di tutti i misfatti in cui egli riusciva anche a coinvolgere, chi più chi meno riluttante, tutti i parenti. Giacché il regista, descrivendo appunto come anni di militanza al servizio della dittatura abbiano trasformato l'assuefazione al binomio violenza/impunità in assenza di rimorso e in indifferenza, l'orrore in ordinarietà, riesce bene a rappresentare (senza indulgenze e dove ad emergere è la storia di un paese in cui nessuno è veramente innocente) un'epoca cupissima. Un'epoca e un'opera questa, che ha comunque una sua innegabile originalità, in cui la violenza è però necessaria e funzionale al racconto.

martedì 5 marzo 2019

Perfect day (2015)

Mini Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/03/2017 Qui - PERFECT DAY (Drammatico Spagna 2015): Ho visto questo film perché sembrava essere bello ed interessante da vedere, ma purtroppo per vari problemi molto non mi ha convinto, soprattutto perché la parte comica affidata a Tim Robbins (salvabile ma senza riuscire a divertire) mal si sposa con la parte drammatica, sorretta sì sufficientemente da Benicio Del Toro e Olga Kurylenko, ma solo minimamente, dato che la strana (e davvero sottotono) storia di un gruppo di operatori umanitari che lotta contro tutto e tutti per restituire l'acqua potabile (sgombrando un pozzo in cui c'è un cadavere) a una comunità abbandonata dal mondo (Balcani ancora lacerati dalla guerra nel 1995) non incalza, non intrattiene e non fa per niente riflettere. In più alcuni stacchi musicali stonano troppo con il contesto certamente serio ma trattato troppo superficialmente dalla pellicola che si perde facilmente in facili stereotipi e cliché. Voto: 5,5

domenica 3 marzo 2019

La Isla Minima (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 15/03/2017 Qui - Le sorprese al cinema e in tv sono sempre ben accette e quando sono positive come in questo caso lo sono di più. Perché La Isla minima, film spagnolo del 2014 diretto da Alberto Rodríguez, è veramente un bel film, fatto bene e recitato altrettanto. Un gradevolissimo thriller di grande equilibrio complessivo girato in luoghi suggestivi e "complici" di una trama assolutamente coinvolgente. Due investigatori cercano chi ha ucciso delle giovani ragazze, una storia già vista ma che in questo film assume un carattere particolare, per l'ambientazione nel sud della Spagna e per un'atmosfera densa, vischiosa che rende tutto molto complesso. Siamo difatti abituati a vedere poliziotti in azione, ne conosciamo le dinamiche e il modus operandi quando sono a caccia di un assassino. Il regista invece gioca la carta del contesto sociale per raccontare un caso di cronaca nera, inserendo elementi politici anche nella vita dei due investigatori, uno democratico e l'altro compromesso con il franchismo. Ma ciò che colpisce veramente è il paesaggio, la palude presentata in riprese zenitali per mostrare le sue trame, le anse contorte, gli uccelli che si alzano in volo in tramonti surreali. Il film infatti è impreziosito da una ambientazione davvero molto suggestiva ed è proprio su quella che il regista gioca le sue carte migliori (ed anche più originali). I paesaggi acquatici e bucolici magnificamente fotografati (che dimostrano un notevole gusto estetico del regista) che fanno da cornice al racconto, rappresentano infatti il vero elemento catalizzate e vincente (insieme al contesto storico, qui fondamentale anche se poco utilizzato, dato che il regista non si sporca le mani ma tocca in maniera delicata gli avvenimenti politici senza metterci il carico, a mio avviso poteva osare di più, colpevole di farlo solo nel finale) che (più ancora del plot narrativo fine a se stesso abbastanza convenzionale per il genere) rende ambiguo e coinvolgente il risultato proprio perché capace di amplificare alla massima potenza l'atmosfera di tensione latente che il film trasmette allo spettatore e a far diventare più palese e disturbante il clima morboso, malsano e angosciante che si respira intorno a questa storia ambientata nel settembre del 1980, e quindi già in era post-franchista, ma quando la lunga, perniciosa dittatura era ancora ben fresca nella memoria dell'intero popolo spagnolo e ne condizionava ancora il pensiero, anche con inaspettate punte di nostalgia che il regista ben stigmatizza, come se i fantasmi del passato continuassero ancora a riecheggiare lugubremente con la loro pesante carica di sopraffazione.

sabato 19 gennaio 2019

La vita è facile ad occhi chiusi (2014)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/08/2016 Qui - La musica, soprattutto quella dei Beatles, fu negli anni '60 la colonna sonora delle aspirazioni e desideri di cambiamento di quella generazione e fu uno degli strumenti più potenti ed efficaci per veicolare e comunicare quell'esigenza. E' dalla voglia di ripercorrere quella stagione che nasce il piccolo, prezioso e poetico lavoro di Davide TruebaLa vita è facile ad occhi chiusi (Vivir es fácil con los ojos cerrados), pellicola del 2013, vincitore nel 2014 di ben 7 premi Goya. Per questo film il regista si è ispirato alla storia vera (un elemento interessante della narrazione) del professore di inglese Juan Carrión che incontrò John Lennon sul set del film di Richard Lester, Come ho vinto la guerra ad Almeria e al quale chiese chiarimenti sui testi delle canzoni. Poiché Antonio, insegnante d'inglese in una scuola retta da religiosi, vorrebbe incontrarlo perché le canzoni che ha registrato da Radio Lussemburgo hanno dei versi che gli suscitano delle perplessità, e solo John sarà in grado di dirgli se ha commesso errori nelle traduzioni, in quanto per favorire l'apprendimento dei suoi alunni (e anche perché è un fan dei Beatles) utilizza le canzoni dei Fab Four per invogliarli a tradurre. E quando perciò viene a sapere che John Lennon si trova in Almeria per girare un film decide di cercare di incontrarlo. Sulla strada per il sogno però il professore romantico incontra due giovani autostoppisti. Prima si imbatte in Belen, una ragazza incinta che è scappata dall'istituto in cui era stata rinchiusa e poi in Juanjo, un sedicenne che si è allontanato dall'abitazione in cui vive con i genitori e con cinque fratelli perché non sopporta più la rigidità educativa del padre poliziotto. Sarà insieme a loro che il professor Antonio cercherà di coronare il suo sogno. E dopo quell'incontro che ovviamente c'è (e forse grazie ad esso) gli LP realizzati dai Beatles riportarono sempre i testi delle canzoni, anche se non ho trovato conferma di ciò. La vita è facile ad occhi chiusi è un bel film, leggero e con una vena poetica che parla della necessità di inseguire i propri sogni, di tre anime sole ed incomprese che vivono con disagio la vita di oppressione che il paese impone, e che vogliono fare della propria vita qualcosa di diverso da quello a cui sembrano destinati. E il regista grazie anche alle ottime prestazioni dei suoi interpreti ricostruisce con grande tenerezza quella situazione mostrando tre solitudini di età diversa che sono alla ricerca non solo di John Lennon ma anche (e soprattutto del senso della loro esistenza).