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venerdì 13 settembre 2019

Tutti lo sanno (2018)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/09/2019 Qui
Tema e genere: Thriller drammatico diretto dal due volte Premio Oscar Asghar Farhadi che racconta di un rapimento ed ha come tema le tensioni e i segreti.
Trama: Il matrimonio della sorella riporta una donna in Spagna. Ma un evento drammatico scoperchierà segreti e rinnoverà dolorosi rancori.
Recensione: Film d'apertura al Festival di Cannes 2018, Tutti lo sanno riporta in Europa il regista iraniano Asghar Farhadi (due volte premio Oscar, per Una separazione e per Il cliente) dopo l'esperienza francese con Il passato. Il tema delle tensioni e dei segreti che possono squassare una famiglia si era visto in tutti i suoi film precedenti, ma qui si cala in un contesto differente, molto spagnolo e latino, tra fede religiosa vissuta (o meno) in modi diversi, dicerie e maldicenze che guastano i rapporti, contrasti su beni e soldi che portano a dissidi, in famiglia e con i vicini. Il contesto è scenograficamente suggestivo, tra la villa della festa in cui si svolge il dramma, il campanile della chiesa, che a qualcuno potrebbe ricordare La donna che visse due volte, i campi e le vigne arse dal sole. Qui Farhadi può contare su grandi attori, come le star iberiche (e coniugi nella vita) Penelope Cruz e Javier Bardem (già in coppia nel mediocre Escobar - Il fascino del male), cui si aggiunge il grande attore argentino Ricardo Darín nei panni del marito che si precipita da Buenos Aires appena scompare la figlia, e che si porta dietro fallimenti personali e un atteggiamento mistico-religioso che suona stravagante ai parenti acquisiti (e pure un po' alla moglie). Il regista conferma tutta la sua capacità di suscitare tensione, in un giallo che però via via si smorza nonostante segreti sempre più dirompenti, fino a un epilogo che delude in parte le attese anche se mantiene, come da programma, il compito di spargere amarezza sui personaggi e sulle loro vicende. Compito appunto un po' troppo programmatico, intuibile fin dall'inizio, mentre nei suoi film migliori c'è molta più sottigliezza e una reale suspense di pericoli incombenti e catastrofi in agguato, oltre tutto sempre spia di rapporti malati, ambiguità, falsità o verità parziali. Non che non ci siano questi elementi, in Tutti lo sanno, ma come puro frutto di tecnica più che per sapiente rappresentazione dei personaggi. Che forse, proprio perché lontani dall'ambito che conosce di più, sono figure anche cinematograficamente interessanti, ma difficilmente possono sembrare persone reali le cui azioni siano sostenute da motivazioni credibili. E la vicenda, pur molto forte, rischia di non incidere nello spettatore, più ammirato dall'abilità di regista e interpreti che conquistato dalla narrazione e dalle sue drammatiche verità. Una narrazione che appunto gira troppo spesso a vuoto, una storia che stenta a decollare, con degli sviluppi simili a quelli di una soap opera latino americana. I colpi di scena arrivano sempre tardi e sono "telefonati", in un territorio, di cui l'iraniano Farhadi dà l'impressione di conoscere poco, a reggere il racconto è una dinamica narrativa, che si avvita su se stessa. Il melodramma tracima, degenerando in telenovela (troppi isterismi), nell'accezione più riduttiva, mancando una messinscena efficace. Il film procede a sbalzi, tra tempi morti e sequenze prolisse, con uno pseudo intreccio da sciogliere, per giungere alla composizione di un disperato quadro complessivo, in cui ciascuno, esce sconfitto. Ma nonostante questo la struttura del film è abbastanza solida, a parte la prevedibilità mascherata con colpi di scena e delle preoccupazioni del film fini a se stesse, che in verità sono i due elementi che funzionano meno e che fanno perdere al film parecchi punti, punti vitali per raggiungere una sufficienza che decisamente non merita. Da Farhadi proprio non me l'aspettavo.

martedì 4 giugno 2019

Biutiful (2010)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/08/2018 Qui - Vive nella miseria e si mantiene come può, collaborando con venditori ambulanti senegalesi e sfruttatori cinesi di manodopera clandestina. Cresce due figli quasi da solo, perché la moglie, mentalmente instabile, non è in grado di fare la madre e conduce altrove una vita dissoluta. Come se non bastasse, Uxbal scopre di avere un cancro che gli lascerà solo qualche mese di vita. Eppure, la morte fa già parte della sua quotidianità, prima ancora che egli sappia di essere malato: grazie a un dono di natura, l'uomo può parlare con gli spiriti e aiutarli a raggiungere la pace eterna. Difficile individuare una tematica dominante tra le tante vicende che s'intrecciano attorno al protagonista di Biutiful, film del 2010 diretto da Alejandro González Iñárritu, il rapporto conflittuale con la moglie, contrapposto al desiderio di ricostruire una vera famiglia? La ricerca delle proprie radici, che si accompagna al dialogo con la morte (presenza tanto costante quanto scomoda)? L'incontro tra diverse culture, possibile solo nella condivisione di un destino avverso? Dopo la cosiddetta "Trilogia della morte" composta da Amores perros (2000), 21 Grammi (2003) e Babel (2006), Biutiful doveva rappresentare una svolta nella produzione del regista messicano, in realtà, l'unico cambiamento evidente si riscontra a livello tecnico, complice forse la collaborazione con due nuovi sceneggiatori, Armando Bo e Nicolás Giacobone, il regista abbandona qui la struttura a incastro su cui si fondavano le precedenti opere, optando per una narrazione lineare (fatta eccezione per il flashforward iniziale) e concentrandosi per la prima volta su un unico protagonista. Per il resto, egli pare proporre contenuti già affrontati (perché, infatti, non parlare di "Tetralogia della morte"?), secondo una dinamica che, oggi come in passato, lascia qualche perplessità. L'antieroe Uxbal è protagonista di una serie di sventure che sembrano non avere una via d'uscita e, a giudicare da ciò che s'intravede delle vite degli altri personaggi, il male di vivere che lo affligge è una condizione universale.

lunedì 27 maggio 2019

La notte che mia madre ammazzò mio padre (2016)

Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 27/06/2018 Qui - La notte che mia madre ammazzò mio padre (Commedia, Spagna 2016): Un po' difficile parlare di questo film considerato che lo spoiler è sempre dietro l'angolo. Si può dire solo che, questa dark comedy (non poi così tanto dark) è un film che, mescolando un intreccio giallo al comunque brillante humor spagnolo e ruotando intorno ad un ipotetico delitto tutt'altro che perfetto nel mondo del cinema, riesce certamente a farsi piacevolmente vedere, ma non del tutto riesce a convincere. Poiché questa pièce teatrale, nonostante un buon cast (Diego Peretti nella parte di stesso e Belén Rueda) e un buon ritmo, e nonostante riesca a catturare l'attenzione dello spettatore sino alla fine e senza annoiare, non regala genialità o grandi sorprese. La noche que mi madre mató a mi padre infatti (della regista Inés Paris), che ruota attorno ad una attrice che per farsi apprezzare dal marito sceneggiatore, decide di organizzare una cena speciale, cena in cui un evento imprevisto sconvolgerà il proseguimento della stessa (evento che in ogni caso mantiene una tensione nel corso della vicenda, vicenda in cui equivoci, imprevisti e palesi scontri, rinfacci e dichiarazioni d'amore inaspettate faranno ridere e sorridere), non riesce a farsi tanto ricordare. Perché alcuni spunti interessanti non sono mai portati aldilà del semplice accenno, inoltre in questo film, film che omaggia la letteratura di Agatha Christie (spogliata tuttavia del black humor tipicamente britannico), anche se in verità i personaggi sono più vicini ad essere sull'orlo di una crisi di nervi alla Almodovar, tutto sembra abbastanza prevedibile, poiché una volta capito il gioco, tutto è già chiaro. Comunque una leggera visione la si può anche dare, purché disposti. Voto: 5,5