Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 30/11/2021 Qui - Un
padre ama così tanto sua figlia che è pronto a commettere un crimine
per esaudire il suo desiderio. Ma il suo errore apparentemente piccolo,
porta a una reazione a catena e non c'è modo di fermarla. Pregevole
lavoro che osserva l'ineluttabilità del destino e l'incapacità
dell'uomo a governarlo, Magical Girl del regista spagnolo Carlos Vermut è
opera seducente e dalla struttura narrativa originale. Un'opera
misteriosa, che mescola magia, erotismo e psicopatologia, con qualche
snodo narrativo poco credibile, ma affascinante e una volta tanto non
scontata. Peccato che tutto questo non sia sufficiente a tenere alta
l'attenzione per le due ore circa di durata. Lungo il percorso narrativo
infatti, che intreccia, in un valzer di ricatti e
sangue su piani temporali paralleli e sovrapposti, i destini di tre
personaggi apparentemente lontani, si verifica una perdita e una
dispersione graduale della suspense e della tensione che, unita a una
costruzione altalenante del ritmo, a conti fatti finisce con
l'indebolire il racconto e di riflesso la sua trasposizione (il suo
"messaggio"). Gli attori sono anche bravi (in particolar modo Bárbara
Lennie, vincitrice dell'unico Premio Goya a fronte di 7 nomination nel
2015, già vista in Contrattempo, Tutti lo sanno e
Il regno) e il film, sotto l'aspetto puramente estetico, di Cinema, se
la cava, ma non tutto funziona bene od impressiona positivamente (compreso il disturbante finale). Voto: 6
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martedì 30 novembre 2021
venerdì 29 maggio 2020
Il regno (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 29/05/2020 Qui - C'è qualcosa in questo film (in chiaro scuro) che cattura, sarà la colonna sonora avvincente, sarà la trama che racconta la corruzione politica dall'interno del mondo dei corruttori stessi, sarà il lirismo di fondo. Il ritmo però non sembra reggere la sceneggiatura (che è inevitabilmente prevedibile), i momenti di stanca sono molti, gli attori non sembrano tutti a loro agio (a parte Antonio de la Torre, che se la cava discretamente bene nonostante gli "scatti"). Nemmeno il centralissimo finale, davvero azzeccato e non troppo scontato (incentrato sull'ipocrisia), riesce a sollevare le sorti di un film riuscito solo a metà. Peccato. Il film infatti, è secondo me non all'altezza di Che Dio ci perdoni dello stesso regista Rodrigo Sorogoyen (un ritratto di due poliziotti, tratteggiati con mano sapiente e interpretati benissimo, anche dallo stesso De la Torre) e forse neanche così tanto meritevole dei 7 premi Goya vinti (tra cui quello come miglior regista ed attore protagonista, meritavano in altre occasioni, e colonna sonora, solo questo può starci) nel 2019. Voto: 5
venerdì 13 settembre 2019
Tutti lo sanno (2018)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 12/09/2019 Qui
Tema e genere: Thriller drammatico diretto dal due volte Premio Oscar Asghar Farhadi che racconta di un rapimento ed ha come tema le tensioni e i segreti.
Tema e genere: Thriller drammatico diretto dal due volte Premio Oscar Asghar Farhadi che racconta di un rapimento ed ha come tema le tensioni e i segreti.
Trama: Il matrimonio della sorella riporta una donna in Spagna. Ma un evento drammatico scoperchierà segreti e rinnoverà dolorosi rancori.
Recensione: Film d'apertura al Festival di Cannes 2018, Tutti lo sanno riporta in Europa il regista iraniano Asghar Farhadi (due volte premio Oscar, per Una separazione e per Il cliente) dopo l'esperienza francese con Il passato. Il tema delle tensioni e dei segreti che possono squassare una famiglia si era visto in tutti i suoi film precedenti, ma qui si cala in un contesto differente, molto spagnolo e latino, tra fede religiosa vissuta (o meno) in modi diversi, dicerie e maldicenze che guastano i rapporti, contrasti su beni e soldi che portano a dissidi, in famiglia e con i vicini. Il contesto è scenograficamente suggestivo, tra la villa della festa in cui si svolge il dramma, il campanile della chiesa, che a qualcuno potrebbe ricordare La donna che visse due volte, i campi e le vigne arse dal sole. Qui Farhadi può contare su grandi attori, come le star iberiche (e coniugi nella vita) Penelope Cruz e Javier Bardem (già in coppia nel mediocre Escobar - Il fascino del male), cui si aggiunge il grande attore argentino Ricardo Darín nei panni del marito che si precipita da Buenos Aires appena scompare la figlia, e che si porta dietro fallimenti personali e un atteggiamento mistico-religioso che suona stravagante ai parenti acquisiti (e pure un po' alla moglie). Il regista conferma tutta la sua capacità di suscitare tensione, in un giallo che però via via si smorza nonostante segreti sempre più dirompenti, fino a un epilogo che delude in parte le attese anche se mantiene, come da programma, il compito di spargere amarezza sui personaggi e sulle loro vicende. Compito appunto un po' troppo programmatico, intuibile fin dall'inizio, mentre nei suoi film migliori c'è molta più sottigliezza e una reale suspense di pericoli incombenti e catastrofi in agguato, oltre tutto sempre spia di rapporti malati, ambiguità, falsità o verità parziali. Non che non ci siano questi elementi, in Tutti lo sanno, ma come puro frutto di tecnica più che per sapiente rappresentazione dei personaggi. Che forse, proprio perché lontani dall'ambito che conosce di più, sono figure anche cinematograficamente interessanti, ma difficilmente possono sembrare persone reali le cui azioni siano sostenute da motivazioni credibili. E la vicenda, pur molto forte, rischia di non incidere nello spettatore, più ammirato dall'abilità di regista e interpreti che conquistato dalla narrazione e dalle sue drammatiche verità. Una narrazione che appunto gira troppo spesso a vuoto, una storia che stenta a decollare, con degli sviluppi simili a quelli di una soap opera latino americana. I colpi di scena arrivano sempre tardi e sono "telefonati", in un territorio, di cui l'iraniano Farhadi dà l'impressione di conoscere poco, a reggere il racconto è una dinamica narrativa, che si avvita su se stessa. Il melodramma tracima, degenerando in telenovela (troppi isterismi), nell'accezione più riduttiva, mancando una messinscena efficace. Il film procede a sbalzi, tra tempi morti e sequenze prolisse, con uno pseudo intreccio da sciogliere, per giungere alla composizione di un disperato quadro complessivo, in cui ciascuno, esce sconfitto. Ma nonostante questo la struttura del film è abbastanza solida, a parte la prevedibilità mascherata con colpi di scena e delle preoccupazioni del film fini a se stesse, che in verità sono i due elementi che funzionano meno e che fanno perdere al film parecchi punti, punti vitali per raggiungere una sufficienza che decisamente non merita. Da Farhadi proprio non me l'aspettavo.
mercoledì 31 luglio 2019
Contrattempo (2016)
Recensione pubblicata su Pietro Saba World il 31/07/2019 Qui
Tema e genere: Thriller spagnolo in salsa poliziesca che mette in atto un giallo del quale Hitchcock ed Agatha Christie ne andrebbero probabilmente fieri.
Trama: Adrián Doria è un imprenditore di successo che, accusato di omicidio, continua a dichiararsi non colpevole. Per difendersi, contatta l'avvocato Virginia Goodman, con cui lavora una notte intera per trovare un cavillo che permetta di farlo uscire dal carcere. L'emergere di un nuovo testimone che lo accusa mette però a repentaglio la strategia individuata.
Recensione: Il nume tutelare è sicuramente Alfred Hitchcock, per via delle furbizie di messa in scena e della precisione narrativa, capace di regalare colpi di scena in serie fino ad un finale che ribalta continuamente le prospettive e le carte in tavole (un po' come ha sempre fatto Agatha Christie). E pensare che tutto comincia solo da un "piccolo" contrattempo, dal quale si originano tutta una serie di effetti a catena che hanno del vertiginoso. Solo una si rivelerà essere (ovviamente) la verità, alla fine, ma lungo tutta la durata del film il regista nonché sceneggiatore si diverte a scompaginare continuamente le carte, congegnando colpi di scena su colpi di scena, distribuendo indizi e seminando dubbi. Costruisce un intreccio apparentemente insolvibile che induce continuamente "fuori strada", non concede di distrarsi neppure per un secondo, e costringe di conseguenza a tenere ben alta l'attenzione (e già questo è un bel merito, per un film che in fin dei conti non ambisce ad essere nulla più che, ottimo, intrattenimento). Non bastasse che in Contratiempo (da titolo originale) ogni minimo dettaglio è da ricordare con attenzione poiché fondamentale e illuminante ai fini degli eventi, costantemente sospesi su un ciglio morale dove gli individui danno il meglio e il peggio di loro stessi a seconda del contesto. Contrattempo è forse un po' poco plausibile (in particolare in certi suoi rivolgimenti, via via sempre più contorti), a tratti prevedibile (ma, importante sottolinearlo, mai sugli aspetti essenziali, il che fa capire una volta in più con quale maestria sia stato architettato un meccanismo che conduce continuamente lo spettatore fuori strada), ma in ultima analisi estremamente coinvolgente (al netto di un inizio un po' lento) e capace di tenere incollati allo schermo. E la rivelazione finale è del tutto inaspettata (a posteriori, ma solo a posteriori, ci si rende conto di quanti indizi siano stati in realtà abilmente disseminati a suggerire l'esito finale, ma nel mentre della visione non se ne ha praticamente sentore, e allo sciogliersi dell'intreccio non si può che rimanere sbalorditi). Diffidare, dunque, di chiunque dica si tratti di un film smaccatamente prevedibile. Scricchiola, qua e là, questo Contrattempo, è vero, ma si può tranquillamente affermare che non lo faccia mai nei momenti salienti, nonostante sia indubbiamente anche merito del cast se il risultato finale si rivela così avvincente. Tanto che (questo sì prevedibile) qualcuno ne faccia un remake non è cosa impossibile, anzi, è già stato fatto, e perlopiù con Riccardo Scamarcio. Il testimone invisibile infatti (del 2018), con anche Miriam Leone e Fabrizio Bentivoglio, è l'ennesimo esempio di quante poche idee originali ci siano in Italia una settimana sì e l'altra anche. Ed ovviamente lo eviterò, mentre da vedere e consigliare è l'originale.
Trama: Adrián Doria è un imprenditore di successo che, accusato di omicidio, continua a dichiararsi non colpevole. Per difendersi, contatta l'avvocato Virginia Goodman, con cui lavora una notte intera per trovare un cavillo che permetta di farlo uscire dal carcere. L'emergere di un nuovo testimone che lo accusa mette però a repentaglio la strategia individuata.
Recensione: Il nume tutelare è sicuramente Alfred Hitchcock, per via delle furbizie di messa in scena e della precisione narrativa, capace di regalare colpi di scena in serie fino ad un finale che ribalta continuamente le prospettive e le carte in tavole (un po' come ha sempre fatto Agatha Christie). E pensare che tutto comincia solo da un "piccolo" contrattempo, dal quale si originano tutta una serie di effetti a catena che hanno del vertiginoso. Solo una si rivelerà essere (ovviamente) la verità, alla fine, ma lungo tutta la durata del film il regista nonché sceneggiatore si diverte a scompaginare continuamente le carte, congegnando colpi di scena su colpi di scena, distribuendo indizi e seminando dubbi. Costruisce un intreccio apparentemente insolvibile che induce continuamente "fuori strada", non concede di distrarsi neppure per un secondo, e costringe di conseguenza a tenere ben alta l'attenzione (e già questo è un bel merito, per un film che in fin dei conti non ambisce ad essere nulla più che, ottimo, intrattenimento). Non bastasse che in Contratiempo (da titolo originale) ogni minimo dettaglio è da ricordare con attenzione poiché fondamentale e illuminante ai fini degli eventi, costantemente sospesi su un ciglio morale dove gli individui danno il meglio e il peggio di loro stessi a seconda del contesto. Contrattempo è forse un po' poco plausibile (in particolare in certi suoi rivolgimenti, via via sempre più contorti), a tratti prevedibile (ma, importante sottolinearlo, mai sugli aspetti essenziali, il che fa capire una volta in più con quale maestria sia stato architettato un meccanismo che conduce continuamente lo spettatore fuori strada), ma in ultima analisi estremamente coinvolgente (al netto di un inizio un po' lento) e capace di tenere incollati allo schermo. E la rivelazione finale è del tutto inaspettata (a posteriori, ma solo a posteriori, ci si rende conto di quanti indizi siano stati in realtà abilmente disseminati a suggerire l'esito finale, ma nel mentre della visione non se ne ha praticamente sentore, e allo sciogliersi dell'intreccio non si può che rimanere sbalorditi). Diffidare, dunque, di chiunque dica si tratti di un film smaccatamente prevedibile. Scricchiola, qua e là, questo Contrattempo, è vero, ma si può tranquillamente affermare che non lo faccia mai nei momenti salienti, nonostante sia indubbiamente anche merito del cast se il risultato finale si rivela così avvincente. Tanto che (questo sì prevedibile) qualcuno ne faccia un remake non è cosa impossibile, anzi, è già stato fatto, e perlopiù con Riccardo Scamarcio. Il testimone invisibile infatti (del 2018), con anche Miriam Leone e Fabrizio Bentivoglio, è l'ennesimo esempio di quante poche idee originali ci siano in Italia una settimana sì e l'altra anche. Ed ovviamente lo eviterò, mentre da vedere e consigliare è l'originale.
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