Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2024 Qui - La sirena Ariel è insoddisfatta della sua esistenza sottomarina e anela alla vita terrestre. Nel remake live action del classico Disney, diretto da Rob Marshall (suo Il ritorno di Mary Poppins), l'accento è sulla musica, con nuove canzoni che tuttavia non eguagliano l'indimenticabile originalità dell'animazione. Il film brilla per coreografie avvincenti ed effetti speciali eccellenti, ma l'eccessiva enfasi sul "politically correct" risulta forzata e fastidiosa. Il vero problema non risiede nel casting controverso (con un'Ariel troppo giovane) o nell'enfasi sui messaggi positivi, bensì nella sfida di convertire l'originale animato in live action senza perdere la sua essenza. Questa trasformazione, sebbene affascinante per i più giovani, solleva perplessità tra gli spettatori più nostalgici. Voto: 5,5 [Disney Plus]
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mercoledì 31 luglio 2024
La sirenetta (2023)
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Dune - Parte due (2024)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2024 Qui - La seconda parte di "Dune" conserva sia i meriti sia i difetti del primo capitolo. La narrazione, che ruota attorno al personaggio di Paul Atreides, adotta toni messianici e veicola un messaggio anticolonialista attraverso un esoterismo palese. Denis Villeneuve stupisce con una perizia tecnica poco comune a Hollywood, ma alcune carenze nella sceneggiatura evidenziano la difficoltà e l'inefficacia nel trasporre la complessità dell'opera originale. Rimangono notevoli la fotografia camaleontica e la colonna sonora di Hans Zimmer. Un film non rivoluzionario, ma con elementi di spicco e grande impatto. Voto: 7 [Infinity Plus]
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venerdì 30 settembre 2022
Perdita Durango (1997)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/09/2022 Qui - C'è di tutto in questa stravagante opera di Álex de la Iglesia (soprannominato non per caso, e qui il primo vero assaggio, il Quentin Tarantino spagnolo) che attinge un po' da Oliver Stone, un po' da David Lynch ed un po' da Robert Rodriguez (da una violenza spinta al massimo fino a degli spiazzanti sfoci nel grottesco, senza contare l'alone surreale) e in effetti non sarebbe neanche male se non fosse per una durata estesa a più del necessario e per una sceneggiatura spesso e volentieri sfilacciata, l'intrattenimento è comunque garantito grazie alle prove schizzate della bella (e super sexy) Rosie Perez e di Javier Bardem (con un taglio di capelli improponibile, quasi peggio di quello in "Non è un Paese per Vecchi"), entrambi liberi di sbizzarrirsi (e scopare) a più non posso. Non mancano colpi di scena, vendette, sparatorie e sangue a ettolitri, ma parliamo di una pellicola molto ridondante, capace di intrattenere appunto con gusto, ma comunque inferiore agli altri film del regista spagnolo (ricordiamo il suo ultimo El Bar), un buon esperimento, però niente di più. Ma pur non essendo del tutto riuscito, Perdita Durango è un delirante e bizzarro cocktail di sesso, morte e violenza che merita senz'altro un'occhiata. Voto: 6+
sabato 30 luglio 2022
Il capo perfetto (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/07/2022 Qui - Ipocrisia e complotti
machiavellici per una graffiante satira sul lato
oscuro dell'imprenditoria (l'ambizione di un titolare di una fabbrica di
bilance, dove mantenere l'equilibrio non è solo una metafora), con un
eccellente Javier Bardem (meglio che
nelle sue ultime uscite) nei panni del capo
"paterno" che, nei momenti di difficoltà, non si lascia piegare dagli
scrupoli (imperdibili certe sue espressioni serafiche sfoggiate nei
momenti più critici o imbarazzanti). Fernando León de Aranoa, il regista
di Escobar - Il fascino del male, alterna impietosamente gag
tragicomiche e climax
ansiogeni di esilarante banalità, costruendo un
villain tanto odioso da rendersi diabolicamente simpatico. Anche se lo
script non è sempre il massimo della precisione, qualche "ritocchino" ad
hoc lo riequilibra con successo. I toni sono per lo più quelli della
commedia, il ritmo scandito
dal decorrere dei giorni della settimana e il sorriso fa spesso
capolino. Poi subentra l'aspetto del dramma ma il film rimane molto
godibile, ancorché asciutto e ha il pregio di adottare un paio di
soluzioni narrative che possono sorprendere. Un film pungente, che
diverte con intelligenza grazie a una sceneggiatura ricca di dialoghi
scritti in punta di penna, davvero riuscito. Voto: 6,5
giovedì 31 marzo 2022
A proposito dei Ricardo (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/03/2022 Qui - Difficile entrare in empatia con una storia così culturalmente lontana
(Lucy ed io è una sit-com sconosciuta in Italia), nonostante lo sforzo
di Aaron Sorkin (la cui genialità si vede solo a sprazzi) di
universalizzare le rotondità psicologiche dei personaggi. Formalmente
inappuntabile, con una discreta regia e una ricostruzione magistrale
degli anni '50, ma non si può assolutamente soprassedere sullo tsunami
di noia che inonda lo spettatore con situazioni narrative ripetitive ed
elementi che non stuzzicano mai la curiosità (nonostante gli accenni al
comunismo). Il cast fa il suo, inappuntabile J. K. Simmons, Nicole
Kidman invece ai minimi storici, mentre bene Javier Bardem nei numeri
musicali (nonostante le "differenze", tutti e tre candidati agli Oscar).
Mi aspettavo meglio, peccato sia andata così: aspettavo con ansia il
nuovo Sorkin dopo il più che discreto Il processo ai Chicago 7. Voto:
5,5
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lunedì 31 gennaio 2022
Dune (2021)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/01/2022 Qui - Avevo aspettative alte viste le recensioni, l'hype generali e il resto
(avendo io visto il deludente Dune di David Lynch e confidando nel
bravissimo Denis Villeneuve una migliore resa), sono rimasto non deluso
ma un po' perplesso. Il regista dell'ottimo Blade Runner 2049 riesce in
questo: una grande resa estetica (contemplativa e avvolgente)
irrobustita da una gestione del sonoro che lascia attoniti (lo score di
Hans Zimmer, in tal senso, è davvero evocativo). Quello che mi ha
convinto meno sono la messa in scena, un po' troppo cupa, certe scene
d'azione un po' strane girate con approssimazione, non è facile entrare
in quel mondo, talvolta la pellicola manca di profondità, ho avuto
l'impressione che il tutto (attori compresi) fosse a servizio dello
spettacolo, dello sfarzo, del fare colpo a tutti i costi. Stessa fedeltà
al romanzo (di Frank Herbert) ma film di opposta natura: debordante ed
eccessivo quello di Lynch, essenziale e quasi ascetico questo, il cui
rigore si riflette nelle forme degli edifici e delle macchine, nei
costumi e soprattutto nella palette quasi monocromatica della
fotografia. Il risultato è visivamente appagante ma il racconto stenta
ad appassionare. Rimane comunque un buon prodotto, maestoso ed epico a
suo modo, anche se alla fine mi ha lasciato un senso di vago ed
incompiuto, dopotutto s'interrompe proprio sul più bello, il che è
giustificato dal fatto che questa è la prima parte (e per fortuna la
seconda parte verrà prodotta), ma ne ho ugualmente risentito. Nel
confronto col Dune degli anni '80 (invecchiato male), questo è
sicuramente una spanna sopra, con la prima trasposizione che
paradossalmente aveva il pregio di finire già, completando tutto il
percorso. Bello ma non bellissimo, mi aspettavo di più. Voto: 7
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venerdì 13 settembre 2019
Tutti lo sanno (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/09/2019 Qui
Tema e genere: Thriller drammatico diretto dal due volte Premio Oscar Asghar Farhadi che racconta di un rapimento ed ha come tema le tensioni e i segreti.
Tema e genere: Thriller drammatico diretto dal due volte Premio Oscar Asghar Farhadi che racconta di un rapimento ed ha come tema le tensioni e i segreti.
Trama: Il matrimonio della sorella riporta una donna in Spagna. Ma un evento drammatico scoperchierà segreti e rinnoverà dolorosi rancori.
Recensione: Film d'apertura al Festival di Cannes 2018, Tutti lo sanno riporta in Europa il regista iraniano Asghar Farhadi (due volte premio Oscar, per Una separazione e per Il cliente) dopo l'esperienza francese con Il passato. Il tema delle tensioni e dei segreti che possono squassare una famiglia si era visto in tutti i suoi film precedenti, ma qui si cala in un contesto differente, molto spagnolo e latino, tra fede religiosa vissuta (o meno) in modi diversi, dicerie e maldicenze che guastano i rapporti, contrasti su beni e soldi che portano a dissidi, in famiglia e con i vicini. Il contesto è scenograficamente suggestivo, tra la villa della festa in cui si svolge il dramma, il campanile della chiesa, che a qualcuno potrebbe ricordare La donna che visse due volte, i campi e le vigne arse dal sole. Qui Farhadi può contare su grandi attori, come le star iberiche (e coniugi nella vita) Penelope Cruz e Javier Bardem (già in coppia nel mediocre Escobar - Il fascino del male), cui si aggiunge il grande attore argentino Ricardo Darín nei panni del marito che si precipita da Buenos Aires appena scompare la figlia, e che si porta dietro fallimenti personali e un atteggiamento mistico-religioso che suona stravagante ai parenti acquisiti (e pure un po' alla moglie). Il regista conferma tutta la sua capacità di suscitare tensione, in un giallo che però via via si smorza nonostante segreti sempre più dirompenti, fino a un epilogo che delude in parte le attese anche se mantiene, come da programma, il compito di spargere amarezza sui personaggi e sulle loro vicende. Compito appunto un po' troppo programmatico, intuibile fin dall'inizio, mentre nei suoi film migliori c'è molta più sottigliezza e una reale suspense di pericoli incombenti e catastrofi in agguato, oltre tutto sempre spia di rapporti malati, ambiguità, falsità o verità parziali. Non che non ci siano questi elementi, in Tutti lo sanno, ma come puro frutto di tecnica più che per sapiente rappresentazione dei personaggi. Che forse, proprio perché lontani dall'ambito che conosce di più, sono figure anche cinematograficamente interessanti, ma difficilmente possono sembrare persone reali le cui azioni siano sostenute da motivazioni credibili. E la vicenda, pur molto forte, rischia di non incidere nello spettatore, più ammirato dall'abilità di regista e interpreti che conquistato dalla narrazione e dalle sue drammatiche verità. Una narrazione che appunto gira troppo spesso a vuoto, una storia che stenta a decollare, con degli sviluppi simili a quelli di una soap opera latino americana. I colpi di scena arrivano sempre tardi e sono "telefonati", in un territorio, di cui l'iraniano Farhadi dà l'impressione di conoscere poco, a reggere il racconto è una dinamica narrativa, che si avvita su se stessa. Il melodramma tracima, degenerando in telenovela (troppi isterismi), nell'accezione più riduttiva, mancando una messinscena efficace. Il film procede a sbalzi, tra tempi morti e sequenze prolisse, con uno pseudo intreccio da sciogliere, per giungere alla composizione di un disperato quadro complessivo, in cui ciascuno, esce sconfitto. Ma nonostante questo la struttura del film è abbastanza solida, a parte la prevedibilità mascherata con colpi di scena e delle preoccupazioni del film fini a se stesse, che in verità sono i due elementi che funzionano meno e che fanno perdere al film parecchi punti, punti vitali per raggiungere una sufficienza che decisamente non merita. Da Farhadi proprio non me l'aspettavo.
sabato 13 luglio 2019
Escobar - Il fascino del male (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 16/05/2019 Qui - Il narcotrafficante colombiano Pablo Escobar viene spesso raccontato nel cinema e televisione recenti: dalle opere che ne fanno l'indiscusso protagonista, come la serie tv Narcos o il film Escobar di Andrea Di Stefano, a "cameo" significativi come Barry Seal con Tom Cruise. Ora ecco quest'altro film, film di Fernando León de Aranoa che debuttò fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia nel 2017. Un film che, basato sul memoriale "Loving Pablo, Hating Escobar", pubblicato nel 2007 dall'ex conduttrice televisiva Virginia Vallejo (quest'ultima è stata amante di Escobar nella realtà), si pone come obiettivo quello di mostrare la realtà dei fatti da diversi punti di vista. Diversi punti di vista (soprattutto uno, quello della stessa Virginia) per poter osservare la politica di vita di un personaggio nell'occhio del ciclone, vero e proprio simbolo di un'esistenza criminale incentrata sull'essere in assoluto i numeri uno, e lui numero uno lo è stato, in modo alquanto insolito e poco incline alle regole morali di una persona qualsiasi. Tali ambizioni vengono quindi descritte ora in questo film che doveva probabilmente essere il resoconto di una conflittuale storia d'amore all'ombra del sangue versato in quel regno criminale. Ma questa premessa viene fin da subito tradita dal regista, tanto che ad un certo punto, Escobar - Il fascino del male si discosta completamente dalla relazione avuta dai due per raccontare semplicemente le gesta del narcos più ricercato della storia, gesta ormai note. E purtroppo è per questo che il tentativo di raccontare la storia del patron colombiano sotto un nuovo punto di vista non riesce bene. Su questo personaggio si è detto veramente tutto (anche se la serie non l'ho ancora iniziata) e questa pellicola appunto non riesce a sviluppare l'unico spunto originale, la narrazione affidata all'amante di Pablo, e il rapporto tra i due che viene ridicolizzato a banale storiella di corna. L'operazione di raccontare per l'ennesima volta la figura di Pablo Escobar perde ancora più valore in quanto il film del regista spagnolo arriva per l'appunto dopo una lunga serie di film e serie tv sul trafficante di droga colombiana che meglio avevano svolto il loro lavoro (sul film basta leggere la mia recensione, sul buon lavoro della serie invece mi fido dei giudizi altrui).
martedì 4 giugno 2019
Biutiful (2010)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/08/2018 Qui - Vive nella miseria e si mantiene come può, collaborando con venditori ambulanti senegalesi e sfruttatori cinesi di manodopera clandestina. Cresce due figli quasi da solo, perché la moglie, mentalmente instabile, non è in grado di fare la madre e conduce altrove una vita dissoluta. Come se non bastasse, Uxbal scopre di avere un cancro che gli lascerà solo qualche mese di vita. Eppure, la morte fa già parte della sua quotidianità, prima ancora che egli sappia di essere malato: grazie a un dono di natura, l'uomo può parlare con gli spiriti e aiutarli a raggiungere la pace eterna. Difficile individuare una tematica dominante tra le tante vicende che s'intrecciano attorno al protagonista di Biutiful, film del 2010 diretto da Alejandro González Iñárritu, il rapporto conflittuale con la moglie, contrapposto al desiderio di ricostruire una vera famiglia? La ricerca delle proprie radici, che si accompagna al dialogo con la morte (presenza tanto costante quanto scomoda)? L'incontro tra diverse culture, possibile solo nella condivisione di un destino avverso? Dopo la cosiddetta "Trilogia della morte" composta da Amores perros (2000), 21 Grammi (2003) e Babel (2006), Biutiful doveva rappresentare una svolta nella produzione del regista messicano, in realtà, l'unico cambiamento evidente si riscontra a livello tecnico, complice forse la collaborazione con due nuovi sceneggiatori, Armando Bo e Nicolás Giacobone, il regista abbandona qui la struttura a incastro su cui si fondavano le precedenti opere, optando per una narrazione lineare (fatta eccezione per il flashforward iniziale) e concentrandosi per la prima volta su un unico protagonista. Per il resto, egli pare proporre contenuti già affrontati (perché, infatti, non parlare di "Tetralogia della morte"?), secondo una dinamica che, oggi come in passato, lascia qualche perplessità. L'antieroe Uxbal è protagonista di una serie di sventure che sembrano non avere una via d'uscita e, a giudicare da ciò che s'intravede delle vite degli altri personaggi, il male di vivere che lo affligge è una condizione universale.
giovedì 30 maggio 2019
Madre! (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 13/07/2018 Qui - Com'è difficile parlare di questo film, francamente sono spiazzato, su di un piano emotivo l'ho trovato molto disturbante, non vedevo l'ora che finisse, su di un piano più cerebrale, si può giudicare come un'opera molto ambiziosa, che guarda molto in alto, anche se proprio quest'aspirazione, non sembra corrispondere al risultato ottenuto, un risultato tuttavia discreto. Di certo è innegabile che dopo aver assistito a Madre!, film drammatico, horror grottesco o thriller non si sa del 2017, si può tranquillamente affermare che quella concepita da Darren Aronofsky è un'opera come se ne vedono poche (un'opera incredibilmente sopra le righe che non assomiglia a niente altro), che non assomiglia a nulla di quanto realizzato dal regista in precedenza e che probabilmente lo stesso non sarà più in grado di replicare. Darren Aronofsky infatti, che dopo alcuni film tutto sommato quasi convenzionali, regista già affermatissimo e autore di pellicole importanti caratterizzate da un'insolita e caratteristica vena visionaria, che qui non rinuncia allo stile che lo ha reso celebre per questa sua ultima fatica, anzi, Mother! spinge la sua ricerca espressiva ancora più in là (forse questa volta a scapito della narrazione, che soffre di un'eccessiva frammentarietà e ridondanza), si rituffa in un film (un'opera interessantissima, di evidente impostazione psicanalitica arricchita da elementi horror, cui peraltro non manca neanche un sottile, e malato, sense of humour e su cui aleggia un'atmosfera da teatro dell'assurdo) aberrante e stravagante. Perché anche se egli ci aveva già abituati all'esplorazione delle paure e dei desideri inconfessabili che si insinuano nell'animo umano grazie a pellicole come Requiem for a Dream e Il Cigno Nero, con Madre! il regista amplifica la rappresentazione del malessere del singolo individuo e la estende a personalissimo e visionario intreccio di inquietudini e paranoie sul destino del mondo e dell'umanità. Il risultato è quindi un quadro scioccante, a tratti indecifrabile e disturbante, parrebbe sulla follia del nostro tempo, sull'insostenibilità della nostra condizione di esseri umani schiacciati dalle prospettive che gravano sul pianeta e dalle aspettative di chi ruota attorno a noi, e forse anche sulla forza dirompente dell'amore, quello che ci rende vulnerabili, quello che ci terrorizza a morte, ma è difficile capirlo con esattezza.
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mercoledì 22 maggio 2019
Il tuo ultimo sguardo (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/04/2018 Qui - Nel corso della sua carriera da attore Sean Penn (che tuttavia nel suo ultimo film The Gunman non fece proprio benissimo) ha raccolto i frutti del suo lavoro grazie a due indubbiamente meritati premi Oscar, non tanto invece come regista, perché a parte il discreto Into the wild (due nomination all'Oscar), visivamente affascinante ma alquanto retorico, non ha fatto nessun altro film memorabile o che abbia raggiunto il successo. Come di certo quest'ultimo film, Il tuo ultimo sguardo (The Last Face), film del 2016 diretto appunto dai uno dei grandi attori statunitensi di Hollywood, un film forse retorico (giacché tema portante della pellicola è quello sociale ed umanitario, che altresì punta il dito sull'occidente reo di pensare a sé stessi), certamente non indimenticabile, troppo romanzato e non efficace al massimo, ma bello, intenso, realistico e comunque coinvolgente. Il film infatti, sullo sfondo della Liberia e della Sierra Leone (ed altri pericolosi territori) devastate dalla guerra, e sfruttando una struttura temporale fratta, composta da flashback e salti spaziali, narra la storia d'amore (un amore fatto di bellissimi, intensi primi piano, di gesti pieni di tenerezza, di silenzi e sguardi) tra una direttrice di un'associazione umanitaria ed un medico che presta il proprio servizio tra le popolazioni dei paesi africani in difficoltà. Difatti nel corso di una pericolosa missione i due suddetti protagonisti (Charlize Theron e Javier Barden) si conoscono e subito si innamorano e per un certo periodo continuano insieme a distribuire aiuti a questi bisognosi e tormentati popoli ma nel tempo essi dimostreranno di avere un'ideologia differente su come portare aiuto ed affrontare la terribile situazione di una parte del mondo fortemente devastata e ciò li farà allontanare l'uno dall'altra, nonostante la profondità e la sincerità dei loro sentimenti. E così vivranno una storia tormentata che li porterà forse all'autodistruzione e darà alla pellicola i connotati del classico film drammatico. Non a caso Il tuo ultimo sguardo è un'opera che contiene tutti gli ingredienti adatti ad un tale genere di film, il messaggio di denuncia a sostegno delle popolazioni nel mondo meno fortunate con immagini brutali e quanto mai realistiche per rafforzare il suddetto intento (grazie soprattutto ad una non banale fotografia), la storia d'amore profonda ma travagliata tra due individui affascinanti (e discretamente interpretati) provvisti di alti ideali umanitari ed impavidi al pericolo incombente, le missioni pericolose in territori selvaggi. Tutti elementi insomma che alzano il livello e la qualità della pellicola che cerca anche di far riflettere lo spettatore, egli ci riesce, ma non perfettamente.
lunedì 20 maggio 2019
Pirati dei Caraibi: La vendetta di Salazar (2017)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 23/04/2018 Qui - Lo si può criticare, lo si può disprezzare, ma la saga dei Pirati dei Caraibi non è soltanto e ormai un punto saldo della cinematografia commerciale, ma lo spettacolo d'intrattenimento più godibile che ci sia. Perché sebbene la miliardaria saga piratesca di casa Disney mostri oramai con evidenza di avere più di qualche falla, anche con un quinto capitolo ridondante e superfluo eppure spassoso, riesce sempre a divertire e non annoiare. Certo, rispetto ai primi due inarrivabili film, Pirati dei Caraibi: La vendetta di Salazar (Pirates of the Caribbean: Dead Men Tell No Tales), film del 2017 diretto da Joachim Rønning e Espen Sandberg e sequel del deludente Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare, soffre un presupposto narrativo quasi inesistente e una trama priva di veri colpi di scena o elementi d'originalità, ma nonostante ciò, lo spettacolo imbastito diverte e coinvolge, la messa in scena si conferma come grande punto di forza della serie e l'uso sovrabbondante di CGI non risulta quasi mai espansivo. In due ore il film infatti, certamente non il migliore dei cinque capitoli sin qui prodotti, ma di cui comunque il giudizio è relativamente positivo, intrattiene incredibilmente alla grande, non solo grazie ad effetti speciali senza dubbio godibili ma anche ad un ritmo decisamente dinamico. Se difatti la storia, che ruota sostanzialmente attorno alla ricerca di un tesoro leggendario e introvabile, in buona parte ha il sapore del già visto, ciò che colpisce è il ritmo della narrazione che, alternando continuamente personaggi e scenari, riesce a non annoiare e a tenere alto l'interesse fino a fare convergere tutto il climax accumulato nei suoi 120 minuti in un finale scontato ma ugualmente interessante, seppur forse troppo esagerato, esteticamente e concettualmente, anche per una saga come questa.
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lunedì 14 gennaio 2019
The Gunman (2015)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 04/08/2016 Qui - The Gunman è un avvincente e adrenalinico film d'azione del 2015 diretto da Pierre Morel (From Paris with love, Io vi troverò) con protagonisti Sean Penn, Idris Elba e Javier Bardem. La pellicola è l'adattamento cinematografico del romanzo Posizione di tiro (La Position du Tireur Couché) scritto da Jean-Patrick Manchette nel 1981. Bisogna subito premettere una cosa, che secondo me, nonostante il basso successo al botteghino e soprattutto una stroncatura piuttosto brutale della critica, questo film è un thriller action abbastanza solido e robusto, oltretutto con un paio di location anche originali (il Congo e Gibilterra). Le prove degli attori sono più che sufficienti, il ritmo è incalzante e la vicenda sufficientemente appassionante. Dunque non afferro il motivo dell'acredine da parte dei critici, anche se in parte non sbagliano del tutto, il regista infatti al contrario di altri suoi elettrizzanti film punta su un action più atipico, ovvero l'action fantapolitico, un genere di film solitamente caratterizzati da un sotto-testo politico più o meno marcato che ha bisogno di essere trattato in maniera un po' particolare, Morel invece ne azzecca una e mezzo su tre e porta a casa un film confusionario e incoerente che fa acqua da un po' tutte le parti, ma non peggio di tanti altri, e sufficientemente per una visione. Comunque la vicenda prende le mosse a Kinshasa (nel 2006) su uno sconfortante sfondo tra guerra civile, morte e povertà, a cui si aggiunge il cinismo di un Occidente che contribuisce ambiguamente da una parte a fornire aiuti alla popolazione e dall'altra a sfruttare i ricchi giacimenti di metalli preziosi. Su questo drammatico scenario nasce l'amore tra un un ex soldato delle forze speciali che presta servizio (apparentemente) per una organizzazione non governativa in Congo (una ONG), e una volontaria di un campo medico (una meravigliosa Jasmine Trinca), sotto lo sguardo ambiguo e malefico di un trafficone che è il bravissimo Javier Bardem. Lo stesso che (geloso della loro relazione) ordina per conto di una multinazionale collusa col governo americano e intenzionata a mettere le mani sui preziosi giacimenti dei paesi in via di sviluppo, proprio a Jim Terrier (Sean Penn, tiratore scelto e capo di una unità di mercenari in verità) di uccidere il ministro delle miniere congolese. Poiché una volta compiuto il suo lavoro deve abbandonare il paese in fretta e furia, perdendo così Annie (o almeno così crede). Si perché (deciso a redimersi scavando pozzi d'acqua per gli indigeni proprio in Congo) a otto anni di distanza Jim riceve la sgradita visita del proprio passato oscuro, sotto forma di sicari decisi a fare sparire lui e tutte le prove che l'uomo ha raccolto e custodito. L'unica possibilità per Jim (sempre più male in arnese, solo, malato e malridotto, che si trascina come può) è quindi trovare prima quello che lo vuole morto e batterlo sul tempo. Facendo ciò si imbatte proprio in Bardem (che nasconde qualcosa), che è riuscito ad accompagnarsi finalmente a Annie. Ha inizio così un sanguinoso viaggio per l'Europa (tra Inghilterra, Spagna e Gibilterra) che costringerà Terrier a fare i conti con il suo violento passato, facendo così partire un'implacabile e inesorabile caccia all'uomo.
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